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venerdì 2 dicembre 2016

Una nuova app di Google, per scansionare le fotografie al meglio...


Come funziona FotoScan, l’app di Google per scansionare le foto

È una buona alternativa agli scanner: sfrutta sistemi di fotografia computazionale per escludere i riflessi dalle stampe fotografiche

Google ha da poco diffuso una nuova applicazione che si chiama FotoScan e che serve per eseguire una scansione delle fotografie utilizzando il proprio smartphone, al posto di un costoso e poco pratico scanner. 
L’app utilizza vari sistemi di “fotografia computazionale” per migliorare la resa delle foto, risolvendo per esempio il problema dei riflessi sulla carta lucida delle stampe fotografiche, che finora aveva reso impossibile fotografarle in buona qualità con il proprio smartphone. 
L’idea è utilizzare FotoScan per digitalizzare le vecchie fotografie, prima che si rovinino definitivamente a causa del passare del tempo, che le fa stingere o ingiallire. 
L’app può essere inoltre utilizzata nei musei, dove consentito, per scattare foto migliori dei quadri e delle altre opere d’arte appese alle pareti.




















Come si usa FotoScan

Dopo avere scaricato l’applicazione, disponibile per Android e iOS, è sufficiente inquadrare la stampa di una fotografia con il proprio smartphone e scattare una foto, senza preoccuparsi di eventuali riflessi di luce. 
FotoScan utilizza lo scatto come immagine di riferimento, poi chiede di orientare il telefono in modo da inquadrare quattro punti creati virtualmente nell’inquadratura, che permettono di scattare ulteriori immagini della stampa con diverse inclinazioni per sfuggire ai riflessi (un po’ come facciamo normalmente quando osserviamo qualcosa e incliniamo la testa per vedere le parti coperte dai riflessi). 
L’app confronta l’immagine di partenza con le successive e infine ricostruisce la foto escludendo le aree con riflessi, poi automaticamente ritaglia la fotografia e la raddrizza.

FotoScan mantiene quello che promette nella maggior parte degli scatti ed è una buona soluzione per digitalizzare le vecchie foto, in un modo più divertente e veloce rispetto a uno scanner tradizionale. 
La risoluzione dell’immagine è buona, considerando che si parte da una stampa fotografica, ma in alcuni casi può risultare inferiore rispetto a una fotografia digitalizzata con uno scanner.  Nella maggior parte delle volte il risultato è comunque un buon compromesso, considerato che gli scanner semiprofessionali sono molto costosi e dopo la digitalizzazione delle vecchie fotografie finiscono per restare inutilizzati.

Come funziona FotoScan

Con “fotografia computazionale” si intendono i sistemi utilizzati per effettuare automaticamente modifiche alle foto, facendo ricorso ad algoritmi di vario tipo che intervengono subito dopo lo scatto di una fotografia. La funzione “Panorama” degli smartphone, che mette insieme più fotografie per costruire una foto panoramica, è un esempio di fotografia computazionale, così come i sistemi HDR per aumentare i punti di luce all’interno di un’immagine. Quelli di Google hanno realizzato FotoScan facendo ricorso a diversi sistemi di fotografia computazionale, che tradizionalmente richiedevano computer piuttosto potenti per funzionare, ma che ora possono essere impiegati sugli smartphone grazie alla loro accresciuta capacità di calcolo.

Dal primo scatto all’immagine finale, FotoScan fa molte cose per ottenere il risultato migliore. I suoi algoritmi confrontano l’immagine iniziale con quelle ottenute inclinando il telefono per fotografare i quattro punti virtuali mostrati nell’inquadratura. L’app identifica alcune centinaia di punti di riferimento, di solito in aree della fotografia dove ci sono contorni netti e con maggiore contrasto. L’immagine di partenza e le successive sono poi scomposte in una miriade di riquadri, che vengono confrontati tra loro per verificare le differenze dei singoli pixel. I pixel troppo chiari o non coerenti con ciò che hanno intorno nell’immagine di riferimento vengono eliminati e sostituiti da quelli di uno scatto successivo, cosa che permette di eliminare i riflessi e altri difetti nello scatto. L’operazione richiede pochi millesimi di secondo e porta alla foto finale, che può essere poi salvata nella libreria fotografica del proprio telefono.

