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domenica 15 marzo 2020

Un articolo sulla storia di Adriano Olivetti...



Sergio Noto, Prof.di Storia economica presso l’Università di Verona, 17 gen 2020


Fino ad alcuni anni fa la stragrande maggioranza degli studenti di una laurea magistrale in economia ignorava completamente cosa fosse la Olivetti: nulla del passato nulla del presente, se ne parlava pochissimo e se ne sapeva ancor meno. Da un po’ di tempo, al contrario, i giornali ne parlano sempre di più, ricordano quale campione di impresa eterodossa e vincente fosse la Olivetti – una specie di Apple in anticipo di almeno quarant’anni, guidata da un signore molto più mite e più colto, ma non meno geniale di Steve Jobs.


Ma dalla fiction televisiva su Adriano Olivetti in poi, andata in onda su Rai 1, pare che l’ordine di scuderia sia divenuto quello di fare un santino del grande imprenditore di Ivrea
Con una “lieve” mancanza. 
Anche Walter Veltroni, tra gli altri, recentemente sul Corriere della Sera ha rievocato una pagina gloriosa e triste (come è tutta la storia dell’Olivetti), relativa alla realizzazione del primo computer e di uno dei suoi ideatori più importanti, quell’ingegnere cinese e italiano, Mario Tchou, scomparso in circostanze misteriose.

Tutto bene, uno direbbe: le conoscenze finalmente aumentano, la verità si sta facendo largo. Ma purtroppo non è così. In questo improvviso, nuovo storytelling, la vicenda dell’Olivetti infatti viene raccontata solo fino alla morte prematura di Adriano, dimenticando o correndo rapidi sui fatti successivi al 1960, culminati con la chiusura definitiva dell’ultima fabbrica (2012). 
Da vivo, Adriano Olivetti ebbe tutti contro. Solo la sua forza, le sue capacità e i suoi successi crescenti gli consentirono di resistere alle aggressioni, alle maldicenze e all’ostilità di gran parte dell’Italia che contava.

E se, come sembra sostenere Walter Veltroni, fu il governo americano a volere la chiusura dell’esperienza pionieristica del reparto computer e a realizzare l’eliminazione fisica dell’ingegner Tchou, questo aggiungerebbe ben poco alla già risaputa idea che l’autodafé informatico del maggiore e più forte concorrente di Ibm fu sicuramente appoggiato dalla politica e dall’industria italiane. Queste mai nascosero la loro scarsa simpatia per un imprenditore che “rosso” certamente non era, ma che aveva il difetto imperdonabile di additare all’Italia un modello rigoroso e calvinista di impresa, eversivo per le consuetudini di gran parte dell’imprenditoria nostrana, ieri come oggi.

In tal modo restano ancor oggi almeno 52 anni di buco nella storia dell’Olivetti – dalla morte di Adriano – che andrebbero approfonditi, studiati e ricordati. Anni ancora più rilevanti e più istruttivi dei decenni precedenti. Anni che ci parlano del progressivo smantellamento dell’Olivetti, di Comunità, di Ivrea, di Pozzuoli e degli innumerevoli prodotti del genio di Adriano, e che ci potrebbero dire molto di più della storia pur gloriosa ma troppo singolare dell’Olivetti nel secondo dopoguerra.

Infatti la storia dell’Olivetti nel dopo-Adriano drammaticamente ci parla, e molto, della politica italiana e dell’incapacità della nostra classe dirigente – attraverso l’assenza di appropriate politiche industriali – di sostenere una crescita che avrebbe dovuto trasformarsi in sviluppo, se avesse saputo scegliere la strada dell’innovazione e non quella della conservazione. Ci dice poi della cultura, degli intellettuali italiani, sempre più proni verso i potenti e i violenti, incapaci di autentiche e originali battaglie per la libertà di pensiero.

È una testimonianza drammatica delle corte visioni degli imprenditori, dell’insufficienza delle istituzioni, degli uomini e delle strutture finanziarie (Mediobanca in testa). È in definitiva una metafora della storia politica, economica e culturale del paese, di come cioè possa essere distrutto un patrimonio e un primato che pure eravamo riusciti a costituire. Una storia che varrebbe bene conoscere, almeno per cercare di non ripetere certi errori.

La storia dell’Olivetti dal 1960 al 2012, della quale appunto solo pochi hanno il coraggio di parlare, non è però esclusivamente la ricostruzione delle vicende dell’Italia contemporanea. È la fotografia della crisi presente, dell’incapacità di coniugare ricchezza materiale e benessere civile, dei problemi apparentemente insormontabili che abbiamo a diventare un paese moderno, senza perdere le nostre peculiarità, senza tradire le nostre radici, senza scimmiottare o farci imporre modelli altrui.

È la chiave per capire il nostro futuro. E forse proprio per questo meglio non parlarne.





domenica 8 dicembre 2019

Interessante panoramica sui nuovi "asciugacapelli" Dyson.




Ma non ha capito qual è il più adatto alla sua testa, tra l'arricciacapelli Airwrap e il phon Supersonic

Ven, 6 dic 2019



Da anni Dyson, l’azienda britannica che produce aspirapolvere e purificatori, è considerata «la Apple degli elettrodomestici»: i suoi prodotti sono molto costosi e appaiono diversi da quelli delle aziende concorrenti, in termini estetici e funzionali, e per queste due ragioni hanno attorno una notevole aura di prestigio. Negli ultimi tre anni, in modo particolare, questo prestigio è stato avvertito tra chi ha i capelli lunghi: prima per via del phon Supersonic, che c’è dal 2016, poi, dall’anno scorso, per la spazzola asciugacapelli e arricciacapelli Airwrap. L’Airwrap è stato molto desiderato e si è fatto desiderare parecchio: poco tempo dopo il suo ingresso sul mercato, nonostante costi 500 euro, è andato esaurito e per molti mesi non è stato possibile acquistarlo.

Visti i prezzi, il Supersonic e l’Airwrap di Dyson fanno parte di quella grande categoria di oggetti che si ricevono molto volentieri in regalo. Dato che siamo in un periodo di regali, la redazione Consumismi del Post li ha provati entrambi, per metterli a confronto e dare qualche dritta a chi vuole metterli nella propria wishlist e a chi pensa di regalarne uno a qualcun altro.

I due prodotti sono stati provati da quattro redattrici che hanno in comune una quasi totale inesperienza nel farsi la piega e nell’arricciarsi i capelli da sole (volevamo capire se i prodotti di Dyson sono a prova di imbranati) ma che dal punto di vista tricologico hanno capelli di forme, lunghezze e robustezze molto diverse. Quello che abbiamo capito è che per certi capelli è meglio il Supersonic, per altri l’Airwrap, e che comunque la scelta tra i due deve dipendere dal tipo di risultato che si vuole ottenere.

