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sabato 2 maggio 2020

Intervista a Massimo Cacciari sulla situazione post-pandemia...



Francesco Bei per la Stampa, 1 mag 2020

Il Coronavirus come «formidabile acceleratore» di una gigantesca trasformazione del capitalismo, una rivoluzione che «investirà in maniera irreversibile il lavoro» e determinerà non solo il destino personale di milioni di persone, ma la stessa possibilità di sopravvivenza della democrazia. Di fronte alla pandemia, il filosofo Massimo Cacciari osserva questo Primo Maggio senza lavoro come l' alba di una nuova era. Gravida di incognite e pericoli per il mondo come l' abbiamo conosciuto finora.


Non possiamo che iniziare dall' Organizzazione mondiale del lavoro: dicono che un miliardo e mezzo di persone - la metà degli occupati del pianeta - potrebbe perdere i propri mezzi di sussistenza a causa del Covid. È davvero questa la dimensione della crisi che stiamo vivendo?

«È come nella Grande Crisi del 1929, solo che stavolta stiamo assistendo un cambiamento profondo dei rapporti di forza all' interno del capitalismo e tra Capitale e Lavoro. Ci sono settori distrutti e altri, come il sistema dei Big Data e l' e-commerce, che stanno realizzando guadagni strepitosi. Il gioco prevede vincitori e vinti».

Gli sconfitti chi sono?

«Non c' è dubbio che la crisi del Coronavirus abbia portato alle estreme conseguenze tendenze già in atto da tempo. Si è rivelata come un formidabile acceleratore della trasformazione del lavoro e della sostituzione della attività umane più "meccaniche" con la tecnologia. La velocità del cambiamento è tale che rende quasi impossibile governarlo e dirigerlo. Quale politica è in grado di farvi fronte?».

Appunto, la democrazia non rischia di restarne schiacciata insieme al lavoro?

«C' è da temerlo. Se in pochi mesi in Italia raddoppia il numero già alto dei disoccupati, si pongono problemi sociali ed economici gravissimi. Si impone l' esigenza di immaginare interventi assistenziali poderosi. Il Reddito di cittadinanza, nonostante tutte le critiche, si è dimostrato un' idea necessaria, perché la tendenza è quella».

È possibile che almeno una parte di questi milioni di lavoratori si possa reimpiegare nei settori della cura alla persona, nella scuola, nella sanità?

«È quello che va fatto. Ma se vuoi permettere alle persone di reinventarsi nel campo dei servizi ti devi porre il problema delle risorse, di come fare ad accompagnare in questo percorso chi deve cambiare strada».

Il pasto non è mai gratis. Lo Stato si può indebitare senza limiti?

«Ovviamente la risposta è no, quindi il passo successivo è chiedere qualcosa in più a quei settori industriali che sono sulla frontiera di queste innovazioni e ne stanno traendo legittimi e grandi profitti».
Il problema è come tassarli, sono quasi tutti all' estero «Infatti deve essere l' Unione europea a lottare senza indugio contro i paradisi fiscali, a partire da quegli Stati canaglia dentro i suoi confini. Se non c' è un sistema fiscale equo, all' altezza della sfida che viviamo, non ne usciamo».

Lo Stato come ne esce dalla crisi?

«Parliamoci chiaro, se si può sperare che l' emergenza sanitaria finisca presto, le trasformazioni innescate saranno perenni. Tra queste, lo Stato sarà spinto ad assumere una fisionomia decisionista-autoritaria».

Il lavoro e i sindacati che fine faranno?

«Stiamo assistendo in corpore vivi a un esperimento di scomposizione totale dell' organizzazione del lavoro. È la nascita del lavoro virtuale, con il lavoratore che resta a casa sua: ma così lavora il doppio e costa all' azienda la metà. È chiaro che, con i lavoratori soli a casa, anche il sindacato - che già viveva una sua crisi di rappresentanza - sparisce definitivamente».

Parliamo di Conte? Il governo come ha gestito questo cigno nero?

«La risposta del governo è stata occasionale, la vicenda dei "congiunti" dimostra lo stato confusionale che regna. La crisi ha fatto venire alla luce i vizi storici del sistema italiano, a partire dalla fragilità delle Regioni. È evidente che il sistema regionalistico così non funziona e va rivisto. Mi chiedo, ad esempio, se avessimo avuto un Senato delle Regioni ci sarebbe stato questo caos? E con le macro-Regioni?»

Glielo richiedo. La democrazia sopravviverà a queste spinte?

«Dipende. La politica deve mettersi gli stivaloni magici del gatto e dobbiamo tutti sperare che si metta a correre davvero. Perché, se non ce la fa, sarebbe l' infarto delle democrazie liberali e già si vedono i modelli che riscuotono più consenso: la Cina e la Russia sono davanti a noi. La sfanghiamo se tutti i leader europei diventano consapevoli del rischio».

Altrimenti?

«Altrimenti finiamo lì».



domenica 22 dicembre 2019

Profezie di Nostradamus per il 2020 - 2



Disastri naturali, guerra mondiale, nuovo re d’Inghilterra ma non solo: ecco le principali profezie di Nostradamus per il 2020.

di Fiammetta Rubini, 17 dic 2019


Cosa succederà nel 2020? Come sarà l’anno nuovo? 
Le profezie di Nostradamus per il 2020, dalla crisi economica e il crollo delle borse all’intensificarsi del climate change, passando per la fine di regni longevi e lo scoppio di conflitti globali, ci preannunciano l’inizio di una nuova era.

Dal suo primo libro pubblicato nel 1555 sono in molti a sostenere che Nostradamus abbia previsto con precisione una serie di eventi cruciali per la storia del mondo tra cui l’ascesa di Hitler gli attacchi terroristici dell’11 settembre, la rivoluzione francese, l’atterraggio sulla luna, la bomba atomica e l’assassinio dei Kennedy.

Ovviamente non esiste una base scientifica per le teorie di Nostradamus, ma trattandosi del più importante autore di profezie della storia del mondo è interessante scoprire cosa avverrà nel 2020 secondo le sue previsioni.

Ecco allora le 7 principali profezie di Nostradamus per il 2020 e cosa ha previsto per l’Italia.
Profezie Nostradamus 2020

Per il 2020 Nostradamus avrebbe predetto un anno di grandi catastrofi geologiche, tra un brusco innalzamento del livello del mare a causa dello scioglimento dell’Antartide, inondazioni e il verificarsi di uragani micidiali.

