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giovedì 5 luglio 2018

Il punto sulla direttiva europea sul copyright


A pochi giorni dalla sua approvazione da parte della Commissione giuridica del Parlamento europeo facciamo il punto sulla direttiva europea sul copyright

CC 4.0 International License / Saveyourinternet.eu 

di Niccolò Caranti, 25 giu 2018 

Alcuni giorni fa 70 “padri della rete” (fra cui il creatore del World Wide Web Tim Berners-Lee, il co-fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, etc.) hanno inviato una lettera al presidente del Parlamento europeo, l’italiano Antonio Tajani, per dire che la proposta di direttiva europea sul copyright minaccia internet per come la conosciamo.

La questione è tecnicamente complessa e probabilmente per questo ha ricevuto scarsa attenzione dai media generalisti. Proviamo quindi a capirla cominciando dall’inizio.

Storia

La storia inizia nel 2016 quando la Commissione europea ha proposto un pacchetto che includeva una proposta di direttiva sul copyright nell’ambito della Strategia europea per il Mercato unico digitale. Come prevede la procedura legislativa dell’Unione europea la proposta - avanzata dalla Commissione - è stata assegnata ad una commissione del Parlamento, in questo caso la Commissione giuridica. Il relatore è dal 2017 l’eurodeputato tedesco Axel Voss. Il 20 giugno 2018 la Commissione giuridica del Parlamento europeo ha votato la proposta di direttiva.

A questo punto il testo dovrà essere negoziato con il Consiglio dell’UE, che detiene il potere legislativo insieme al Parlamento. Sarà la plenaria del PE a decidere, fra il 3 e il 5 luglio, se questo negoziato dovrà essere condotto dalla Commissione giuridica o dal Parlamento stesso. Secondo EDRi , organizzazione europea per i diritti digitali, la negoziazione con il Consiglio potrebbe finire a ottobre, e a dicembre-gennaio ci potrebbe essere il voto finale dell’assemblea.

Critiche

Uno dei punti più controversi è l’art. 13 che - oltre a generare incertezza perché formulato in maniera poco chiara - prevede che le piattaforme online che ospitano grandi quantità di contenuti caricati dagli utenti debbano monitorare il comportamento degli utenti e filtrare i loro contribuiti per identificare e prevenire violazioni di copyright. L’articolo è stato soprannominato “macchina della censura” da alcuni contrari, come EDRi , Index on Censorship e la parlamentare europea del Partito Pirata Julia Reda .

Finora la Direttiva sul commercio elettronico prevede che le piattaforme che permettono agli utenti di caricare contenuti non siano responsabili di tali contenuti. Questo non significa che contenuti illegali possano rimanere online, ma che la piattaforma ha l’obbligo di rimuoverli a posteriori, e non di bloccarne e priori la pubblicazione.

La nuova normativa imporrebbe l’utilizzo di tecnologie di riconoscimento dei contenuti, che però sono costose e non infallibili. Il rischio quindi è che a parte poche grandi aziende, le altre piattaforme minori, i blog, i piccoli editori, etc. non siano in grado di far fronte a questa novità e potrebbero essere costrette a chiudere. In più si teme che questi algoritmi, ancora imperfetti, potrebbero bloccare anche contenuti legittimi.

La principale spinta che ha condotto all’attuale proposta sembra arrivare dall’industria musicale, che la vorrebbe vedere applicata a piattaforme come YouTube. Tuttavia, la nuova direttiva andrebbe a toccare anche altre siti, come Wikipedia, che è scritta dagli utenti. Secondo i critici, la libertà di internet diventerebbe una “libertà vigilata”. Inoltre, secondo il Max Planck Institute for Innovation and Competition ci sono anche dei dubbi sulla compatibilità con la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, in particolare con la protezione dei dati personali, la libertà di espressione e informazione, e la libertà d’impresa.

