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giovedì 22 aprile 2021

Il futuro del "remote working" nelle "big tech"...

Da Business Insider

Da Google ad Amazon, le big tech contro il remote working: la rivoluzione è già finita?

Chiara Merico, 13 apr 2021

La sede di Google a Berlino - TOBIAS SCHWARZ/AFP via Getty Images

Un conto è lavorare da remoto quando lo fanno tutti, o quasi: altra storia è mantenere le nuove abitudini quando il mondo si dirige verso il cosiddetto “new normal”, che per certi versi sembra assomigliare sempre più al vecchio sistema. Il lavoro agile rischia di diventare un ricordo, e a guidare quella che appare una clamorosa marcia indietro sono proprio le grandi multinazionali del tech, finora considerate all’avanguardia nell’adozione di formule di lavoro flessibile.

Dipendenti negli uffici di Google a New York City – Spencer Platt/Getty Images


Lavorare da casa, o comunque da remoto in qualsiasi città del mondo, resterà invece un’ipotesi irrealizzabile per la maggior parte dei dipendenti di Google. In una lettera inviata ai dipendenti la settimana scorsa, il capo del personale Fiona Cicconi ha rivelato la prossima strategia di Big G: dal primo settembre partirà ufficialmente il piano di rientro in ufficioChi vorrà lavorare da remoto per più di 14 giorni all’anno dovrà presentare formale richiesta, per un periodo fino a 12 mesi, e solo le istanze presentate da chi dimostrerà di trovarsi in “circostanze eccezionali” saranno accolte. “Crediamo fermamente che vedersi di persona, stare insieme, avere un senso di comunità sia molto importante quando si devono risolvere grandi problemi e creare qualcosa di nuovo. Ma pensiamo di aver bisogno di creare più flessibilità e più modelli ibridi”, ha spiegato il ceo Sundar Pichai. In ogni caso i dipendenti di Google dovranno risiedere “a breve distanza” dagli uffici, cioè in località raggiungibili con uno spostamento da pendolari. Vale a dire che, anche se ci sarà maggiore flessibilità rispetto al pre pandemia, molti di loro dovranno rientrare in ufficio, dove troveranno “molte cose diverse da come le ricordate”, ha spiegato Cicconi, ma anche “pasti, snack e altri benefit” per rendere più agevole il rientro, come la campagna Dooglers che consente ai lavoratori di portarsi dietro il cane.

 

Un approccio in controtendenza rispetto agli annunci di altre big tech, o forse no. Prendiamo a esempio il caso delle dichiarazioni di Jack Dorsey, fondatore di Twitter, che lo scorso maggio aveva annunciato che i dipendenti del social cinguettante avrebbero potuto “lavorare da casa per sempre”. Parole che molti avevano visto come il manifesto di una nuova Silicon Valley, con uffici popolati solo da una piccola parte di dipendenti essenziali e una forza lavoro completamente “agile”, distribuita in tutto il mondo. Come osserva la Bbc, in realtà le frasi usate da Dorsey e da altri dirigenti, se analizzate con attenzione, raccontano un’altra storia. Lo stesso numero uno di Twitter ha infatti precisato che potranno lavorare da casa i dipendenti che si trovano “in un ruolo o in una situazione che glielo permetta”: una clausola non da poco.


Il cofondatore e ceo di Twitter Jack Dorsey – PRAKASH SINGH/AFP via Getty Images


E quasi tutti i modelli di lavoro “flessibile” o “ibrido” annunciati dalle grandi aziende della Silicon Valley si prestano a più di un’interpretazione. “Flessibile” può voler dire tutto e niente, dai venerdì liberi a una diversa relazione con il lavoro, ma nell’ambito di un orario canonico. O una soluzione come quella di Microsoft, il cui nuovo standard prevede il “lavoro da casa per meno del 50% del tempo per la maggior parte dei ruoli”: meno del 50% è una percentuale che abbraccia un ampio spettro di soluzioni, alcune molto diverse tra loro. Ancora più chiaro il messaggio mandato da Amazon ai dipendenti, sempre la scorsa settimana: “Il nostro piano è tornare a una cultura basata sulla presenza in ufficio, che crediamo ci consenta di inventare, collaborare e imparare insieme in maniera più efficace”. Non esattamente quello che si chiama un endorsement per il lavoro agile. Sull’altra sponda si colloca invece Spotify, che ancora a febbraio aveva dichiarato che i dipendenti potevano “lavorare sempre in ufficio, sempre da remoto o scegliere un mix tra le due modalità”, in proporzioni che “ogni lavoratore potrà decidere in accordo con il suo manager”, pur ammettendo che “alcuni aggiustamenti saranno possibili in corso d’opera”.