Previsto anche l’arrivo di una crisi economica, con recessione e inizio di tempi bui per l’economia globale. Ma le sue infauste previsioni non sono finite: presumibilmente Nostradamus potrebbe averci messo in guardia da un possibile conflitto globale che scoppierà nel 2020. Finiranno, poi, dei regni, a partire da quello della regina Elisabetta II.

1) Scoppio della terza guerra mondiale

Secondo quanto scritto nel suo libro, una guerra devastante di 27 anni scoppierà tra due superpotenze mondiali dopo l’ascesa del terzo anticristo. Ecco come suona la profezia: “Nella città di Dio, ci sarà un grande tuono. Due fratelli verranno fatti a pezzi dal Caos, il grande leader soccomberà. La terza grande guerra inizierà quando la grande città starà bruciando.”

2) Putin verrà assassinato e Trump si ammalerà

Nostradamus ha predetto un anno molto violento e critico sia per il presidente russo che per quello americano. Stando alle sue profezie, il presidente Vladimir Putin verrà tradito e ucciso da qualcuno a lui molto vicino, mentre Donald Trump soffrirà di una malattia misteriosa e un membro della sua famiglia sarà vittima di incidente stradale.

3) Una grande crisi finanziaria

Secondo le previsioni di Nostradamus, siamo sull’orlo di un grande crollo dei mercati. Dopo la crisi del 2008, l’arrivo di un’altra ondata di recessione globale non è infondato. Il 2020 potrebbe essere un nuovo anno nefasto dal punto di vista economico, e in effetti alcuni segnali preoccupanti arrivano da diverse parti del mondo.

4) L’Inghilterra avrà un nuovo re

Nel 2020 la regina Elisabetta lascerà il trono, segnando uno dei momenti più cruciali della storia inglese degli ultimi 70 anni. Stando alle previsioni di Nostradamus, la sovrana ultranovantenne morirà, e a lei succederà il figlio Carlo.

5) Un nuovo sbarco sulla Luna

In una delle sue visioni Nostradamus avrebbe visto umani vivere sulla Luna nel 2020. D’altronde non si tratta di una possibilità così remota: la NASA ha annunciato i viaggi sulla Stazione Spaziale Internazionale per il pubblico e le aziende a partire dall’anno prossimo.

6) Disastri naturali, terremoti e inondazioni

I cambiamenti climatici nel 2020 influenzeranno ancora di più il pianeta e le politiche dei singoli governi. Stando alle profezie di Nostradamus ci saranno inondazioni in molti paesi d’Europa, tra cui Italia, Repubblica Ceca e Gran Bretagna, e il continente subirà diversi attacchi terroristici. Un violento terremoto, inoltre, colpirà la California e Vancouver.

7) Un nuovo Papa

Secondo le interpretazioni, Nostradamus si sarebbe riferito a papa Francesco nelle quartine in cui predice la morte di un pontefice nel 2020.
Il successore di Bergoglio sarà un giovane che creerà scandalo nella Chiesa Cattolica dal 2020 e resterà in carica fino al 2029. Dopo Papa Francesco, che dalle parole di Nostradamus può essere considerato l’ultimo vero papa, Roma verrà distrutta.

sabato 21 dicembre 2019

Profezie di Nostradamus per il 2020 - 1




Nostradamus fu un astrologo francese del XVI secolo. Se il suo nome ti dice qualcosa è perché sono tante le previsioni che si sono rivelate corrette. Le quartine di Nostradamus sono celebri per essere affidabili e profetiche, hanno sempre anticipato i grandi sconvolgimenti che la nostra società ha dovuto e che dovrà affrontare. Cosa avrà predetto per il 2020?



di Astrocenter, 18 dic 2019

La quartina più celebre di Nostradamus è la seguente:
“Il leone giovane il vecchio vincerà.
Il campo bellico, per dolore singolare.
In gabbia d’ oro gli occhi gli salteranno
delle forze in combattimento una rimarrà,
l'altra morrà di morte crudele.”
Nel 1559 annunciò la morte di Enrico II trafitto in un occhio da una lancia, durante un torneo contro il giovane Gabriel Montgomery, “Il leone giovane”.


Nostradamus 2020: top 5 delle profezie

Le quartine di Nostradamus sono state studiate e analizzate con la speranza di scoprire nuove profezie per il futuro. Scopri quali saranno le 5 profezie per il 2020.

1) Una terza guerra mondiale

Nostradamus ha profetizzato un grave conflitto mondiale che causerà importanti perdite e danni, che “la pace nasca dalle ceneri della distruzione, [anche se] pochi lo apprezzeranno”. Questa guerra durerà fino al 2025 e contrapporrà due superpotenze mondiali.

2) La diffusione dell’estremismo religioso

La terza guerra mondiale annunciata da Nostradamus sarà legata alla diffusione dell’estremismo religioso. Questo clima di tensione si concretizzerà con l’aumento di attentati terroristici che complicheranno i rapporti diplomatici tra gli stati.

3) Inondazioni e uragani

Nostradamus profetizzò che “Vedremo le acque innalzarsi e inghiottire la terra sotto i nostri piedi” nel 2020. I cambiamenti climatici aumenteranno la possibilità che si producano uragani di categoria 1, soprattutto negli Stati Uniti. Alcuni paesi europei, come l’Italia, rischieranno inondazioni e dissesti idrogeologici a causa di forti piogge.

4) Il riscaldamento climatico è al suo apice

Nostradamus scrisse “Il re rinuncerà alle foresta, il cielo si aprirà e i campi bruceranno per il calore”. Una frase che potrebbe profetizzare la distruzione della foresta amazzonica e l’assottigliamento dello strato di ozono.

5) I progressi della medicina

Secondo le profezie di Nostradamus, nel 2020 le innovazioni mediche permetteranno di vivere più a lungo, oltre i 100 anni.

Hai già letto il tuo Oroscopo 2020
Scopri quali saranno le novità per il nuovo anno.

domenica 29 aprile 2018

Le abitazioni di oggi...




di Nicolas Lozito, 27 apr 2018

Il famoso salotto della serie tv americana “Friends” 
andata in onda dal 1994 al 2004

AAA cercasi casa senza salotto. Perché i giovani non ne hanno più bisogno. O almeno così sostiene l’archistar inglese Patrik Schumacher. Le nuove generazioni cercano spazi abitativi più piccoli. «Tanto i millennial (chi ora ha tra i 20 e i 34 anni) sono sempre fuori casa e vivono una vita frenetica - sostiene Schumacher, famoso in Italia per aver progettato il Maxxi di Roma -.
Basta uno spazio abitativo piccolo, pulito e in centro. Come una stanza di hotel». 

