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giovedì 27 febbraio 2020

L'elaborazione quantica applicata alle TLC, in Italia...




TIM è il primo operatore in Europa ad usare il quantum computing per ottimizzare le reti mobili (4.5G e 5G). La tecnologia consente di ridurre il tempo dei processi di ottimizzazione, garantendo così una migliore esperienza agli utenti finali.
di Manolo De Agostini, 25 feb 2020

Il quantum computing è ancora in pieno sviluppo e agli albori, ma già viene applicato da alcune aziende per velocizzare lo sviluppo di nuove tecnologie o in altri ambiti. 
La NASA, Google, Microsoft e molti altri guardano al calcolo quantistico già da diversi anni, sperimentandolo e applicandolo laddove riscontrano benefici tangibili rispetto ai sistemi tradizionali.

I computer quantistici si basano sui qubit, unità di informazione fondamentali che sfruttando i principi della meccanica quantistica riescono ad elaborare problemi complessi e calcoli di grandi dimensioni con tempi di esecuzione molto ridotti rispetto ai computer classici. Le capacità di calcolo dei computer quantistici consentono di trattare problemi che, per la loro complessità, risultano fuori dalla portata dei computer tradizionali.

Stupisce quindi fino a un certo punto apprendere che TIM "è il primo operatore di telecomunicazioni in Europa ad aver impiegato su rete live algoritmi di quantum computing nella pianificazione delle sue reti mobili di nuova generazione". In una nota stampa, l'azienda italiana spiega di essersi affidata per i suoi scopi a un computer quantistico della canadese D-Wave.

La soluzione di D-Wave svolge i calcoli tramite un processo chiamato quantum annealing (ricottura quantistica), ed è stata usata da TIM per "ottimizzare la pianificazione delle celle radio, riconducendo il problema nell'ambito di una modellizzazione algoritmica tipo QUBO (Quadratic Unconstrained Binary Optimization)".

Insomma, il quantum computing ha permesso di configurare la rete in tempo reale per garantire ai clienti un miglior servizio mobile. "L'uso di questa tecnologia nell'ambito delle reti di telecomunicazioni è assolutamente innovativo. Più in dettaglio l'algoritmo QUBO è stato utilizzato per la pianificazione dei parametri di rete 4.5G e 5G, ottenendo una maggiore rapidità di esecuzione (con un fattore 10x) rispetto ai metodi tradizionali di ottimizzazione", afferma TIM nel proprio comunicato.

L'applicazione dell'algoritmo QUBO alla pianificazione degli identificativi di cella - grazie ai quali uno smartphone è in grado di distinguere ciascuna cella radio dalle altre - permette di assicurare una maggiore qualità del servizio VoLTE (voce su LTE), migliorandone la continuità nella fase di mobilità tra le aree di copertura di celle diverse.

Inoltre, poter svolgere la configurazione in tempo reale della rete fa parte del paradigma del "circuito chiuso" di SON (Self Organizing Network), già in uso da TIM e basato sulla raccolta delle misure in campo e sulla rapida riconfigurazione degli elementi della rete.

sabato 2 giugno 2018

Uno sguardo sui fatti politici italiani ed europei di questi giorni...



Le dichiarazioni di Guenther Oettinger hanno scatenato una polemica politica in Italia. 
Il commissario Ue non ha fatto altro che svelare una triste verità.

di Raffaele Iannuzzi,  30 mag 2018 

Guenther Oettinger (Lapresse)
Friedrich Schiller: "Lo storico è un profeta che guarda all'indietro". Thomas Babington Macaulay: "In ogni epoca gli esempi più vili della natura umana si possono trovare tra i demagoghi". Finalmente: contra factum non valet argumentum. I tedeschi ai vertici della Commissione europea sono discepoli di Nietzsche, perché Hegel non funziona più, lo sappiamo (sarebbe troppo lucidamente a favore della politica, non c'è dubbio), e dunque non esistono fatti, ma solo interpretazioni.

Ecco il fatto: "I mercati insegneranno agli italiani a votare nella maniera giusta". Ossia, a non votare 5 Stelle e Lega. Firmato: il commissario europeo al bilancio Guenther Oettinger (tedesco), intervistato dalla Tv tedesca Deutsche Welle. Con buona pace del tweet diffuso dal giornalista che ha intervistato cotanto personaggio, che riportavano appunto le parole di cui sopra, il tecnocrate del bilancio Ue ha smentito. Ma le smentite da parte dei commissari europei, dopo sortite di questa natura, sono ormai diventate un genere letterario, un lungo romanzo d'appendice scritto sempre in tedesco e tradotto, con i sottotitoli in francese (dubito, oggi, in inglese), mai in italiano.

Ogni fatto ha la sua genesi: tre giorni fa, Oettinger, intervistato dal Berliner Morgenpost, aveva detto a chiare lettere che "un'Italexit non è affatto improbabile, con una nuova crisi dell'euro, l'Italia non sarebbe fuori, ma nel bel mezzo di tutto, i mercati stanno già reagendo, i titoli di stato italiani stanno diventando più costosi, l'euro si sta indebolendo". Corollario finale: "I criteri del nuovo debito e del debito totale devono essere rispettati, in caso contrario, avremo confronti duri". 

A parte i toni insopportabili da feldmaresciallo bismarckiano in congedo, con il solito zelo paraluterano - marchio di fabbrica e combinato disposto di questa Ue a trazione pericolosamente e antidemocraticamente tedesca -, Oettinger ha il merito oggettivo di parlar chiaro e buttar giù a calci e testate l'altarino dell'ipocrisia da manuale cortigiano modello Baltasar Gracian dal quale vengono tratte le pillole di "saggezza" pelosa all'indirizzo dell'Italia.

