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domenica 10 giugno 2018

Un commento sulla situazione in Palestina...




di Chantal Meloni, giurista e studiosa di diritto penale internazionale, 16 mag 2018

Secondo i dati appena pubblicati dall’Onu, dal 30 marzo sono 104 i palestinesi che sono stati uccisi durante le manifestazioni a ridosso della barriera che circonda e imprigiona la Striscia di Gaza. Di questi, dodici erano minori, bambini. Altri dodici, inclusi due bambini, sono stati uccisi in altre circostanze correlate. 
L’impressionante numero di feriti si aggira intorno a 12.600, di cui la metà ricoverati in ospedale, tra cui molti mutilati in gravissime condizioni. Tra questi, il numero di persone che ha subito amputazioni (specie di una gamba) o la perdita di un arto, o ferite alla testa o al torace, è ancora imprecisato ma dai bollettini medici emergono dati scioccanti. Gli ospedali di Gaza chiamano la popolazione ad accorrere per donare il sangue.

Sordi a ogni richiamo, a ogni legge di umanità, prima ancora che ad ogni principio fondamentale di diritto internazionale e regole sull’uso della forza, i militari israeliani hanno innalzato il livello di violenza fino a portarlo a livelli inimmaginabili. Solo nella scorsa giornata di lunedì, 15 maggio, 60 persone di cui 8 bambini sono stati uccisi e quasi tremila feriti, oltre la metà colpiti direttamente da proiettili sparati dai cecchini israeliani.

Altri 166 Palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati feriti in manifestazioni tenutesi in Cisgiordania in commemorazione della Nakba, esacerbate dalla incommentabile, irresponsabile e illegale decisione di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Occorre ribadire chiaramente, di fronte a questi omicidi autorizzati ai massimi livelli, che in base al diritto internazionale l’uso della forza armata può essere giustificato solo per proteggere contro una minaccia letale o un grave pericolo imminente. Come invece documentato tra gli altri da Amnesty International – certamente non un’organizzazione che può essere considerata di parte in questo conflitto – “i militari israeliani hanno ucciso e mutilato manifestanti che non ponevano alcun pericolo per loro”.

Nel frattempo a causa del blocco imposto alla Striscia, Gaza è senza benzina, senza elettricità, senza acqua potabile, senza servizi di trattamento dei rifiuti, gli ospedali impossibilitati a lavorare, le scorte di emergenza quasi terminate. Nonostante tutto, il check point di Erez (che collega Gaza a Israele e dunque alla Cisgiordania e da lì alla Giordania e al resto del mondo) è rimasto ermeticamente chiuso. Rafah, il valico per l’Egitto, chiuso da mesi, è stato eccezionalmente aperto per i prossimi giorni e le autorità egiziane hanno permesso a 389 persone di lasciare Gaza per andare a curarsi, incluso (sembra ironico a scriversi) uno (su 12.600!) dei manifestanti feriti.

Osservo la crudeltà che va in scena a Gaza da lontano.

Sono qui all’Aia, in Olanda, da lunedì per partecipare all’annuale “Icc-Ngo roundtable” la tavola rotonda organizzata dalla Coalizione per la Corte penale internazionale che per una intera settimana mette a confronto e in dialogo le varie organizzazioni per i diritti umani con i funzionari della Corte penale internazionale, con la procuratrice in primis.

Quest’anno, ci sono circa 120 partecipanti tra gli esponenti delle Ong, internazionali e locali, dall’Uganda all’Afghanistan, daAmnesty International a Human Rights Watch. Io sono qui per conto del centro con cui collaboro a Berlino, Ecchr. Una piccola assemblea generale, variegata e colorata, informale ma molto composta e strutturata. Il nuovo edificio che ospita la Corte è davvero bello e imponente, comunica autorevolezza e serietà senza (troppo) intimidire.

Gaza è lontana, fisicamente migliaia di chilometri lontana, ma allo stesso tempo vicinissima. È inevitabile parlarne. L’attuale crisi non era tra le priorità all’ordine del giorno, fissato diverso tempo fa, ma non fa che riemergere. Riemerge negli interventi di organizzazioni come Amnesty International, nelle risposte della Procuratrice, nei discorsi a latere dei vari partecipanti. Le organizzazioni palestinesi purtroppo sono minimamente rappresentate.

I Gazani non possono muoversi e anche dalla Cisgiordania occupata il viaggio è davvero complicato. Al Haq ha un suo ufficio qui all’Aia e la giovane avvocatessa palestinese che rappresenta la più antica organizzazione per i diritti umani della Palestina è ammirevole per come riesce a gestire tanta pressione.

Il senso di sgomento è comune e condiviso. Lo sdegno enorme. La Corte sa di dovere fare la sua parte. La sensazione che la tanto attesa indagine sui crimini commessi in Palestina si avvicini è forte. Se sarà davvero così lo vedremo nei prossimi mesi. Le inimmaginabili pressioni politiche e i veti incrociati rendono talvolta il (de)corso della giustizia penale internazionale una penosa e lentissima camminata ad ostacoli. Ma siamo in molti ancora a crederci. E, del resto, quale sarebbe l’alternativa? Ancora violenza in risposta alla violenza? Come su piccola scala il diritto penale dovrebbe servire ad evitare la vendetta privata, su larga scala quello internazionale dovrebbe segnare il superamento dei conflitti (armati, dell’uso della forza militare. È un errore madornale continuare a fare sentire i Palestinesi indifesi, abbandonati a se stessi, quasi irrilevanti per gli organismi internazionali. L’attuale situazione non può che generare mostri. E su questo tutti dovremmo sentirci chiamati in causa.