Non è un’analisi sbagliata, ma neanche del tutto aderente alla realtà.
È vero: con la nostra generazione fluida è morto il mito del salotto come unità sociale minima. Il salotto era quello dei genitori, dove loro chiacchieravano e da cui noi ci tenevamo lontani, preferendo le connessioni a Internet. Il salotto era anche quello della nonna, con i divani in velluto marrone e la tv color 27 pollici Aiwa usata a mo’ di mensola per piccole Tour Eiffel o Colossei di bronzo. Ora non c’è spazio per i souvenir kitsch perché lo schermo è quello piatto del portatile appoggiato sul letto, rigorosamente da una piazza e mezza (guai a chiamarlo «matrimoniale»). Non serve più uno spazio dove invitare o incontrare gli altri, quando abbiamo WhatsApp. Il divano, se c’è, serve a ospitare gli amici di passaggio o turisti sconosciuti tramite Airbnb o Couchsurfing, servizi di affitto per brevi periodi. In modo tale da fare qualche euro nei weekend. 

E così arriviamo alla questione economica.
Non è che il salotto non serve, è che molti di noi non se lo possono permettere. Sempre più giovani vivono lontani dai genitori, spesso in case condivise, con spazi ottimizzati e dal prezzo più alto. In media, un quarto dello stipendio di un giovane sotto i 34 anni va in affitti o mutui. Secondo l’Istat, poi, un giovane italiano su cinque vive in una casa che definisce «sovraffollata». La grandezza media delle case di tutti gli italiani è 117 metri quadrati, ma gli universitari e persone al primo lavoro nelle grandi città vivono in soli 38. 

In conclusione: il salotto non appartiene più né al nostro spirito, né alle logiche immobiliari dei centri delle grandi città. Certo, è ombelicale credere che sia un problema solo nostro: alla fine chi, negli scorsi decenni, non ha avuto problemi dei tanti coinquilini e dei pochi spazi comuni? Però immersi come siamo tra social network e crisi, tra messaggini e contratti a tempo, siamo noi la generazione che più di tutte dice addio a questo spazio. Negli Anni 70 era luogo di dibattito. Negli Anni 80 ci si ballava schiacciando la moquette multicolor. Negli Anni 90 tutti lo volevano come quello di Friends. O di Un medico famiglia, a seconda dei gusti. Oggi non esiste più, preferito a mini-appartamenti con tavoli cucina reclinabili (oltre all’archistar, l’aveva perfettamente previsto Pozzetto ne Il ragazzo di campagna). 

E nel prossimo futuro? Chissà, magari fra cinque anni titoleremo «Ai millennial non serve più la cucina». E fra dieci? «Ai giovani piace dormire in piedi».


lunedì 2 aprile 2018

Il futuro degli smartphone...



di Luca Salvioli, 6 mar 2018

Secondo Richard Yu, il ceo di Huawei, in futuro sopravviveranno solo 3-4 produttori di smartphone, una premonizione che ricorda quella di Sergio Marchionne, che nel 2008 disse che presto ci sarebbe stato spazio soltanto per sei gruppi automobilistici. Il 2008 fu un anno rivoluzionario per la telefonia: iPhone e poi Android spazzarono i leader di allora, tolsero le tastiere dai telefoni, invasero gli homescreen di applicazioni. Che si realizzi o no lo scenario tinteggiato da Yu ai cronisti, a margine del Mobile world congress conclusosi a Barcellona, le similitudini tra auto e smartphone oggi sono più d’una. Alla fiera della tecnologia mobile ciò che occupava i pensieri di produttori di hardware, chip e pezzi di software erano soprattutto i dati di Gartner che certificano il primo calo delle vendite nella storia degli smartphone (-5,6%): 408 milioni di pezzi nel quarto trimestre 2017 contro i 432 milioni dello stesso periodo del 2016.

È difficile sostenere che quello smartphone di cui non riusciamo a fare a meno sia in crisi. Succede altro: «Gli smartphone - ha spiegato al Wall Street Journal Sean Cleland, direttore mobile di B-Stock Solutions, società di aste americana - oggi ricordano da vicino l’industria dell’auto. Voglio ancora guidare una Mercedes, ma posso aspettare un paio di anni e comprare il modello precedente». È un pezzo di spiegazione della ricerca: «Si assiste - spiega Roberta Cozza, analista di Gartner - all’effetto combinato di due fenomeni. Nella parte alta del mercato i consumatori faticano a capire le ragioni per cui devono spendere per un telefono da 800-1.000 euro, e oltre. Ritengono l’innovazione non percepibile. Mentre nella fascia bassa gli smartphone con sistema operativo Android non li tentano. E così comprano un feature phone». Ovvero quella categoria di telefoni che possono fare molte cose pur senza potersi definire smartphone, con un sistema operativo proprietario.

IN CALO
L'andamento delle vendite degli smartphone nel quarto trimestre 2016 e 2017. In milioni di unità
(Fonte: Gartner; AboveAvalon.com - Company Reports)


In molti, a Barcellona, hanno ascoltato con sorpresa annunciare da Florian Seiche, ceo di Hdm Global, il marchio finlandese che ha ottenuto le licenze per vendere telefoni con marchio Nokia «oggi siamo i numeri uno nei feature phone». Vuol dire che l’ex leader Nokia oggi per far parlare di sé deve puntare sull’operazione nostalgia di rimettere sul mercato modelli celebri, come il 3310 e l’8810, riaggiornandoli. E andando a favorire la sua presenza sulla fascia più “povera” del mercato.