Tutto chiaro: i mercati comandano. Il mercato è una realtà strutturale e impersonale, qualcosa che serve a dare un'unità di misura universale e astratta di quella variabile dotata di incalcolabili fattori, tutti allineati sul terreno dell'umano che produce, crea e genera, definita "ricchezza". Bene, allora, prendiamo sul serio e fino in fondo quest'affermazione, portandola alle estreme conseguenze.

Primo corollario: se il mercato, da unità di misura e variabile economica ed econometrica (non più antropologica) diventa il criterio universale per determinare il fattore "politica", allora ciò significa che, da questo momento in poi, la nostra crisi diventa anche la loro (leggi: dei tedeschi) e, di conseguenza, anche la loro politica sarà a sua volta determinata da ciò. Perché non sfugge a chiunque abbia ancora uno sguardo limpido sulla realtà che i mercati sono integrati e non governabili con la mera leva fiscale o finanziaria. Si pensi ai consumi, alla domanda interna, alla demografia, alle istituzioni. 

L'insipienza di questi funzionari del catasto dell'Unione europea è perfino più imbarazzante della loro arroganza. Non hanno ancora capito che azzerare la politica significa mandare all'aria quel contesto che inevitabilmente si porta innanzi ogniqualvolta si debba dialogare e negoziare in sede europea. Perfino una personalità non ostile all'assetto tecnocratico europeo come il Prof. Cottarelli dovrebbe - ipotesi di scuola, la mia, ovviamente - porsi sul piano politico. 

La rilettura di un economista di innegabile grandezza come Röpke aiuterebbe non poco i padroni del laboratorio tecno-nichilistico europeo. Ma temo che la questione non sia accademica o di scuola: continuano, costoro, ad alimentare la peggiore e la più sterile demagogia, anche (soprattutto) in Italia.

Secondo corollario: il pensiero critico anti-Ue si dice in molti modi, come l'essere, secondo la metafisica di Aristotele. Il "ceppo" del mio pensiero critico pesca la sua linfa nell'ultimo Bettino Craxi che, da sconfitto, ha capito tutto del destino dell'Italia in Europa: "L'Europa sarà un inferno". Quindi, non ho bisogno né di 5 Stelle né della Lega a guida salviniana per condurre un rigoroso esercizio critico, interamente politico, nei confronti dell'Ue.

D'altra parte, che 5 Stelle sia il vuoto pneumatico più evidente lo dimostra la reazione di Di Maio nei confronti della dichiarazione di Oettinger. Egli si è rivolto a Juncker per ottenere una smentita: se la cosa non fosse ben oltre il comico, sarebbe perfino drammatica. Dopo aver chiesto l'impeachment per il Presidente della Repubblica, con sommo sprezzo del ridicolo, ora ha fatto l'ultimo passo verso l'abisso. Non male, prendo nota, performances così non sono da tutti.

Dimostrazione ordine geometrico demonstrata dell'assenza più che ventennale di autentica politica in questo Paese: 5 Stelle e Lega sono i due "campioni" di questo nichilismo demagogico che altro non fa che portare acqua al mulino della tecnocrazia tedesca al comando a Bruxelles. Masaniello non è mai stato uno statista. Al più, poteva accedere a corte, per questuare favori e pane, dopodiché, uscito dalla camera dei bottoni, chi di dovere apriva le finestre per arieggiare l'ambiente, infestato da aromi non proprio gradevoli. Oggi, invece, il "plebeismo" alla Masaniello è entrato nei palazzi della politica e tutto è mutato: il peggio del peggio.

L'assenza di politica genera sempre mostri, al pari dell'assenza della ragione. Quindi, se la tecnocrazia di Bruxelles è insipiente, ottusa e inaccettabile, la demagogia vuota, becera e violenta che le si oppone a ogni piè sospinto è il frutto amaro della cattiva dialettica Ue vs cosiddetto "populismo" e ritorno. Del resto, il "populismo" è talmente storicamente determinato o, secondo altra lettura, seriamente da considerare, che non può essere attribuito né al clan degli amici di Rousseau, padre della "democrazia totalitaria" (Jacob Talmon), né ai nuovi "vichinghi" urlanti nelle piazze, salvo mantenersi ben stretti nomine e poltrone anche a Bruxelles.

Terzo corollario: per entrambi - tecnocrati Ue e demagoghi in servizio effettivo permanente -, vale la boutade del Gaber d'annata: "La politica è schifosa e fa male alla pelle". Per i primi, essa deve essere annientata dai mercati, per i secondi, ci devono pensare le piazze che, in passato, hanno anche eletto quel certo cancelliere austriaco che ha causato qualche serio problema al mondo intero. La politica non è solo risultato elettorale, esito delle urne sbandierato come una performance sportiva. Se non riesci ad aiutare i tuoi elettori a diventare soggetti politici e non sei in grado di raccontare loro verità anche scomode, sei solo un demagogo, non un politico.

E la prima verità scomoda da raccontare è la seguente: l'Italia è un Paese debole. Lo è da quando un'alleanza di estremisti da salotto - giudici e baroni della finanza mondiale - hanno deciso, nel biennio 1991-93, che il Bel Paese al quarto posto fra le economie mondiali proprio non andava: in meno di un mese hanno arrestato la migliore classe dirigente europea, figlia di quella che aveva risollevato le sorti della Nazione, dopo aver perso una guerra e avendo subito una dittatura per più di vent'anni. Il resto è stato reattività politica che ha creato quella cattiva dialettica sopra descritta. 