Altro punto controverso è l’art. 11, che prevederebbe che chi pubblica snippet (“frammenti”) di contenuto giornalistico online debba prima ottenere una licenza dall’editore. La norma, soprannominata “tassa sui link” si applicherebbe ad esempio a Google, Facebook, etc., che nell’anteprima di una pagina vi mostrano anche alcune righe di testo. Attualmente tutte le principali normative nazionali sul copyright prevedono che la citazione di brevi passaggi di un testo protetto sia libera.

C’è un precedente in Spagna: una legge del 2014 aveva introdotto una norma simile, che si sarebbe applicata in sostanza a Google News. Ma Google ha preferito chiudere il servizio (provate ad andare su news.google.es ). Da segnalare che all’ultimo momento gli editori dei giornali avevano provato - senza riuscirci - a impedire che il sito venisse chiuso , forse rendendosi conto che ci avrebbero rimesso anche loro. Una norma quindi che rischia di danneggiare tutti: siti/aggregatori che diventerebbero meno utili, lettori che perderebbero un servizio, giornali che invece di guadagnarci in royalties rischiano di perdere visitatori.

Difesa dei diritti digitali

Ma oltre a quello che c’è, il problema della direttiva è anche quello che manca.

La normativa sul copyright è inadeguata e ci sarebbe bisogno di modifiche. Fra le richieste, avanzate ad esempio da Wikimedia Italia , quella di una regolamentazione a livello europeo della “libertà di panorama ”: oggi in paesi come Francia e Italia non è possibile pubblicare liberamente fotografie di monumenti recenti e quindi protetti da diritto d’autore. Se andate a Parigi ad esempio fate attenzione se fate fotografie alla Torre Eiffel di notte: l’illuminazione è soggetta a diritto d’autore !

In più, anche se il nome completo della direttiva parla di “mercato unico digitale”, non viene fatto nulla per combattere l’attuale frammentazione delle leggi sul copyright dei 28 paesi membri dell'UE in modo da favorire effettivamente il mercato unico.

Contro la direttiva, attivisti e organizzazioni in difesa dei diritti digitali e per un sistema internet aperto, sono attivi da mesi. Save Your Internet, si concentra sull’eliminazione dell’art. 13 ed è sostenuta fra gli altri da organizzazioni come la Electronic Frontier Foundation, Creative Commons, Civil Liberties Union for Europe. La campagna Save the Link ha messo in piedi un sistema per contattare telefonicamente in modo gratuito i propri europarlamentari e spingerli a prendere posizione contro i punti critici della nuova direttiva. La Mozilla Foundation ha reso disponibile il servizio anche in italiano. Oltre alla società civile, forti critiche sono arrivate anche dai parlamentari stessi: a inizio giugno un centinaio di parlamentari europei in tutto lo spettro politico (ma quasi nessuno membro del Partito popolare europeo) in una lettera ha dichiarato la propria opposizione alla direttiva, in particolare all'articolo 11.

Per approfondire
Il Resource Centre per la libertà di stampa in Europa presenta alcune risorse per approfondire il tema del copyright e le implicazioni per gli utenti del web. Ad esempio, il report del Centre for Democracy and Law, analizza il tema nell’ottica della libertà di espressione, mentre un comunicato della European Federation of Journalists pone l’accento sulla tutela dei diritti d’autore dei giornalisti, soprattutto in relazione agli editori.
Il QuoteFinder , strumento creato nell'ambito del progetto EDJNet , permette di monitorare le parole chiave del dibattito parlamentare europeo su Twitter. Lo strumento permette di verificare quali europarlamentari discutono della direttiva copyright e come.

Questa pubblicazione/traduzione è stata prodotta nell'ambito del progetto Il parlamento dei diritti, cofinanziato dall'Unione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea.


lunedì 27 marzo 2017

Un illustre pensiero controcorrente sull'Europa Unita...