Lavoro da remoto – Sean Gallup/Getty Images)


La riapertura degli uffici, almeno al 50% della capacità, sarà infatti il grande test per la tenuta del lavoro da remoto. Quando le riunioni saranno svolte per metà in presenza e per metà in videocall, il sistema funzionerà? E quando alcuni lavoratori potranno interagire con capi e colleghi di persona, gli altri saranno svantaggiati? Interrogativi per i quali manca ancora una risposta, e che probabilmente sono alla base della clamorosa retromarcia delle big del tech, esempi di innovazione ai quali il resto del mondo guarda sempre con interesse.








venerdì 21 luglio 2017

Il futuro nell'interfaccia uomo-macchina: i comandi vocali, ora Open Source...



Common Voice è il sistema di riconoscimento vocale di Mozilla.

Zeus News, 20 lug 2017

L'uso di tastiera e mouse è preistoria, quello dello schermo touch è già quasi medioevo: per i grandi dell'IT, il futuro sta nei comandi vocali.

Non è un caso che negli ultimi tempi tutte le grandi aziende stiano spingendo l'acceleratore sui sistemi di riconoscimento vocale, che vengono poi sfruttati nei cosiddetti "assistenti" quali Siri (Apple), Cortana (Microsoft), Alexa (Amazon) e Google Assistant (Google).

In questo panorama finora era assente un attore, non necessariamente legato a un'azienda specifica: l'open source.

A rimediare a questa mancanza pensa ora Mozilla, che ha lanciato il progetto Common Voice.



Si tratta della creazione di un sistema di riconoscimento vocale costruito secondo i criteri dell'open source e, pertanto, disponibile a tutti, senza le limitazioni imposte dai giganti della tecnologia.

Perché Common Voice funzioni, però, è necessario che quante più persone possibile contribuiscano al suo sviluppo «donando la loro voce», come spiega Mozilla.

Chiunque può diventare un volontario e contribuire all'addestramento del sistema di riconoscimento, confermando le frasi riconosciute o leggendo brani di testo: maggiore sarà il lavoro così condotto, e migliore diventerà Common Voice.

I piani di Mozilla prevedono di effettuare il primo rilascio entro la fine dell'anno, dopo aver accumulato almeno 10.000 ore di audio controllato.

giovedì 30 giugno 2016

I robot domestici nel nostro prossimo futuro...





Al Computex di Taipei Asus ha presentato Zenbo, un robot casalingo che risponde ai comandi vocali e riesce a gestire qualsiasi elettrodomestico a lui collegato. Altre grandi aziende stanno seguendo l'esempio e entro il 2020 il numero di robot domestici sarà quintuplicato. Ci migliorerà davvero la vita?


di Giovanni Battistuzzi, 31 Maggio 2016 




"Dovremo abituarci a vedere completamente rivoluzionato il nostro concetto di casa e di vita casalinga". Era il 1998 e il fondatore di Microsoft Bill Gates parlava dell'avvento "in un futuro ormai prossimo" di sistemi che ci avrebbero permesso di superare il tradizionale rapporto con le cosiddette faccende di casa: "Entro poche decadi diremo addio a pezze e scope, tutto sarà automatico, tutto sarà robotizzato. Dal nostro divano potremo gestire tutto il funzionamento della nostra abitazione". Solo ora iniziamo a vedere il futuro del quale parlava Bill Gates. Al Computex di Taipei Asus, azienda taiwanese tra le più importanti del settore informatico, ha presentato Zenbo, un robot casalingo dal corpo sferico, mosso da due ruote e con il volto formato da uno schermo touch screen che oltre a fungere da interfaccia per impartirgli ordini, può all'occorrenza navigare in internet o collegarsi alle smart tv. E' un dispositivo multifunzionale mobile, che risponde ai comandi vocali, che non serve a nulla, ma può servire a tutto. In pratica è un centro di comando e gestione di tutti gli apparecchi tecnologici che abbiamo in casa: qualunque elettrodomestico connesso in una rete locale può essere gestito tramite Zenbo, dal forno alla televisione, dal condizionatore al campanello, dal telefono al rasaerba. E' inoltre programmato per controllare casa in assenza degli inquilini, le sue telecamere sono visionabili anche a distanza e ha un sistema che può generare rumore in caso di tentativi di scasso. E non è l'unico.