Cattiva dialettica di varia foggia e guisa, dal berlusconismo nazionalpopolare contro i comunisti al nuovo circo di demagoghi all'assalto del palazzo d'inverno di Bruxelles. In mezzo, defunta la politica. Oettinger, con quel piglio da padrone delle ferriere che disturba, bestemmia in chiesa, in quella chiesa senza altari e pieni di falsi devoti, i nuovi tifosi della "sovranità popolare", che rimasticano gli improperi a chi comanda, modello "perfida Albione" di mussoliniana memoria. Non a caso, questa solenne idiozia ideologica è stata ribattezzata con l'ennesimo "ismo": il "sovranismo". E dentro ci sono socialisti comunitaristi, ex di tutti gli ordini e gradi, neonazisti riciclati, analfabeti politici e non solo, frequentatori di centri sociali, gente che non ha lavorato neanche un giorno in vita sua. Il peggio di questo fantastico Paese, che sta rendendo un gigantesco servigio ai padroni di Bruxelles, i quali ringraziano sentitamente. Nell'età aurea della politica, l'etichetta era a disposizione: utili idioti.


P.S.: Le ultime notizie sulle elezioni addirittura il 29 luglio p.v., mai successo nella storia repubblicana; l'inevitabile rincaro dell'Iva al 24% (gli italiani sentitamente ringraziano); unitamente al rilancio, da parte di Salvini, di un nuovo "governo" 5 Stelle-Lega con il recupero di Savona (che, ripeto, non è la pietra dello scandalo, come ho già scritto, ma chi legge ha già capito che non è questo il punto), corroborano, se mai ve ne fosse bisogno, l'analisi di cui sopra. Anche stavolta: et de hoc satis.

domenica 29 aprile 2018

Un altro asset italiano in mani straniere: senza grandi gruppi in Italia e senza dividendi per il Paese?


La vendita al fondo americano GIP

Una storia aziendale di successo, però il nostro capitalismo non fa il salto

di Dario Di Vico, 10 feb 2018




L’operazione che porterà Ntv-Italo nel portafoglio del fondo americano Gip ha rispettato tutti i crismi del mercato. 
E non si può certo dire che la compagine degli azionisti italiani non abbia dimostrato abilità e velocità di giudizio nel cogliere l’opportunità offerta loro, eppure sapere che Italo diventerà Amerigo — come si è scherzosamente detto — lascia l’amaro in bocca. 
Conosco, rispetto e condivido quasi tutte le argomentazioni che gli analisti dell’ortodossia liberale hanno avanzato in questi giorni — penso all’Istituto Bruno Leoni — ma nessuna di esse può evitare quella sensazione. 
Nell’exploit di Italo molto ha contato la capacità del management di rivedere il primitivo modello di business, è stato importante capire come a fare la differenza non è tanto la possibilità di guardare un film in viaggio quanto prezzo e frequenza delle corse. 
Effetto metropolitana. 
Un riposizionamento che è stato realizzato in corsa e che merita applausi. 
È anche vero che questa straordinaria storia di successo è stata resa possibile — per una volta in Italia — da un assetto regolatorio e normativo sicuro e prevedibile che nel tempo ha consentito, unico mercato in Europa, che due imprese potessero confrontarsi e gareggiare nell’alta velocità. 
Poi sicuramente la ripresa quantitativa dell’economia reale e una sua componente qualitativa — che ha visto aumentare i pendolari del lavoro anche tra le professionalità medio-alte di città come Bologna e Torino — ha fatto il resto. Ma non è tutto.

C’è un’altra considerazione che è emersa nei commenti post-vendita ed è stata fatta propria anche dal ministro Graziano Delrio. 
Lo Stato italiano in 11 anni ha investito 32 miliardi di euro sull’alta velocità e, assieme al quadro regolatorio di cui sopra, ha generato una cornice favorevole di cui hanno giovato gli azionisti di Italo nella fase della compravendita. 
Riuscendo ad assicurarsi una straordinaria remunerazione del loro investimento iniziale. 
Lo Stato però non incassa nessun dividendo, investendo nella rete confidava che essa venisse saturata dall’attività del maggior numero di player possibili e si deve accontentare che la storia sia andata così. 
Non sarebbe però corretto auspicare — da parte degli azionisti di Italo — che una quota dei soldi incassati con la vendita sia reinvestita in Italia? 
Generando nuove attività o rafforzandone di esistenti (nella nostra logistica-Cenerentola, ad esempio) e creando così potenzialmente le condizioni di nuovi successi? Del resto proprio la compagine di Ntv, come le Fs, hanno mostrato nella gestione dei treni super-veloci una cultura del servizio e un’attenzione al consumatore che nella nostra tradizione (vedi Alitalia) erano stati assenti.

Comunque al di là delle dispute del giorno dopo sull’affare Ntv appare sempre più evidente quella che potremmo chiamare la maledizione della taglia large del capitalismo italiano. 
Anche le migliori storie di successo alla fine si infrangono sulla difficoltà di crescere di botto, è come se si arrivasse a un bivio e gli imprenditori italiani tra correre per raddoppiare e scegliere di vendere finissero almeno 4 volte su 5 per prendere la seconda via. 
Il risultato è che il sistema delle imprese assomiglia a un trapezio non più a una piramide, il vertice alto non c’è più. In molti casi quando era teoricamente possibile che un’azienda a capitali italiani diventasse polo aggregante è successo il contrario. 