Cosa non è Airwrap


Prima di dire cosa abbiamo capito provando il Supersonic e l’Airwrap, è bene spiegare subito cos’è e cosa non è l’Airwrap, dato che per la sua natura ibrida è facile fraintenderne le funzioni.
  • Non è una piastra e non è neanche un’alternativa alla piastra. Per dare forma ai capelli, infatti, Airwrap usa l’aria calda e non il calore diretto della piastra: la piastra è quindi più efficace nel dare la piega, ma alla lunga rischia di indebolirli e danneggiarli. Si può dire che Airwrap sostituisce la combinazione phon+spazzola che usano i parrucchieri prima della piastra, anche se Airwrap evita il contatto tra un materiale molto caldo – come il beccuccio del phon – e i capelli, sottoponendoli a uno stress minore.
  • Non fa i capelli lisci, o almeno, non come li farebbe una piastra: con le spazzole di Airwrap – tra gli accessori presenti nella confezione – si ottiene un liscio naturale, che varia in base al tipo di capelli, ma che non ha nulla a che vedere con quello dei capelli “stirati”.
  • Il risultato non dura a lungo, anche se dipende molto dalla struttura del capello: ci sono quelli che tengono la piega per più tempo e quelli che la perdono dopo poche ore. Diciamo che non dovete aspettarvi di svegliarvi la mattina e avere ancora i boccoli uguali a quelli della sera prima, a meno di non usare la lacca o uno spray fissante.
  • Non è un phon. Tra gli accessori contenuti nella confezione e che si possono montare sul corpo centrale dell’Airwrap c’è anche un asciugatore, ma serve principalmente a preasciugare i capelli e togliere l’acqua in eccesso prima di usare gli altri strumenti. Se volete un phon, il Supersonic è più adatto.
Cosa è Airwrap

Il termine più appropriato per definire l’Airwrap è styler, nel senso che, come dicevamo, non è nè un phon e nè una piastra, ma uno strumento che si usa per l’hairstyling, l’acconciatura dei capelli. Aprendo la confezione (che è elegante e un po’ ingombrante) si trova il corpo principale dell’asciugacapelli, che va attaccato alla corrente e sul cui manico si trovano i comandi di accensione, spegnimento, regolazione della potenza e del calore. Gli accessori che si possono attaccare al corpo centrale sono otto: c’è il preasciugatore, che ha la tipica forma “bucata” dei ventilatori Dyson, tre spazzole, di cui una cilindrica “volumizzante”, e due coppie di coni per fare le onde, una da 3 centimetri di diametro e una da 4. I coni sono a coppie perché uno arrotola la ciocca in senso orario e l’altro in senso antiorario (ci arriviamo).



Come funziona Airwrap

La prima cosa da sapere è che per ottenere un buon effetto con l’Airwrap bisogna avere i capelli bagnati, diversamente da quando si usa la piastra. La seconda cosa da sapere è che con Airwrap si possono ottenere a grandi linee due risultati: un liscio naturale o delle onde morbide. Per il liscio naturale si possono usare le due spazzole non cilindriche: quella con i denti più appuntiti è pensata per i capelli più robusti e difficili da districare, quella con i denti arrotondati (e color fucsia) per i capelli più delicati e già abbastanza lisci. Una volta inserita la spazzola che si vuole usare sul corpo centrale dell’Airwrap, basta accenderlo regolando la potenza della ventola e la temperatura dell’aria e poi assicurarsi di pettinare i capelli affondando i denti tra le ciocche, in modo che l’aria calda penetri bene nella chioma. Per evitare un effetto troppo piatto, si possono pettinare i capelli al contrario, cioè passando la spazzola sotto la chioma, con i denti verso l’esterno, oppure a testa in giù.


Insieme alle spazzole, o in alternativa, si può usare la spazzola volumizzante, quella cilindrica: serve a “tirare” i capelli e va bene soprattutto per le radici e le punte di chi ha i capelli un po’ crespi, oppure di chi ha i capelli molto piatti e vuole dargli un po’ di volume. Praticamente permette di fare con una mano sola quello che normalmente faremmo con il phon in una mano e la spazzola nell’altra. La redattrice del Post con i capelli più lunghi e lisci, che però sono spesso secchi dopo averli asciugati, è rimasta molto sorpresa dalla morbidezza e dalla lucentezza del risultato.

La principale caratteristica di Airwrap è la tecnologia che Dyson ha brevettato per fare le onde e che sfrutta l’effetto Coanda, il principio fisico secondo cui un getto d’aria tende sempre a seguire il contorno di una superficie vicina. Per farla semplice, i coni di Airwrap sparano fuori aria calda in modo da creare una specie di vortice attorno a loro che, se avvicinato a una ciocca, la cattura e la avvolge delicatamente attorno al cono. Da vedere, l’effetto è abbastanza sorprendente e, dopo un po’ di tentativi (guardarsi allo specchio inizialmente complica le cose, specialmente se si è poco coordinati), anche abbastanza facile da replicare.

Abbiamo provato a usarli in casa, facendo affidamento solo sui tutorial di YouTube (molto utili anche quando si vogliono provare a fare cose complicate), e poi in uno dei negozi di Dyson, intervistando una hairstylist, come si dice, e facendoci arricciare qualche ciocca.

Prima di cominciare con le onde, bisogna usare il preasciugatore sui capelli bagnati per evitare che le ciocche siano eccessivamente impregnate e quindi troppo pesanti per essere catturate dai coni. Fermatevi comunque molto prima che siano asciutte, o la piega non durerà. Quando siete pronti a partire con le onde, scegliete con quale lato della testa iniziare – conviene fermare i capelli su cui inizialmente non si lavora con un fermaglio – e poi prendete il cono corrispondente: le onde devono sempre andare verso l’esterno, quindi quella con la freccia che va verso sinistra per il vostro lato destro e quella con la freccia che va verso destra per il vostro lato sinistro. Per esperienza vi consigliamo di imparare questa regola e non pensarci più perché, soprattutto davanti allo specchio, è un attimo perdere i riferimenti spazio-temporali e farsi travolgere da destabilizzanti pensieri filosofici (quella è la mia mano? esiste davvero il movimento? cosa c’è oltre l’universo? e così via).