Oggi Gaza si è fermata a piangere i suoi morti ed è stata una giornata relativamente tranquilla; tranquillissima anzi rispetto a quello che ci si attendeva nel giorno della commemorazione della Nakba, con decine di migliaia di manifestanti annunciati. Ma le manifestazioni andranno avanti.

Come mi scrive oggi Raji Sourani, il direttore del Palestinian centre for Human rights, da Gaza: “Siamo dalla parte giusta della Storia. Non abbandoneremo. Dignità e libertà sono troppo preziose per essere compromesse. Siamo le pietre della valle e nessuna forza o potere potrà portarci via da qui. Fino all’ultimo respiro noi resisteremo. Pace e amore da Gaza”.

mercoledì 11 ottobre 2017

Intel: il futuro dei processori (e non solo)




Intel ha sfornato e consegnato il suo primo chip quantistico con 17 qubit. Un passo importante, ma solo il primo di una lunghissima serie, verso il computer quantistico.




Intel pronta con un processore quantistico con 17 qubit



Intel sulle orme di IBM. L'azienda statunitense ha annunciato di aver consegnato un chip quantistico con 17 qubit a QuTech, partner olandese con cui collabora. 
Il nuovo chip prodotto da Intel segna un ulteriore sviluppo nel campo dei computer quantistici.

Al centro di tutto non ci sono i bit, ma i qubit, l'unità di informazione quantistica
Questi sono i blocchi fondanti di un computer quantistico, come i bit lo sono in un computer tradizionale. Usando i qubit - che possono assumere nello stesso tempo il valore 0, 1 o entrambi - i ricercatori credono che i computer saranno in grado di processare "più soluzioni per un singolo problema nello stesso momento" piuttosto che svolgere calcoli sequenziali. Il tutto a una velocità senza precedenti.


Intel Quantum 17 Qubit 2

In questo modo saranno risolti problemi complessi che i computer più moderni, basati su architettura tradizionale, non sono in grado di risolvere o che impiegherebbero anni a risolvere. 
Chimica, scienza dei materiali e modellazione molecolare sono solo alcuni dei settori in cui i computer quantistici potrebbero portare a una svolta. 
Ad esempio potrebbero contribuire a creare un nuovo catalizzatore per sequestrare l'anidride carbonica, un superconduttore a temperatura ambiente o scoprire nuovi farmaci.

A oggi malgrado i progressi, le molte teorie e le sperimentazioni, permangono sfide intrinseche alla costruzione di sistemi quantici di grandi dimensioni su vasta scala capaci di produrre risultati precisi. Creare qubit uniformi e stabili è una di queste sfide.

I qubit sono molto fragili e qualsiasi tipo di rumore od osservazione involontaria può portare a una perdita di dati. Questa fragilità richiede che operino a circa 20 millikelvin - 250 volte più freddo dello spazio profondo, e questo ambiente operativo estremo rende il "packaging" dei qubit cruciale per le loro prestazioni e il funzionamento.

Intel Quantum 17 Qubit 1

Due team di Intel, il Components Research Group (CR) in Oregon e l'Assembly Test and Technology Development (ATTD) in Arizona, sono riusciti a confezionare un chip con 17 qubit con un'architettura che ne garantisce maggiore stabilità a temperature più alte e la riduzione delle interferenze RF tra ogni qubit. 
Il chip può inviare e ricevere da 10 a 100 volte più segnale rispetto a chip comparabili "wire-bonded" e ha un design avanzato che permette alle tecniche usate di essere applicate a circuiti quantistici più grandi.

"La nostra ricerca quantistica sta avanzando fino al punto in cui il nostro partner QuTech sta simulando algoritmi quantistici.
Intel sta realizzando regolarmente nuovi chip di test nei propri impianti di produzione", ha affermato Michael Mayberry, vicepresidente corporate e amministratore delegato di Intel Labs. "La nostra competenza nella fabbricazione, nell'elettronica di controllo e nell'architettura ci distingue e ci aiuterà mentre ci avventuriamo in nuovi paradigmi di calcolo, dal neuromorfico al calcolo quantistico".




"Con questo chip ci concentreremo sul collegamento, il controllo e la misurazione di qubit multipli", ha affermato il professor Leo DiCarlo di QuTech. "Questo lavoro ci permetterà di ottenere nuove conoscenze nel calcolo quantistico che daranno forma alla prossima fase di sviluppo".

