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giovedì 27 febbraio 2020

L'elaborazione quantica applicata alle TLC, in Italia...




TIM è il primo operatore in Europa ad usare il quantum computing per ottimizzare le reti mobili (4.5G e 5G). La tecnologia consente di ridurre il tempo dei processi di ottimizzazione, garantendo così una migliore esperienza agli utenti finali.
di Manolo De Agostini, 25 feb 2020

Il quantum computing è ancora in pieno sviluppo e agli albori, ma già viene applicato da alcune aziende per velocizzare lo sviluppo di nuove tecnologie o in altri ambiti. 
La NASA, Google, Microsoft e molti altri guardano al calcolo quantistico già da diversi anni, sperimentandolo e applicandolo laddove riscontrano benefici tangibili rispetto ai sistemi tradizionali.

I computer quantistici si basano sui qubit, unità di informazione fondamentali che sfruttando i principi della meccanica quantistica riescono ad elaborare problemi complessi e calcoli di grandi dimensioni con tempi di esecuzione molto ridotti rispetto ai computer classici. Le capacità di calcolo dei computer quantistici consentono di trattare problemi che, per la loro complessità, risultano fuori dalla portata dei computer tradizionali.

Stupisce quindi fino a un certo punto apprendere che TIM "è il primo operatore di telecomunicazioni in Europa ad aver impiegato su rete live algoritmi di quantum computing nella pianificazione delle sue reti mobili di nuova generazione". In una nota stampa, l'azienda italiana spiega di essersi affidata per i suoi scopi a un computer quantistico della canadese D-Wave.

La soluzione di D-Wave svolge i calcoli tramite un processo chiamato quantum annealing (ricottura quantistica), ed è stata usata da TIM per "ottimizzare la pianificazione delle celle radio, riconducendo il problema nell'ambito di una modellizzazione algoritmica tipo QUBO (Quadratic Unconstrained Binary Optimization)".

Insomma, il quantum computing ha permesso di configurare la rete in tempo reale per garantire ai clienti un miglior servizio mobile. "L'uso di questa tecnologia nell'ambito delle reti di telecomunicazioni è assolutamente innovativo. Più in dettaglio l'algoritmo QUBO è stato utilizzato per la pianificazione dei parametri di rete 4.5G e 5G, ottenendo una maggiore rapidità di esecuzione (con un fattore 10x) rispetto ai metodi tradizionali di ottimizzazione", afferma TIM nel proprio comunicato.

L'applicazione dell'algoritmo QUBO alla pianificazione degli identificativi di cella - grazie ai quali uno smartphone è in grado di distinguere ciascuna cella radio dalle altre - permette di assicurare una maggiore qualità del servizio VoLTE (voce su LTE), migliorandone la continuità nella fase di mobilità tra le aree di copertura di celle diverse.

Inoltre, poter svolgere la configurazione in tempo reale della rete fa parte del paradigma del "circuito chiuso" di SON (Self Organizing Network), già in uso da TIM e basato sulla raccolta delle misure in campo e sulla rapida riconfigurazione degli elementi della rete.

venerdì 1 aprile 2016

Il futuro di Telecom Italia...




Gli altri ex monopolisti europei possono contare sull'appoggio del Governo-azionista. Cosa che manca a Telecom. A Cattaneo il compito di ricucire i rapporti anche col regolatore.

di Alessandra Talarico, 1 apr 2016


Flavio Cattaneo - Telecom Italia


Visto dall’esterno, il compito di Flavio Cattaneo alla guida di Telecom Italia appare come una sfida quasi ciclopica.
Al manager, che pure vanta un curriculum che spazia dalla Rai a Terna per finire ai treni diNTV, l’ardua mission di ricucire i rapporti con l’Agcom e con il Governo.


La prima, nel 2015 ha comminato sanzioni per complessivi 120 milioni di euro (la società ha inoltre effettuato accantonamenti relativi per 400 milioni) e ha recentemente diffidato la società dall’avviare la nuova opzione Tim Prime se non vuole rischiare una multa fino a 2 milioni. I rapporti, insomma, non sono proprio idilliaci.
Così come non sono del tutto in discesa i rapporti col Governo di Matteo Renzi.