Se volessimo fare una cronistoria potremmo risalire alla vendita dell’Italtel alla francese Telettra/Alcatel o a operazioni — come ha sottolineato l’economista Fabrizio Onida — tipo la vendita di Ansaldo Sts alla giapponese Hitachi o ancora al passaggio dell’Italcementi ai tedeschi della Heidelberg, fino ai giorni nostri con il recente merger Luxottica-Essilor che fa accapigliare gli addetti ai lavori su quale sia la bandiera che sventolerà alla fine del percorso, l’italiana o la francese. 

Si tratta in tutti i casi di operazioni confezionate con ampio rispetto delle regole di mercato — come nell’ancor più recente Opa della svizzera Richemont sulla Ynap lanciata in orbita da Federico Marchetti — e con altrettanto sicura valorizzazione degli asset ceduti ma che lasciano la stessa sensazione di oggi. 
L’amaro in bocca anche a chi non si professa patriota economico né per cultura né per convincimento politico.

È vero che in diversi casi gli investimenti stranieri in Italia hanno permesso all’azienda-preda o alla catena dei fornitori una crescita che la famiglia proprietaria non avrebbe potuto dare. 
Penso al caso Sanpellegrino-Mentasti-Nestlè oppure all’ingresso dei francesi del lusso nella Riviera del Brenta ma esistono anche casi opposti — su tutti il passaggio di Parmalat ai francesi di Lactalis — che gridano ancora vendetta e che resteranno nella storia degli autogol del made in Italy. 

Lo stesso Delrio ha sostenuto che in Italia mancano quei fondi di investimento capaci di mettere in cantiere operazioni crossborder di grande rilievo e ciò acuisce la sensazione di trovarsi in un capitalismo senza capitali. Dove persino avventure come quella di Fincantieri in Francia o di Atlantia a caccia della leadership europea delle autostrade appaiono solo delle eccezioni. 
Siamo bravi, se non bravissimi fino a una determinata soglia ma la taglia large no, non sembra fatta per noi.

lunedì 27 marzo 2017

Un illustre pensiero controcorrente sull'Europa Unita...

Da Dagospia.com

COLPI DI MAGLI (IDA) SULL’UE:
  • IL TRATTATO DI MAASTRICHT SEMBRA SCRITTO DAGLI ALIENI
  • LA TEORIA DELL’ANTROPOLOGA SCOMPARSA NEL 2016: "I GOVERNI HANNO SACRIFICATO LA LIBERTA’ DEI POPOLI SULL’ALTARE DEI VINCOLI DI BILANCIO"
  • "LA FRODE DELLA DEMOCRATICISSIMA COSTITUZIONE ITALIANA CHE VIETA IL PARERE DEI CITTADINI NEI DUE UNICI VERI CAMPI DI ESERCIZIO DEL POTERE: IL SISTEMA FISCALE E IL RAPPORTO CON L' ESTERO"
Estratti del libro di Ida Magli “La dittatura europea” pubblicati da La Verità

Ida Magli
Mi sono battuta con tutte le mie forze affinché qualcuno impedisse l' omicidio-suicidio di una delle civiltà più belle che l' umanità abbia prodotto senza riuscirvi. Ma quello che mi angosciava maggiormente era l' impossibilità di capire perché questo destino di morte sembrasse a tutti, salvo che a me, un evento ineluttabile, al quale era giusto adeguarsi sforzandosi di collaborarvi.

Maastricht era stato firmato nel 1992. Un Trattato il cui testo sembra scritto da esseri alieni i quali, in base ai loro concretissimi interessi di denaro e solo denaro, impongono a popoli altamente civili, con la sicurezza dittatoriale di chi non sa quello che dice e quello che fa, di centrare la propria vita, il proprio futuro, sulle regole del «mercato», assurto a infallibile divinità.

O meglio, sulla libertà di un mercato che, unico personaggio nel teatro di Maastricht, non soltanto non ha bisogno di regole, ma addirittura garantisce il suo più giusto funzionamento esclusivamente se gode di un' assoluta libertà. La sua libertà, perciò, al di sopra di quella degli uomini, contro quella degli uomini, è la nostra prigione. Le «virtù» degli adepti del nuovo Dio si misurano nelle cifre dei loro bilanci, in un Pentalogo, chiamato «Parametri» (o criteri di convergenza), che fissa quali debbano essere e mantenersi per sempre i rapporti fra i cinque dati nei quali è racchiusa la vita dell' umanità. Li riporto qui nella convinzione che la grandissima maggioranza degli Italiani e degli altri milioni di cittadini europei obbligati ad attenervisi, non li conosca affatto; e non li conosca perché nessuno ha voluto farglieli conoscere.

Il giogo
1) l' inflazione non deve superare di più dell' 1,5 per cento quella dei tre Stati più «virtuosi»;

2) il tasso d' interesse a lungo termine non può essere più di due punti sopra la media dei tre Stati suddetti;

3) negli ultimi due anni bisogna aver rispettato i margini di fluttuazione dei cambi all' interno del sistema monetario europeo e non aver mai svalutato la propria moneta rispetto a quella degli altri Paesi membri;

4) il deficit annuale delle amministrazioni pubbliche non può eccedere il 3 per cento del Pil;

5) il debito pubblico complessivo non può essere superiore al 60 per cento del Pil.