Intel e QuTech non stanno collaborando solo sull'hardware, ma sull'intero stack, quindi anche la parte software.
D'altronde la potenza è nulla senza controllo.
Intel sta inoltre studiando più tipi di qubit, dai qubit superconduttori integrati nel nuovo chip a un tipo alternativo chiamato "spin qubit in silicon" dove gli spin qubit ricordano un transistor con un singolo elettrone, simile in molti modi ai transistor tradizionali e potenzialmente in grado di essere prodotto con processi comparabili.

domenica 18 settembre 2016

40 tipi di pizza... all'americana!















pizza_final



Da FoodRepublic.com

Avete mai provato questi 40 tipi di pizza?

di Jess Kapadia, 18 nov 2015


Benvenuti a Pizzaland, sede di 40 tipi diversi di pizza! 
Alcuni li conoscerete molto bene, altri sono specialità regionali (pubblicità per New Haven, St. Louis e, naturalmente, Chicago) e altri ancora sono esempi una tantum che in realtà esistono. 
Sareste fatica a trovare la pizza con crostini fritti scozzese al di fuori della sua terra natale, e le "fette jumbo" sono sicuramente una creazione della zona di Washington. 
Alcuni non sono nemmeno una pizza vera e propria - sushi, salmone affumicato messicana e sono più variazioni sul tema che tipi legittimi di pizza, e se calzone e stromboli appartengano o meno alla categoria pizza è oggetto di discussione (ma abbiamo voluto illustrarle, che diamine!). 
Sia che si faccia "Piega e Mangia", sia che si tagli educatamente con coltello e forchetta o che consumiate le vostre fette in altro modo tra i due, non c'è comunque modo sbagliato di mangiare queste 40 pizze!



lunedì 4 luglio 2016

La manipolazione delle informazioni nei Social Media: il caso Facebook



Le rivelazioni di Gizmodo sulla manipolazione dei contenuti, e sulla penalizzazione di quelli sui conservatori, hanno scoperchiato il vaso di Pandora della gestione delle informazioni da parte del social network

di Martina Pennisi, 10 mag 2016




La bolla (filter bubble) è esplosa. 
Come era lecito attendersi, le elezioni americane sono diventate un banco di prova importante — l’ennesimo — per il trattamento delle informazioni da parte di algoritmi e curatori delle piattaforme di social networking e per il delicato rapporto fra editori di notizie e colossi della tecnologia. 
E la bolla è già esplosa sull’asse Facebook - Partito Repubblicano, con la commissione Commercio, Scienze e Trasporti del Senato statunitense che ha chiesto spiegazioni a Menlo Park.

La cancellazione delle notizie

Tutto è partito da due articoli di Gizmodo (ne abbiamo parlato qui) sull’intervento umano nella gerarchizzazione degli aggiornamenti, da cui è emersa una gestione arbitraria e penalizzante per i conservatori. «Cancelliamo costantemente le notizie sui conservatori», ha raccontato una fonte anonima alla testata. Facebook, per voce del vice presidente della sezione trending topic — quella incriminata, che non è disponibile in Italia — Tom Stocky, ha smentito categoricamente la manipolazione.




Anche se, come fa notare The Verge, il social network non ha alcun obbligo formale a rendere conto della gestione dei contenuti e non ha avuto remore in passato a mettere pesantemente mano al News Feed per testare le nostre reazioni (salvo poi scusarsi, in parte, a cosa fatta). La reazione dei repubblicani, come prevedibile, è stata immediata: a chiedere spiegazioni è stato prima di tutto il presidente del comitato Reince Priebus.




Il botta e risposta fra senatori

Poi è stata la volta del senatore repubblicano John Thune, che ha approfittato del suo ruolo di presidente della Commissione commercio del Senato per chiedere «risposte» a Mark Zuckerberg entro il 24 maggio sul presunto «pregiudizio politico nella diffusione della notizie» e sulla sezione trending topics, con cui Facebook sta cercando di colmare il gap con Twitter e la sua capacità di far discutere gli utenti in tempo reale. La partita si è già fatta (anche) squisitamente politica: il senatore democratico Harry Reid ha accusato il collega di occuparsi di questioni marginali.


Visualizza l'immagine su Twitter





Il discorso dei contenuti, siano gestiti dall'algoritmo o manualmente, è però più ampio.

«Don't be evil»

Stocky non ha fatto mistero del lavoro di selezione per evitare materiale «spazzatura, duplicazioni, truffe o articoli con fonti insufficienti». 

E le ultime novità della formula matematica alla base del News Feed sono state comunicate proprio all'insegna della lotta alle bufale e ai link furbi poco rilevanti. Nella sua missione — fornire un servizio qualitativamente in grado di non far uscire il miliardo e 600 mila iscritti dal suo perimetro — Facebook ha già la sua linea di difesa. «Don't be evil», la chiama da anni la madre di tutte le piattaforme (Google), nel promettere una gestione in buona fede di risultati o suggerimenti nella ricerca. Durante queste elezioni ci si chiederà, ancora una volta, se sia una risposta sufficiente.





domenica 3 aprile 2016

Farma-party: una triste follia adolescenziale USA




Dove si usano a caso medicine dei genitori

1 apr 2016


Rubano di nascosto pillole e farmaci dagli armadietti dei loro genitori e li portano a feste, i cosiddetti ‘farma-party’, dove li condividono con altri coetanei, mettendoli e mescolandoli tutti insieme in grandi boccioni, per poi prenderne e consumarne a manciate. 

E’ una delle ultime mode tra gli adolescenti negli Stati Uniti, che puo’ portare ad abusi, ricoveri in ospedale e a volte anche la morte. A spiegarlo e’ la Food and drug administration (Fda), l’agenzia Usa che regola i farmaci, che sul suo sito ha pubblicato un video in cui spiega come evitare questi incidenti.


