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venerdì 23 aprile 2021

Un articolo sulle "criptovalute" (non solo Bitcoin)



di Giuditta Mosca, 12 apr 2021

Il Bitcoin è come il primo amore. Non si scorda mai. 
Pure tenendolo vicino al cuore, gli operatori che si muovono sui mercati delle criptovalute, tengono sempre gli occhi aperti in più direzioni perché non disdegnano le scappatelle. Dall’inizio di aprile mandano messaggi d’amore a cinque delle 4.866 criptovalute attuali.

Proprio mentre scriviamo il Bitcoin, scambiato a 57.819 dollari americani, ha superato i mille miliardi di dollari di capitalizzazione, a distanza siderale dalle altre criptovalute molto sollecitate dai mercati. Ethereum (che vale 2.075,5 dollari mentre scriviamo), ha un valore di capitalizzazione di 238,18 miliardi di dollari e Binance Coin, scambiata a 388,16 dollari, ha un valore complessivo di 58,7 miliardi.

Dal punto di vista degli scambi e dei potenziali guadagni, non ci sono però soltanto le criptovalute più note. Il mercato è vasto e ha un totale di capitalizzazione di 1.939 miliardi di dollari (1.630 miliardi di euro) e, benché in modo irregolare, succede che una criptovaluta riesca a “sovraperformare” (ad avere rendimenti più elevati rispetto alle altre). Oltre alle già citate Bitcoin, Ethereum e Binance Coin che, insieme, formano il 60% del mercato delle criptovalute, ci sono due scommesse su cui puntare.

 Bitcoin
it.tradingview.com


Dal 13 marzo scorso non riesce più a superare la soglia dei 60mila dollari e, stando al Ceo dell’exchange CoinCorner, Danny Scott, non è impossibile che possa arrivare a 83mila dollari, puntando tutto su un aprile rialzista, spinto dagli acquisti di criptovaluta i quali, a suo dire, sapranno avere la meglio sui ribassisti che vogliono mantenere il valore del Bitcoin vicino ai 60mila dollari americani.


Ethereum

it.tradingview.com


Anche nel caso di Ethereum è in atto una gara tra rialzisti e ribassisti. Il 2 aprile 2021 la criptovaluta ha raggiunto il suo valore più alto (2.144,59 dollari) ma, subito dopo, c’è stato un ribasso di oltre 100 dollari che ne ha determinato il prezzo a 2.044,77 dollari. Tuttavia l’Exponential Moving Average (EMA) degli ultimi giorni, ossia la media mobile, indica che i rialzisti tendono ad avere la meglio e che, nei prossimi giorni, la criptovaluta potrebbe raggiungere nuovi valori record, fino a raggiungere i 2.600 dollari.

Binance Coin

it.tradingview.com

Una spinta repentina verso l’alto lo scorso 2 aprile, fino a toccare la quotazione record di 399 dollari per poi ricadere subito e rialzarsi immediatamente. Questo è l’andamento di Binance Coin, la cui altalena sembra essere lungi dal fermarsi. I rialzisti stanno spingendo la criptovaluta da settimane e, soprattutto nel corso dei primi giorni di aprile, ne stanno accelerando il prezzo. C’è da considerare che, visti gli equilibri tra chi vuole fare tendere il valore al rialzo e chi, invece, tende al ribasso, rimane un investimento potenzialmente esente da perdite.

Polkadot

it.investing.com

Polkadot, scambiata oggi a 43,23 dollari, è sostenuta da una comunità molto attiva, che l’ha eletta a criptovaluta di riferimento e attorno alla quale sta sviluppando diversi progetti. Il fondo asiatico di criptovalute Spartan Black ha scommesso, già dal 2020, sul fatto che Polkadot può entrare nell’Olimpo per valore di capitalizzazione.