Il «per sempre» di Maastricht, messo a sigillo di un Trattato fra Stati, cosa mai avvenuta prima perché la saggezza delle diplomazie è stata sempre solita lasciare uno spiraglio ai cambiamenti, dobbiamo tenerlo ben fisso nella memoria perché lo ritroveremo continuamente nel nostro itinerario. L' edificazione dell' Unione Europea e in prospettiva di tutto il mondo, non conosce il divenire della storia, non prevede necessità di cambiamenti perché si fonda sulla certezza che non possa esistere nulla di più perfetto. Era caduto purtroppo nella trappola di un' assoluta sicurezza ante litteram perfino un uomo dall' intelligenza geniale come Immanuel Kant, laddove il suo Progetto filosofico per la pace perpetua («perpetua» appunto) è fondato, come vedremo, su un fattore indispensabile, o meglio un fattore che Kant afferma essere indispensabile: il governo repubblicano, la democrazia.

Ma, più che questo difetto particolare, ciò che spaventa nell' opera di Kant è l' abdicazione - da parte di uno dei maggiori filosofi dell' Occidente, il filosofo illuminista per eccellenza - al principio scientifico del «dubbio» che è preposto a ogni forma di conoscenza; l' aver dimenticato che una «ipotesi» è per definizione sempre suscettibile di una diversa e maggiore approssimazione alla verità. È scaturita da questa certezza una forma di «sacralità» della democrazia che ha portato, come sempre quando il potere viene trasferito nell' ambito del Sacro, alle spaventose «certezze» del comunismo sovietico, uno dei migliori esempi di «dittatura democratica»; ma anche a forme di sacralizzazione del potere dei banchieri nell' Ue e a processi di paralisi e di involuzione parlamentare in quasi tutti i Paesi a governo democratico, dovuti proprio alla grottesca assolutizzazione «magica» della democraticità.

Frode costituzionale
Ne troviamo innumerevoli esempi anche a casa nostra.
Uno dei più evidenti consiste nell' ossequio al testo della Costituzione, come se non fosse stato scritto da comuni mortali, per giunta accecati dalle ideologie imperanti alla fine della guerra: il marxismo e l' europeismo.

La bandiera di Marx sventola infatti nella ridicola solennità dell' affermazione che «L' Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», come se il lavoro fosse una divinità a sé stante, e non fossero gli uomini a lavorare. La frode europeista invece è nascosta in quell' articolo 11 che recita: «L' Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Come sia stato possibile far scaturire da questo articolo l' eliminazione della proprietà del territorio della Nazione (Schengen), la perdita della sovranità monetaria e della moneta, l' obbligo di una nuova cittadinanza, di una nuova bandiera, di una nuova Costituzione, nessuno potrà mai spiegarlo.
A questa evidente frode è stata aggiunta, poi, un' altra consapevole volontà fraudolenta: aver inserito l' unificazione europea nella politica estera, di cui fa parte l' articolo 11, affinché gli italiani fossero costretti a subire la perdita dell' indipendenza senza poter esprimere il proprio parere. La democraticissima Costituzione italiana, infatti, vieta il parere dei cittadini nei due unici veri campi di esercizio del potere: il sistema fiscale e il rapporto con l' estero. Ma capiremo meglio questo punto verso la fine della nostra ricerca, quando scopriremo che l' unificazione europea è stata voluta soprattutto dai «banchieri» e che l' articolo 11 è stato suggerito da un «banchiere», governatore della Banca d' Italia e membro dell' Assemblea Costituente, Luigi Einaudi, premiato poi con la prima presidenza della Repubblica italiana.

Un altro esempio ancora più grottesco si trova nel sistema di «scelta» dei parlamentari: non devono saper fare nulla dato che, una volta eletti, sanno fare tutto. Calciatori, canzonettiste, modelle, casalinghe, mogli di, amanti di, vedove di, figli di, giornalisti, conduttori televisivi il panorama delle competenze di coloro che ci governano sembra quello del mondo alla rovescia. Ma è stata questa generalizzata incompetenza dei politici che ha permesso, o almeno ha reso più facile, a banchieri, economisti, esperti finanziari, di impadronirsi delle vere funzioni di governo, imponendone le regole a tutti.

Delega in bianco

Maastricht nasce anche per questa totale delega da parte dei politici ai tecnici dell' economia, di ogni responsabilità nei confronti dei Popoli.
Come noteremo più volte lungo il nostro itinerario, l' Unione Europea rispecchia a ogni passo della sua costruzione questo «peccato originale»: mancano i popoli. E mancano perché chi gioca in Borsa, chi si occupa soltanto di denaro, e del modo di accrescerlo, neppure si ricorda che esistono gli uomini, anzi gli sarebbe d' impaccio ricordarlo. Il Trattato di Maastricht lo rivela continuamente. È per questo, perché è privo di qualsiasi riflesso d' umanità, che nessuno ha avuto il desiderio o la forza di leggerlo.

Ma purtroppo questa è stata la sua fortuna: è andato avanti senza ostacoli perché, non avendolo letto, nessuno ha avuto neanche la voglia, la competenza per contestarlo.

o, però, l' ho letto. La prima parte della mia battaglia contro l' unificazione europea è nata dall' orrore che ha suscitato in me; dalla constatazione che coloro che l' avevano pensato e sottoscritto erano dei despoti assoluti, quali ancora non erano mai apparsi nella storia, proprio perché non avevano alcun bisogno di riferirsi agli uomini per dettare il proprio disegno e le regole per realizzarlo. Non ne avevano bisogno al punto tale che le loro armi consistevano in multe in denaro per chi avesse disobbedito.