Separate la ciocca dal resto dei capelli aiutandovi con un mollettone e con le dita pizzicate la ciocca a circa 10 centimetri dalla fine. Accendete l’Airwrap, aspettate qualche secondo perché l’aria sia calda, e avvicinatelo lentamente alla punta della ciocca finché non la vedrete arrotolarsi. Poi lasciate andare la ciocca e avvicinate l’Airwrap alla testa, senza ruotarlo. Rimanete fermi così per 10-15 di secondi e poi, quando cominciate a sentire troppo caldo (se lo sentite prima dei 10-15 secondi provate a tenere più bassa la temperatura), raffreddate l’aria per qualche secondo, spegnete l’Airwrap e sfilatelo: c’è un unico tasto per accendere, spegnere e attivare il getto freddo, quindi è molto comodo. Se alla fine il risultato vi sembra molto buono nella teoria ma poco spendibile in società, passatevi le dita tra le ciocche e prenderanno subito una forma più morbida.



L’hairstylist con cui abbiamo parlato ci ha spiegato che gli effetti che avevamo ottenuto si sarebbero potuti ravvivare, a distanza di ore dalla piega (ad esempio dopo una notte di sonno), ripetendo l’operazione, semplicemente bagnandoli un po’ prima.

Cos’è Supersonic

Supersonic è un phon: non serve a piegare i capelli ma solo ad asciugarli. È composto da un corpo centrale e da tre accessori da montarci sopra di volta in volta, anche se l’espressione “montare” è inadatta a descrivere il “senso di completezza e armonia” che l’attacco magnetico suscita.

Dopo aver usato Supersonic, una redattrice ha detto di aver provato sulla testa la sensazione di un’aria più “morbida” del solito, cosa che è stata subito ridimensionata dai colleghi con un approccio più scientifico (l’aria è sempre aria), ma è stata in parte spiegata dagli esperti di Dyson: Supersonic infatti funziona grazie a un motore molto più veloce di qualsiasi altro phon (nella versione con il motore V9 raggiunge 110mila giri al minuto), che si trova nel manico e che cattura l’aria e la risputa fuori molto veloce e calda. L’aria è calda senza esagerare: anche quando è al massimo, non raggiunge mai temperature troppo elevate, fastidiose per chi lo usa e dannose per i capelli. Il vantaggio di avere il motore nel manico poi impedisce che i capelli finiscano contro le griglie di areazione, rovinandosi, come succede qualche volta con i phon di forma tradizionale.



Supersonic ha un diffusore per capelli mossi e ricci e due beccucci liscianti, uno più delicato per un liscio naturale e uno con un getto d’aria più concentrato per chi vuole fare dei tentativi di hairstyling con una spazzola. Il diffusore ha la tradizionale forma concava, ma i denti di plastica sono più corti nella parte centrale per lasciare lo spazio ai ricci di piegarsi meglio, mantenendo la loro forma naturale. Sia per la sua forma che per la velocità di asciugatura del Supersonic, facilita la vita a chi ha molti capelli, molto lunghi e ricci: si ottiene un bell’effetto naturale in poco tempo.

I beccucci invece hanno una struttura a doppio strato fatta in modo che anche portandone l’estremità a contatto diretto con i capelli (come non bisognerebbe fare con i phon tradizionali, per evitare di danneggiarli), i capelli non vengano scaldati dato che non toccano lo strato più interno e caldo, ma solo quello esterno.

In conclusione

Dyson Airwrap e Dyson Supersonic sono due cose diverse, che servono a due scopi molto diversi: il primo va bene per persone che dedicano o hanno intenzione di dedicare del tempo a dare una piega (mossa o liscia) ai propri capelli dopo averli lavati, il secondo è un phon per asciugare i capelli in modo più veloce rispetto agli altri phon, e più o meno basta così. Le onde di Airwrap sono adatte a chi vuole ottenere un effetto naturale e non rovinare i capelli con la piastra, ma non durano a lungo, soprattutto su capelli lisci e sottili. Oltre alle onde, comunque, Airwrap si può usare anche per ottenere un liscio naturale e voluminoso, sempre dedicandoci un po’ di tempo e sapendo che non durerà più di un giorno (soprattutto se fuori piove da un mese); in generale è adatto a chi ha i capelli lisci e poco mossi. Supersonic va bene per chi vuole un phon di alta qualità, silenzioso, che asciughi velocemente i capelli, ricci o lisci che siano, senza rovinarli e valorizzando la loro forma naturale. Per chi ha i capelli ricci è il prodotto più adatto.

Come provarlo e dove comprarlo

La cosa migliore che possiate fare per decidere se volete davvero un prodotto per capelli di Dyson e, nel caso, quale dei due, è andarli a provare nei Demo Store di Dyson, che sono a Milano, Torino e Roma. In alcuni giorni e orari ci sono degli hairstylist a disposizione per rispondere alle vostre domande e farvi testare i prodotti: si può facilmente prenotare un incontro gratuito, l’unica cosa importante da fare è andarci con i capelli puliti.

Anche se state pensando di comprare un prodotto Dyson per regalarlo a qualcuno, sappiate che la persona a cui lo regalerete è sempre in tempo per andare in uno di questi negozi dopo averlo ricevuto, per una dimostrazione pratica di come si usa. Se non volete andare in un negozio fisico (molti negozi che vendono elettrodomestici hanno i prodotti Dyson), potete comprarli online sul sito di Dyson. L’Airwrap costa 500 euro, il Supersonic 400 – e si trova allo stesso prezzo, o di pochissimo inferiore, anche su ePrice.

Su eBay potreste trovarli a prezzi più bassi (ma verificate sempre che il venditore sia affidabile, nel negozio ufficiale di Dyson non ci sono i prodotti per capelli), mentre su Amazon li trovate a un prezzo leggermente più alto.

lunedì 2 aprile 2018

Il futuro degli smartphone...



di Luca Salvioli, 6 mar 2018

Secondo Richard Yu, il ceo di Huawei, in futuro sopravviveranno solo 3-4 produttori di smartphone, una premonizione che ricorda quella di Sergio Marchionne, che nel 2008 disse che presto ci sarebbe stato spazio soltanto per sei gruppi automobilistici. Il 2008 fu un anno rivoluzionario per la telefonia: iPhone e poi Android spazzarono i leader di allora, tolsero le tastiere dai telefoni, invasero gli homescreen di applicazioni. Che si realizzi o no lo scenario tinteggiato da Yu ai cronisti, a margine del Mobile world congress conclusosi a Barcellona, le similitudini tra auto e smartphone oggi sono più d’una. Alla fiera della tecnologia mobile ciò che occupava i pensieri di produttori di hardware, chip e pezzi di software erano soprattutto i dati di Gartner che certificano il primo calo delle vendite nella storia degli smartphone (-5,6%): 408 milioni di pezzi nel quarto trimestre 2017 contro i 432 milioni dello stesso periodo del 2016.