Da Dagospia.com

COLPI DI MAGLI (IDA) SULL’UE:
  • IL TRATTATO DI MAASTRICHT SEMBRA SCRITTO DAGLI ALIENI
  • LA TEORIA DELL’ANTROPOLOGA SCOMPARSA NEL 2016: "I GOVERNI HANNO SACRIFICATO LA LIBERTA’ DEI POPOLI SULL’ALTARE DEI VINCOLI DI BILANCIO"
  • "LA FRODE DELLA DEMOCRATICISSIMA COSTITUZIONE ITALIANA CHE VIETA IL PARERE DEI CITTADINI NEI DUE UNICI VERI CAMPI DI ESERCIZIO DEL POTERE: IL SISTEMA FISCALE E IL RAPPORTO CON L' ESTERO"
Estratti del libro di Ida Magli “La dittatura europea” pubblicati da La Verità

Ida Magli
Mi sono battuta con tutte le mie forze affinché qualcuno impedisse l' omicidio-suicidio di una delle civiltà più belle che l' umanità abbia prodotto senza riuscirvi. Ma quello che mi angosciava maggiormente era l' impossibilità di capire perché questo destino di morte sembrasse a tutti, salvo che a me, un evento ineluttabile, al quale era giusto adeguarsi sforzandosi di collaborarvi.

Maastricht era stato firmato nel 1992. Un Trattato il cui testo sembra scritto da esseri alieni i quali, in base ai loro concretissimi interessi di denaro e solo denaro, impongono a popoli altamente civili, con la sicurezza dittatoriale di chi non sa quello che dice e quello che fa, di centrare la propria vita, il proprio futuro, sulle regole del «mercato», assurto a infallibile divinità.

O meglio, sulla libertà di un mercato che, unico personaggio nel teatro di Maastricht, non soltanto non ha bisogno di regole, ma addirittura garantisce il suo più giusto funzionamento esclusivamente se gode di un' assoluta libertà. La sua libertà, perciò, al di sopra di quella degli uomini, contro quella degli uomini, è la nostra prigione. Le «virtù» degli adepti del nuovo Dio si misurano nelle cifre dei loro bilanci, in un Pentalogo, chiamato «Parametri» (o criteri di convergenza), che fissa quali debbano essere e mantenersi per sempre i rapporti fra i cinque dati nei quali è racchiusa la vita dell' umanità. Li riporto qui nella convinzione che la grandissima maggioranza degli Italiani e degli altri milioni di cittadini europei obbligati ad attenervisi, non li conosca affatto; e non li conosca perché nessuno ha voluto farglieli conoscere.

Il giogo
1) l' inflazione non deve superare di più dell' 1,5 per cento quella dei tre Stati più «virtuosi»;

2) il tasso d' interesse a lungo termine non può essere più di due punti sopra la media dei tre Stati suddetti;

3) negli ultimi due anni bisogna aver rispettato i margini di fluttuazione dei cambi all' interno del sistema monetario europeo e non aver mai svalutato la propria moneta rispetto a quella degli altri Paesi membri;

4) il deficit annuale delle amministrazioni pubbliche non può eccedere il 3 per cento del Pil;

5) il debito pubblico complessivo non può essere superiore al 60 per cento del Pil.

Il «per sempre» di Maastricht, messo a sigillo di un Trattato fra Stati, cosa mai avvenuta prima perché la saggezza delle diplomazie è stata sempre solita lasciare uno spiraglio ai cambiamenti, dobbiamo tenerlo ben fisso nella memoria perché lo ritroveremo continuamente nel nostro itinerario. L' edificazione dell' Unione Europea e in prospettiva di tutto il mondo, non conosce il divenire della storia, non prevede necessità di cambiamenti perché si fonda sulla certezza che non possa esistere nulla di più perfetto. Era caduto purtroppo nella trappola di un' assoluta sicurezza ante litteram perfino un uomo dall' intelligenza geniale come Immanuel Kant, laddove il suo Progetto filosofico per la pace perpetua («perpetua» appunto) è fondato, come vedremo, su un fattore indispensabile, o meglio un fattore che Kant afferma essere indispensabile: il governo repubblicano, la democrazia.