Eos

it.tradingview.com

In una manciata di ore è passata da 5,60 dollari a 6,25 dollari, con un balzo verso l’alto molto vicino all’11%. Dopo un’attività febbrile interrotta bruscamente a marzo, ora gli investitori stanno ritornando sulla criptovaluta nata nel 2017 con l’obiettivo di diventare la prima blockchain commerciale. Sta conoscendo andamenti positivi dallo scorso 25 marzo, un rally che può continuare anche nelle prossime settimane.




sabato 26 maggio 2018

Un commento a caldo su Paolo Savona, candidato Ministro della XVIII legislatura della Repubblica Italiana...



Giuseppe Conte ha ricevuto l'incarico di formare un Governo, di cui potrebbe far parte Paolo Savona come ministro dell'Economia. Il punto di Nicola Berti

di Nicola Berti, 24 mag 2018

Paolo Savona (LaPresse)
Il curriculum di Paolo Savona, candidato ministro dell'Economia nel governo Lega-M5S, è l'esatto contrario di quello di Yanis Varoufakis, il ministro delle Finanze che ballò solo mezza estate nella tragicommedia del 2015 fra la Grecia di Tsipras e l'Europa dei falchi tedeschi. 

Savona ha iniziato a occuparsi di governo dell'economia in Italia e fuori quasi sessant'anni fa nella Banca d'Italia di Guido Carli. 
Nella sua vita di economista e tecnocrate ha fatto tutto o quasi. 
Ha studiato politica monetaria al Mit di Boston con il Nobel Franco Modigliani molto prima che lo facesse Mario Draghi. 
Ha fatto il Direttore generale di Confindustria con lo stesso Carli, "pilota automatico" dell'economia lungo l'intera Prima Repubblica. 

È stato banchiere, Savona: amministratore delegato della Bnl e vicepresidente di Capitalia, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi. È stato ministro dell'Industria nel governo tecnico e iper-europeista di Carlo Azeglio Ciampi, ma anche capo del dipartimento per le politiche comunitarie della Presidenza del Consiglio sotto il Berlusconi-3. È stato presidente di Impregilo e Aeroporti di Roma, consigliere di Rcs. Fino alle dimissioni di ieri è stato consigliere di Euklid, un fondo d'investimento londinese molto proiettato sull'uso dell'intelligenza artificiale. 

Savona ha conoscenza di cose e persone - anche a livello internazionale - molto superiore a quelle ritrovabili nel governo Renzi o in quello Gentiloni. E forse il "problema-Savona" sta proprio qui: non tanto nel merito di una nota freddezza verso la globalizzazione finanziaria e i Trattati di Maastricht, quanto sull'autorevolezza con la quale sosterrebbe a Bruxelles e Francoforte la nuova dialettica italiana prospettata dalla maggioranza giallo-verde. Dietro e dentro il braccio di ferro sull'economista sardo si scorge qualcosa di poco riducibile alla presunta esigenza di un "appeasement" di facciata con i poteri forti europei. 

Savona, certamente, affronterebbe senza complessi d'inferiorità e senza inutili scrupoli ogni confronto con un presidente della Commissione Ue come Jean-Claude Juncker, capace al massimo di provocazioni mirate verso Roma, come l'ultima di ieri: "La Ue vigilerà sui diritti umani degli profughi africani in Italia". Savona, probabilmente, saprebbe inserirsi nella frattura che si va approfondendo fra Francia e Germania sulla stesso riforma dell'euro. Perché sarà pur vero che l'Italia ha i conti in disordine - ancora ieri Bruxelles lo ha rinfacciato a Roma -, ma certamente una parte del problema (sia sul fronte del Pil che della solidità bancaria) è derivato da una gestione squilibrata dell'eurozona dopo il 2008. 

È stato semmai l'approccio demagogico - se non dilettantesco - seguito in misura crescente da Renzi a confondere due distinti piani di discussione: le richieste "congiunturali" dell'Italia di ottenere flessibilità durante una recessione durissima (ma in campo bancario la richiesta era di semplice applicazione corretta delle regole); e la richiesta strutturale da parte di un Paese fondatore dell'Unione europea per ri-esaminare patti macro-politici strizzati in formule aritmetiche e strumentalmente usati come armi di guerra economica dentro l'Unione.

