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domenica 3 aprile 2016

Il grande affare degli immobili romani...



Il costruttore-editore aveva confezionato un veicolo ad hoc, la Domus Italia spa, per piazzare in Borsa vari pacchetti di edifici residenziali della capitale. L'operazione però è slittata all'ultimo causa crisi greca

di Fiorina Capozzi, 1 lug 2015

Caltagirone, il grande affare degli immobili romani dovrà attendere


Francesco Gaetano Caltagirone dovrà attendere tempi migliori per collocare in Borsa un cospicuo portafoglio di progetti di sviluppo immobiliare della Capitale. I venti della crisi greca hanno suggerito alla Domus spa, società controllata dal gruppo del costruttore-editore romano, di rimandare la quotazione allontanando anche gli incassi attesi dall’operazione. “La società si riserva di ripresentare l’offerta in un contesto di stabilità dei mercati finanziari”, si legge nella nota ufficiale che evidenzia come il progetto sia stato solo differito.

Per far cassa con gli immobili di Tor Pagnotta, Talenti, Collatina, Ponte di Nova, Prampolini, Caltagirone aveva infatti deciso di ricorrere a Piazza Affari confezionando un veicolo ad hoc, la Domus Italia spa, appunto. 
La società, che fa capo al gruppo attraverso Ical2 ed è presieduta dall’ex numero uno di Terna, Flavio Cattaneo, contiene immobili residenziali del fondo Seneca gestito da Fabrica Immobiliare, joint venture del gruppo Caltagirone con l’ex partecipata Mps. Si tratta, in buona sostanza di “una pluralità di immobili, tutti siti nel Comune di Roma, per un valore complessivo pari a 139,5 milioni di euro”, al netto di 56 milioni di oneri finanziari. Con questi edifici residenziali, Domus puntava a raccogliere in Borsa da 237,6 a 288 milioni di euro fra i piccoli risparmiatori (10%) e gli investitori istituzionali (90%), che sono poi gestori anche dei fondi di investimento di banche e Poste.

L’operazione avrebbe comportato un drastico ridimensionamento del peso di Caltagirone nella Domus Italia spa. Dopo il collocamento, infatti, il costruttore romano, attualmente titolare del 100% del gruppo, sarebbe dovuto scendere fino al 6 per cento circa. Con una conseguente riduzione ai minimi termini della sua influenza sulle strategie di Domus che però ha già deciso come spendere il denaro raccolto sul mercato. I proventi della quotazione “saranno utilizzati, in tutto o in parte, per il pagamento del corrispettivo previsto dai contratti preliminari di acquisto di immobili”, si legge nel prospetto. Il resto servirà a “implementare attività che permettano, nel rispetto della propria strategia, di accrescere i risultati, supportando gli obiettivi di crescita e sviluppo della società”.

Ma quali sono i progetti immobiliari in cui Domus vorrebbe entrare previo il superamento della soglia dei 200 milioni di raccolta? Il prospetto informativo ne dà conto in dettaglio spiegando che per il dopo quotazione, Domus ha previsto l’acquisto per 326 milioni, al lordo di Iva, di un “secondo portafoglio immobiliare che è costituito da “1.787 unità residenziali e 21 unità commerciali che al momento risultano in costruzione” con consegne previste nel giro massimo di un anno. Il portafoglio è di proprietà di quattro aziende: De Chirico Costedil 66, Tor Pagnotta Costedil, Finanziaria Italia e Coim 2013, tutte società che fanno capo allo stesso gruppo Caltagirone.