Distruzione dei valori
Tutto il resto non aveva né senso né valore: la patria, la lingua, la musica, la poesia, la religione, le emozioni, gli affetti, tutto quello che riguarda gli uomini in quanto uomini, che dà espressione e significato al loro vivere in un determinato luogo, in un determinato gruppo, al loro contemplare un determinato paesaggio, al loro amare, soffrire, godere, creare, veniva ignorato. Era mostruoso. Non potevo tacere.

Dopo aver fatto tutti i tentativi che mi erano possibili per convincere qualcuno fra i giornalisti, i politici, i colleghi d' università, gli industriali, i medici che conoscevo, a organizzare un movimento anti-Maastricht senza riuscirvi, ho deciso di scrivere un libro.

venerdì 15 luglio 2016

Acciaio: i rapporti tra Europa, Stati Uniti e Cina




di Rita Fatiguso7 giu 2016


Nel dialogo strategico ed economico Usa-Cina (l’ottavo round si è aperto ieri nella Diaoyutai Guesthouse) la parte del leone tocca all’overcapacity, specie quella dell’acciaio. Gli Stati Uniti hanno attivato nei giorni scorsi una controffensiva sull’acciaio cinese a basso costo, aprendo un’inchiesta per accertare l’entità del dumping, più che logico, quindi, il rimbalzo della questione sui tavoli economici del dialogo in corso in questi giorni a Pechino.

Ci aveva già pensato del resto domenica scorsa il segretario al Tesoro Jacob Lew a definire il problema “grave” non solo per il mondo ma anche per la Cina stessa, invitando Pechino a prendere misure più decise per favorire una crescita sana. Morale: ieri in conferenza stampa il ministro delle finanze cinese Lou Jiwei, dando conto del tavolo di lavoro bilaterale dedicato all’economia, si è mostrato particolarmente scettico sull’overcapacity.

La Cina non ama le intrusioni nelle misure di politica interna, quindi l’approccio di Lew è stato giudicato piuttosto invadente. «La metà delle aziende cinesi dell’acciaio è privata non pubblica – ha detto il ministro – quindi noi non possiamo fare molto per incidere sulle loro decisioni concrete».




Il concetto è stato ripetuto per una seconda volta quando gli è stato chiesto se si riesce a quantificare il numero degli esuberi, ad esempio, per ogni 10mila tonnellate di acciaio prodotte in meno. Lou Jiwei, come in un disco rotto, ha risposto che sui comportamenti dei privati Pechino non può fare molto. Quindi, non è possibile nemmeno sapere quanti lavoratori rimarrebbero a casa se l’output di acciaio dovesse essere tagliato in misura consistente. La cifra esatta dei licenziamenti preventivati in caso di chiusura o conversione di acciaierie è quindi sconosciuta. Circolano cifre puramente indicative, molte delle quali si rifanno al 2008, anno chiave della crisi finanziaria globale in cui milioni di cinesi persero il lavoro. Ma da allora non si è più capito cosa i vertici stanno meditando di fare, almeno per le aziende statali per le quali è stata messa in campo un'eterna riforma.

Quindi Lou Jiwei, il ministro cinese delle finanze che aveva il compito di spiegare l’esito del tavolo bilaterale con i counterparts americani ha praticamente glissato la questione. Segno che il dialogo tra Pechino e Washington è pieno di ostacoli. Lou Jiwei ha ricordato le poste in gioco del Governo per far fronte alla perdita di posti di lavoro, almeno un miliardo di renminbi, ma poi ha preferito aggirare la questione, tutt’altro che semplice da gestire.

Anche il tavolo precedente, dedicato al climate change, indirettamente è stato dominato dai costi della riconversione delle produzioni pesanti e inquinanti.

Xie Zhenhua, che non è un funzionario qualunque ma lo special representative on climate change della potente NDRC, il braccio armato del partito per le riforme, ne ha parlato come di uno sforzo enorme, in termini economici e umani. Anche quello sul climate change è un fronte importante, l’incontro con i counterparts americani è stato laborioso, perché bisogna implementare le decisioni prese, Cina e Usa sono tra i primi inquinatori al mondo. E ognuno a casa propria deve iniziare a impugnare l’accetta. C’è soprattutto da recepire l’accordo di Parigi sul clima, tutti promettono di farlo entro l’anno, ma i costi che si profilano sono tali da scoraggiare anche le economie più solide. In Cina, soprattutto, rendere le produzioni più “pulite” implicherà, ha fatto capire Xie Zhenhua, politiche lacrime e sangue.

sabato 2 maggio 2015

Una critica tedesca alla politica europea della Merkel

Da La Stampa

Fischer contro la Merkel: “Così distrugge l’Europa”

“È ora che cadano i tabù tedeschi: l’austerità è devastante”

di Tonia Mastrobuoni
14 ott 2014

Il Verde Joschka Fischer è stato ministro degli Esteri del governo Schröder dal 1998 al 2005

È «deprimente» constatare che se la maggioranza della Bce non avesse seguito le decisioni di Mario Draghi ma le obiezioni dei tedeschi, a quest’ora «l’euro non esisterebbe più».   

Ed è altrettanto avvilente, per un politico di razza come Joschka Fischer, ammettere che il suo Paese sia attualmente il più grande pericolo per l’Europa. «Se non cadono i tabù tedeschi», ossia la messa in comune dei debiti e una maggiore integrazione finanziaria, e se non si esce dallo stallo provocato dalla politica dei «piccoli passi», tanto cara ad Angela Merkel e bollata come pragmatismo «pigro» e «difensivo», l’epilogo tragico è certo. «Bisogna prepararsi seriamente alla fine del progetto europeo» scrive l’ex ministro degli Esteri tedesco nel suo nuovo libro dal titolo eloquente, «Scheitert Europa?» («L’Europa fallisce?» Kiepenheuer & Witsch) che è anzitutto un durissimo atto di accusa contro la Germania della Cancelliera.   