I MELAFONINI
Le vendite degli iPhone dal 2008 a oggi. In TTM, Trailing Twelve Month
(Fonte: Gartner; AboveAvalon.com - Company Reports)


Il parallelo con il mondo dell’auto si traduce anche nella fortissima crescita del mercato dei cellulari usati e ricondizionati, ovvero messi sostanzialmente a nuovo. Sul sito di Apple non si fa in tempo a cercare un’offerta che già è andata esaurita, mentre è più facile con l’iPad. Quella dei ricondizionati è la fetta di mercato che sta crescendo più in fretta nel mondo smartphone, conta circa il 10% dei nuovi telefoni venduti secondo i numeri di Counterpoint Technology. Per non parlare delle offerte commerciali. Negli Usa il modello di abbonamento pluriennale con l’operatore è un fenomeno ormai consolidato, ma adesso sta prendendo le forme del leasing, sul modello auto. Infine, i produttori per spingere la sostituzione dei vecchi terminali varano politiche commerciali piuttosto spinte. Samsung ha appena lanciato il Galaxy S9, uno dei prodotti al top del mercato. In Italia fino al 15 marzo c’è un programma di supervalutazione dell’usato: se in buone condizioni si può restituire il proprio smartphone usato ottenendo fino a 450 euro di contributo. E non si parla solo di modelli della casa coreana: si può rendere anche un iPhone, Huawei, Lg e così via.

Enrico Pappolla, senior director endpoint solution mobile di Techdata, uno dei principali distributori di elettronica di consumo nel mondo, resta ottimista: «Il ciclo di vita si è allungato soprattutto per la crescita del prezzo dei telefoni, anche in Italia. Il discorso è evidente per Apple, che con iPhone X ha superato la soglia psicologica dei 1.000 euro con il modello base, ma anche Samsung e Huawei lo hanno fatto. Queste tre aziende hanno in mano l’85% del mercato italiano in termini di valore, circa il 75% come volumi. I telefoni costano di più e si cambiano meno spesso. Prima uno smartphone si teneva per 12-14 mesi, ora almeno 20 mesi. Detto questo, in Italia nel 2017 si sono venduti 18 milioni di smartphone, sono un pochino scesi ma venivano da anni di corsa senza sosta e persino difficile da spiegare. E comunque i prezzi medi sono saliti». Secondo i dati di Comscore la fascia tra i 170 e i 250 euro è la più rappresentata, con un complessivo 19,7% di utenti, seguita dalla fascia oltre i 400 euro (al 16,4%) riservata agli smartphone top di gamma.


L’ANDAMENTO, BRAND PER BRAND
Dati in milioni di smartphone venduti
(Fonte: Idc, Gartner, Creative Strategies, Inc, Vendor Data)


La crescita dei prezzi non è casuale. 
I produttori hanno bisogno di essere profittevoli nel momento in cui per distinguere uno smartphone dall’altro bisogna spendere molto in ricerca. L’iPhone X ha un una serie di sensori che con la fotocamera frontale permette di sbloccare il telefono con il volto. È una tecnologia costosissima, così come lo è la ricerca sull’intelligenza artificiale. 
Dall’ultima trimestrale di Apple si è visto come il nuovo modello non abbia favorito la crescita di vendita come volumi, in calo e sotto le attese degli analisti, ma abbia avuto il vantaggio di alzare di 100 dollari il prezzo medio dell’iPhone (Asp) a 796 dollari. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, chi costruisce telefoni ha margini piuttosto scarsi, a eccezione di Apple che oltre a riuscire a tenere i prezzi medi elevati monetizza i servizi. Ovvero la vendita di app, di spazio di archiviazione cloud, film. Gli altri produttori si affidano a Google per il sistema operativo. Per questo Samsung fa i soldi soprattutto vendendo chip. Mentre Huawei ha fatto una cavalcata poderosa, che però è stata favorita dal potente business pre-esistente delle reti. Negli ultimi trimestri ha avuto margini sottili anche per la spesa in marketing. Richard Yu sostiene che resterà solo chi ha una buona quota di mercato, anche se alcuni outsider si sono distinti negli ultimi anni, come i cinesi OnePlus e Xiaomi, che a breve arriverà nel mercato italiano. Il prossimo grosso salto tecnologico è il 5G, tra un paio di anni. I primi telefoni con il modulo 5G arriveranno l’anno prossimo. Ma non ci sarà una corsa alla sostituzione: le nuovi reti avranno bisogno di tempo e avranno applicazioni nel mondo della sanità, nell’industria e nell’internet delle cose. Lo smartphone è però destinato a rimanere a lungo come luogo privilegiato delle interazioni digitali e con le macchine: quello che è più difficile capire è su quali modelli di business potrà reggersi, e chi saranno i protagonisti.

mercoledì 21 marzo 2018

Un nuovo elaboratore IBM per il futuro (prossimo): piccolo come un granello di sale..



IBM svela il prototipo del computer più piccolo del mondo, contenente migliaia di transistor e dalla potenza simile a quella di un x86 degli anni '90.

Floriana Giambarresi, 19 marzo 2018

All’interno di un progetto che sembra provenire direttamente dal futuro, gli ingegneri di IBM hanno creato il computer più piccolo al mondo: è più piccolo di un granello di sale tanto che per vederlo è necessario disporre di un microscopio, ma è comunque dotato di una potenza di calcolo simile a quella garantita dal chip x86 degli anni ’90.



In occasione della conferenza IBM Think 2018, la nota azienda ridefinisce l’idea di un computer piccolo presentando una innovazione difficile da identificare a occhio nudo senza l’aiuto di un microscopio
La potenza erogata, sebbene non sia al passo con le soluzioni moderne, è impressionante se si considerano le dimensioni e pare che il dispositivo ospiti «diverse centinaia di migliaia di transistor», che lo renderanno capace di «monitorare, analizzare, comunicare e persino agire sui dati», secondo quanto spiegato da Mashable. 
Potente infatti quanto il chip x86 del 1990, sarà comunque utile perché è estremamente piccolo ma anche particolarmente economico, dunque potenzialmente capace di esser integrato in ogni tipologia di dispositivo elettronico.

La produzione del computer più piccolo al mondo costerà infatti solo 10 centesimi e pare che IBM si aspetti che agisca come una fonte di dati delle applicazioni blockchain, tecnologia conosciuta dalla maggior parte delle persone come base della criptovaluta Bitcoin. Con il suo aiuto, un dispositivo sarà in grado di completare le attività di base dell’intelligenza artificiale (AI) e tenere traccia delle spedizioni di merci, frodi e furti, seri problemi nella gestione della supply chain. 
Secondo quanto reso noto, l’azienda si aspetta che tale soluzione troverà spazio nei dispositivi elettronici impiegati per l’uso quotidiano entro i prossimi cinque anni. Questo minuscolo chip potrebbe potenzialmente rivoluzionare l’uso dei computer. È così piccolo che potrà essere collegato a qualsiasi cosa.