A conti fatti, insomma, per il costruttore romano, editore delMessaggero e del Mattino, l’operazione Domus è decisamente ambiziosa. Quello che ci vuole in questi anni di crisi quando persino la storica cassaforte, FGC, celebre in passato per essere una delle società più liquide d’Italia, accusa il colpo: il bilancio 2013, l’ultimo disponibile, si era chiuso con 41 milioni di perdite consolidate e 2 miliardi di debiti su un patrimonio da 2,8 miliardi. Caltagirone non era però il solo a gioire per il collocamento di Domus. L’operazione aveva l’aria di essere soddisfacente anche per lo sponsor banca Akros (gruppo Bpm) e al coordinatore dell’offerta, Banca Imi che – come riferisce il prospetto – sono in una situazione “di potenziale conflitto di interessi”. Nel dettaglio, Akros “e/o altre società appartenenti al gruppo bancario Bipiemme hanno prestato o potrebbero prestare in futuro servizi di lending , advisory e di investment banking in via continuativa a favore dell’emittente e/o a favore del gruppo facente capo a FGC a cui l’emittente appartiene”. Situazione ancora più complessa per Banca Imi e per altre società del gruppo Intesa che “hanno erogato finanziamenti significativi all’emittente e/o a favore del gruppo facente capo a FGC a cui l’emittente appartiene”. Il risultato? “Banca Imi sarà l’arranger, la banca agente, nonché il principale finanziatore” nell’ambito di quella che aveva assunto i contorni di “un’operazione di sistema”. Ma per sapere come l’accoglierà il mercato bisogna attendere.

venerdì 1 aprile 2016

Il futuro di Telecom Italia...




Gli altri ex monopolisti europei possono contare sull'appoggio del Governo-azionista. Cosa che manca a Telecom. A Cattaneo il compito di ricucire i rapporti anche col regolatore.

di Alessandra Talarico, 1 apr 2016


Flavio Cattaneo - Telecom Italia


Visto dall’esterno, il compito di Flavio Cattaneo alla guida di Telecom Italia appare come una sfida quasi ciclopica.
Al manager, che pure vanta un curriculum che spazia dalla Rai a Terna per finire ai treni diNTV, l’ardua mission di ricucire i rapporti con l’Agcom e con il Governo.


La prima, nel 2015 ha comminato sanzioni per complessivi 120 milioni di euro (la società ha inoltre effettuato accantonamenti relativi per 400 milioni) e ha recentemente diffidato la società dall’avviare la nuova opzione Tim Prime se non vuole rischiare una multa fino a 2 milioni. I rapporti, insomma, non sono proprio idilliaci.
Così come non sono del tutto in discesa i rapporti col Governo di Matteo Renzi.

Telecom, lo ricordiamo, è – oltre a BT – l’unico ex monopolista europeo completamente privatizzato.
Lo Stato non ha quote di capitale e quindi non ha voce in capitolo nella sua gestione e nelle vicende azionarie.


Pensiamo a quanto sta accadendo in Francia, dove il Governo controlla il 23% di Orange. L’ex France Telecom sta trattando per una fusione con il numero due del mercato, Bouygues Telecom, il cui patron, Martin Bouygues, sta cercando di ottenere in cambio una quota del 15% dell’operatore storico. La scadenza delle trattative era stata fissata per ieri, ma ancora non si è approdato a un nulla di fatto perché il Governo non vuole diluire eccessivamente la sua quota per mantenere i suoi posti in consiglio e il suo potere di veto.

Un po’ ovunque, in Europa, gli ex operatori monopolisti sono coccolati dallo Stato perché portano innovazione e garantiscono occupazione. E, soprattutto, sono tutelati perché è principalmente sulle loro reti che viaggiano le comunicazioni dei cittadini, delle imprese, delle istituzioni. C’è anche, insomma, una questione di sicurezza e interesse nazionale. 
Gli investimenti nella banda larga e ultralarga sono inoltre ritenuti fondamentali per la competitività e la crescita economica.

Un altro esempio: il Governo tedesco di Angela Merkel sta facendo pressing sulla Commissione europea per ottenere meno vincoli dalla Ue e andare così incontro alle richieste del campione nazionale Deutsche Telekom, che da tempo sta spingendo per un alleggerimento delle norme in cambio di un’accelerazione sugli investimenti. Anche il regolatore tedesco è finito al centro delle critiche per aver approvato lo scorso anno il piano di investimenti di Deutsche Telekom, basato sul vectoring e sulla tecnologia G.Fast, scatenando le proteste dei concorrenti.

In Italia, invece, le cose stanno andando diversamente. Lo ha sottolineato anche il Wall Street Journal, che parla di un rapporto “sempre più disfunzionale” tra Telecom e le autorità, da quando Renzi è diventato premier nel 2014.
Il Governo sta palesemente spostando il baricentro della fibra ottica sempre più verso Enel, che nelle scorse settimane ha presentato un piano di investimenti da 2,5 miliardi per portare l’ultrabroadband in 224 città tra le più redditizie. 
I dettagli del piano si conosceranno il 7 aprile. Quello che si sa è che la compagnia elettrica – di cui lo Stato controlla il 25,5% – ha in ballo accordi commerciali con i due diretti competitor di Telecom Italia: Vodafone e Wind.