Telecom, lo ricordiamo, è – oltre a BT – l’unico ex monopolista europeo completamente privatizzato.
Lo Stato non ha quote di capitale e quindi non ha voce in capitolo nella sua gestione e nelle vicende azionarie.


Pensiamo a quanto sta accadendo in Francia, dove il Governo controlla il 23% di Orange. L’ex France Telecom sta trattando per una fusione con il numero due del mercato, Bouygues Telecom, il cui patron, Martin Bouygues, sta cercando di ottenere in cambio una quota del 15% dell’operatore storico. La scadenza delle trattative era stata fissata per ieri, ma ancora non si è approdato a un nulla di fatto perché il Governo non vuole diluire eccessivamente la sua quota per mantenere i suoi posti in consiglio e il suo potere di veto.

Un po’ ovunque, in Europa, gli ex operatori monopolisti sono coccolati dallo Stato perché portano innovazione e garantiscono occupazione. E, soprattutto, sono tutelati perché è principalmente sulle loro reti che viaggiano le comunicazioni dei cittadini, delle imprese, delle istituzioni. C’è anche, insomma, una questione di sicurezza e interesse nazionale. 
Gli investimenti nella banda larga e ultralarga sono inoltre ritenuti fondamentali per la competitività e la crescita economica.

Un altro esempio: il Governo tedesco di Angela Merkel sta facendo pressing sulla Commissione europea per ottenere meno vincoli dalla Ue e andare così incontro alle richieste del campione nazionale Deutsche Telekom, che da tempo sta spingendo per un alleggerimento delle norme in cambio di un’accelerazione sugli investimenti. Anche il regolatore tedesco è finito al centro delle critiche per aver approvato lo scorso anno il piano di investimenti di Deutsche Telekom, basato sul vectoring e sulla tecnologia G.Fast, scatenando le proteste dei concorrenti.

In Italia, invece, le cose stanno andando diversamente. Lo ha sottolineato anche il Wall Street Journal, che parla di un rapporto “sempre più disfunzionale” tra Telecom e le autorità, da quando Renzi è diventato premier nel 2014.
Il Governo sta palesemente spostando il baricentro della fibra ottica sempre più verso Enel, che nelle scorse settimane ha presentato un piano di investimenti da 2,5 miliardi per portare l’ultrabroadband in 224 città tra le più redditizie. 
I dettagli del piano si conosceranno il 7 aprile. Quello che si sa è che la compagnia elettrica – di cui lo Stato controlla il 25,5% – ha in ballo accordi commerciali con i due diretti competitor di Telecom Italia: Vodafone e Wind.

E non a caso, la prima tappa dell’ultimo viaggio di Renzi negli Usa (che si concluderà oggi) è stata in Nevada dove il presidente del consiglio ha partecipato all’inaugurazione dell’impianto ibrido rinnovabile di Stillwater di Enel Green Power a Fallon.

Riferendosi alla società di Francesco Starace con l’hashtag #orgoglioItalia, il premier ha affermato “Continueremo a fare crescere Enel, anche attraverso i progetti innovativi della banda larga che presenteremo il prossimo 7 aprile”.

Un annuncio fatto mentre all’orizzonte si staglia lo stanziamento di fondi pubblici per 2,2 miliardi per la banda larga nelle aree a fallimento di mercato.

Cattaneo dovrà insomma destreggiarsi in un contesto non proprio dei più semplici per sbrogliare dossier molto sensibili anche a livello politico, tra i quali la cessione delle torri di Inwit, il piano congiunto con Metroweb per portare la fibra in 250 città (in attesa del via libero Agcom) e il più drastico taglio dei costi preteso da Vivendi.

Dalla sua parte, secondo Equita Sim, la sua esperienza di due anni nel board della compagnia telefonica e un “track record positivo per quanto riguarda l’espansione dei margini, anche attraverso investimenti che offrano soluzioni più efficienti e non solo attraverso il mero taglio dei costi”.