"Se le creature sono mal fatte, lo saranno le politiche; se si vuole cambiare queste, occorre cambiare le istituzioni. Perciò ben venga la presa di coscienza sulla vulnerabilità della nostra economia legata all'anomalia del rapporto debito pubblico/Pil, ma la speranza è che siano respinte le promesse insulse o pericolose che peggiorano la nostra credibilità internazionale e, di conseguenza, la nostra esposizione agli attacchi speculativi". Paolo Savona lo ha scritto una settimana prima del voto del 4 marzo. E a proposito: l'uomo che soprattutto Salvini vorrebbe a bordo del nuovo governo, già sei ani fa ha proposto un piano taglia-debito (da 130% a 100% sul Pil) basato sulla dismissione flessibile di una parte del patrimonio pubblico non strategico.

Può darsi che Savona non approdi in via XX settembre (può darsi ancora che il governo Lega-M5S non nasca). Ma il "caso Savona" sarebbe già stato utile a sciogliere qualche ulteriore equivoco nel parto difficile della Terza Repubblica.

domenica 29 aprile 2018

Le abitazioni di oggi...




di Nicolas Lozito, 27 apr 2018

Il famoso salotto della serie tv americana “Friends” 
andata in onda dal 1994 al 2004

AAA cercasi casa senza salotto. Perché i giovani non ne hanno più bisogno. O almeno così sostiene l’archistar inglese Patrik Schumacher. Le nuove generazioni cercano spazi abitativi più piccoli. «Tanto i millennial (chi ora ha tra i 20 e i 34 anni) sono sempre fuori casa e vivono una vita frenetica - sostiene Schumacher, famoso in Italia per aver progettato il Maxxi di Roma -.
Basta uno spazio abitativo piccolo, pulito e in centro. Come una stanza di hotel». 

Non è un’analisi sbagliata, ma neanche del tutto aderente alla realtà.
È vero: con la nostra generazione fluida è morto il mito del salotto come unità sociale minima. Il salotto era quello dei genitori, dove loro chiacchieravano e da cui noi ci tenevamo lontani, preferendo le connessioni a Internet. Il salotto era anche quello della nonna, con i divani in velluto marrone e la tv color 27 pollici Aiwa usata a mo’ di mensola per piccole Tour Eiffel o Colossei di bronzo. Ora non c’è spazio per i souvenir kitsch perché lo schermo è quello piatto del portatile appoggiato sul letto, rigorosamente da una piazza e mezza (guai a chiamarlo «matrimoniale»). Non serve più uno spazio dove invitare o incontrare gli altri, quando abbiamo WhatsApp. Il divano, se c’è, serve a ospitare gli amici di passaggio o turisti sconosciuti tramite Airbnb o Couchsurfing, servizi di affitto per brevi periodi. In modo tale da fare qualche euro nei weekend. 

E così arriviamo alla questione economica.
Non è che il salotto non serve, è che molti di noi non se lo possono permettere. Sempre più giovani vivono lontani dai genitori, spesso in case condivise, con spazi ottimizzati e dal prezzo più alto. In media, un quarto dello stipendio di un giovane sotto i 34 anni va in affitti o mutui. Secondo l’Istat, poi, un giovane italiano su cinque vive in una casa che definisce «sovraffollata». La grandezza media delle case di tutti gli italiani è 117 metri quadrati, ma gli universitari e persone al primo lavoro nelle grandi città vivono in soli 38. 

In conclusione: il salotto non appartiene più né al nostro spirito, né alle logiche immobiliari dei centri delle grandi città. Certo, è ombelicale credere che sia un problema solo nostro: alla fine chi, negli scorsi decenni, non ha avuto problemi dei tanti coinquilini e dei pochi spazi comuni? Però immersi come siamo tra social network e crisi, tra messaggini e contratti a tempo, siamo noi la generazione che più di tutte dice addio a questo spazio. Negli Anni 70 era luogo di dibattito. Negli Anni 80 ci si ballava schiacciando la moquette multicolor. Negli Anni 90 tutti lo volevano come quello di Friends. O di Un medico famiglia, a seconda dei gusti. Oggi non esiste più, preferito a mini-appartamenti con tavoli cucina reclinabili (oltre all’archistar, l’aveva perfettamente previsto Pozzetto ne Il ragazzo di campagna). 