Ma, più che questo difetto particolare, ciò che spaventa nell' opera di Kant è l' abdicazione - da parte di uno dei maggiori filosofi dell' Occidente, il filosofo illuminista per eccellenza - al principio scientifico del «dubbio» che è preposto a ogni forma di conoscenza; l' aver dimenticato che una «ipotesi» è per definizione sempre suscettibile di una diversa e maggiore approssimazione alla verità. È scaturita da questa certezza una forma di «sacralità» della democrazia che ha portato, come sempre quando il potere viene trasferito nell' ambito del Sacro, alle spaventose «certezze» del comunismo sovietico, uno dei migliori esempi di «dittatura democratica»; ma anche a forme di sacralizzazione del potere dei banchieri nell' Ue e a processi di paralisi e di involuzione parlamentare in quasi tutti i Paesi a governo democratico, dovuti proprio alla grottesca assolutizzazione «magica» della democraticità.

Frode costituzionale
Ne troviamo innumerevoli esempi anche a casa nostra.
Uno dei più evidenti consiste nell' ossequio al testo della Costituzione, come se non fosse stato scritto da comuni mortali, per giunta accecati dalle ideologie imperanti alla fine della guerra: il marxismo e l' europeismo.

La bandiera di Marx sventola infatti nella ridicola solennità dell' affermazione che «L' Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», come se il lavoro fosse una divinità a sé stante, e non fossero gli uomini a lavorare. La frode europeista invece è nascosta in quell' articolo 11 che recita: «L' Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Come sia stato possibile far scaturire da questo articolo l' eliminazione della proprietà del territorio della Nazione (Schengen), la perdita della sovranità monetaria e della moneta, l' obbligo di una nuova cittadinanza, di una nuova bandiera, di una nuova Costituzione, nessuno potrà mai spiegarlo.
A questa evidente frode è stata aggiunta, poi, un' altra consapevole volontà fraudolenta: aver inserito l' unificazione europea nella politica estera, di cui fa parte l' articolo 11, affinché gli italiani fossero costretti a subire la perdita dell' indipendenza senza poter esprimere il proprio parere. La democraticissima Costituzione italiana, infatti, vieta il parere dei cittadini nei due unici veri campi di esercizio del potere: il sistema fiscale e il rapporto con l' estero. Ma capiremo meglio questo punto verso la fine della nostra ricerca, quando scopriremo che l' unificazione europea è stata voluta soprattutto dai «banchieri» e che l' articolo 11 è stato suggerito da un «banchiere», governatore della Banca d' Italia e membro dell' Assemblea Costituente, Luigi Einaudi, premiato poi con la prima presidenza della Repubblica italiana.

Un altro esempio ancora più grottesco si trova nel sistema di «scelta» dei parlamentari: non devono saper fare nulla dato che, una volta eletti, sanno fare tutto. Calciatori, canzonettiste, modelle, casalinghe, mogli di, amanti di, vedove di, figli di, giornalisti, conduttori televisivi il panorama delle competenze di coloro che ci governano sembra quello del mondo alla rovescia. Ma è stata questa generalizzata incompetenza dei politici che ha permesso, o almeno ha reso più facile, a banchieri, economisti, esperti finanziari, di impadronirsi delle vere funzioni di governo, imponendone le regole a tutti.

Delega in bianco

Maastricht nasce anche per questa totale delega da parte dei politici ai tecnici dell' economia, di ogni responsabilità nei confronti dei Popoli.
Come noteremo più volte lungo il nostro itinerario, l' Unione Europea rispecchia a ogni passo della sua costruzione questo «peccato originale»: mancano i popoli. E mancano perché chi gioca in Borsa, chi si occupa soltanto di denaro, e del modo di accrescerlo, neppure si ricorda che esistono gli uomini, anzi gli sarebbe d' impaccio ricordarlo. Il Trattato di Maastricht lo rivela continuamente. È per questo, perché è privo di qualsiasi riflesso d' umanità, che nessuno ha avuto il desiderio o la forza di leggerlo.