L’ex enfant prodige dei Verdi tedeschi, figura chiave dei governi Schroeder, traccia un bilancio amaro della crisi, che ha messo in luce una verità fondamentale sulla moneta unica: era stata progettata «per il bel tempo». L’uragano della bolla immobiliare americana e lo scoppiare della Grande crisi l’hanno colta impreparata. Ma se lo tsunami da subprime ha preso piede nel Vecchio continente, è anche per l’incapacità di molti politici di capirne la portata. Un anno dopo il crash, il ministro delle Finanze Peer Steinbrueck continuava a parlare di «crisi americana». Senza accorgersi che «i lembi del suo frac stavano già prendendo fuoco», scrive Fischer, che alle sue spalle si era accesa la miccia greca. E nell’autunno caldo del 2008, Angela Merkel si rese responsabile di una decisione che contribuì secondo l’ex ministro degli Esteri ad accelerare il disastro finanziario: rifiutò una soluzione comune europea sin dall’inizio, inaugurò il triste filone dell’«ognun per sé».  

Fischer ritiene inoltre devastante l’austerità «alla tedesca», perché ha imposto ai Paesi del Sud Europa una deflazione interna dei salari e dei prezzi che avrebbe ora bisogno di essere mitigata da una «soluzione comune per tutti i debiti pregressi». Bloccando quest’opzione, Berlino sta condannando il Sud Europa alla «trappola» della spirale dei debiti, cioè a non uscire mai dalla crisi. E il politico accusa il suo Paese di avere la memoria troppo corta, in questo accanimento pedagogico contro i partner meridionali. «Sorprendente», scrive, che la Germania abbia dimenticato la storica Conferenza di Londra in cui l’Europa nel 1952 le abbonò tutti i debiti. Senza quel regalo, «non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati», la Germania «non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico». 

All’inizio della crisi, osserva Fischer, l’Europa si è trovata nella situazione di un viandante che attraversando il fiume viene travolto da una piena. Ha tre opzioni: tornare indietro, restare fermo o andare avanti. Guidata dalla Germania, leader riluttante, Paese egemone «suo malgrado», l’Europa ha scelto la seconda opzione, di restare dov’era. Merkel ha delegato al «governo sostitutivo dell’eurozona», come Fischer chiama la Bce, l’onere del salvataggio. Ma si tratta di una soluzione, alla lunga, destinata a fallire.  

Né Schmidt, né Kohl, è l’affondo finale di Fischer, avrebbero reagito in modo così «indeciso» e «con lo sguardo rivolto all’indietro» alla crisi come la Cancelliera: avrebbero anzi approfittato dell’impasse per fare un altro passo importante verso l’integrazione europea. 

mercoledì 6 agosto 2014

L'analisi di Alberoni sul vuoto di ideali, speranze e creatività in Europa...

Da IlGiornale

I miti sono morti e anche noi non stiamo bene

La fine delle ideologie in Italia si è trasformata in un vuoto ideale e di speranza

di Francesco Alberoni, 28 lug 2014

È come se l'Europa fosse coperta da una caligine e i suoi abitanti presi da sonnolenza. 
Le élite sono rigide, apatiche. Per tre secoli l'Europa è stata il centro propulsivo del mondo. La società era pervasa da un'energia collettiva che spingeva i singoli individui a tentare nuove avventure in tutti i campi, nella scienza, nella politica, negli affari, nell'arte.

Non c'erano allora università con mezzi sterminati, era l'individuo con la sua scoperta che cambiava il mondo, come Jenner che inventa il vaccino, Stephenson la locomotiva, Siemens il telegrafo, Pacinotti la dinamo, Marconi la radio, Mendel la genetica. In questo clima di ottimismo vulcanico emergono personalità straordinarie, eccessive. In politica Marx, Lenin, Bismarck, o grandi avventurieri come Cecil Rhodes. E lo stesso avveniva nella musica, nella pittura, nell'architettura


Poi tutto si spegne. Ma non si spegne a causa delle spaventose guerre mondiali. L'attività creativa è continuata fra le due guerre ed anche dopo. 
No, il collasso culturale dell'Europa, è avvenuto negli anni settanta e ottanta.

Cosa è successo di fatale in quel periodo? 
Gli intellettuali hanno rifiutato le nostre tradizioni e creduto in quattro miti. 

Prima quello di MaoTze-tung e Che Guevara, un rigurgito di marxismo che ha preceduto la sua morte avvenuta nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. 

Il secondo ci è arrivato dagli Usa, come rivoluzione sessuale e libertaria finito in droga e anarchia emotiva. 
Il terzo prometteva la democrazia in tutto il mondo ed è morto in Iran, in Irak, in Afghanistan, nelle primavere arabe. 
L'ultimo è il sogno dell' Europa come nazione nascente, diventata invece un condomino amministrato da puntigliosi burocrati.

Ne è rimasto un vuoto ideale e di speranza che in Italia sta trasformandosi in lotta di tutti contro tutti, in cecità di fronte ai terribili pericoli che incombono. 

Un grave momento storico in cui possiamo solo sperare che si affermi un'élite di audaci riformatori che non si fa fermare da nessuno e scuota il paese dal suo sonno mortifero, rimettendo in moto la capacità di vivere e di rinnovarsi.

martedì 5 agosto 2014

Il pensiero "divergente" di Alberoni sull'Europa...