In questa sorta di ‘roulette russa’ dei farmaci, ai ‘farma-party’ si possono trovare dai farmaci da banco per il raffreddore ad altri soggetti a prescrizione, dagli antidolorici potenti e antidepressivi fino a quelli per l’iperattivita’, tutti mescolati insieme in un’unica boccia, e magari prima bagnati con l’alcol. 

Accanto a questi abusi, possono verificarsi altri incidenti con i farmaci in casa con i bambini piu’ piccoli, che ”sono attirati dalle confezioni colorate delle pillole, che scambiano per caramelle – rileva Connie Jung, farmacista Fda – o perche’ magari i farmaci vengono smaltiti in modo non corretto e li trovano cosi’ nella spazzatura”. 

Ogni anno oltre 60mila bambini finiscono al pronto soccorso per l’assunzione di medicinali, sottolinea l’Fda, fatta mentre un adulto non li guardava. La soluzione ”e’ chiudere i farmaci a chiave e metterli in posti – conclude Jung – dove non li possono raggiungere, al di fuori della loro portata”.

sabato 2 aprile 2016

Il viaggio di Obama a Cuba...


Il viaggio anomalo di Obama a Cuba

di Alfredo Luis Somoza (Presidente ICEI), 18 feb 2016

Uno strano rapporto quello tra Cuba e Stati Uniti. 
La grande nazione del Nord combatté qui una guerra contro la Spagna alla fine dell'800 per ribadire il principio di "America agli americani", che era la visione portante della politica a stelle e strisce per il continente americano enunciata dal presidente Monroe nel 1823. Una geopolitica che rompeva con il passato del continente americano rimuovendo i residui di presenza coloniale europea, come quella spagnola a Cuba, grazie al ruolo egemone della nuova potenza con capitale a Washington.
A guerra vinta Cuba fu protettorato statunitense fino alla costituzione del 1901 che doveva però salvaguardare le leggi introdotte durante l'occupazione. In sostanza Cuba nasceva come paese indipendente, ma in libertà sorvegliata. Il "forte legame" tra i due paesi si consoliderà nel tempo fino alla sua fase terminale, durante la dittatura di Fulgencio Batista che verrà abbattuto dalla rivoluzione guidata da Fidel Castro nel 1959. Il rapporto di amore-odio tra Cuba e Usa si svilupperà quindi solo sul versante dell'odio nei lunghi decenni della Guerra Fredda, fino alla recentissima ricomposizione. Due paesi con tante cose in comune che si sono reciprocamente influenzati sul terreno della cultura, dello sport, della musica e della politica.
Due dei tre più importanti candidati del Partito Repubblicano alle Primarie in corso sono figli di cubani, di quella diaspora che praticamente ha colonizzato lo Stato della Florida. Ma la visita all'isola di Barack Obama, è paradossalmente un evento anomalo. Nel periodo in cui Cuba era praticamente una loro colonia, ricevete solo la visita di un altro presidente, Calvin Coolidge, nel 1928. Per Barack Obama la situazione sarà molto meno favorevole rispetto al suo predecessore, perché i rapporti con Cuba non sono stati ancora normalizzati del tutto e perché sarà ricevuto da Raul Castro. Un cognome che rappresenta una sconfitta storica per Washington, quella di non essere riusciti, con le buone e soprattutto con le cattive, a sbarazzarsi dei fratelli Castro e dell'unica esperienza comunista dell'Emisfero Occidentale.
Un regime antagonista, quello castrista, alla loro politica estera in America Latina e Africa che però oggi molti pensano possa diventare prezioso alleato. Cuba ha avuto e mantenuto nel tempo, da quando era colonia spagnola, una centralità politica e culturale nell'area caraibica, allargata all'intero continente dopo la vittoria della rivoluzione. Un paese ancora influente, come ha dimostrato portando a termine la mediazione tra Stato e guerriglia colombiana che per 2 anni hanno lavorato all'Avana per raggiungere un accordo che sarà firmato a fine marzo a Bogotá. Un paese al centro delle attenzioni del Vaticano, perché rimasto fondamentalmente cattolico in un continente passato in buona parte alle religioni evangeliste e pentecostali. Cuba è anche il crocevia degli investimenti di paesi che altrove sono in feroce competizione. Sull'isola stanno arrivando capitali brasiliani, cinesi, europei e prestissimo statunitensi. Qualcuno immagina l'isola come un futuro hub per diplomazia e affari all'incrocio tra Ovest ed est, tra Nord e Sud.
Sono questi i motivi che spingono Obama a recarsi a Cuba prima di finire il suo mandato. Non dovendosi ricandidare, ha scelto di assecondare la comunità degli affari statunitensi e le famiglie di oriundi cubani che non sapevano più cosa farsene dell'embargo e sognavano la possibilità di potere investire e di muoversi liberamente. La visita di Obama passerà alla storia, come sono passati alla storia la visita di Francesco, l'abbraccio con il Patriarca Kiril, la conclusione positiva degli accordi di pace tra i colombiani. Molti, troppi, eventi storici concentrati in un solo punto del pianeta nel giro di un anno. Non può essere un caso.