Certo, a differenza del suo predecessore molta differenza la farà l’appoggio di Vincent Bollorè. Un fatto non da poco, riconosciuto come uno degli “aspetti più significativi” della sua nomina dagli analisti di Banca Imi, ma che potrebbe rivelarsi anche un fardello visto che in molti, negli ambienti istituzionali considerano il finanziere bretone un ‘raider’, pronto a cedere, prima o dopo, il suo pacchetto in Telecom a Orange.

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Vivendi torna a investire in Telecom Italia. E vuole controllarne il consiglio di amministrazione: nessuno scandalo, è un suo diritto. Ma la prima responsabilità del board è tutelare gli interessi della società. L'analisi di Salvatore Bragantini

di Salvatore Bragantini, 1 apr 2016


Salvatore Bragantini

Una nuova stagione della Telecom story

Nuova puntata del serial di Telecom Italia (Ti), ove i nostri capitalisti non si sono coperti di gloria. Nel 1997 il “nocciolino duro” (Ifil e altri) si degnò d’investire su richiesta del governo che doveva privatizzare; sedeva su una miniera d’oro e non lo capì. Poi venne la mega offerta pubblica d’acquisto (Opa) dei capitali coraggiosi di Emilio Gnutti &C, vestiti con la livrea del Granducato, per un veloce capital gain esentasse. Meno bene andò a Pirelli e Marco Tronchetti, che da loro comprarono, perdendo infine una fetta dei lauti profitti dell’affare Corning Glass.
Dopo gli industriali, non fecero meglio i finanzieri; Intesa San Paolo e Mediobanca portarono la spagnola Telefònica, anch’essa uscita nel 2015 con una complessa operazione in cui ha acquistato Gvt, controllata brasiliana nelle telecomunicazioni di Vivendi, media company controllata da François Bolloré. In pagamento, Vivendi ha avuto dagli spagnoli 4 miliardi e l’8 per cento di Telecom. Pareva ovvio che, appena uscita dalle Tlc anche in Francia, cedesse quella quota. Invece, Vivendi torna a investire 3,5 miliardi nelle telecomunicazioni e arriva in Telecom al 24,9 per cento, a un passo dall’obbligo d’Opa; ora vuol controllarne il consiglio di amministrazione e inizia “dimissionando” l’amministratore delegato Marco Patuano.

Il puzzle telecomunicazioni-tv

Molto c’è dire sulla banda larga e altri temi strategici riguardanti Telecom Italia; ci si può dolere dell’ennesimo passaggio di controllo senza Opa, ma se, come pare preferibile per dar certezza al mercato, si fissa una soglia oltre cui scatta l’obbligo, tanti si fermeranno subito sotto.
Qui ci si vuol invece concentrare sul governo dell’impresa, tema sul quale le riflessioni si perdono in mille rivoli, scordando la questione-chiave. In caso di contrasto fra i due, il cda deve perseguire l’interesse dei soci o dell’impresa? Sul ricambio al vertice di Ti nulla da dire; chi investe tanto controlla il consiglio. A questo, però, è affidata la gestione: nell’interesse di Telecom, non già di Vivendi o altri. Qui è il punto chiave.
Bolloré, primo azionista non bancario di Mediobanca all’8 per cento, sta discutendo l’ingresso in Premium, pay-tv controllata da Mediaset – che smentisce; ma la zoppicante Premium ha bisogno di alleanze. È solo l’inizio: la stampa pullula di indiscrezioni, più che di notizie, su una grande alleanza fra Telecomi, Vivendi e Mediaset, nel nome della mitica convergenza fra Tlc e tv. Qualcuno include nell’affresco anche Orange, ex France Telecom, a cui Vivendi potrebbe conferire la quota in Ti. Nella sua campagna italiana Bolloré si avvale di Tarak Ben Ammar, tunisino amico di Silvio Berlusconi, per il quale si spese nei processi di Mani Pulite (Antonio Di Pietro lo definì “L’egiziano strano strano”). Tarak è proteiforme: presente nel consiglio di sorveglianza di Vivendi e nei cda di Telecom e Mediobanca, facilitatore in un ambiente nel quale si mischiano gli interessi di quelle imprese. Deve avere grandi doti per gestire a Parigi gli interessi di Vivendi, a Roma di Telecom e a Milano di Mediobanca; e non dimenticherà di chiedere un consiglio al vecchio amico.
In questo mobilissimo quadro, Inwit, controllata di Telecom e gestrice delle torri di trasmissione dei segnali telefonici, interessa a Ei Towers, controllata Mediaset. Ei Towers vuol comprare meno del 30 per cento di Inwit, evitando così l’Opa, per poi rientrare di parte dell’esborso vendendo alla stessa Inwit proprie torri per 200 milioni. Poiché la prima operazione è subordinata alla seconda, la Consob ravviserà probabilmente nell’accordo un “concerto” volto a schivare l’Opa, bloccando tutto. In campo per Inwit c’è anche un’altra offerta, della spagnola Cellnex e del fondo italiano F2i. Comprerebbero il 45 per cento di Inwit, lanciando un’Opa su un altro 40 per cento; Telecom conserverebbe il 15 per cento. Il prezzo per azione offerto da Ei pare aggirarsi sui 5 euro, quello di Cellnex sui 4,5 euro. Stranamente, i siti delle tre società quotate – Inwit, Ei e Cellnex – neanche menzionano le offerte.