E nel prossimo futuro? Chissà, magari fra cinque anni titoleremo «Ai millennial non serve più la cucina». E fra dieci? «Ai giovani piace dormire in piedi».


giovedì 26 aprile 2018

La disuguaglianza economica (2) in Italia...



La relazione presentata al Parlamento lo scorso febbraio proprio dal ministro uscente sosteneva che il divario di reddito si era ridotto nel 2017 e che il miglioramento sarebbe proseguito quest'anno. Smentito anche il rapporto diffuso nel giugno 2017 dall'Istat, che aveva già ritrattato ammettendo che le politiche del governo Renzi hanno solo attenuato lievemente il rischio povertà

di Chiara Brusini, 26 apr 2018


E’ “una delle conseguenze più drammatiche della crisi e della recessione in cui abbiamo perso 10 punti di pil”. E “come sappiamo è aumentata“. 
A parlare è il ministro dell’Economia uscente, Pier Carlo Padoan. Argomento, la disuguaglianza dei redditi. 
Un “aspetto importante che deve essere oggetto di strategie, di politiche economiche e sociali da subito”, ha ammonito Padoan durante la presentazione del Documento di economia e finanza, in cui sono inseriti anche 12 Indicatori di benessere equo e sostenibile. E ha subito colto l’occasione per invitare i successori a “continuare sulla strada” avviata dal governo in carica, che “ha varato misure importanti come il Reddito di inclusione“. L’allargamento della forbice tra ricchi e poveri indicato giovedì dal titolare di via XX Settembre – e certificato pochi giorni fa anche dall’Eurostat – contraddice però l’analisi messa nero su bianco proprio dal Tesoro nella Relazione sugli indicatori di benessere equo e sostenibile trasmessa al Parlamento da Padoan lo scorso 20 febbraio, poco prima delle elezioni politiche.

In quel rapporto si leggeva che la disuguaglianza, misurata in base al “rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dal 20 per cento della popolazione con più alto reddito e quello ricevuto dal 20 per cento della popolazione con il più bassoreddito”, secondo il modello usato dal Mef “avrebbe registrato unariduzione di un punto decimale, scendendo a 6,2” e “nel 2018 l’indicatore mostra un ulteriore miglioramento rispetto al 2017, riducendosi a 6,1“. Cosa che veniva spiegata con il “rafforzamento delle misure a sostegno dei redditi più bassi, entrate in vigore nel 2018”. In particolare l’estensione della no tax area e l’aumento della quattordicesima per i pensionati oltre all’avvio del Reddito di inclusione, la nuova misura universale di contrasto alla povertà. “Si inverte dunque – commentava il Mef – la tendenza all’accentuazione delle disuguaglianze, che è il grave lascito della crisi globale del 2008”.


Peraltro, aggiungeva la relazione presentata da Padoan, “i valori dell’indicatore, presentati nella Tabella II.1 (vedi immagine), non colgono pienamente l’impatto potenzialmente positivo sulla struttura dei redditi più bassi delle recenti misure di incentivo ai giovani neoassunti introdotte dalla Legge di Bilancio 2018. Pertanto il profilo degli indicatori potrebbe riflettere una sottostima nella dinamica di riduzione della diseguaglianza negli anni 2018-2020″. Ora, in procinto di lasciare l’incarico, l’ex vice segretario generale dell’Ocse rettifica allineandosi alle analisi di Oxfam secondo cui le differenze tra ricchi e poveri sono in aumento.



Le dichiarazioni del ministro smentiscono anche il rapporto sulle disuguaglianze diffuso nel giugno 2017 dall‘Istat. Che in un primo tempo aveva sostenuto che le politiche del governo Renzi le avevano fatte diminuire, salvo poi – dopo i rilievi del fattoquotidiano.it – ritrattare ammettendo che gli interventi messi in campo fino a quel momento avevano solo “ridotto lievemente il rischio povertà” ma non avevano avuto alcun impatto sulla distribuzione dei redditi.