Ma purtroppo questa è stata la sua fortuna: è andato avanti senza ostacoli perché, non avendolo letto, nessuno ha avuto neanche la voglia, la competenza per contestarlo.

o, però, l' ho letto. La prima parte della mia battaglia contro l' unificazione europea è nata dall' orrore che ha suscitato in me; dalla constatazione che coloro che l' avevano pensato e sottoscritto erano dei despoti assoluti, quali ancora non erano mai apparsi nella storia, proprio perché non avevano alcun bisogno di riferirsi agli uomini per dettare il proprio disegno e le regole per realizzarlo. Non ne avevano bisogno al punto tale che le loro armi consistevano in multe in denaro per chi avesse disobbedito.

Distruzione dei valori
Tutto il resto non aveva né senso né valore: la patria, la lingua, la musica, la poesia, la religione, le emozioni, gli affetti, tutto quello che riguarda gli uomini in quanto uomini, che dà espressione e significato al loro vivere in un determinato luogo, in un determinato gruppo, al loro contemplare un determinato paesaggio, al loro amare, soffrire, godere, creare, veniva ignorato. Era mostruoso. Non potevo tacere.

Dopo aver fatto tutti i tentativi che mi erano possibili per convincere qualcuno fra i giornalisti, i politici, i colleghi d' università, gli industriali, i medici che conoscevo, a organizzare un movimento anti-Maastricht senza riuscirvi, ho deciso di scrivere un libro.

sabato 23 gennaio 2016

Il trattato di Schengen: quale futuro?

Da IlPost.it

Si può abolire il trattato di Schengen?

Tecnicamente sì, ma è molto complicato e improbabile perché richiede l'approvazione di tutti gli stati membri: e in ogni caso per l'Italia non sarebbe conveniente
 (AP Photo/Boris Grdanoski)

Negli ultimi giorni si è parlato molto della possibilità di abolire il trattato di Schengen, ovvero il trattato che ha eliminato le frontiere interne in Europa e che è stato introdotto nel 1995. Il dibattito è legato soprattutto alla difficoltà di molti stati europei di accogliere i migliaia di richiedenti asilo che provengono soprattutto dalla Siria e dalle preoccupazioni di sicurezza legate al terrorismo. Questa settimana il Financial Times ha pubblicato un editoriale intitolato “L’ultima occasione per salvare Schengen”. Negli stessi giorni la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha detto che il futuro del trattato è incerto.

Del tema si è parlato molto anche in Italia e i giornali hanno titolato spesso sulla “sospensione” di Schengen praticata da diversi paesi europei, come Austria, Danimarca, Svezia e Slovenia. In realtà si è fatta spesso molta confusione su cosa significhi davvero sospendere Schengen. E si è parlato anche di abolizione: l’abolizione del trattato è però un processo particolarmente complesso che in pratica è quasi impossibile da realizzare. Secondo molti esperti, difficilmente il trattato verrà abolito, ma è probabile che subisca delle modifiche nei prossimi mesi o forse nei prossimi anni. Infine, nonostante sia stata citata come possibilità da diversi leader politici italiani, l’abolizione del trattato danneggerebbe l’Italia senza fornire sostanzialmente alcun vantaggio.

Sospendere Schengen?
La legge europee permette agli stati membri di sospendere temporaneamente il trattato. La procedura prevede che lo stato membro ne faccia richiesta alla Commissione Europea, che valuta le motivazioni e decide se siano sufficienti per giustificare una sospensione del trattato e quindi il ripristino di regolari controlli alla frontiera. Questa sospensione non può durare per più di sei mesi e deve essere motivata da una situazione di emergenza per la sicurezza nazionale: un aumento dei flussi migratori non può essere utilizzato come motivazione per sospendere il trattato. Una sospensione collettiva di Schengen può essere approvata dal Consiglio dell’Unione Europea, che riunisce tutti i capi di stato e di governo dell’Unione, per un periodo massimo di due anni.

Schengen, però, prevede per la polizia di qualunque paese europeo di effettuare controlli alla frontiera, senza bisogno di richiedere alcuna autorizzazione, purché questi controlli siano a campione, cioè non sistematici. Questo “escamotage” è stato utilizzato da quasi tutti i paesi europei che negli ultimi mesi hanno ripristinato più o meno temporaneamente i controlli alle loro frontiere per regolare e limitare i flussi migratori.