Cda “tutore” di Telecom

Il cda di Telecom ha già sostituito Patuano con Flavio Cattaneo, indimenticato direttore generale della Rai berlusconiana. Il tema, sia chiaro, non è più il conflitto d’interessi dell’ex premier; che curerà bene i propri affari, come sempre, ma ormai politicamente svanisce.
La vera questione è chi penserà agli interessi di Telecom. 
Davanti ai grandi temi strategici sopra evocati, è strattonata in diverse direzioni, spinta dai tanti che le ronzano attorno.
Vivendi vuole un nuovo cda, è suo diritto, ma questo non potrà sfuggire a una grande, obbligata responsabilità. Prima che nel merito delle Opa concorrenti, non poi così importanti, è in quel groviglio incrociato che va trovato il bandolo degli interessi di Telecom. Scrive sul Corriere della Serail 31 marzo Federico De Rosa: “Cattaneo dovrà fare un turnaround di Ti in attesa che Vivendi finisca di disporre le sue pedine per giocare la partita europea del riassetto dei media”: veristico, ma impietoso ritratto di una corporate governance malata. Cattaneo e tutto il cda dovranno fare solo quel che conviene a Telecom, che è una persona, sia pur giuridica, il cui interesse è affidato al consiglio di amministrazione: come un minore incapace, nell’interesse del quale opera il tutore. Sarà bene ricordarlo.

Tratto dal sito www.lavoce.info


lunedì 18 gennaio 2016

Mika! Primo concerto del 2016 alla presentazione del nuovo brand TIM

Da IlPost e CorriereComunicazioni



È stato presentato il nuovo logo di TIM







È stato presentato il nuovo logo di TIM durante una conferenza stampa tenutasi a Roma mercoledì 13 gennaio. Da Maggio 2015 sotto l’acronimo TIM (Telecom Italia Mobile) sono raggruppate tutte le operazioni commerciali di Telecom Italia, la più importante azienda italiana nel settore telecomunicazioni. La presentazione del nuovo logo è stata fatta dall’amministratore delegato di TIM Marco Patuano e c’era anche Tim Berners-Lee, l’informatico britannico che inventò il world wide web e che è stato scelto da TIM come testimonial per la sua campagna di rebranding.





Telecom diventa Tim: ma il nome non è tutto

Lanciato il nuovo brand unificato fisso-mobile. Dietro il restyling, la volontà di annunciare una strategia in cui Internet subentra alla voce


Eccoci allo show down. 
Telecom Italia e Tim hanno presentato il nuovo marchio unificato. Due fasi per la disclosure: presentazione alla stampa del brand e della campagna pubblicitaria istituzionale che ne sosterrà l’immagine presso il grande pubblico. A fianco dell’amministratore delegato Marco Patuano anche Tim Berners-Lee, inventore del World Wide Web. Un nome di prestigio, ma anche un invito ad un personaggio chiave di Internet per rimarcare la volontà dell’azienda di essere sempre meno un operatore telefonico classico (margini e possibilità di crescita in questo settore sono da anni in declino e lo saranno ancora di più in futuro) e di puntare invece sempre più nei nuovi servizi della Rete (si spera a valore aggiunto) da proporre ai propri clienti. Cittadini o imprese che siano.
Secondo appuntamento in serata, sempre a Roma al Palalottomatica, con #TIMparty , un evento musicale che vedrà alternarsi sul palco Lorenzo Fragola, Benji & Fede 
e Mika. 