È difficile sostenere che quello smartphone di cui non riusciamo a fare a meno sia in crisi. Succede altro: «Gli smartphone - ha spiegato al Wall Street Journal Sean Cleland, direttore mobile di B-Stock Solutions, società di aste americana - oggi ricordano da vicino l’industria dell’auto. Voglio ancora guidare una Mercedes, ma posso aspettare un paio di anni e comprare il modello precedente». È un pezzo di spiegazione della ricerca: «Si assiste - spiega Roberta Cozza, analista di Gartner - all’effetto combinato di due fenomeni. Nella parte alta del mercato i consumatori faticano a capire le ragioni per cui devono spendere per un telefono da 800-1.000 euro, e oltre. Ritengono l’innovazione non percepibile. Mentre nella fascia bassa gli smartphone con sistema operativo Android non li tentano. E così comprano un feature phone». Ovvero quella categoria di telefoni che possono fare molte cose pur senza potersi definire smartphone, con un sistema operativo proprietario.

IN CALO
L'andamento delle vendite degli smartphone nel quarto trimestre 2016 e 2017. In milioni di unità
(Fonte: Gartner; AboveAvalon.com - Company Reports)


In molti, a Barcellona, hanno ascoltato con sorpresa annunciare da Florian Seiche, ceo di Hdm Global, il marchio finlandese che ha ottenuto le licenze per vendere telefoni con marchio Nokia «oggi siamo i numeri uno nei feature phone». Vuol dire che l’ex leader Nokia oggi per far parlare di sé deve puntare sull’operazione nostalgia di rimettere sul mercato modelli celebri, come il 3310 e l’8810, riaggiornandoli. E andando a favorire la sua presenza sulla fascia più “povera” del mercato.

I MELAFONINI
Le vendite degli iPhone dal 2008 a oggi. In TTM, Trailing Twelve Month
(Fonte: Gartner; AboveAvalon.com - Company Reports)


Il parallelo con il mondo dell’auto si traduce anche nella fortissima crescita del mercato dei cellulari usati e ricondizionati, ovvero messi sostanzialmente a nuovo. Sul sito di Apple non si fa in tempo a cercare un’offerta che già è andata esaurita, mentre è più facile con l’iPad. Quella dei ricondizionati è la fetta di mercato che sta crescendo più in fretta nel mondo smartphone, conta circa il 10% dei nuovi telefoni venduti secondo i numeri di Counterpoint Technology. Per non parlare delle offerte commerciali. Negli Usa il modello di abbonamento pluriennale con l’operatore è un fenomeno ormai consolidato, ma adesso sta prendendo le forme del leasing, sul modello auto. Infine, i produttori per spingere la sostituzione dei vecchi terminali varano politiche commerciali piuttosto spinte. Samsung ha appena lanciato il Galaxy S9, uno dei prodotti al top del mercato. In Italia fino al 15 marzo c’è un programma di supervalutazione dell’usato: se in buone condizioni si può restituire il proprio smartphone usato ottenendo fino a 450 euro di contributo. E non si parla solo di modelli della casa coreana: si può rendere anche un iPhone, Huawei, Lg e così via.

Enrico Pappolla, senior director endpoint solution mobile di Techdata, uno dei principali distributori di elettronica di consumo nel mondo, resta ottimista: «Il ciclo di vita si è allungato soprattutto per la crescita del prezzo dei telefoni, anche in Italia. Il discorso è evidente per Apple, che con iPhone X ha superato la soglia psicologica dei 1.000 euro con il modello base, ma anche Samsung e Huawei lo hanno fatto. Queste tre aziende hanno in mano l’85% del mercato italiano in termini di valore, circa il 75% come volumi. I telefoni costano di più e si cambiano meno spesso. Prima uno smartphone si teneva per 12-14 mesi, ora almeno 20 mesi. Detto questo, in Italia nel 2017 si sono venduti 18 milioni di smartphone, sono un pochino scesi ma venivano da anni di corsa senza sosta e persino difficile da spiegare. E comunque i prezzi medi sono saliti». Secondo i dati di Comscore la fascia tra i 170 e i 250 euro è la più rappresentata, con un complessivo 19,7% di utenti, seguita dalla fascia oltre i 400 euro (al 16,4%) riservata agli smartphone top di gamma.


L’ANDAMENTO, BRAND PER BRAND
Dati in milioni di smartphone venduti
(Fonte: Idc, Gartner, Creative Strategies, Inc, Vendor Data)


La crescita dei prezzi non è casuale. 
I produttori hanno bisogno di essere profittevoli nel momento in cui per distinguere uno smartphone dall’altro bisogna spendere molto in ricerca. L’iPhone X ha un una serie di sensori che con la fotocamera frontale permette di sbloccare il telefono con il volto. È una tecnologia costosissima, così come lo è la ricerca sull’intelligenza artificiale. 
Dall’ultima trimestrale di Apple si è visto come il nuovo modello non abbia favorito la crescita di vendita come volumi, in calo e sotto le attese degli analisti, ma abbia avuto il vantaggio di alzare di 100 dollari il prezzo medio dell’iPhone (Asp) a 796 dollari. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, chi costruisce telefoni ha margini piuttosto scarsi, a eccezione di Apple che oltre a riuscire a tenere i prezzi medi elevati monetizza i servizi. Ovvero la vendita di app, di spazio di archiviazione cloud, film. Gli altri produttori si affidano a Google per il sistema operativo. Per questo Samsung fa i soldi soprattutto vendendo chip. Mentre Huawei ha fatto una cavalcata poderosa, che però è stata favorita dal potente business pre-esistente delle reti. Negli ultimi trimestri ha avuto margini sottili anche per la spesa in marketing. Richard Yu sostiene che resterà solo chi ha una buona quota di mercato, anche se alcuni outsider si sono distinti negli ultimi anni, come i cinesi OnePlus e Xiaomi, che a breve arriverà nel mercato italiano. Il prossimo grosso salto tecnologico è il 5G, tra un paio di anni. I primi telefoni con il modulo 5G arriveranno l’anno prossimo. Ma non ci sarà una corsa alla sostituzione: le nuovi reti avranno bisogno di tempo e avranno applicazioni nel mondo della sanità, nell’industria e nell’internet delle cose. Lo smartphone è però destinato a rimanere a lungo come luogo privilegiato delle interazioni digitali e con le macchine: quello che è più difficile capire è su quali modelli di business potrà reggersi, e chi saranno i protagonisti.