Zembo è l'evoluzione robotica di Amazon Echo, un piccolo dispositivo da tavolo che, oltre a riprodurre i brani musicali contenuti nel proprio account Amazon music, tramite Alexa, l'assistente vocale simile a Siri di Apple, può interagire con tutti gli altri dispositivi dell'azienda di Jeff Bezos. Un sistema di gestione integrato della domotica (robotica domestica), è stato lanciato a metà maggio anche da Google (con Google Home), e a breve avrà anche Apple tra i concorrenti. Asus però lo ha reso mobile e maggiormente interattivo.

Questo è solo un primo passo verso la realizzazione di un robot capace di gestire completamente le faccende casalinghe: un apparecchio capace insomma di fungere da aspirapolvere, lavapavimenti, portavivande e che possa gestire, tramite comando vocale e app, anche la cottura dei cibi, interagendo con qualsiasi elettrodomestico possediamo in casa (se tecnologicamente compatibile).




Il settore della robotica domestica è negli ultimi anni cresciuto costantemente negli ultimi anni: i robot aspirapolvere sono triplicati in Italia negli ultimi cinque anni e ora rappresenta il 10 per cento della domanda complessiva; quello dei robot tagliaerba è addirittura 18 volte superiore a quella del 2010 e ha raggiunto il 16 per cento delle vendite del settore.








E nel futuro le vendite dovrebbero subire un'impennata, tanto che una recente ricerca di Tractica prevede che entro il 2020 i dispositivi robotici casalinghi passeranno dai 6,6 milioni di unità venduti nel 2015 ai 31,2 milioni nel 2020.



Cresce la domanda e si moltiplica e raffina l'offerta. Le case informatica stanno studiando dispositivi che possano occuparsi integralmente della gestione delle abitazioni, perché "i clienti chiedono questo, sistemi che possano far risparmiare tempo e denaro per la pulizia e il mantenimento decoroso delle abitazioni, per far diventare queste totalmente controllabili tramite app", ha detto il eco di Asus.

Vogliamo casa pulite e ordinate e non ce ne vogliamo occupare.
Allo stesso tempo chiediamo di risparmiare, di utilizzare il denaro che impieghiamo per donne delle pulizie, stiratrici ecc. per altre cose.  Ma poi per cosa?
"Il problema è che chiediamo tempo e denaro per occuparci delle nostre passioni", ha detto il famoso mental coach sportivo e studioso di psicologia John Ellermann (ex consulente dei Buffalo Bill – squadra di football americano – e poi di diverse squadre ciclistiche come la Us Postal, l'Astana ecc.) alla Cnn.
Nell'intervista il professore spiega come il progresso tecnologico domestico da un lato ci elimina il peso di dover sbrigare la gran parte delle faccende di casa, ma dall'altra apre un problema di gestione del tempo: "Crediamo che curare le nostre abitazioni sia una perdita di tempo, una limitazione del nostro tempo libero, ma non è così. Occuparsi delle nostre case – continua – è occuparsi di noi stessi e il diminuito tempo che impieghiamo nella cura di queste non lo impieghiamo in attività ricreative, ma per lavorare". Lo studioso cita una ricerca della facoltà di psicologia di Boston: la maggioranza degli intervistati ha dichiarato di volere più tempo per se, ma messi in condizione di averlo lo hanno occupato lavorando.