lunedì 14 marzo 2016

"Brain Project": la mappatura del cervello umano



Dal 14 al 20 Marzo si celebra in tutto il mondo la settimana dedicata al nostro organo più importante, che fa di noi animali tanto diversi rispetto agli altri perché “senzienti”. 
Le potenzialità ed i problemi del nostro cervello, che impattano sulla mente e sul corpo: il tempo è essenziale, quanto prima si interviene meglio si affrontano le malattie neurologiche



Tre miliardi di dollari in dieci anni per mappare il cervello: questo il Brain Project lanciato da Obama. A cui ha risposto l’Unione Europea col finanziamento di 1.200 ricerche, per 1 miliardo e 900 milioni di euro. Si cercano i meccanismi che governano quest’organo, e lo sviluppo di nuovi farmaci in grado di arrestare o curare i veri flagelli del prossimo futuro, le malattie neurodegenerative. 

Ma bisogna fare presto: in Italia quasi un milione di malati d’Alzheimer, un numero imprecisato di chi soffre di demenza senile, e poi 300mila con la malattia di Parkinson, 70mila con sclerosi multipla... “Il fattore tempo è cruciale in medicina e, in particolare, in ambito neurologico. La rapidità e l’accuratezza dell’intervento neurologico, subito dopo la comparsa dei primi sintomi, consentono di ridurre o annullare i danni che spesso condizionano fortemente la qualità di vita dei malati.” 

Così il Prof. Leandro Provinciali, Presidente della SIN, la Società Italiana di Neurologia. 
Ed al tempo è dedicata l’edizione di quest’anno della Settimana del Cervello. Dal tempo che ci si mette ad intervenire si decide ad esempio la prognosi dell’ictus ischemico in fase acuta: la combinazione di trombolisi sistemica e trombectomia meccanica, sono trattamenti tanto più efficaci quanto più sono tempestivi. In particolare, la trombectomia meccanica dovrebbe essere eseguita entro le 6 ore dall’esordio dei sintomi. In questa ottica, è stato introdotto il concetto di ritardo evitabile, ovvero l’efficienza organizzativa del percorso clinico del paziente con ictus acuto. E l’esigenza di rivedere la tempistica assistenziale dei pronto soccorso. Il tempo che passa e le alterazioni che produce sul cervello sono molto evidenti anche nella malattia di Alzheimer, che si manifesta con disturbi iniziali di memoria episodica, cioè della capacità di ricordare eventi legati ad un preciso riferimento temporale, cui si associano nel corso del tempo disturbi del linguaggio, dell’orientamento, delle capacità di ragionamento, critica e giudizio, con perdita progressiva dell’autonomia funzionale. 
Con il termine demenza si intende proprio la perdita di autonomia, mentre per descrivere i disturbi iniziali di memoria, con autonomia interamente conservata, si parla di disturbo cognitivo lieve o “Mild Cognitive Impairment (MCI)”. 

Questa condizione, diagnosticabile con opportune valutazioni neuropsicologiche, spesso precede di alcuni anni la demenza vera e propria. Sappiamo inoltre che il processo patologico che colpisce il cervello e che è responsabile della manifestazione clinica di MCI e poi di demenza precede di vari anni queste condizioni cliniche. Ancora il tempo, e la capacità di intercettarne i danni, alla base del processo neurodegenerativo che porta alla Malattia di Parkinson: inizia molti anni prima della comparsa dei sintomi motori e spesso, durante questa lunga fase, possono essere presente manifestazioni non motorie. Scoperte recenti che hanno una notevole rilevanza, perché se si riuscirà a individuare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia si potrà intervenire precocemente con farmaci neuroprotettivi. Ancora: la Sclerosi Multipla. Una malattia che oggi è relativamente agevole identificare, se si è in grado di interpretare i sintomi specifici e gli esami di laboratorio, dalla Risonanza Magnetica all’esame liquorale alla neurofisiologia, che dimostrano l’interessamento diffuso su base autoimmune del sistema nervoso. Se si inizia precocemente una terapia, c’è un minor accumulo di disabilità e una maggiore autonomia. Al contrario, ritardare l’inizio di una terapia, può essere responsabile della comparsa di disturbi non più reversibili e recuperabili. Comprendere in tempi brevi che la terapia effettuata non è pienamente efficace e, quindi, cambiare la cura utilizzando strategie terapeutiche più incisive, può essere cruciale per mantenere condizioni di salute compatibili con una vita pressoché normale.

sabato 28 giugno 2014

Il problema dell'Iraq...

Iraq, perché il primo ministro Maliki non vuole l'unità nazionale?

Il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki continua a rifiutare l'istituzione di un governo di unità nazionale, un accordo della durata di sei mesi proposto dagli USA che includerebbe rappresentanti curdi e sunniti, causando l'ennesimo fallimento del tentativo di Washington di trovare una soluzione alle divisioni etniche del Paese.

di , 26 giu 2014

In un discorso televisivo trasmesso mercoledì, Maliki ha affermato che un governo di salvezza nazionale rappresenterebbe "un colpo di Stato contro la Costituzione e il processo politico" e un tentativo di "rubare voti agli elettori". 
Maliki ha invece ribadito la sua intenzione di formare un governo dominato da sciiti, in accordo con i risultati delle ultime elezioni parlamentari, tenutesi in aprile. Maliki e il suo partito Da'wa, che hanno vinto di gran lunga le elezioni, dovrebbero concludere il processo di formazione del governo intorno al primo luglio.