mercoledì 7 marzo 2018

Il futuro degli smartphone...



di Luca Salvioli, 06 mar 2018

Secondo Richard Yu, il ceo di Huawei, in futuro sopravviveranno solo 3-4 produttori di smartphone, una premonizione che ricorda quella di Sergio Marchionne, che nel 2008 disse che presto ci sarebbe stato spazio soltanto per sei gruppi automobilistici. Il 2008 fu un anno rivoluzionario per la telefonia: iPhone e poi Android spazzarono i leader di allora, tolsero le tastiere dai telefoni, invasero gli homescreen di applicazioni. Che si realizzi o no lo scenario tinteggiato da Yu ai cronisti, a margine del Mobile world congress conclusosi a Barcellona, le similitudini tra auto e smartphone oggi sono più d’una. Alla fiera della tecnologia mobile ciò che occupava i pensieri di produttori di hardware, chip e pezzi di software erano soprattutto i dati di Gartner che certificano il primo calo delle vendite nella storia degli smartphone (-5,6%): 408 milioni di pezzi nel quarto trimestre 2017 contro i 432 milioni dello stesso periodo del 2016.

È difficile sostenere che quello smartphone di cui non riusciamo a fare a meno sia in crisi. Succede altro: «Gli smartphone - ha spiegato al Wall Street Journal Sean Cleland, direttore mobile di B-Stock Solutions, società di aste americana - oggi ricordano da vicino l’industria dell’auto. Voglio ancora guidare una Mercedes, ma posso aspettare un paio di anni e comprare il modello precedente». È un pezzo di spiegazione della ricerca: «Si assiste - spiega Roberta Cozza, analista di Gartner - all’effetto combinato di due fenomeni. Nella parte alta del mercato i consumatori faticano a capire le ragioni per cui devono spendere per un telefono da 800-1.000 euro, e oltre. Ritengono l’innovazione non percepibile. Mentre nella fascia bassa gli smartphone con sistema operativo Android non li tentano. E così comprano un feature phone». Ovvero quella categoria di telefoni che possono fare molte cose pur senza potersi definire smartphone, con un sistema operativo proprietario.



In molti, a Barcellona, hanno ascoltato con sorpresa annunciare da Florian Seiche, ceo di Hdm Global, il marchio finlandese che ha ottenuto le licenze per vendere telefoni con marchio Nokia «oggi siamo i numeri uno nei feature phone». Vuol dire che l’ex leader Nokia oggi per far parlare di sé deve puntare sull’operazione nostalgia di rimettere sul mercato modelli celebri, come il 3310 e l’8810, riaggiornandoli. E andando a favorire la sua presenza sulla fascia più “povera” del mercato.



Il parallelo con il mondo dell’auto si traduce anche nella fortissima crescita del mercato dei cellulari usati e ricondizionati, ovvero messi sostanzialmente a nuovo. Sul sito di Apple non si fa in tempo a cercare un’offerta che già è andata esaurita, mentre è più facile con l’iPad. 
Quella dei ricondizionati è la fetta di mercato che sta crescendo più in fretta nel mondo smartphone, conta circa il 10% dei nuovi telefoni venduti secondo i numeri di Counterpoint Technology. Per non parlare delle offerte commerciali. 
Negli Usa il modello di abbonamento pluriennale con l’operatore è un fenomeno ormai consolidato, ma adesso sta prendendo le forme del leasing, sul modello auto. 
Infine, i produttori per spingere la sostituzione dei vecchi terminali varano politiche commerciali piuttosto spinte. Samsung ha appena lanciato il Galaxy S9, uno dei prodotti al top del mercato. In Italia fino al 15 marzo c’è un programma di supervalutazione dell’usato: se in buone condizioni si può restituire il proprio smartphone usato ottenendo fino a 450 euro di contributo. 
E non si parla solo di modelli della casa coreana: si può rendere anche un iPhone, Huawei, Lg e così via.

Enrico Pappolla, senior director endpoint solution mobile di Techdata, uno dei principali distributori di elettronica di consumo nel mondo, resta ottimista: «Il ciclo di vita si è allungato soprattutto per la crescita del prezzo dei telefoni, anche in Italia. Il discorso è evidente per Apple, che con iPhone X ha superato la soglia psicologica dei 1.000 euro con il modello base, ma anche Samsung e Huawei lo hanno fatto. 
Queste tre aziende hanno in mano l’85% del mercato italiano in termini di valore, circa il 75% come volumi. I telefoni costano di più e si cambiano meno spesso. Prima uno smartphone si teneva per 12-14 mesi, ora almeno 20 mesi. 

Detto questo, in Italia nel 2017 si sono venduti 18 milioni di smartphone, sono un pochino scesi ma venivano da anni di corsa senza sosta e persino difficile da spiegare. E comunque i prezzi medi sono saliti». 
Secondo i dati di Comscore la fascia tra i 170 e i 250 euro è la più rappresentata, con un complessivo 19,7% di utenti, seguita dalla fascia oltre i 400 euro (al 16,4%) riservata agli smartphone top di gamma.



La crescita dei prezzi non è casuale. 
I produttori hanno bisogno di essere profittevoli nel momento in cui per distinguere uno smartphone dall’altro bisogna spendere molto in ricerca. L’iPhone X ha un una serie di sensori che con la fotocamera frontale permette di sbloccare il telefono con il volto. È una tecnologia costosissima, così come lo è la ricerca sull’intelligenza artificiale. Dall’ultima trimestrale di Apple si è visto come il nuovo modello non abbia favorito la crescita di vendita come volumi, in calo e sotto le attese degli analisti, ma abbia avuto il vantaggio di alzare di 100 dollari il prezzo medio dell’iPhone (Asp) a 796 dollari. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, chi costruisce telefoni ha margini piuttosto scarsi, a eccezione di Apple che oltre a riuscire a tenere i prezzi medi elevati monetizza i servizi. Ovvero la vendita di app, di spazio di archiviazione cloud, film. 