giovedì 3 settembre 2015

Modelli di Business ed Innovazione



di Stefano Mizio, lug 2013


Da decenni si discute dell’inerzia che caratterizza le aziende di successo destinate, spesso, a soccombere nel lungo periodo a causa di fenomeni esterni legati all’introduzione e commercializzazione di nuove tecnologie, a cambiamenti sociali o crisi economiche. 
La speranza di vita del genere umano negli ultimi 75 anni è cresciuta in modo significativo passando da 61 anni (per uomini e donne) nel 1937, a 77,5 anni nel 2012.  Nello stesso periodo la vita di un ‘azienda si è ridotta da 75 anni a 15 anni (elenco S&P 500). 
In questo mondo le grandi aziende sono percepite – per parafrasare un noto libro – “too big to innovate”, perché progettate esclusivamente per fare efficienza, cust cutting ed innovazione incrementale dei propri servizi e prodotti, assillate dalla paura di cannibalizzare le fonti di ricavo e di profitto attuali. 
Contemporaneamente sull’onda dei successi planetari di Google, Facebook e della mitologia che avvolge il mondo delle startups americane, l’innovazione sembra essere esclusivo appannaggio di startup agili, veloci, aggressive che senza la zavorra di processi ed infrastrutture organizzative pesanti sono in grado di innovare in modo “disruptive. L’elemento di assoluta novità è la democratizzazione della tecnologia che ha permesso, a poco più che ventenni, di costruire nei garage delle loro abitazioni prodotti e servizi dirompenti e che ora minaccia la sopravvivenza delle stesse startup. Nel 1998 Google era il 18simo contendente nel mercato dei motori di ricerca ed ha avuto tutto il tempo per consolidare la propria posizione di mercato. Oggi Groupon deve confrontarsi con centinaia di competitors che hanno velocemente replicato la piattaforma tecnologica su cui Groupon stessa ha costruito il suo iniziale successo. In questo contesto dove i cicli di sviluppo e di vita dei nuovi prodotti e servizi si riducono in maniera vertiginosa, innovare i propri modelli di business può costituire una strategia efficace soprattutto se perseguita da aziende con asset importanti che possono trovare modi nuovi – incrementali e/o disruptive - di generare valore per i propri clienti facendo leva su risorse “difficili da replicare” da giovani startup. Oggi si parla di “Corporate Garage” per caratterizzare quella che viene definita una nuova “era” nella quale le grandi aziende possono riconquistare un ruolo centrale nei modelli e nei processi di innovazione. 

Il Garage, infatti, rimanda al luogo fisico dove il mito delle startup statunitensi le colloca: un luogo frugale pieno di attrezzi che, nel caso delle medie e grandi aziende, possono essere la brand reputation, i canali commerciali, le risorse fisiche e finanziarie, la capacità di stringere partnerships,l’ eccellenza nei processi. 
Alle organizzazioni è chiesto di ricombinare queste risorse e di cercarne di nuove anche all’esterno delle stesse imprese, creando allo stesso tempo un contesto che non penalizzi la sperimentazione e la ricerca di nuove occasioni per creare valore. Un modello di business è la storia di come un’organizzazione crea, distribuisce e cattura valore; è il modo in cui i ”pezzi” del business si incastrano tra di loro. Apple, Starbucks, Amazon, Nespresso (Nestlè) sono solo i casi più famosi di come aziende consolidate siano andate oltre la semplice innovazione di prodotto seguendo un approccio olistico all’innovazione e spesso sfruttando innovazioni tecnologiche già esistenti (il caso dell’iPod di Apple: nel 2001 i lettori musicali erano già presenti sul mercato ma Apple è stata la prima computer company ad includere la distribuzione della musica tra le sue attività). 
Il caso Amazon è emblematico di come un’azienda sia riuscita a sfruttare alcuni suoi asset – canali di distribuzione - per entrare in un mercato – quello degli e-reader (Kindle) – senza avere competenze dirette di dispositivi elettronici. Nel 2007 nessuno avrebbe mai immaginato che Amazon o Barnes&Noble con il suo Nook, sarebbero diventate leader nel mercato degli e-reader. Sfruttare asset esistenti per innovare, anche in modo incrementale, il proprio modello di business è ciò che ha fatto McDonald’s con l’iniziativa McCafè. 
I suoi clienti tradizionali vogliono un pasto veloce, precotto e secondo menù rigidi. L’obiettivo dell’azienda è servire il maggior numero di clienti nel minor tempo possibile. L’innovazione con McCafè è consistita nel pensare a clienti che invece hanno voglia di sedersi e gustare un caffè (da ordinare) assieme ad una torta, un dolce (preparato) in un’area separata – ma all’interno di spazi già esistenti. Quindi una nuova offerta di valore per i propri clienti ma anche per chi non era mai entrato in un McDonald’s, sfruttando risorse (la location) e competenze (preparazione di cibo) esistenti ,semplicemente guardando ai “non clienti” di McDonald’s (consumatori desiderosi di gustare con calma una tazza di caffè alla “ Starbucks”). 