Per gli Stati Uniti, per i quali un governo di unità nazionale è precondizione per portare assistenza contro i combattenti di ISIS (Stato Islamico di Iraq e Siria), il rifiuto di Maliki è fonte di ulteriore frustrazione. Washington ha accusato Maliki di essersi alienato la popolazione sunnita, il fattore centrale del peggioramento delle tensioni settarie in Iraq. A seguito della cattura di Mosul e di altre città nel nord e nell'ovest dell'Iraq da parte di ISIS, l'amministrazione Obama ha reso chiaro che non ha fiducia nel primo ministro portato al potere dall'amministrazione Bush nel 2006.

Mentre ISIS continua a prendere il controllo di ulteriori porzioni di territorio - i militanti islamici ora controllano l'intera frontiera con la Siria - Maliki e gli USA si trovano in un'impasse: Maliki vuole l'assistenza militare degli statunitensi, ma solo se non sarà costretto a condividere il potere con sunniti e curdi. Cosa pesa sulla decisione di Maliki?

La ragione più importante non ha nulla a che vedere con ISIS: sebbene simili organizzazioni abbiano spesso minacciato la sicurezza dell'Iraq sin dall'invasione statunitense del 2003, Maliki teme soprattutto un revival dei Baathisti, il partito secolare sunnita che ha governato l'Iraq sotto Saddam Hussein. 
Molti Baathisti sono sopravvissuti alla pulizia attuata dopo la caduta di Hussein. Secondo Rick Berger, un esperto indipendente da Washington, la possibilità che emerga un movimento baathista sono abbastanza scarse. «Maliki apparteneva a un partito che Saddam Hussein ha provato a distruggere, e questo contribuisce a spiegare la sua paranoia».

La riluttanza di Maliki a proposito dell'inclusione di curdi e sunniti nel governo riflette anche la sua sempre maggiore dominanza nella politica irachena. Nelle elezioni parlamentari di aprile il partito Da'wa ha conquistato 92 seggi in Parlamento, circa i tre quinti di quanto necessario per formare una maggioranza. Dato che Maliki non necessita del supporto di sunniti e curdi per arrivare alla soglia di 165 seggi, gli è sufficiente formare una coalizione con altri partiti sciiti.

«Non c'è alcuna ragione per la quale dovrebbe cedere potere a curdi e sciiti, a meno che non sia assolutamente necessario», spiega Berger.

Poi c'è l'Iran, che, come gli USA, ha dato supporto al regime di Maliki sin dall'inizio dell'attuale crisi. Teheran, come Washington, ha forti interessi nel respingere l'avanzata di ISIS in Iraq, ma, al contrario degli USA, non ha desideri di governi di unità nazionale a Bagdad, e per ora il supporto è pressoché privo di condizioni di livello politico, limitato però alla protezione delle città sacre per gli sciiti. 
Il New York Times ha riportato che il coinvolgimento del governo iraniano in Iran - che è stato importante sin dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003 - si è approfondito in risposta alla crisi attuale. E mentre sia Iran che USA vogliono un Iraq stabile, la definizione di stabilità dei due attori non coincide.
«Gli USA vogliono una stabilità che risolva alcuni dei disaccordi fondamentali nella politica irachena. Per Teheran la stabilità è un governo sciita che imponga il proprio volere al Paese» dice Berger.

Dopo avere investito miliardi di dollari e migliaia di vite americane per creare un Iraq multietnico, gli USA potrebbero scoprire che la visione di Teheran è quella più vicina alla realtà.

Lo "stampare moneta" e l'elicottero di Milton Friedman



di Vito Lops, 24 giu 2014

Il 20% dell'enorme debito pubblico del Giappone (230% del Pil, il terzo Pil del pianeta da circa 6mila miliardi di dollari è nelle mani della Bank of Japan
A renderlo noto è la stessa BoJ in un comunicato. 
Cosa significa? 
Semplicemente che l'istituto centrale che guida la politica monetaria dalle parti di Tokyo negli ultimi due anni ha stampato molta moneta (al ritmo di 1.000 miliardi di dollari) l'anno e ora detiene circa 2mila miliardi di dollari del debito giapponese. 
Già, stampare moneta. 
Ma cosa significa? Davvero è possibile caricare banconote su un elicottero e distribuirle al popolo (metafora che riprende l'immagine usata dal premio Nobel Milton Friedman per descrivere un aumento dell'offerta di moneta che piove dal cielo)?
Cosa significa esattamente stampare moneta? 
Significa emettere nuova moneta in un sistema economico al netto di quella ritirata. Contrariamente a quanto si può credere quando uno Stato emette nuovi titoli di debito pubblico (vende sul mercato titoli di Stato) chiede un prestito agli investitori (sia che essi siano stranieri siano che siano cittadini residenti nello stesso Stato) ma non emette nuova moneta. È una partita di giro, attraverso la quale lo Stato "ritira" tecnicamente della moneta già esistente (nei portafogli degli investitori) impegnandosi a restituirla a un certo tasso di interesse. Quello che viene difatti creato dal nulla quando lo Stato emette nuovo debito è un ammontare di interessi, moneta che lo Stato dovrà procurarsi da qualche parte (nella maggior parte dei casi accade emettendo nuovo debito in un circolo potenzialmente vizioso). Non a caso, dagli anni '80 lo Stato italiano ha pagato oltre 3mila miliardi di interessi su un debito pubblico che oggi ha superato i 2mila miliardi.