Raramente gli stati hanno fatto esplicita richiesta di sospensione alla Commissione, che probabilmente sarebbe stata costretta a respingerla o comunque a concederla soltanto per una decina di giorni. In realtà diversi stati si sono comportati come se avessero ottenuto l’autorizzazione – senza però nemmeno richiederla – ripristinando dei controlli che erano tutto fuorché a campione. Lo scorso giugno, durante la crisi di Ventimiglia, la Francia ripristinò controlli sistematici alla frontiera, respingendo per giorni tutti i migranti che provavano a varcare il confine.

Abolire Schengen?
Molti dei controlli ripristinati in questi mesi si trovano in una zona grigia in cui sono legali soltanto se restano “non sistematici”, una definizione che lascia aperte molte possibilità di interpretazione. I leader europei stanno discutendo da mesi della possibilità di modificare i trattati in modo da dare più libertà agli stati nel ripristinare controlli alle loro frontiere. A spingere su questo fronte sono in particolare i paesi dell’est Europa, che in alcune riunioni sono arrivati a chiedere la sospensione di Schengen nei confronti della sola Grecia, in modo da arrestare il flusso di migranti che intraprendono la cosiddetta “rotta balcanica”, quella che dalle coste della Turchia passa per i Balcani e arriva fino in Germania, o anche più a nord.

Fino ad ora, soltanto i leader di partiti nazionalisti o xenofobi hanno chiesto esplicitamente l’abolizione completa del trattato. Ottenerne l’abolizione, o modificarlo in modo da svuotarlo del suo contenuto, non è una procedura semplice, come tutte quelle che richiedono la revisione dei trattati fondanti dell’Unione Europea, ma è possibile. Per modificarlo si può ricorrere al meccanismo di “revisione semplificata”, che però richiede un voto unanime da parte del Consiglio dell’Unione Europea. Il trattato emendato deve poi essere ratificato da tutti gli stati membri, altrimenti non può entrare in vigore.

Chi ci guadagna e chi ci perde?
Abolire Schengen sarebbe costoso per quasi tutti i paesi europei. Il ritorno di controlli alle frontiere significherebbe ritardi e problemi per gli autotrasportatori e per tutti quei pendolari che per lavoro si trovano costretti ad attraversare i confini tra due paesi europei. Inoltre, ripristinare i controlli significa anche che gli stati membri dovranno tornare a spendere denaro per mantenere i posti di controllo alle frontiere.

Sono sacrifici che i paesi i cui confini si trovano all’interno dell’Unione Europea potrebbero ipoteticamente essere disposti ad affrontare, in cambio di un chiaro vantaggio. Ad esempio, ripristinando i controlli alle frontiere interne, la Francia potrebbe bloccare gli arrivi di migranti dall’Italia senza rischiare infrazioni alle regole europee. D’altro canto, i paesi ai confini dell’Unione Europea non hanno quasi nulla da guadagnare da un’abolizione o da uno svuotamento del trattato di Schengen, anzi.

Italia e Grecia, ad esempio, possono già effettuare tutti i controlli che vogliono alle loro frontiere esterne. Abolire Schengen non migliorerebbe affatto la loro capacità di gestire i flussi migratori in arrivo da fuori dell’Unione Europea. Ma senza Schengen, una volta entrati, i migranti sarebbero per così dire “intrappolati” dentro i loro confini, senza possibilità di continuare il viaggio verso il resto d’Europa. Per quanto l’abolizione sia stata proposta da leader politici ostili all’immigrazione, come Matteo Salvini e Beppe Grillo, difficilmente un simile cambiamento porterebbe all’Italia dei benefici nella gestione del flusso dei migranti.


domenica 25 ottobre 2015

Corruzione e Cultura Digitale

La corruzione? Si combatte con la cultura digitale. Ecco perché

di LUCA ATTIAS - Direttore Generale Sistemi Informativi Corte dei conti


La corruzione, l'inefficienza, la cultura della raccomandazione possono essere combattute anche con l'informatica ma la digitalizzazione è ostacolata proprio da questi 3 fattori. 