La disuguaglianza economica (1): in Italia e nel Mondo al World Economic Forum, Davos




Il rapporto pubblicato dall’ong britannica Oxfam alla vigilia del World Economic Forum. L’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato nel mondo tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato in tasca ai "Paperoni". E nel periodo 2006-2016 la quota di reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero è diminuita del 28%. 
Lettera ai candidati premier italiani per chiedere interventi su fisco, lavoro, spesa pubblica

di F. Q., 22 gen 2018

“Miseri e disuguali”. E’ la sintesi del nuovo rapporto sulla ricchezza nel mondo pubblicato dall’ong britannica Oxfam alla vigilia del World Economic Forum di Davos, che vedrà riuniti nella cittadina svizzera i maggiori rappresentanti mondiali dell’economia e della politica. Il divario tra ricchissimi e poveri cresce, è la conclusione a cui arriva il report. Non solo infatti l’1% più ricco della popolazione mondiale continua a possedere quando il restante 99%, ma si arricchisce sempre di più: l’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato nel mondo tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato in tasca ai “Paperoni”. Nemmeno un centesimo invece è finito alla metà più povera del pianeta, che conta 3,7 miliardi di persone.

“Ricompensare il lavoro, non la ricchezza”, è il titolo del report che utilizza i dati elaborati dal Credit Suisse tenendo conto di nuove informazioni che arrivano sui nuovi ricchi di Russia, Cina e India. Un giorno di reddito di un amministratore delegato vale in Usa un anno di salario di un dipendente, calcola tra il resto la ong. Ogni due giorni qualcuno nel mondo diventa miliardario, ma per la presidente di Oxfam Italia, Maurizia Iachino, “non è sintomo di un’economia fiorente se a pagarne il prezzo sono le fasce più povere e vulnerabili dell’umanità”.

La sezione italiana dell’organizzazione, in vista delle elezioni, ha inviato una lettera ai candidati premier: un’indagine realizzata da Demopolis per l’organizzazione indica che il 61% degli italiani percepisce una crescita della disuguaglianza nel Paese. Per questo la lettera propone interventi su fisco, lavoro, spesa pubblica. Anche in Italia infatti la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. A metà 2017 il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, il successivo 20% ne controllava il 18,8%, lasciando al 60% più povero appena il 14,8% della ricchezza nazionale. La quota di ricchezza dell’1% più ricco degli italiani supera di 240 volte quella detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione. Il divario, poi, cresce. Nel periodo 2006-2016 la quota di reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuita del 28%, mentre oltre il 40% dell’incremento di reddito complessivo registrato nello stesso periodo è andato al 20% dei percettori di reddito più elevato. Così nel 2016 – gli ultimi dati confrontabili disponibili – l’Italia occupava la ventesima posizione su 28 paesi Ue per la disuguaglianza di reddito disponibile.

L’indice di Oxfam, in quest’ultimo rapporto, è puntato sul lavoro, sempre più mal retribuito e precario, pieno di abusi e rischi. Nel settore dell’abbigliamento gli azionisti dei cinque principali marchi hanno riscosso nel 2016 dividendi per 2,2 miliardi di dollari: basterebbe un terzo di questa cifra per garantire un salario dignitoso a 2,5 milioni di vietnamiti che lavorano nello stesso settore, producendo un capo che magari ora stiamo indossando. Tra le proposte di Oxfam, c’è quella di porre un tetto ai superstipendi dei top manager per impedire che il divario superi il rapporto 20 a 1.