Non è ancora chiaro quando questo microcomputer verrà rilasciato poiché i ricercatori IBM stanno attualmente testando il suo primo prototipo, ma una cosa è certa: il futuro è qui. 
E si potrebbe aver bisogno di un microscopio per vederlo.

mercoledì 11 ottobre 2017

Intel: il futuro dei processori (e non solo)




Intel ha sfornato e consegnato il suo primo chip quantistico con 17 qubit. Un passo importante, ma solo il primo di una lunghissima serie, verso il computer quantistico.




Intel pronta con un processore quantistico con 17 qubit



Intel sulle orme di IBM. L'azienda statunitense ha annunciato di aver consegnato un chip quantistico con 17 qubit a QuTech, partner olandese con cui collabora. 
Il nuovo chip prodotto da Intel segna un ulteriore sviluppo nel campo dei computer quantistici.

Al centro di tutto non ci sono i bit, ma i qubit, l'unità di informazione quantistica
Questi sono i blocchi fondanti di un computer quantistico, come i bit lo sono in un computer tradizionale. Usando i qubit - che possono assumere nello stesso tempo il valore 0, 1 o entrambi - i ricercatori credono che i computer saranno in grado di processare "più soluzioni per un singolo problema nello stesso momento" piuttosto che svolgere calcoli sequenziali. Il tutto a una velocità senza precedenti.


Intel Quantum 17 Qubit 2

In questo modo saranno risolti problemi complessi che i computer più moderni, basati su architettura tradizionale, non sono in grado di risolvere o che impiegherebbero anni a risolvere. 
Chimica, scienza dei materiali e modellazione molecolare sono solo alcuni dei settori in cui i computer quantistici potrebbero portare a una svolta. 
Ad esempio potrebbero contribuire a creare un nuovo catalizzatore per sequestrare l'anidride carbonica, un superconduttore a temperatura ambiente o scoprire nuovi farmaci.

A oggi malgrado i progressi, le molte teorie e le sperimentazioni, permangono sfide intrinseche alla costruzione di sistemi quantici di grandi dimensioni su vasta scala capaci di produrre risultati precisi. Creare qubit uniformi e stabili è una di queste sfide.

I qubit sono molto fragili e qualsiasi tipo di rumore od osservazione involontaria può portare a una perdita di dati. Questa fragilità richiede che operino a circa 20 millikelvin - 250 volte più freddo dello spazio profondo, e questo ambiente operativo estremo rende il "packaging" dei qubit cruciale per le loro prestazioni e il funzionamento.

Intel Quantum 17 Qubit 1

Due team di Intel, il Components Research Group (CR) in Oregon e l'Assembly Test and Technology Development (ATTD) in Arizona, sono riusciti a confezionare un chip con 17 qubit con un'architettura che ne garantisce maggiore stabilità a temperature più alte e la riduzione delle interferenze RF tra ogni qubit. 
Il chip può inviare e ricevere da 10 a 100 volte più segnale rispetto a chip comparabili "wire-bonded" e ha un design avanzato che permette alle tecniche usate di essere applicate a circuiti quantistici più grandi.

"La nostra ricerca quantistica sta avanzando fino al punto in cui il nostro partner QuTech sta simulando algoritmi quantistici.
Intel sta realizzando regolarmente nuovi chip di test nei propri impianti di produzione", ha affermato Michael Mayberry, vicepresidente corporate e amministratore delegato di Intel Labs. "La nostra competenza nella fabbricazione, nell'elettronica di controllo e nell'architettura ci distingue e ci aiuterà mentre ci avventuriamo in nuovi paradigmi di calcolo, dal neuromorfico al calcolo quantistico".




"Con questo chip ci concentreremo sul collegamento, il controllo e la misurazione di qubit multipli", ha affermato il professor Leo DiCarlo di QuTech. "Questo lavoro ci permetterà di ottenere nuove conoscenze nel calcolo quantistico che daranno forma alla prossima fase di sviluppo".

Intel e QuTech non stanno collaborando solo sull'hardware, ma sull'intero stack, quindi anche la parte software.
D'altronde la potenza è nulla senza controllo.
Intel sta inoltre studiando più tipi di qubit, dai qubit superconduttori integrati nel nuovo chip a un tipo alternativo chiamato "spin qubit in silicon" dove gli spin qubit ricordano un transistor con un singolo elettrone, simile in molti modi ai transistor tradizionali e potenzialmente in grado di essere prodotto con processi comparabili.

domenica 23 aprile 2017

L'istruzione del futuro, oggi...



Il più grande polo innovativo d'Europa si chiama H-International school e il capo di Apple la considera un modello. 
Ecco il campus che guarda al futuro, dove si va in gita in Egitto con un visore e anche la frittata serve a studiare la legge di gravità

di Gloria Riva, 19 apr 2017

Corre l’anno 2040, nelle fabbriche i robot hanno sostituito le tute blu e l’auto a guida automatica ha sconfitto i tassisti. Il test di medicina è preistoria da quando il chirurgo è stato soppiantato da un automa, meno empatico ma affidabile. E il Nobel per la Letteratura è andato a un super calcolatore. Nei tribunali c’è la toga robotica, che spezza i cuori delle madri e i loro sogni sul figlio avvocato.
Del resto il 65 per cento dei bambini seduti ai banchi di una scuola elementare da grande farà un lavoro oggi inesistente, dice un’indagine del World Economic Forum. 
È retorico chiedersi se la scuola - italiana e non - sia pronta a equipaggiare gli studenti di strumenti e conoscenze adatti ad affrontare questo futuro.