Gli altri produttori si affidano a Google per il sistema operativo. Per questo Samsung fa i soldi soprattutto vendendo chip. Mentre Huawei ha fatto una cavalcata poderosa, che però è stata favorita dal potente business pre-esistente delle reti. Negli ultimi trimestri ha avuto margini sottili anche per la spesa in marketing. Richard Yu sostiene che resterà solo chi ha una buona quota di mercato, anche se alcuni outsider si sono distinti negli ultimi anni, come i cinesi OnePlus e Xiaomi, che a breve arriverà nel mercato italiano

Il prossimo grosso salto tecnologico è il 5G, tra un paio di anni. I primi telefoni con il modulo 5G arriveranno l’anno prossimo. Ma non ci sarà una corsa alla sostituzione: le nuovi reti avranno bisogno di tempo e avranno applicazioni nel mondo della sanità, nell’industria e nell’internet delle cose. Lo smartphone è però destinato a rimanere a lungo come luogo privilegiato delle interazioni digitali e con le macchine: quello che è più difficile capire è su quali modelli di business potrà reggersi, e chi saranno i protagonisti.

domenica 18 febbraio 2018

Un altro bug per Apple: il carattere indiano che può mandare in crash I-Phone e I-Pad...



di ZEUS News , 17 feb 2018




È sempre imbarazzante quando emerge un bug tanto semplice da sfruttare quanto distruttivo.

Circa un mese fa i dispositivi Apple - sia quelli con macOS che quelli con iOS - finirono al centro dell'attenzione perché bastava inviare loro una speciale sequenza di caratteri via Sms per mandarli in crash.

Ora quelli con iOS tornano sotto i riflettori per un problema molto simile, soltanto che a bloccarli (almeno in parte) non è una sequenza di caratteri, ma un carattere soltanto.

L'app Messaggi su iOS, insieme a "colleghi" quali WhatsApp, Gmail, Outlook e Facebook Messenger smettono infatti di funzionare e si rifiutano di riavviarsi se ricevono un singolo carattere dell'alfabeto usato dalla lingua Telugu, una delle lingue ufficiali dell'India.

È inoltre possibile che, la prima volta che si riceve quel particolare segno, la SpringBoard di iOS (l'applicazione che gestisce la schermata Home) vada in crash al momento di visualizzare la notifica del messaggio.

Poi SpringBoard cerca di riavviarsi, ma ogni volta fallisce tentando di visualizzare nuovamente il carattere incriminato.

L'unico modo di ripristinare le normali funzionalità delle app interessate è affidarsi a metodi "alternativi" per eliminare il carattere, per esempio facendosi inviare un iMessage e adoperandolo per cancellare il thread che contiene il grafema pericoloso (allo scopo si può anche usare WhatsApp).

Apple sta lavorando a una correzione, e la beta di iOS 11.3 è già immune dal bug, ma prima ancora di rilasciare l'aggiornamento il colosso di Cupertino pubblicherà una patch per iOS 11.2 e versioni precedenti ancora supportate.

È utile infine notare che tra le app che paiono non essere colpite dal problema ci sono Telegram e Skype.



venerdì 21 luglio 2017

Il futuro nell'interfaccia uomo-macchina: i comandi vocali, ora Open Source...



Common Voice è il sistema di riconoscimento vocale di Mozilla.

Zeus News, 20 lug 2017

L'uso di tastiera e mouse è preistoria, quello dello schermo touch è già quasi medioevo: per i grandi dell'IT, il futuro sta nei comandi vocali.

Non è un caso che negli ultimi tempi tutte le grandi aziende stiano spingendo l'acceleratore sui sistemi di riconoscimento vocale, che vengono poi sfruttati nei cosiddetti "assistenti" quali Siri (Apple), Cortana (Microsoft), Alexa (Amazon) e Google Assistant (Google).

In questo panorama finora era assente un attore, non necessariamente legato a un'azienda specifica: l'open source.

A rimediare a questa mancanza pensa ora Mozilla, che ha lanciato il progetto Common Voice.



Si tratta della creazione di un sistema di riconoscimento vocale costruito secondo i criteri dell'open source e, pertanto, disponibile a tutti, senza le limitazioni imposte dai giganti della tecnologia.

Perché Common Voice funzioni, però, è necessario che quante più persone possibile contribuiscano al suo sviluppo «donando la loro voce», come spiega Mozilla.

Chiunque può diventare un volontario e contribuire all'addestramento del sistema di riconoscimento, confermando le frasi riconosciute o leggendo brani di testo: maggiore sarà il lavoro così condotto, e migliore diventerà Common Voice.

I piani di Mozilla prevedono di effettuare il primo rilascio entro la fine dell'anno, dopo aver accumulato almeno 10.000 ore di audio controllato.

domenica 23 aprile 2017

L'istruzione del futuro, oggi...



Il più grande polo innovativo d'Europa si chiama H-International school e il capo di Apple la considera un modello. 
Ecco il campus che guarda al futuro, dove si va in gita in Egitto con un visore e anche la frittata serve a studiare la legge di gravità

di Gloria Riva, 19 apr 2017

Corre l’anno 2040, nelle fabbriche i robot hanno sostituito le tute blu e l’auto a guida automatica ha sconfitto i tassisti. Il test di medicina è preistoria da quando il chirurgo è stato soppiantato da un automa, meno empatico ma affidabile. E il Nobel per la Letteratura è andato a un super calcolatore. Nei tribunali c’è la toga robotica, che spezza i cuori delle madri e i loro sogni sul figlio avvocato.
Del resto il 65 per cento dei bambini seduti ai banchi di una scuola elementare da grande farà un lavoro oggi inesistente, dice un’indagine del World Economic Forum. 
È retorico chiedersi se la scuola - italiana e non - sia pronta a equipaggiare gli studenti di strumenti e conoscenze adatti ad affrontare questo futuro.

La risposta è no, con qualche eccezione. 
Una di queste eccezioni si trova in Italia: H-International School sta all’interno di H-Farm, acceleratore di startup di Roncade (Treviso) fondato da Riccardo Donadon
Perché proprio questo istituto? Perché Tim Cook, numero uno di Apple, l’ha inserito fra le cento scuole più innovative e perché è stata pensata da Donadon, cinquantenne, trevigiano dalla vista lunga. Ha creato il primo e più grande acceleratore d’impresa d’Europa, H-Farm appunto, battendo sul tempo la nascita di Y Combinator, l’acceleratore della Silicon Valley.
Se anche stavolta sarà stato in grado di anticipare le tendenze, allora il futuro sarà tutto rivolto alla rivoluzione scolastica. 
Quindi eccola, la scuola del futuro. Quindici bambini di nove anni stanno riuniti sul terrazzo. Trafficano con delle uova infagottate in ingegnosi paracadute costruiti da loro. Con la sacralità del lancio di uno shuttle, ogni team proietta l’uovo dal balcone, sperano prenda il volo. Il più delle volte si schianta al suolo, ma va bene così. La frittata serve a studiare fisica, la legge di gravità. «Si sperimenta, si impara ad avere il coraggio di sbagliare, si migliora per tentativi ed errori. Si scopre il margine del rischio», spiega un professore made in Inghilterra. 
Già, perché dall’infanzia all’università qui si parla solo inglese, per il semplice motivo che nel futuro chi non saprà capire, parlare, leggere e scrivere in inglese sarà totalmente disconnesso. I corsi sono partiti due anni fa e oggi ci sono 290 alunni, dai 3 ai 17 anni.