Si fa innovazione anche in mercati maturi o dove i propri prodotti sono delle commodity. Esempi? Starbucks. Cosa c’è di più commodity di una tazza di caffè? Eppure Starbucks ha innovato offrendo molto di più di un prodotto: un’esperienza per la quale si è disposti a pagare 4 euro. 
Eccellente servizio clienti, ambiente accattivante, sedie comode e wifi gratuito. Starbucks si è concentrata su tutto ciò che circonda il prodotto, piuttosto che sul prodotto stesso (la tazza di caffè). L’innovazione che può spazzare via il bisogno dei nostri prodotti può arrivare anche da settori lontani dal nostro, rendendo costosa e vana la competizione. Ma se il prodotto fosse “inserito” in un modello di business innovativo? Il già citato caso dell’iPod di Apple mostra quanto sia efficace “posizionare” il nostro prodotto all’interno di un modello di business. Qualcuno potrebbe arrivare sul mercato con un lettore MP3 migliore di quello di Apple, ma pochi dei milioni di clienti possessori di un iPods ed un account su iTunes sarebbero disposti a cambiare brand. Un modello di business fresco può creare e sfruttare opportunità di nuovi flussi di ricavi e profitti in modo da controbilanciare un modello che sta velocemente invecchiando legando l’organizzazione ad un ciclo di ricavi e profitti decrescenti. 

Un esempio: il mondo dell’editoria L’ingresso di Amazon nel settore degli e-reader e la diffusione dei tablet stanno modificando il mondo in cui operano i tradizionali player di settore, quello in cui il processo di pubblicazione e distribuzione di libri e riviste è rimasto sostanzialmente immutato per decenni. La sfida che si profila per i player esistenti è quella di trovare soluzioni per la crescente domanda di creazione e distribuzione di contenuti digitali su dispositivi portatili preservando, nello stesso tempo, e incrementando il valore legato ai flussi di ricavi e profitti tradizionali. 




Indirizzare la domanda di maggiori contenuti digitali comporta la necessità di aggiungere nuove attività a quelle che caratterizzano l’attuale modello di business (ad esempio la gestione e l’ottimizzazione del catalogo online con le associate attività di marketing). La relazione con partner quali Apple o Amazon per la distribuzione digitale: ad esempio la scelta se distribuire con un proprio dispositivo o con una delle soluzioni offerte da Amazon (Kindle) o Apple (iPad) e quindi facendo leva sulla loro forte posizione di mercato. Ed ancora più importante, con quale modelli di ricavi: una sottoscrizione singola con la quale scaricare tutti i libri digitali che si desidera? Contemporaneamente i player del settore posseggono una estesa rete di distribuzione con librerie e bookstore che costituiscono un asset straordinario ed un’opportunità per innovare la shopping experience. Gli store come luogo dove fare un’esperienza reale capace di lasciare il segno attraverso l’uso della tecnologia già oggi disponibile (ad esempio quella del digital signage). 

Lo store come il luogo dove i marchi potranno rinforzare una relazione con i propri clienti, vissuta attraverso più canali di acquisto (online, in mobilità e nel punto vendita). Guardare al proprio modello di business immaginando in che modo legare i diversi canali di fruizione dei servizi è un esercizio che può innescare opportunità nuove facendo leva su asset esistenti (le location, gli store, il brand) integrandoli con elementi di novità (si consideri come l’adozione dei Google Glass – gli occhiali di Google che permettono un’esperienza di navigazione senza mani – potrà modificare la fruizione di un trailer di presentazione di un libro mentre si osservano i volumi sullo scaffale magari somministrando della pubblicità al cliente che si trova dentro il bookstore e supportandolo nella ricerca dei libri – ricordando come una delle forze che hanno decretato il successo del bookstore online di Amazon è proprio il suo motore di ricerca e recommendation). 

Fornire una esperienza accattivante ed utile potrebbe riportare negli store chi oggi preferisce un click su Amazon perché non percepisce valore nel muoversi tra scaffali pieni di libri e riviste difficili da trovare e senza avere, in tempo reale, raccomandazioni e suggerimenti. Quali implicazioni per i modelli di business attuali? Quali relazioni con nuovi partner tecnologici (per lo sviluppo del software, la registrazione dei trailer di promozione di autori e libri)? Sarà sempre più importante immaginare ed implementare la tecnologia e la capacità di gestione di partnership, per spingere la vendita di libri cartacei e per portare più clienti, consumatori nei luoghi fisici - gli store - attratti da un’esperienza di fruizione diversa da quella tradizionale del semplice acquisto di un libro. 
Esiste il rischio che mentre si pedala la bicicletta del modello di business attuale, in un contesto in cui il mondo dei media e dell’intrattenimento è al centro di una tempesta perfetta, la crescente richiesta ed offerta di personalizzazione dei contenuti, possa spazzare via, ad esempio, i magazine tradizionali. 