E allora quando si "stampa moneta"? Quando è che arriva l'elicottero di Friedman? Uno dei modi per farlo è acquistare titoli circolanti sul mercato finanziario (quindi già emessi) da parte delle banche centrali. Una politica utilizzata negli ultimi anni come contro-mossa alla crisi economica e finanziaria partita nel 2008 da Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone. Le rispettive banche centrali hanno acquistato titoli di Stato con moneta creata dal nulla (le banche centrali lo possono fare) che è quindi andata a finire nei portafogli degli investitori di chi ha venduto quei titoli alla banca centrale. Questi investitori hanno poi dirottato questi capitali verso attività a rischio più elevato (come le azioni) e questo spiega anche perché le Borse viaggiano su livelli record. Wall Street e Francoforte sono ai massimi di tutti i tempi mentre, secondo Jp Morgan il rapporto prezzo/utili delle azioni dell'indice Msci Europe è a 14,5, il livello più alto degli ultimi 12 anni.
Quando un banca centrale acquista titoli sul mercato stiamo parlando del famoso quantitative easing, conosciuto in italiano come "allentamento monetario". Con una politica di quantitative easing si ottengono due effetti: 1) immettere nuova moneta in un sistema economico; 2) abbassare i tassi di interesse sulla parte lunga della curva dei rendimenti. Il secondo punto si può comprendere meglio se si considera che, generalmente, una banca centrale ricorre al quantitative easing quando 1) l'economia è depressa; 2) quando sono state già usate le armi convenzionali per provare a sostenerla, ovvero quando la banca centrale ha già praticamente abbassato il più possibile il tasso di interesse di riferimento (quello che le banche commerciali pagano per ricevere in prestito dei capitali dietro collaterali accettati dalla stessa banca centrale).
Quindi, in teoria, quando viene effettuato un quantitative easing è simmetrico pensare che il quadro di fondo non sia favorevole e che l'economia sia caduta in una trappola della liquidità (non è più sufficiente agire sui tassi di interesse a breve per stimolare la domanda). L'obiettivo finale di una manovra di "qe" è rilanciare l'economia, ovvero far affiorare soldi all'economia reale e stimolare la domanda (investimenti di imprese e consumi delle famiglie) depressa dalla crisi e non più stimolata dal circuito bancario per via della contrazione del credito (alle banche commerciali non conviene prestare quando l'economia è fragile perché aumentano i tassi di insolvenza e la rischiosità dell'operazione).
Detto ciò, si può dire che la Bce abbia finora stampato moneta? Non proprio. Nel 2010 ha avviato un programma di acquisto di titoli di Stato, noto come il piano Smp (Securities markets programme) attraverso cui ha acquisto sul mercato secondario dei bond dei Paesi più colpiti dalla crisi finanziaria. Un'operazione non convenzionale che ha suscitato polemiche tanto che Jurgen Stark, allora capo economista della Bce, si è dimesso dal consiglio direttivo ufficialmente per "motivi personali", anche se in più ipotizzano in polemica con la manovra della Bce. In ogni caso, può considerarsi l'azione della Bce come una "manovra elicottero"? Non proprio, perché successivamente la Bce ha avviato un'operazione di sterilizzazione, ovvero di vendita degli stessi titoli sul mercato, quindi drenando la moneta che aveva immesso con l'acquisto.
Il 5 giugno 2014 nel pacchetto di misure annunciato da Draghi la Bce ha però "sospeso" il piano di sterilizzazione, così difatti ha lasciato nel sistema l'equivalente di 170 miliardi di euro immessi nel piano Smp e non ancora drenati. È questa, tecnicamente, al momento l'unica azione di immissione monetaria netta effettuata dalla Bce dalla crisi ad oggi. Tra l'altro, non esente da polemiche. Perché la Bce provvede ad incassare dagli Stati gli interessi sul debito e a rigirarne il 92% alle rispettive banche centrali in proporzione al peso dei vari Stati membri dell'Eurozona. Nel 2013 l'Italia ha pagato 4 miliardi di euro di interessi sui 102 miliardi di titoli italiani detenuti dalla Bce. Di questi l'8% è stato trattenuto in bilancio dalla Bce e il 92% è stato rigirato alle banche centrali dei Paesi dell'Eurozona. Ma la fetta più ampia è andata alla Germania (che ha la quota maggiore). Quindi l'Italia ha trasferito alla Germania circa 1,5 miliardi di interessi nel 2013 per la quota di bond italiani detenuti dalla Bce.
Mentre la Fed, la Bank of England e la Banca del Giappone quando acquistano bond governativi non hanno il problema del riparto degli interessi con altri Stati e, di conseguenza, se portano il debito fino a scadenza (come stanno facendo) monetizzano lo stesso debito che a quel punto diventa a costo zero per lo Stato (gli interessi diventano una partita di giro da tra banca centrale e tesoreria di Stato). In pratica è come se cancellassero debito emettendo allo stesso tempo base monetaria netta per riattivare la domanda depressa. In questi casi l'indipendenza tra banca centrale e governi (che in Europa agisce in modo vincolante e che in Italia è stata inaugurata nel 1981 con il divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia che da allora ha impedito alla Banca d'Italia di controllare i tassi sul debito non potendo più intervenire sul mercato primario) in Paesi come Stati Uniti, Inghilterra e Giappone è certamente più labile. Come dire, in casi di emergenza, si chiude un occhio e tra banche centrali e governi si instaura un rapporto più vicino e cooperativo.