La risposta è no, con qualche eccezione. 
Una di queste eccezioni si trova in Italia: H-International School sta all’interno di H-Farm, acceleratore di startup di Roncade (Treviso) fondato da Riccardo Donadon
Perché proprio questo istituto? Perché Tim Cook, numero uno di Apple, l’ha inserito fra le cento scuole più innovative e perché è stata pensata da Donadon, cinquantenne, trevigiano dalla vista lunga. Ha creato il primo e più grande acceleratore d’impresa d’Europa, H-Farm appunto, battendo sul tempo la nascita di Y Combinator, l’acceleratore della Silicon Valley.
Se anche stavolta sarà stato in grado di anticipare le tendenze, allora il futuro sarà tutto rivolto alla rivoluzione scolastica. 
Quindi eccola, la scuola del futuro. Quindici bambini di nove anni stanno riuniti sul terrazzo. Trafficano con delle uova infagottate in ingegnosi paracadute costruiti da loro. Con la sacralità del lancio di uno shuttle, ogni team proietta l’uovo dal balcone, sperano prenda il volo. Il più delle volte si schianta al suolo, ma va bene così. La frittata serve a studiare fisica, la legge di gravità. «Si sperimenta, si impara ad avere il coraggio di sbagliare, si migliora per tentativi ed errori. Si scopre il margine del rischio», spiega un professore made in Inghilterra. 
Già, perché dall’infanzia all’università qui si parla solo inglese, per il semplice motivo che nel futuro chi non saprà capire, parlare, leggere e scrivere in inglese sarà totalmente disconnesso. I corsi sono partiti due anni fa e oggi ci sono 290 alunni, dai 3 ai 17 anni.

La previsione è accoglierne 800 nel 2019, più altri 220 universitari di Digital Management (corso realizzato in partnership con l’università di Venezia Cà Foscari) già dal prossimo anno, quando il nuovo Campus H-Farm verrà inaugurato. 
Sarà il più grande polo innovativo d’Europa: accoglierà 3 mila ricercatori, professori, startupper, studenti, manager e imprenditori su un’area di 51 ettari, di cui metà destinata a parco, il resto a cubatura zero, cioè a basso impatto ambientale. L’investimento è di 101 milioni di euro, in parte finanziato da Cattolica Assicurazione e Cassa depositi e prestiti, società del Tesoro che gestisce il risparmio postale degli italiani. 
L’obiettivo è avvicinare i giovani al mondo dei nuovi lavori, al digitale, alla tecnologia, per prepararli alle sfide del futuro: «Mostriamo ai ragazzi i dettagli dell’auto a guida autonoma e loro approfondiscono le ricadute di questa innovazione sull’esigenza di riqualificare gli spazi urbani e pensano a nuove opportunità di lavoro che derivino da questa rivoluzione», continua il professore. Il modello di apprendimento è ribaltato. «Si insiste sulle competenze e non sulle conoscenze», spiega Carlo Carraro, ex rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, attuale capo di H-Farm Education, che racconta come questo modello risponda al deficit di concentrazione dei ragazzi e alla loro costante esigenza di stimoli.
«La storia non viene spiegata in modo cronologico, ma per concetti. In classe è appena terminato un focus sul totalitarismo. Hanno studiato le maggiori e più feroci dittature, cercato gli elementi comuni, imparato a riconoscerle attraverso la realtà virtuale e visitato i luoghi della tirannia. Probabilmente apprendono meno nozioni rispetto alla scuola tradizionale, ma sanno quali pericoli corre la democrazia», spiega Carraro. Le classi prendono il nome della materia - Economics, Mathematics, Italiano, Sciences - e gli studenti si spostano da una all’altra.


La prima cosa che balza all’occhio è l’assenza della cattedra: «Il modello tradizionale è finito, la cattedra non ha più quel valore. Il docente diventa un coach e il lavoro non è più ascolto passivo, ma attiva produzione di conoscenza, elaborazione di contenuti» continua Carraro.  Ogni classe ha un maxi schermo, i banchi hanno rotelle per la rapida e silenziosa creazione di gruppi di lavoro, i cavi di alimentazione per i computer sono a disposizione. Non si vede, ma c’è una connessione wifi sempre accesa e accessibile a tutti, perché qui è saltato anche il diktat del “non copiare”. «Non è un disvalore e non presuppone che una persona non abbia capito il procedimento. Copiare è imparare un processo e poi cambiarlo», dice un professore mentre ci mostra dei bambini usare Sketch, un sistema di programmazione grafica: schiacciano il tasto copy per poi modificare il disegno originario. «Possono farlo perché conoscono la struttura di ciò che hanno copiato».

Nello stesso momento, alcuni ragazzini scattano foto al cielo con un iPad: «Lo fanno per dieci giorni di fila. Poi confrontano le immagini per scoprire che il cielo non è azzurro e saranno loro a dover scoprire il perché», dice il docente.
In un’altra classe indossano un visore - che in molti casi ha sostituito il libro di testo – e sono virtualmente in gita alle piramidi d’Egitto. La scuola di H-Farm è la prima in Italia a usare il software per la didattica Apple, presentato lo scorso autunno. «Il prossimo 19 maggio il team di Apple sarà qui per mostrare il software al mercato italiano», annuncia Carraro e racconta che anche Microsoft ha investito parecchio su un software analogo. Entrambi i big della tecnologia hanno compreso che la scuola è un enorme business, una prateria inesplorata del valore di milioni di dollari.


Quella di Treviso è meta di pellegrinaggio per insegnanti e presidi di istituti tradizionali in cerca di un nuovo modello di formazione. Ed è stato siglato un protocollo d’intesa con il Miur, il ministero dell’Istruzione, per formare i docenti del futuro, sul modello sperimentale H-Farm. Altra novità: ai ragazzi non viene tolto lo smartphone una volta entrati in classe, ma sono invitati a scoprirne le potenzialità, al di là di WhatsApp e Facebook. Un esempio? Imparano a usare lo smartphone per fare un cortometraggio e, parallelamente, apprendono la struttura della recitazione, lo studio dei costumi, lo storyboard, la scenografia, la trama, tutte cose che al liceo si acquisivano studiando Goldoni. Internet diventa una biblioteca per realizzare una ricerca su Pasolini e si impara a valutare l’affidabilità della fonte. Google drive è usato per condividere con i compagni le informazioni raccolte.
E se fino alle medie si punta alla creazione di solide competenze, alle superiori si entra nel dettaglio. Quaranta ore settimanali, quattro materie principali - matematica e scienze, storia, lingue e letterature, progettazione - le altre a scelta fra economia, computer, musica, educazione fisica, una terza lingua.