Si guardi a piattaforme come Flipboard o Pulse che aggregano e mostrano – gratuitamente – contenuti del Web su tablet e smartphone ad utenti che si aspettano esperienze ritagliate sui propri interessi. 



Investire sull’innovazione dei propri modelli di business è un processo che può svilupparsi partendo dalla fotografia di come oggi l’impresa genera valore verso i propri clienti. 

E’ possibile farlo sfruttando metodologie in grado di generare conversazioni strategiche per catturare l’insieme delle elementi che costituiscono un modello di business e le loro relazioni; con un processo di analisi dei suoi blocchi costituitivi, seguito da un’attività di studio e generazione di ipotesi di variazione, introduzione, eliminazione di elementi nella propria offerta (McCafè di McDonald’s con nuovi prodotti) o di sfruttamento di attività ed asset esistenti (le competenze di Amazon nella gestione della propria piattaforma tecnologica alla base del suo ingresso nel mondo della fornitura di servizi di Cloud computing). 
Il Business Model Canvas con i suoi nove blocchi è un potente strumento di sintesi visiva in grado di cogliere, in modo olistico, il modello di business di un’organizzazione 

L’esempio che segue riguarda la fotografia del modello di business di una media company. 


Dove in evidenza – blocchi in blu – si vedono gli elementi di novità generati dalle nuove tecnologie che impongono, ad esempio, di contemplare nella propria “value proposition” l’offerta di contenuti personalizzati (on demand) e tra le attività che l’organizzazione deve presidiare (Key activities), quella di governance dell’ecosistema di sviluppo dei contenuti o, ancora, l’introduzione di nuovi canali di vendita come smartphone e tablets (Channels). Ricercare innovazione nei propri modelli di business è come guardare la foresta piuttosto che i singoli alberi. 

Innovare il proprio modello di business è una priorità per tutte le organizzazioni, anche per quelle che attraversano una fase di crescita. 
La storia di Blockbuster e di Netflix è l’esempio recente di come un’azienda florida e ricca come Blockbuster non si sia accorta dell’ingresso di una piccola startup – Netflix – che ha sfruttato tecnologia esistente (DVD) e successivamente lo streaming video, per innovare un modello di business su cui Blockbuster aveva costruito il proprio successo. Il DVD aveva permesso a Netflix nel 1997 di distribuire i film – che venivano ordinati da casa dal cliente – attraverso un efficiente servizio di mailing evitando il viaggio presso lo store (modalità che un cliente di Blockbuster doveva invece seguire). 

Nel 1999 Netflix aveva introdotto un modello di sottoscrizione con una "flat fee", allontanandosi dal modello pay-per-rental di Blockbuster. 
Il resto è storia: nel 2010 Blockbuster è fallita mentre Netflix ha registrato ricavi superiori ai 2 miliardi di dollari. Blockbuster ha trascurato la minaccia di una nuova tecnologia e di un innovativo modello di business fino a quando non è stato troppo tardi per porvi rimedio. 


Un nuovo verbo ha fatto la sua comparsa nel vocabolario: netflix; netflixed per indicare la distruzione di un modello di business di successo o per spiegare il rischio di essere distrutti, rimpiazzati da un nuovo modello di business. 

Innovare il proprio modello di business o rischiare di essere netflixed?


Vedi anche il blog dell'autore: 

sabato 28 giugno 2014

Una nuova funzionalità dell'e-reader Kindle Amazon

Da Cellulare Magazine

Kindle: i libri si ascoltano

Amazon aggiunge la funziona audio libro che permette di passare istantaneamente dalla lettura all'ascolto

di Lucio Prosperi 11 giugno 2014

Amazon prosegue nella sua politica tesa ad arricchire l'esperienza di leggere un libro sul Kindle e aggiunge una nuova funzionalità. Si tratta di Whispersync for Voice, un'opzione che permette di passare istantaneamente dalla lettura all'ascolto di romanzo, trasformandolo in un vero e proprio audio book. Il risultato è possibile grazie all'integrazione della piattaforma Audible ed è al momento disponibile per oltre 45mila titoli in formato eBook. 

Inoltre grazie alla funzione Matchmaker è possibile effettuare una scansione della propria biblioteca virtuale per sapere se tra i libri in nostro possesso ce n'è qualcuno disponibile anche in versione audio (acquistabile a parte). 

Amazon dunque continua nella sua strategia per cercare di ampliare la diffusione dei libri in formato digitale. Molto bello, infine, il claim scelto per promuovere la nuova funzionalità: "Leggi con le tue orecchie".