Google Foto

Google ha anche annunciato che nei prossimi giorni sarà diffuso un aggiornamento per Foto, la sua applicazione per Android e iOS che serve per salvare online le proprie fotografie e catalogarle con sistemi automatici (il sistema riconosce i volti, i luoghi e gli oggetti nelle immagini). La nuova versione dà la possibilità di aggiungere filtri fotografici, ritagliare le immagini, regolarne l’esposizione e altri parametri.




sabato 26 marzo 2016

La famosa ragazza afghana dagli occhi verdi, fotografata da McCurry...




di Giorgio da Batiorco, 15 set 2012


Quella di Sharbat Gula è forse la foto più riconosciuta e riconoscibile della storia del National Geographic. 

Grazie a questa fotografia, la storia della ragazza qui ritratta sembra incredibile, ma non è probabilmente così inusuale per i tempi in cui è stata scattata. Dopo un attacco che uccise i suoi genitori, Sharbat Gula, di etnia Pashtun, fu costretta a scalare le montagne fino ad arrivare al campo rifugiati di Nasir Bagh, nel vicino Pakistan, con i fratelli e la nonna. Fu lì che il fotografo Steve McCurry scattò questa ora famosissima fotografia.

Il suo volto divenne il simbolo del conflitto afgano degli anni ottanta, e della situazione dei rifugiati in tutto il mondo.

Quando questa immagine comparve per la prima volta nella rivista, il suo nome era sconosciuto e venne soprannominata semplicemente “ragazza afgana”.

Sharbat, a quei tempi, aveva circa dodici anni. La fotografia è stata spesso accostata alla Monnalisa di Leonardo da Vinci, al punto di venire spesso soprannominata, appunto, “la Monnalisa afgana”.



Sharbat Gula, 12 anni – 1985


Per più di diciassette anni, il suo nome e la sua identità sono rimasti un mistero, fino a quando McCurry, insieme ad altri del National Geographic, non sono tornati in Afghanistan nel 2002 per cercare di rintracciarla.

Dopo molti falsi avvistamenti finalmente la trovarono attraverso il fratello, che aveva occhi altrettanto verdi, in una delle regioni più remote del paese. Era una donna di circa trent’anni, sposata e madre di tre figlie. Quando a McCurry venne concesso il permesso di incontrarla di nuovo, le disse che la sua immagine era diventata famosa. Sharbat non era particolarmente interessata alla sua personale fama, ma fu felice di sapere di essere diventata un simbolo della dignità e della forza della sua gente. Quando al fratello venne chiesto come fosse la vita della sorella, rispose: cucina, pulisce, lava i panni. Cura i suoi figli; sono il centro della sua vita. Robina ha tredici anni, Zahida ne ha tre e Alia, la più piccola, uno. Una quarta figlia è morta nella prima infanzia.

Sharbat non ha mai vissuto un giorno felice, se non forse quello del suo matrimonio, avvenuto alla fine degli anni ottanta, prima del suo ritorno in Afghanistan, con Rahmat Gul. Shabat non aveva mai visto il suo famoso ritratto fino a quando, allora, non le venne mostrato. Accettò di farsi ritrarre per la secondo volta nella sua vita.

Eccola


Sharbat Gula – 2002


Fatto interessante: il National Geographic fondò un’organizzazione di beneficenza chiamata Afghan Girls Fund, con l’obiettivo di educare le ragazze e le giovani donne afgane. Poi, nel 2008, il fondo venne esteso per includere anche i ragazzi e il nome venne cambiato in Afghan Children’s Fund.



Fonte: da Archivio Caltari del 4 agosto 2011