mercoledì 7 marzo 2018

Trattorie di Roma consigliate da PuntarellaRossa




di Sara Zucchini, 30 dic 2017

Le migliori trattorie tradizionali di Roma dove mangiare molto e spendere poco Per una volta uscite dalla girandola di nuove aperture – dai ristoranti gourmet agli asiatici fusion, dalle trattorie shabby chic ai vegani – e buttatevi a caccia della trattoria di una volta. Che non esiste, va da sé, perché una volta è passata, ma molto di buono si trova: non le bettole “tipiche“, acchiappaturisti. Lasciamo perdere anche i “classici” che erano buoni qualche decennio fa, dal Grottino del traslocatore, al Biondo Tevere fino ad Augusto a Trastevere. Vi parliamo di trattorie vere, vive, bujaccari, magari “ignoranti”, ma che uniscono quantità, qualità e prezzi stracciati, insieme a un vasto repertorio di umanità, facce scavate dalla vita, panze sballonzolanti, intonaci che hanno fatto storia e gricie e carbonare lussureggianti che ti cambiano la vita.

Betto e Mary – Torpignattara
Lasciate la cravatta voi ch’entrate, o sarete costretti a vedervela appendere alla parete a mo’ di trofeo. Betto e Mary è un’osteria popolare che non ha cambiato stile, menu e orientamento politico fin dalla sua apertura negli anni Settanta. I piatti sono quelli classici: antipasti di carne a 5 euro, primi con l’eccezionale pasta fatta in casa a 7-8 euro tra cui cacio e pepe, Amatriciana, Carbonara (anche nella versione vegetariana con le zucchine), secondi come la coda e l’abbacchio e uno sformato di verdure per i vegetariani che, meglio che lo sappiano in anticipo, verranno sicuramente presi di mira dal sarcasmo dei camerieri.

Betto e Mary, Via dei Savorgnan, 99. Tel.:06 64771096; aperto tutti i giorni dalle 12.30 alle 15 e dalle 20 alle 23.

Sora Margherita – Quartiere Ebraico
Probabilmente la trattoria più economica del Ghetto (e anche quella che regala più soddisfazioni). Si entra da una porticina su piazza delle Cinque Scole riconoscibile dalle luci di Natale dodici mesi l’anno e ci si infila in un locale stretto e lungo stipato di tavolinetti. L’atmosfera è casalinga e festosa, il volume delle voci altissimo e favorito dal rimbombo per via dei soffitti bassi. Consigliabile più per una cena tra amici che per un appuntamento romantico, ma dipende sempre dai gusti. I piatti, nonostante le porzioni generose, sono ricercati e presentati con cura, sia quelli di tradizione ebraica (come il carciofo alla Giudia) che romana (il bollito alla Picchiapò). Vasta la scelta dei primi per i vegetariani (fetuccine fatte in casa al pesto, al pomodoro e basilico, cacio e pepe e ricotta).

Sora Margherita, Piazza delle Cinque Scole, 30. Tel.: 06 6874216; aperto dal lunedì al sabato dalle 12.30 alle 15 e dalle 20 alle 23.30. Sito web.

Da Marcello – San Lorenzo
Il piatto migliore di San Lorenzo sono le fettuccine aglio, olio e baccalà con le nocciole di Marcello (9 euro), una composizione di cui il cuoco stesso va molto fiero. Non eravamo sicuri di far rientrare Marcello nella lista delle trattorie ruspanti, se non fosse che per i prezzi estremamente economici, perché nei piatti, dagli antipasti ai dolci, la cura, la presentazione, il bilanciamento dei sapori sono quelli di un ristorante di categoria superiore. Qualche chicca: lo sformatino di patate, cipolle e sesamo con fonduta di parmigiano (5 euro) e la millefoglie di melanzane, scamorza affumicata e pesto (6 euro).

Osteria da Marcello,Via dei Campani, 12. Tel.:06 4463311; aperto dal lunedì al sabato nei mesi invernali dalle 19.30 a mezzanotte e dal lunedì al venerdì nei mesi estivi (giugno-settembre) dalle 19.30 a mezzanotte. Pagina Facebook e Sito web.