È una situazione di stallo ("deadlock" come dicono gli anglosassoni) non è dettata solo dal buon senso ma anche dall'indicatore della correlazione tra il Digital Economy and Society Index (DESI, fonte UE) e la classifica dei Paesi meno corrotti (fonte Transparency International), che risulta essere superiore a 0,9, un valore che fa pensare che i due ranking siano quasi lo stesso ranking. 

Pur non potendo parlare di causalità o di uno studio scientifico, tutto ciò ci porta senza ombra di dubbio ad affermare che se riuscissimo a recuperare posizioni nel DESI (Indice digitale, economico e sociale all'interno dell'UE) sviluppando una corretta politica del digitale in Italia, certamente la corruzione nel nostro Paese subirebbe un significativo ridimensionamento.

La politica deve quindi comprendere che oggi come oggi la civiltà di un Paese si misura anche dal grado di digitalizzazione raggiunto e che nell'attuazione del digitale (e non nella produzione normativa) si trovano le leve per produrre un vero cambiamento. Forse proprio così scopriremo che, come diceva Nelson Mandela, "Sembra sempre impossibile, finché non viene fatto".








mercoledì 11 giugno 2014

L'elusione fiscale di società multinazionali, complice la mancata armonizzazione fiscale dell'Europa

Inchiesta Ue sulla Apple nel mirino gli sconti fiscali

A Dublino l’imposta per le imprese è del 12,5%; l’indagine della Commissione parte dall’Irlanda e potrebbe allargarsi ad altri paesi

di Marco Zatterin, 11 giu 2014

La notizia arriva da Dublino, non è commentata ufficialmente, ma raccoglie conferme a denti stretti negli ambienti diplomatici. 
La Commissione Ue sta per annunciare l’apertura d’una inchiesta formale sulla Apple e il sistema complesso di società finanziarie a cui il gruppo americano affida i ricavi e - sfruttando i buchi di armonizzazione del sistema impositivo europeo - riduce all’osso le tasse pagate, sottraendo miliardi di imponibile a molti erari, compreso quello italiano. 
Le voci dicono che Joaquin Almunia, lo sceriffo dell’Antitrust, attaccherà oggi partendo dall’Irlanda. Un’altra fonte, però, assicura che se l’azione sarà annunciata, non riguarderà solo l’isola. 

E’ da settembre che Bruxelles tiene d’occhio il gruppo di Cupertino, studiandone i comportamenti in una serie di paesi. Ad attirare l’attenzione di Almunia e dei suoi sono state le accuse rivolte dal Senato statunitense proprio all’Irlanda, imputata di consentire un ricco movimento di elusione fiscale. Il governo del popolare Enda Kenny ha respinto ogni ipotesi di malefatta, difendendo un sistema che ritiene «aperto e trasparente». 
Ogni intervento sulla natura del trattamento societario, ha affermato il premier, non può che essere discusso a livello internazionale. Sospetto. 

In realtà l’accoglienza tributaria irlandese è celebre quanto quella dei loro pub. L’imposta di riferimento offerta alle imprese è del 12,5 per cento, nonostante le contestazioni europee che denunciano una concorrenza sleale. La logica è che questo serve per attirare le multinazionali - soprattutto quello dei servizi che nell’Eire hanno trovato l’America - e creare posti di lavoro. Così a certe imprese globali vengono anche praticati ulteriori sconti. 
A Dublino, il produttore dell’iPhone dove ha strappato un’aliquota inferiore al 2%. 

La camera alta statunitense aveva dichiarato che Apple faceva passare gli incassi attraverso una controllata di Cork, per poi dichiarare che la società da tassare non era fiscalmente residente in alcun paese. 
L’inchiesta affermò che gli accordi facevano parte di «una complessa ragnatela di entità off shore» dislocata anche in Olanda e Lussemburgo. Da anni l’Europa delle istituzioni chiede di impedire i giochini transfrontalieri per ragioni di equità. Le decisioni fiscali, però, vanno prese a maggioranza e gli interessanti non mollano. Colpire le società, sempre che sia possibile, potrebbe essere una scorciatoia.