La previsione è accoglierne 800 nel 2019, più altri 220 universitari di Digital Management (corso realizzato in partnership con l’università di Venezia Cà Foscari) già dal prossimo anno, quando il nuovo Campus H-Farm verrà inaugurato. 
Sarà il più grande polo innovativo d’Europa: accoglierà 3 mila ricercatori, professori, startupper, studenti, manager e imprenditori su un’area di 51 ettari, di cui metà destinata a parco, il resto a cubatura zero, cioè a basso impatto ambientale. L’investimento è di 101 milioni di euro, in parte finanziato da Cattolica Assicurazione e Cassa depositi e prestiti, società del Tesoro che gestisce il risparmio postale degli italiani. 
L’obiettivo è avvicinare i giovani al mondo dei nuovi lavori, al digitale, alla tecnologia, per prepararli alle sfide del futuro: «Mostriamo ai ragazzi i dettagli dell’auto a guida autonoma e loro approfondiscono le ricadute di questa innovazione sull’esigenza di riqualificare gli spazi urbani e pensano a nuove opportunità di lavoro che derivino da questa rivoluzione», continua il professore. Il modello di apprendimento è ribaltato. «Si insiste sulle competenze e non sulle conoscenze», spiega Carlo Carraro, ex rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, attuale capo di H-Farm Education, che racconta come questo modello risponda al deficit di concentrazione dei ragazzi e alla loro costante esigenza di stimoli.
«La storia non viene spiegata in modo cronologico, ma per concetti. In classe è appena terminato un focus sul totalitarismo. Hanno studiato le maggiori e più feroci dittature, cercato gli elementi comuni, imparato a riconoscerle attraverso la realtà virtuale e visitato i luoghi della tirannia. Probabilmente apprendono meno nozioni rispetto alla scuola tradizionale, ma sanno quali pericoli corre la democrazia», spiega Carraro. Le classi prendono il nome della materia - Economics, Mathematics, Italiano, Sciences - e gli studenti si spostano da una all’altra.


La prima cosa che balza all’occhio è l’assenza della cattedra: «Il modello tradizionale è finito, la cattedra non ha più quel valore. Il docente diventa un coach e il lavoro non è più ascolto passivo, ma attiva produzione di conoscenza, elaborazione di contenuti» continua Carraro.  Ogni classe ha un maxi schermo, i banchi hanno rotelle per la rapida e silenziosa creazione di gruppi di lavoro, i cavi di alimentazione per i computer sono a disposizione. Non si vede, ma c’è una connessione wifi sempre accesa e accessibile a tutti, perché qui è saltato anche il diktat del “non copiare”. «Non è un disvalore e non presuppone che una persona non abbia capito il procedimento. Copiare è imparare un processo e poi cambiarlo», dice un professore mentre ci mostra dei bambini usare Sketch, un sistema di programmazione grafica: schiacciano il tasto copy per poi modificare il disegno originario. «Possono farlo perché conoscono la struttura di ciò che hanno copiato».

Nello stesso momento, alcuni ragazzini scattano foto al cielo con un iPad: «Lo fanno per dieci giorni di fila. Poi confrontano le immagini per scoprire che il cielo non è azzurro e saranno loro a dover scoprire il perché», dice il docente.
In un’altra classe indossano un visore - che in molti casi ha sostituito il libro di testo – e sono virtualmente in gita alle piramidi d’Egitto. La scuola di H-Farm è la prima in Italia a usare il software per la didattica Apple, presentato lo scorso autunno. «Il prossimo 19 maggio il team di Apple sarà qui per mostrare il software al mercato italiano», annuncia Carraro e racconta che anche Microsoft ha investito parecchio su un software analogo. Entrambi i big della tecnologia hanno compreso che la scuola è un enorme business, una prateria inesplorata del valore di milioni di dollari.


Quella di Treviso è meta di pellegrinaggio per insegnanti e presidi di istituti tradizionali in cerca di un nuovo modello di formazione. Ed è stato siglato un protocollo d’intesa con il Miur, il ministero dell’Istruzione, per formare i docenti del futuro, sul modello sperimentale H-Farm. Altra novità: ai ragazzi non viene tolto lo smartphone una volta entrati in classe, ma sono invitati a scoprirne le potenzialità, al di là di WhatsApp e Facebook. Un esempio? Imparano a usare lo smartphone per fare un cortometraggio e, parallelamente, apprendono la struttura della recitazione, lo studio dei costumi, lo storyboard, la scenografia, la trama, tutte cose che al liceo si acquisivano studiando Goldoni. Internet diventa una biblioteca per realizzare una ricerca su Pasolini e si impara a valutare l’affidabilità della fonte. Google drive è usato per condividere con i compagni le informazioni raccolte.
E se fino alle medie si punta alla creazione di solide competenze, alle superiori si entra nel dettaglio. Quaranta ore settimanali, quattro materie principali - matematica e scienze, storia, lingue e letterature, progettazione - le altre a scelta fra economia, computer, musica, educazione fisica, una terza lingua.

Il ciclo dura quattro anziché cinque anni, equivale al diploma di maturità e all’International Baccalaureate Diploma, che consente l’accesso alle università più prestigiose, come Princeton, Columbia, Stanford. A fine corso gli studenti dovrebbero avere un livello di competenze scientifiche paragonabile al secondo anno di ingegneria. Niente lezioni di latino e greco, sostituite dalla programmazione, il coding, perché ricalca la capacità di pensiero computazionale tipica dello studio delle lingue morte: si parte da un problema, lo si spacchetta nei suoi elementi base, lo si rende modulabile e si applica una formula nota per risolverlo. Il contatto con le startup di H-Farm è quotidiano, da loro imparano a progettare un’idea imprenditoriale, che potrebbe essere anche finanziata da H-Farm. I compiti in classe sono una rarità e i metodi di valutazione sono simili a quelli di un talent: «Non conta quanto uno sa, ma quello che sa fare e nel biennio finale portiamo all’eccesso questa capacità», conclude Carraro. Tutto un altro mondo, non fosse per quell’inconfondibile trillo della campanella che suona ad ogni ora, acuto e prolungato anche qui, uguale a quello di tutte le scuole d’Italia. Un déjà vu di emozioni, prime esperienze, errori, sconfitte, intuizioni, vittorie, pianti e risate di una complicata vita da studente.














sabato 23 gennaio 2016

La più capitalizzata società per azioni del mondo? Non è più Apple, ma Google!