Da Domenico – Pigneto
Una trattoria senza pretese ai confini del Pigneto, con una saletta interna e una all’aperto. I piatti del giorno sono scritti sulla lavagna e non sono previste richieste fuori menu: cacio e pepe, amatriciana, pasta al sugo, abbacchio e poca tolleranza per i vegetariani, ma le porzioni sono gigantesche, i prezzi più che popolari (5-6 euro a piatto) e il clima estremamente cordiale: no, per niente raffinato e sì, potete andarci anche con la tuta da lavoro o i vestiti sporchi di vernice se avete appena finito di imbiancare. Nessuno ci farà caso.

Da Domenico al Pigneto, Via Attilio Zuccagni Orlandini. Tel.: 06 295613; aperto dal lunedì al sabato dalle 12.15 alle 16 e dalle 19.30 alle 23.30. 

Il Timoniere – Garbatella
Difficile da trovare per caso, il Timoniere alla Garbatella è una trattoria rustica senza troppe smancerie (anche icani sono benvenuti) che non deve aver subito molte ristrutturazioni dagli anni Settanta, e per questo conserva il fascino “de na vorta“. L’ambiente è ruspante e il menù (che non esclude le opzioni vegetariane) riserva piacevoli sorprese: le alici fritte tra gli antipasti, la Carbonara ai fiori di zucca, i tonnarelli allo sgombro (primi tra i 10 e 12 euro), l’insalata all’arancia e aringhe e le torte fatte in casa.

Il Timoniere, F. O. da Pennabilli, 5. Tel.: 06 5110007 ; aperto dal lunedì al sabato dalle 12 alle 15 e dalle 19 a mezzanotte. 

Il Quagliaro – Quarticciolo
Tra la Togliatti e la Prenestina, nel quartiere del Quarticciolo, dagli anni Cinquanta c’è una trattoria di cui vi avevamo già parlato conosciuta principalmente per le quaglie. Il menu, però, è molto vario: si spazia dagli antipasti fritti e non (supplì al telefono, uova di quaglia e alici, involtini di melanzane e fagioli con le cotiche a 6 euro) alla pizza, ai piatti romani tradizionali (Matriciana, Carbonara, Cacio e Pepe a 7 euro, coda alla Vaccinara a 12 euro e trippa a 10) ma le quaglie, cucinate nel forno a legna con contorno di funghi, olive baresane e bruschetta di ciriola (15 euro) sono senza dubbio le protagoniste della “Quagliaro Experience”.

Il Timoniere, Largo Mola di Bari, 17/19. Tel.: 06 25210875; aperto dal lunedì al giovedì dalle 19.30 a mezzanotte, il venerdì e il sabato dalle 12.30 alle 14.30 3 dalle 19.30 a mezzanotte. Pagina Facebook e Sito web. 

Dar Bottarolo – Tor Marancia 
Se capitate in zona, e magari avete fatto il tour della street art di Tor Marancia, fermatevi a pranzo dar Bottarolo (ci sono altre tre sedi oltre a questa) e concedetevi un piatto abnorme della loro Carbonara rivisitata con l’aggiunta di salsiccia (la Bottarolata), di tonnarelli al sugo di maialino o di pasta e ceci, un abbacchio scottadito o una fettina panata, sempre che siate certi di avere molta fame. Consigliamo di non ordinare troppi piatti sulla scia dell’entusiasmo perché potreste essere costretti a lasciare qualcosa nel piatto diventando vittime delle provocazioni dei camerieri. Primo, secondo e dolce a 25 euro a persona vino compreso.

Dar Bottarolo, Via dei Lincei, 41/47. Tel.: 06 5125768 ; aperto tutti i giorni dalle 12.30 alle 16 e dalle 20 a mezzanotte.