Il ciclo dura quattro anziché cinque anni, equivale al diploma di maturità e all’International Baccalaureate Diploma, che consente l’accesso alle università più prestigiose, come Princeton, Columbia, Stanford. A fine corso gli studenti dovrebbero avere un livello di competenze scientifiche paragonabile al secondo anno di ingegneria. Niente lezioni di latino e greco, sostituite dalla programmazione, il coding, perché ricalca la capacità di pensiero computazionale tipica dello studio delle lingue morte: si parte da un problema, lo si spacchetta nei suoi elementi base, lo si rende modulabile e si applica una formula nota per risolverlo. Il contatto con le startup di H-Farm è quotidiano, da loro imparano a progettare un’idea imprenditoriale, che potrebbe essere anche finanziata da H-Farm. I compiti in classe sono una rarità e i metodi di valutazione sono simili a quelli di un talent: «Non conta quanto uno sa, ma quello che sa fare e nel biennio finale portiamo all’eccesso questa capacità», conclude Carraro. Tutto un altro mondo, non fosse per quell’inconfondibile trillo della campanella che suona ad ogni ora, acuto e prolungato anche qui, uguale a quello di tutte le scuole d’Italia. Un déjà vu di emozioni, prime esperienze, errori, sconfitte, intuizioni, vittorie, pianti e risate di una complicata vita da studente.














domenica 5 febbraio 2017

Il futuro: allo studio una interfaccia cervello-computer...



Un’interfaccia cervello-computer è riuscita a decifrare i pensieri di quattro persone incapaci di muovere anche gli occhi. E nonostante la loro condizione estrema hanno risposto di essere felici

di Cristina Marrone, 1 feb 2017

Leggere nel pensiero può sembrare cosa da fantascienza e forse (per fortuna) non si arriverà mai a farlo come ce lo immaginiamo. Ma qualcosa di simile potrebbe rivelarsi rivoluzionario per quei pazienti completamente paralizzati, definiti dalla scienza locked-in, letteralmente «chiusi» nel loro corpo. Non sono in grado neppure di muovere gli occhi, non possono comunicare in alcun modo con il mondo esterno. Ma sono coscienti, sono in grado di pensare e si presume desiderino farsi capire. Ora una nuova interfaccia cervello-computer è stata utilizzata per leggere il pensiero di quattro pazienti che hanno potuto rispondere a domande di base con un sì o con un no. Addirittura un padre, alla domanda della figlia se poteva sposare il suo amato, ha risposto no. Lo studio, pubblicato su Plo sBiology è stato condotto su pazienti malati di SLA da un team internazionale guidato da Niels Birbaumer del Wyss Center per la Bio e Neuroingegneria di Ginevra.

Come funziona

Da tempo la ricerca sta tentando di tradurre l’attività del cervello in segnali, oltrepassando il sistema nervoso danneggiato e i muscoli. Ed esistono vari sistemi di interfaccia cervello-computer per compiere semplici azioni come prendere un oggetto o mangiare una mela muovendo gli arti con la sola «forza del pensiero» o scrivere con la mente. Si è sempre pensato che i pazienti «locked-in» non avessero abbastanza capacità di concentrazione per utilizzare questo genere di sistemi. Ma questa nuova ricerca sembra dimostrare il contrario. Ai pazienti sono state poste alcune semplici domande di vita quotidiana e dovevano rispondere pensando per alcuni secondi «sì» oppure «no». Mentre i pazienti pensavano la risposta un computer rilevava le loro risposte misurando i cambiamenti di ossigenazione del sangue e di conseguenza il colore del sangue interpretando il segnale come un «sì» o come un «no». Le domande erano del tipo: «Il nome di tuo marito è Joachim?». Il sistema ha raggiunto una precisione del 75%. Le domande erano poste più volte per essere certi della risposta del paziente. In un caso, come detto, una figlia voleva la benedizione del padre totalmente immobile, prima di sposare il suo fidanzato. Ma otto volte su 10 la risposta è stata no. «Non sappiamo perché ha detto no - ha detto alla Bbc il professor Ujwal Chaudhary, uno dei ricercatori, ma naturalmente si sono sposati, nulla può mettersi in mezzo all’amore».

Pazienti «felici»

La sorpresa più grande per i ricercatori è stata che alla domanda «sei felice?» tutti e quattro i pazienti hanno risposto di sì. Il professor Niels Birbaumer, che ha guidato lo studio, spiega così la risposta affermativa: «Tutti e quattro avevano accettato la ventilazione artificiale pur di continuare a vivere. A una persona normale certe condizioni appaiono intollerabili, ma anche un piccolo miglioramento della qualità di vita come quello di poter interagire con i familiari per queste persone costrette all’immobilità è vissuto in modo molto positivo. Per questo credo che se questa tecnica potrà essere sviluppata potrà avere un grande impatto sulla qualità della vita di questi pazienti».

giovedì 30 giugno 2016

I robot domestici nel nostro prossimo futuro...





Al Computex di Taipei Asus ha presentato Zenbo, un robot casalingo che risponde ai comandi vocali e riesce a gestire qualsiasi elettrodomestico a lui collegato. Altre grandi aziende stanno seguendo l'esempio e entro il 2020 il numero di robot domestici sarà quintuplicato. Ci migliorerà davvero la vita?


di Giovanni Battistuzzi, 31 Maggio 2016 




"Dovremo abituarci a vedere completamente rivoluzionato il nostro concetto di casa e di vita casalinga". Era il 1998 e il fondatore di Microsoft Bill Gates parlava dell'avvento "in un futuro ormai prossimo" di sistemi che ci avrebbero permesso di superare il tradizionale rapporto con le cosiddette faccende di casa: "Entro poche decadi diremo addio a pezze e scope, tutto sarà automatico, tutto sarà robotizzato. Dal nostro divano potremo gestire tutto il funzionamento della nostra abitazione". Solo ora iniziamo a vedere il futuro del quale parlava Bill Gates. Al Computex di Taipei Asus, azienda taiwanese tra le più importanti del settore informatico, ha presentato Zenbo, un robot casalingo dal corpo sferico, mosso da due ruote e con il volto formato da uno schermo touch screen che oltre a fungere da interfaccia per impartirgli ordini, può all'occorrenza navigare in internet o collegarsi alle smart tv. E' un dispositivo multifunzionale mobile, che risponde ai comandi vocali, che non serve a nulla, ma può servire a tutto. In pratica è un centro di comando e gestione di tutti gli apparecchi tecnologici che abbiamo in casa: qualunque elettrodomestico connesso in una rete locale può essere gestito tramite Zenbo, dal forno alla televisione, dal condizionatore al campanello, dal telefono al rasaerba. E' inoltre programmato per controllare casa in assenza degli inquilini, le sue telecamere sono visionabili anche a distanza e ha un sistema che può generare rumore in caso di tentativi di scasso. E non è l'unico.