Scandinavi e mediterranei,
l'Europa come l'Irak

Popoli diversi tenuti insieme artificialmente. Inevitabile una lotta culturale

di Francesco Alberoni, 7 lug 2014

L'Irak è stato costruito artificialmente da inglesi e francesi in una zona in cui vivevano al nord i curdi, una popolazione indoeuropea con una propria lingua, al centro gli arabi sunniti e al sud gli arabi sciiti. 
Queste tre popolazioni sono state unificate a forza da Saddam Hussein e, quando gli americani lo hanno sconfitto e ucciso, si sono di nuovo divise ed ora sono in lotta.

Ho portato l'esempio di questo mostro geopolitico perché anche l'Europa è stata unificata mettendo insieme Paesi etnicamente e linguisticamente diversi e per di più profondamente divisi dalla riforma protestante. 
L'Europa è una babele di lingue. Non si fa una comunità culturale ed emotiva senza una lingua comune perché non si possono esprimere le proprie emozioni, i propri sentimenti, le proprie recondite intenzioni e, usando una lingua vicaria come l'inglese, tutto resta piallato, astratto, straniero.

Aggiungiamoci la differenza fra Paesi di cultura protestante e cattolica, che è enorme. I protestanti sono passati istantaneamente dal rigorismo sessuale più assoluto alla più sfrenata licenza, ma conservano la mentalità cupa e rigorista in altri campi, sul denaro per esempio. L'austerità tedesco-scandinava è protestante e, nel profondo, è intenzionalmente punitiva verso i Paesi mediterranei, che ai loro occhi sono Paesi-vacanza, dove la gente anziché lavorare fa la movida.

Sono stati folli gli europei a darsi regole immodificabili perché basate sul principio delle decisioni all'unanimità. 
Per paura di dividersi hanno impedito ogni cambiamento, ogni separazione, ogni divorzio, ogni uscita. 
Il risultato è che sta nascendo un orientamento euroscettico distruttivo che aumenta il cinismo e il pessimismo. 

Ha fatto bene Renzi a parlare di ideali e di principi anziché di interventi economici dettagliati, perché è sul piano dei valori, dei principi ispiratori che può nascere la riforma della gabbia europea. 
È forse giunto il momento di pensare a due zone distinte, come già avviene adesso con la Gran Bretagna, magari con presenze mediterranee. 

In ogni caso bisogna volare alto per uscirne, perché altrimenti ci si sfracella contro le pareti della gabbia.

mercoledì 11 giugno 2014

L'elusione fiscale di società multinazionali, complice la mancata armonizzazione fiscale dell'Europa

Inchiesta Ue sulla Apple nel mirino gli sconti fiscali

A Dublino l’imposta per le imprese è del 12,5%; l’indagine della Commissione parte dall’Irlanda e potrebbe allargarsi ad altri paesi

di Marco Zatterin, 11 giu 2014

La notizia arriva da Dublino, non è commentata ufficialmente, ma raccoglie conferme a denti stretti negli ambienti diplomatici. 
La Commissione Ue sta per annunciare l’apertura d’una inchiesta formale sulla Apple e il sistema complesso di società finanziarie a cui il gruppo americano affida i ricavi e - sfruttando i buchi di armonizzazione del sistema impositivo europeo - riduce all’osso le tasse pagate, sottraendo miliardi di imponibile a molti erari, compreso quello italiano. 
Le voci dicono che Joaquin Almunia, lo sceriffo dell’Antitrust, attaccherà oggi partendo dall’Irlanda. Un’altra fonte, però, assicura che se l’azione sarà annunciata, non riguarderà solo l’isola. 

E’ da settembre che Bruxelles tiene d’occhio il gruppo di Cupertino, studiandone i comportamenti in una serie di paesi. Ad attirare l’attenzione di Almunia e dei suoi sono state le accuse rivolte dal Senato statunitense proprio all’Irlanda, imputata di consentire un ricco movimento di elusione fiscale. Il governo del popolare Enda Kenny ha respinto ogni ipotesi di malefatta, difendendo un sistema che ritiene «aperto e trasparente». 
Ogni intervento sulla natura del trattamento societario, ha affermato il premier, non può che essere discusso a livello internazionale. Sospetto. 

In realtà l’accoglienza tributaria irlandese è celebre quanto quella dei loro pub. L’imposta di riferimento offerta alle imprese è del 12,5 per cento, nonostante le contestazioni europee che denunciano una concorrenza sleale. La logica è che questo serve per attirare le multinazionali - soprattutto quello dei servizi che nell’Eire hanno trovato l’America - e creare posti di lavoro. Così a certe imprese globali vengono anche praticati ulteriori sconti. 
A Dublino, il produttore dell’iPhone dove ha strappato un’aliquota inferiore al 2%. 

La camera alta statunitense aveva dichiarato che Apple faceva passare gli incassi attraverso una controllata di Cork, per poi dichiarare che la società da tassare non era fiscalmente residente in alcun paese. 
L’inchiesta affermò che gli accordi facevano parte di «una complessa ragnatela di entità off shore» dislocata anche in Olanda e Lussemburgo. Da anni l’Europa delle istituzioni chiede di impedire i giochini transfrontalieri per ragioni di equità. Le decisioni fiscali, però, vanno prese a maggioranza e gli interessanti non mollano. Colpire le società, sempre che sia possibile, potrebbe essere una scorciatoia.