E non a caso, la prima tappa dell’ultimo viaggio di Renzi negli Usa (che si concluderà oggi) è stata in Nevada dove il presidente del consiglio ha partecipato all’inaugurazione dell’impianto ibrido rinnovabile di Stillwater di Enel Green Power a Fallon.

Riferendosi alla società di Francesco Starace con l’hashtag #orgoglioItalia, il premier ha affermato “Continueremo a fare crescere Enel, anche attraverso i progetti innovativi della banda larga che presenteremo il prossimo 7 aprile”.

Un annuncio fatto mentre all’orizzonte si staglia lo stanziamento di fondi pubblici per 2,2 miliardi per la banda larga nelle aree a fallimento di mercato.

Cattaneo dovrà insomma destreggiarsi in un contesto non proprio dei più semplici per sbrogliare dossier molto sensibili anche a livello politico, tra i quali la cessione delle torri di Inwit, il piano congiunto con Metroweb per portare la fibra in 250 città (in attesa del via libero Agcom) e il più drastico taglio dei costi preteso da Vivendi.

Dalla sua parte, secondo Equita Sim, la sua esperienza di due anni nel board della compagnia telefonica e un “track record positivo per quanto riguarda l’espansione dei margini, anche attraverso investimenti che offrano soluzioni più efficienti e non solo attraverso il mero taglio dei costi”.

Certo, a differenza del suo predecessore molta differenza la farà l’appoggio di Vincent Bollorè. Un fatto non da poco, riconosciuto come uno degli “aspetti più significativi” della sua nomina dagli analisti di Banca Imi, ma che potrebbe rivelarsi anche un fardello visto che in molti, negli ambienti istituzionali considerano il finanziere bretone un ‘raider’, pronto a cedere, prima o dopo, il suo pacchetto in Telecom a Orange.

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Vivendi torna a investire in Telecom Italia. E vuole controllarne il consiglio di amministrazione: nessuno scandalo, è un suo diritto. Ma la prima responsabilità del board è tutelare gli interessi della società. L'analisi di Salvatore Bragantini

di Salvatore Bragantini, 1 apr 2016


Salvatore Bragantini

Una nuova stagione della Telecom story

Nuova puntata del serial di Telecom Italia (Ti), ove i nostri capitalisti non si sono coperti di gloria. Nel 1997 il “nocciolino duro” (Ifil e altri) si degnò d’investire su richiesta del governo che doveva privatizzare; sedeva su una miniera d’oro e non lo capì. Poi venne la mega offerta pubblica d’acquisto (Opa) dei capitali coraggiosi di Emilio Gnutti &C, vestiti con la livrea del Granducato, per un veloce capital gain esentasse. Meno bene andò a Pirelli e Marco Tronchetti, che da loro comprarono, perdendo infine una fetta dei lauti profitti dell’affare Corning Glass.
Dopo gli industriali, non fecero meglio i finanzieri; Intesa San Paolo e Mediobanca portarono la spagnola Telefònica, anch’essa uscita nel 2015 con una complessa operazione in cui ha acquistato Gvt, controllata brasiliana nelle telecomunicazioni di Vivendi, media company controllata da François Bolloré. In pagamento, Vivendi ha avuto dagli spagnoli 4 miliardi e l’8 per cento di Telecom. Pareva ovvio che, appena uscita dalle Tlc anche in Francia, cedesse quella quota. Invece, Vivendi torna a investire 3,5 miliardi nelle telecomunicazioni e arriva in Telecom al 24,9 per cento, a un passo dall’obbligo d’Opa; ora vuol controllarne il consiglio di amministrazione e inizia “dimissionando” l’amministratore delegato Marco Patuano.