Il primato era di Apple, ma la società sta cominciando a preoccupare gli analisti per l’eccessiva dipendenza dall’iPhone.

di Alessandra Talarico (@aletala75), 22 gen 2016


Google si riprende il primato di più grande azienda pubblica del mondo, nonostante Apple resti quella con la capitalizzazione di Borsa più imponente, dall’alto dei suoi 535 miliardi di dollari contro i 485 miliardi di Alphabet, la holding cui fanno capo Google Inc. ed altre società controllate. Ma se si guarda al valore d’impresa, che indica il valore ‘complessivo’ di un’azienda, Alphabet – dice il Financial Times – ha superato Apple a dicembre e vale ora 420 miliardi di dollari, contro il 393 di Apple.

Rispetto ai massimi toccati nel 2015 spiega il quotidiano della City, Apple ha perso circa 200 miliardi di equity value. Anche se la società continua a registrare utili e fatturato da record, gli investitori sono preoccupati per la sostenibilità del business. La società, temono, è eccessivamente dipendente dall’iPhone – che vende sempre tantissimo ma il cui appeal non può essere eterno a meno di strabilianti nuove funzioni. A caccia di nuovi clienti, la società è sbarcata in Cina, centrando in pieno il suo obiettivo (il fatturato nel paese ha ormai surclassato quello registrato in Europa). Ma ora dove mai si potrà andare a vendere il dispositivo, sperando in nuovi record di afflusso di clienti?

Di recente, l’analista John Strand ha sottolineato che neanche una regina delle vendite come Apple può dirsi immune da possibili capovolgimenti di fortuna, come è successo al suo arrivo a ex star del mercato come Nokia e Motorola. Vi sono, anzi, molte similitudini tra la Motorola dei tempi d’oro e la Apple di oggi. “Entrambe sempre a produrre gli stessi dispositivi e ad attendere che la gente continui a comprarli. È la strategia che ha condotto Motorola al collasso”.

Apple, certo, ha un portfolio prodotti più ampio integrato con l’ecosistema delle app. Ma non è un antidoto eterno, tanto più che lo strombazzato Apple Watch non sembra tirare tantissimo.

Una convinzione, quella di Strand, che riecheggia questa settimana anche nelle parole dell’analista Adnaan Ahmad, che da tempo indica similarità tra ex stelle come Nokia o Blackberry ed Apple e secondo cui la mancanza di un nuovo prodotto all’orizzonte non fa ben sperare per Apple nei prossimi due o tre anni.

In Europa, dove ha appena annunciato l’apertura del primo centro di sviluppo (in Italia, a Napoli), Apple deve affrontare i problemi legati all’utilizzo di sistemi aggressivi di ottimizzazione fiscale per pagare al minimo le tasse nei Paesi dove producono profitti.

Con il fisco italiano la società ha patteggiato a dicembre, accettando di pagare 318 milioni di euro per definire un contenzioso inerente un’evasione contestata di circa 879 milioni di euro, ma ora rischia una multa miliardaria (8-19 miliardi di dollari) per l’accordo di tax ruling stretto con le autorità irlandesi e che la Ue potrebbe categorizzare come un aiuto di Stato illegale.

Certo, nonostante queste fosche previsioni, il futuro e il passato recente di Apple restano brillanti: la capitalizzazione di mercato rappresenta il 3,3% dell’indice S&P 500, che include le prime 500 aziende Usa in termini di capitalizzazione e circa il 7% dei profitti dell’intero indice.

martedì 17 novembre 2015

"Andate oltre, fatevi sentire": il consiglio di Tim Cook a Milano



"Andate oltre, fatevi sentire": questo il succo del discorso che il CEO Apple ha tenuto alla Bocconi di Milano

11 nov 2015

Non è lo "Stay hungry, stay foolish" di Steve Jobs, ma non ha nemmeno la pretesa di esserlo. Eppure Tim Cook, CEO Apple, secondo Skuola.net qualche piccolo insegnamento lo ha lasciato lo stesso agli studenti. 

Il 10 novembre scorso, ospite alla Bocconi di Milano, ha presenziato all'apertura di un nuovo corso di laurea triennale dedicato all'innovazione e ai big data, il Bachelor of Science in Economics, Management and Computer Science (Bemacs). 

E proprio in questa occasione ha permesso ai ragzzi di fare scorta di consigli e di selfie.


#1 Cambiate il mondo 

Non proprio una cosetta da niente, diciamolo. Ma secondo il CEO Apple vale la pena di provare a lasciare un impronta dietro il proprio passaggio. E tentare di rendere il mondo il posto che si è sempre sognato. 



#2 Migliorate la vita delle persone 

Tim Cook pensa in grande, ma magari è proprio questo suo modo di vedere le cose che lo ha portato ai vertici di un'azienda come Apple. E poi, c'è forse qualcosa che realizza di più della consapevolezza che il proprio lavoro può aver aiutato qualcuno e migliorato la sua vita? 



#3 Portate più in la le frontiere 

"Siete cittadini non solo dell'Italia - ha detto il CEO alla Bocconi - o di altri paesi, ma cittadini del mondo. Voi studenti dovete riuscire a mantenere il vostro idealismo, spingete, andate oltre, portate più in là le frontiere tenendo conto dei vostri valori".



#4 Fate sempre il vostro meglio 

È questa la chiave dell'eccellenza secondo Cook e l'Italia ne è la dimostrazione: "È il vostro paese che dimostra continuamente come qualità significa fare il meglio, non produrre di più". 



#5 Fate sempre quello che è giusto 

Perchè si deve vivere bene e in maniera coerente con quelli che sono i propri valori. Non bisogna mai snaturarsi. Fare sempre quello che è giusto fa bene "Non solo al business", dice Cook. Perchè "Non siamo qui per far soldi, ma per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato". 



#6 Le differenze rendono forti

Il CEO elogia il lavoro di gruppo, il fare squadra. E racconta del suo gruppo di studi di quando anche lui era solo uno studente: "Amavo il team work e nel mio gruppo di amici abbiamo usato le differenze per diventare più forti".




#7 Fatevi sentire

"Speak up" conclude poi Cook. "Siete la prima generazione che può parlare al mondo e allora tirate fuori la voce!".



Sette cose da imparare dal boss Apple