Zembo è l'evoluzione robotica di Amazon Echo, un piccolo dispositivo da tavolo che, oltre a riprodurre i brani musicali contenuti nel proprio account Amazon music, tramite Alexa, l'assistente vocale simile a Siri di Apple, può interagire con tutti gli altri dispositivi dell'azienda di Jeff Bezos. Un sistema di gestione integrato della domotica (robotica domestica), è stato lanciato a metà maggio anche da Google (con Google Home), e a breve avrà anche Apple tra i concorrenti. Asus però lo ha reso mobile e maggiormente interattivo.

Questo è solo un primo passo verso la realizzazione di un robot capace di gestire completamente le faccende casalinghe: un apparecchio capace insomma di fungere da aspirapolvere, lavapavimenti, portavivande e che possa gestire, tramite comando vocale e app, anche la cottura dei cibi, interagendo con qualsiasi elettrodomestico possediamo in casa (se tecnologicamente compatibile).




Il settore della robotica domestica è negli ultimi anni cresciuto costantemente negli ultimi anni: i robot aspirapolvere sono triplicati in Italia negli ultimi cinque anni e ora rappresenta il 10 per cento della domanda complessiva; quello dei robot tagliaerba è addirittura 18 volte superiore a quella del 2010 e ha raggiunto il 16 per cento delle vendite del settore.








E nel futuro le vendite dovrebbero subire un'impennata, tanto che una recente ricerca di Tractica prevede che entro il 2020 i dispositivi robotici casalinghi passeranno dai 6,6 milioni di unità venduti nel 2015 ai 31,2 milioni nel 2020.



Cresce la domanda e si moltiplica e raffina l'offerta. Le case informatica stanno studiando dispositivi che possano occuparsi integralmente della gestione delle abitazioni, perché "i clienti chiedono questo, sistemi che possano far risparmiare tempo e denaro per la pulizia e il mantenimento decoroso delle abitazioni, per far diventare queste totalmente controllabili tramite app", ha detto il eco di Asus.

Vogliamo casa pulite e ordinate e non ce ne vogliamo occupare.
Allo stesso tempo chiediamo di risparmiare, di utilizzare il denaro che impieghiamo per donne delle pulizie, stiratrici ecc. per altre cose.  Ma poi per cosa?
"Il problema è che chiediamo tempo e denaro per occuparci delle nostre passioni", ha detto il famoso mental coach sportivo e studioso di psicologia John Ellermann (ex consulente dei Buffalo Bill – squadra di football americano – e poi di diverse squadre ciclistiche come la Us Postal, l'Astana ecc.) alla Cnn.
Nell'intervista il professore spiega come il progresso tecnologico domestico da un lato ci elimina il peso di dover sbrigare la gran parte delle faccende di casa, ma dall'altra apre un problema di gestione del tempo: "Crediamo che curare le nostre abitazioni sia una perdita di tempo, una limitazione del nostro tempo libero, ma non è così. Occuparsi delle nostre case – continua – è occuparsi di noi stessi e il diminuito tempo che impieghiamo nella cura di queste non lo impieghiamo in attività ricreative, ma per lavorare". Lo studioso cita una ricerca della facoltà di psicologia di Boston: la maggioranza degli intervistati ha dichiarato di volere più tempo per se, ma messi in condizione di averlo lo hanno occupato lavorando.

domenica 3 aprile 2016

Addestramento dei chirurghi: la vita artificiale dei cadaveri...



di Andrea Bacariol, 23 feb 2016


Anche i chirurghi devono potersi prepararsi nel modo migliore agli interventi. 
La pensano così in Francia dove hanno studiato un metodo assai particolare: esercitarsi su corpi donati alla scienza e 'rianimati', con sangue artificiale e respiratori, in modo da riprodurre condizioni più vicine possibile alla realtà. Il sistema è stato realizzato dalla Facoltà di medicina di Poitiers, da Cyril Brèque, esperto di biomeccanica che lo ha anche brevettato, battezzandolo 'Simlife'. 
Il programma consentirà ai futuri chirurghi di formarsi affrontando situazioni del tutto simili a quelle di una sala operatoria, ma senza rischi per i pazienti. Fino a oggi invece gli studenti di medicina francesi potevano prepararsi sui manichini interattivi, allenarsi alle suture su zampe di maiale o esercitarsi su cadaveri inerti. Situazioni che differiscono però dalla realtà e che si uniscono alle difficoltà di formazione legate alle regole più stringenti in sala operatoria in Francia. 
I futuri chirurghi, infatti, non hanno molte occasioni di imparare al fianco di professionisti esperti che non possono lasciarli operare, nelle prime fasi di formazione, su veri pazienti.




Da questa difficoltà è nato il progetto del centro di simulazione, appena inaugurato nella facoltà francese. 
Al momento i battiti, la respirazione e la circolazione nei corpi 'rianimati' sono controllati con sistemi meccanici, ma l'obiettivo è miniaturizzare il meccanismo che dovrà essere poi 'pilotato', attraverso il wi-fi da un tablet per proporre diverse situazioni al tavolo operatorio. Dopo una prima fase di test, una ventina di studenti dell'ultimo anno, già dalla fine del 2016, potranno esercitarsi con il nuovo sistema al Centro di simulazione della facoltà di Poitiers.

In Italia la legge vieta l'utilizzo di cadaveri per lavoro e studio, mentre negli altri Paesi questo metodo formativo viene riconosciuto come indispensabile per la didattica.  Non solo.  Il nostro Paese è costretto a importare dall'estero i cosiddetti preparati anatomici, ossia specifiche parti di cadavere, con costi molto elevati. Per una testa, ad esempio, si arriva a spendere anche 10mila euro. 

La questione è stata sollevata durante la conferenza stampa di presentazione del 15esimo meeting della Federazione mondiale delle società di neurochirurgia lo scorso settembre:"In Italia la donazione del corpo è ammessa, ma l'acquisizione dei cosiddetti preparati anatomici non avviene come in altri paesi europei (ad esempio Austria, Spagna)", ha spiegato Roberto Delfini, direttore della Scuola di specializzazione di Neurochirurgia della Sapienza di Roma.