Il puzzle telecomunicazioni-tv

Molto c’è dire sulla banda larga e altri temi strategici riguardanti Telecom Italia; ci si può dolere dell’ennesimo passaggio di controllo senza Opa, ma se, come pare preferibile per dar certezza al mercato, si fissa una soglia oltre cui scatta l’obbligo, tanti si fermeranno subito sotto.
Qui ci si vuol invece concentrare sul governo dell’impresa, tema sul quale le riflessioni si perdono in mille rivoli, scordando la questione-chiave. In caso di contrasto fra i due, il cda deve perseguire l’interesse dei soci o dell’impresa? Sul ricambio al vertice di Ti nulla da dire; chi investe tanto controlla il consiglio. A questo, però, è affidata la gestione: nell’interesse di Telecom, non già di Vivendi o altri. Qui è il punto chiave.
Bolloré, primo azionista non bancario di Mediobanca all’8 per cento, sta discutendo l’ingresso in Premium, pay-tv controllata da Mediaset – che smentisce; ma la zoppicante Premium ha bisogno di alleanze. È solo l’inizio: la stampa pullula di indiscrezioni, più che di notizie, su una grande alleanza fra Telecomi, Vivendi e Mediaset, nel nome della mitica convergenza fra Tlc e tv. Qualcuno include nell’affresco anche Orange, ex France Telecom, a cui Vivendi potrebbe conferire la quota in Ti. Nella sua campagna italiana Bolloré si avvale di Tarak Ben Ammar, tunisino amico di Silvio Berlusconi, per il quale si spese nei processi di Mani Pulite (Antonio Di Pietro lo definì “L’egiziano strano strano”). Tarak è proteiforme: presente nel consiglio di sorveglianza di Vivendi e nei cda di Telecom e Mediobanca, facilitatore in un ambiente nel quale si mischiano gli interessi di quelle imprese. Deve avere grandi doti per gestire a Parigi gli interessi di Vivendi, a Roma di Telecom e a Milano di Mediobanca; e non dimenticherà di chiedere un consiglio al vecchio amico.
In questo mobilissimo quadro, Inwit, controllata di Telecom e gestrice delle torri di trasmissione dei segnali telefonici, interessa a Ei Towers, controllata Mediaset. Ei Towers vuol comprare meno del 30 per cento di Inwit, evitando così l’Opa, per poi rientrare di parte dell’esborso vendendo alla stessa Inwit proprie torri per 200 milioni. Poiché la prima operazione è subordinata alla seconda, la Consob ravviserà probabilmente nell’accordo un “concerto” volto a schivare l’Opa, bloccando tutto. In campo per Inwit c’è anche un’altra offerta, della spagnola Cellnex e del fondo italiano F2i. Comprerebbero il 45 per cento di Inwit, lanciando un’Opa su un altro 40 per cento; Telecom conserverebbe il 15 per cento. Il prezzo per azione offerto da Ei pare aggirarsi sui 5 euro, quello di Cellnex sui 4,5 euro. Stranamente, i siti delle tre società quotate – Inwit, Ei e Cellnex – neanche menzionano le offerte.

Cda “tutore” di Telecom

Il cda di Telecom ha già sostituito Patuano con Flavio Cattaneo, indimenticato direttore generale della Rai berlusconiana. Il tema, sia chiaro, non è più il conflitto d’interessi dell’ex premier; che curerà bene i propri affari, come sempre, ma ormai politicamente svanisce.
La vera questione è chi penserà agli interessi di Telecom. 
Davanti ai grandi temi strategici sopra evocati, è strattonata in diverse direzioni, spinta dai tanti che le ronzano attorno.
Vivendi vuole un nuovo cda, è suo diritto, ma questo non potrà sfuggire a una grande, obbligata responsabilità. Prima che nel merito delle Opa concorrenti, non poi così importanti, è in quel groviglio incrociato che va trovato il bandolo degli interessi di Telecom. Scrive sul Corriere della Serail 31 marzo Federico De Rosa: “Cattaneo dovrà fare un turnaround di Ti in attesa che Vivendi finisca di disporre le sue pedine per giocare la partita europea del riassetto dei media”: veristico, ma impietoso ritratto di una corporate governance malata. Cattaneo e tutto il cda dovranno fare solo quel che conviene a Telecom, che è una persona, sia pur giuridica, il cui interesse è affidato al consiglio di amministrazione: come un minore incapace, nell’interesse del quale opera il tutore. Sarà bene ricordarlo.

Tratto dal sito www.lavoce.info