Nell'Eurozona questo non è accaduto e non può accadere sia perché ci sono 18 Stati differenti e soprattutto perché è esplicitamente vietato dai trattati. Ma la Bce, qualcuno dirà, ha stampato moneta in altro modo, fornendo liquidità alle banche anche sul lungo periodo a tassi agevolati attraverso operazioni Ltro (Long term refinancing operation). In realtà, queste operazioni, tecnicamente non equivalgono a stampare moneta. Perché la quantità immessa dal nulla deve poi essere restituita a scadenza dalle banche alla banca centrale. Viene in sostanza stampata moneta a termine, moneta destinata ad "autodistruggersi" con la restituzione a scadenza, dopo 3 o 4 anni a seconda del tipo di Ltro. Operazioni come le Ltro annunciate nel 2011, 2012 e adesso nel nuovo pacchetto con la novità del Tltro, (targeted Ltro) ovvero un prestito agganciato in parte a quanti prestiti alle imprese le banche effettuano, per favorire l'erogazione di credito, non possono rientrare nell'alveo della "monetizzazione del debito" e della tecnica di "stampare moneta" a pieno regime utilizzata invece dalle altre banche centrali più influenti del pianeta.
E questo è anche uno dei motivi per cui l'euro resta forte nei confronti delle altre valute, perché difatti le quantità immesse dalla banca centrale sono a termine, non si tratta di immissioni nette. Del resto, la Bce è vincolata da trattati europei che non prevedono che possa operare al pari di Fed, Boj e Bank of England.
Ma esiste un altro modo di stampare moneta, al di là dei trattati? Secondo Marco Cattaneo, consulente aziendale specializzato in operazioni di private equity e autore, con Giovanni Zibordi, che opera nei mercati finanziari dal 1999, del libro "La soluzione per l'euro", un modo c'è. Attraverso stimoli fiscali. Lo Stato italiano, come qualsiasi altro Stato dell'Eurozona, potrebbe emettere certificati di credito fiscale a favore di datori di lavoro (del settore privato) e di lavoratori (del settore privato e pubblico). Certificati che poi potranno essere utilizzati per qualsiasi pagamento nei confronti della pubblica amministrazione (tasse, multe, eccetera) dopo due anni.
«Questo è necessario per dare all'economia il tempo di recuperare e di produrre la crescita del Pil e di introiti fiscali che compensa l'utilizzo del Ccf – spiega Cattaneo -. Scaduto il termine di due anni, il detentore di Ccf li utilizzerà per pagare imposte e altre obbligazioni finanziarie dovute allo Stato. Questo non sarà un problema per l'equilibrio delle finanze pubbliche, in quanto l'assegnazione di Ccf rappresenta una forte azione di stimolo alla domanda». Un esempio? «Un lavoratore dipendente con un reddito netto di 20mila euro annui riceve un'integrazione di reddito, sotto forma di Ccf; pari a quasi il 20% della sua retribuzione. L'integrazione percentuale scende al 10% circa per redditi netti di 50mila euro e al 5% per redditi netti di 100mila. In questo modo i lavoratori dipendenti e assimilabili riceverebbero Ccf per 48 miliardi, i lavoratori autonomi per 22. Quanto ai datori di lavoro riceverebbero Ccf per 83 miliardi, pari al 18% del monte retribuzioni delle aziende private italiane stimato per il 2014 in 466 miliardi di euro. Questo equivale ad abbattere di circa il 18% il costo effettivo del lavoro. In questo modo si ottiene, per via diversa, il riallineamento di competitività (quella persa nei primi 15 anni di Eurozona con la Germania dato che l'Italia ha aumentato il costo del lavoro per unità di prodotto del 18% in più rispetto alla Germania) che – ai tempi delle monete nazionali – era conseguito mediante la variazione dei cambi».

Non c'è il rischio che stampare moneta, utilizzando la parziale sovranità fiscale di cui in questo momento dispone l'Italia (finché non esiste un bilancio unico europeo ma ci sono vincoli da rispettare si può infatti parlare di parziale sovranità fiscale) si crei in futuro inflazione? «No, fino a quando la nuova moneta emessa in circolazione in modo netto va a stimolare la domanda inespressa. L'inflazione si crea quando si emette nuova moneta in un contesto in cui la domanda è già allineata al massimo potenziale produttivo di un sistema economico. In Italia e nell'Eurozona, con un tasso di disoccupazione medio superiore all'11% e ormai sui livelli di quello del dopoguerra, è evidente che domanda e offerta siano ancora lontane e quindi l'inflazione non è affatto un pericolo. Piuttosto, vista la mancanza di moneta e di domanda, lo è la deflazione».