Se alla mattinata la veste è più istituzionale, alla sera si strizza l’occhio alle nuove generazioni cui Telecom/Tim cerca di guardare con particolare attenzione.
Il nuovo logo non è ovviamente a troppo lontano da quello cui si sono già abituati gli italiani, a partire dai colori rosso e blu che sino ad oggi hanno caratterizzato e continueranno a caratterizzare il brand della telefonia mobile targata Telecom Italia. Molto semplice, senza quelle "onde" che accompagnavano il vecchio logo di Telecom Italia e che troppo richiamavano, come ha giustamente oservato l'amministratore delegato Marco Patuano, il vecchio mondo della strasmissione analogica.
Simboli a parte, stavolta, però, si tratta di molto di più di un semplice restyling della livrea aziendale. Siamo davanti a un cambiamento che ricorda piuttosto l’operazione del 1994 quando l’incorporazione in Sip di Iritel, Telespazio, Italcable e Sirm diede vita a Telecom Italia. Oppure richiama la decisione del 1995 quando la telefonia mobile uscì dalla pancia di Telecom Italia dando vita a Tim che venne quotata come società autonoma alla Borsa di Milano (poi ci pensò Tronchetti Provera a riaccorpare le due aziende, e non solo a Piazza Affari).
Il nuovo brand offre l’occasione per lanciare la Telecom Italia del futuro. Che non si chiamerà più così ma, appunto, TIM. Si tratta di un percorso intrapreso già da tempo e che ha avuto una tappa recente col lancio del portale unico per i clienti della telefonia fissa e mobile. Non a caso caratterizzato dall’indirizzo web www.tim.it.
Da mercoledì esisterà in tutte le campagne promozionali e nei rapporti con la clientela soltanto il nome di Tim, che offrirà contemporaneamente servizi fissi e mobili. “Entro il 2016 TIM sarà il punto di riferimento commerciale del Gruppo, un cambiamento che permetterà di riunire in un solo brand le diverse anime di Telecom Italia”, già si legge nel sito web dell’azienda.
Telecom Italia sopravvivrà soltanto come “residuo” legale quotato in Borsa. Ma sarà una sopravvivenza a tempo. Sta succedendo ora in Italia quello che è già accaduto in Francia dove il vecchio incumbent France Telecom è diventato Orange, assumendo il nome della sua controllata mobile anche nelle quotazioni della Borsa di Parigi.
Certo, le strategie delle due aziende sono molto diverse: tanto Orange è diventata ultimamente aggressiva con i suoi tentativi di aumentare la massa d’urto con l’acquisizione di Bouygues Telecomo di attività bancarie di Groupama, altrettanto cauta è la prospettiva di Telecom che punta soprattutto alla crescita organica.
Non acquisizioni maggiori, dunque (mancano tra l’altro le munizioni finanziarie), quanto focalizzazione su core business individuati nella mobilità e nell’ultrabroadband con annessi servizi legati alla rete. Su di essi il management sta puntando ed investendo sempre di più, sia per la clientela business (si pensi a Impresa Semplice o a Nuvola Italiana) sia per quella consumer (offerte integrate fisso/mobile, Tim premium, smart life).
Il cambio del logo diventa dunque una testimonianza che va oltre il restyling grafico. Rappresenta una certificazione dell’abbandono definitivo dei rimpianti per le glorie degli anni Novanta, importanti ma ormai sepolte, per guardare a un futuro dove conteranno sempre più qualità e nuovi servizi oltre la voce. Un terreno di gioco dove la competizione non sarà solo fra operatori telefonici ma anche tra fornitori di contenuti e prodotti “over-the-top”. Un ambito competitivo dove la nostalgia del passato è solo un ostacolo alle prospettive di crescita. Non è un salto nel buio, ma certamente è una scommessa tutta da vincere. Nel nome di Tim.