Il Girasole – Garbatella 
Siamo a Garbatella, lontano dal lotto elegante, dei ristorantini chic e del Palladium. Siamo in uno spiazzone di via Garibaldi, che non è il Giuseppe fu ferito che conosciamo, ma Rosa Raimondi, madre dell’Eroe dei due mondi, che il Comune chissà perché, ha voluto ricordare. Proprio di fronte ci sono il parco Garbatella e gli orti per anziani. Tre tavolini fuori, e un paio di sale stile anni ’70, anche la data ufficiale di nascita del Girasole è 1981. Ci sono i grissini San Carlo, e questa è già una garanzia di fedeltà a uno stile retrò che non è artefatto. Ci sono le rosette, come non se ne trovano più nei cestini di pani artigianali con i semi più disparati. E c’è tutto quel che vi serve della romanità. A partire da una sontuosa carbonara. Con due particolarità: è gigantesca, tipo 200 grammi, e ultra low cost, solo 6,5 euro. Non è la migliore di Roma, ma ti colpisce come un cazzotto in faccia, con l’uovo aggressivo, al limite dello sfrontato, il guanciale che ti scrocchia sui molari e i bombolotti gagliardi. Un quartino di vino onesto te lo porti via a 1,5 euro, un filetto di baccalà anche a meno. Il bagno è un cesso alla turca, di quelli che vedevate a militare (ma più pulito). Sulla porta un cartello chiaro: “Spegnete la luce, che la paghiamo”.

Il Girasole, via Rosa Raimondi Garibaldi 26-28, Roma. Tel. 06 511 0408

Priscilla – Appia antica
Il parco regionale dell”Appia antica dicono abbia il 7 per cento del patrimonio archeologico mondiale. Del patrimonio fa parte, naturalmente, anche Priscilla, questa trattoria che deve il suo nome non alla regina transex del deserto dell’omonimo film, ma alla tomba adiacente della moglie di Tito Flavio Abascanto, che fu imbalsamata e non cremata. In un casale qui c’era l’Osteria dell’Acquataccio e in passato era usato anche per la stagionatura dei formaggi e come stazione di posta. Oggi alla trattoria, una saletta spartana e senza fronzoli, piena di tavoli, e un’altra micro, ti accoglie un simpatico cingalese che parla un romano decisamente affascinante. In sala e in cucina, invece, ci sono romani doc (Alessandro Ratini è il patron, la famiglia lo gestisce da 120 anni) che sfornano primi tipici (9 euro), pollo al limone, pappardelle al cinghiale. Affascinante anche il bagno, che si trova fuori dal locale, in uno spiazzo vicino. Uscendo nella notte, si può fermarsi a respirare e godere come non mai, guardandosi intorno e respirando aria di campagna: siamo a Roma, bellezze, ricordiamocelo sempre.

Da Priscilla, via Appia Antica 68, Roma. Tel. 06 513 6379

Amatrice – Fidene
Se avete voglia di staccare dai ritmi del centro ma senza uscire dal Raccordo, un’alternativa potrebbe essere ristorante Amatrice che, in un casale rustico dell’Ottocento, conserva un’atmosfera confortevole e festosa. Oltre ai primi e secondi tradizionali di carne (tra gli 8 e i 10 euro), offre una vasta scelta di piatti a base di pesce: linguine allo scoglio, spaghetti alle vongole, risotto agli scampi o alla pescatora, tonnarelli vongole e porcini (12 euro) e tra i secondi la spigola, l’orata, il rombo o la grigliata. Il parcheggio privato, l’ampia sala interna e la terrazza rendono il locale adatto alle rimpatriate e ai rinfreschi di ogni genere, specialmente in primavera e estate.

Ristorante Amatrice, Via Piteglio, 19,. Tel.: 06 8805131; aperto dal martedì alla domenica a cena, il martedì e il mercoledì chiuso a pranzo. Pagina Facebook e Sito web. 


giovedì 22 febbraio 2018

Il miglioramento dell'economia di Paesi stranieri, grazie all'Italia...



La crescita del numero di migranti e l'andamento del mercato hanno fatto raddoppiare in pochi anni la somma di denaro che gli stranieri inviano nei loro paesi d'origine. Cina, Filippine e Romania i maggiori beneficiari

di Chiara Nardinocchi, 4 feb 2018




Il denaro che i lavoratori stranieri inviano alle famiglie nei paesi d'origine non solo migliora la qualità di vita a milioni di persone in situazione di povertà, ma contribuisce alla stabilizzazione economica dei paesi in via di sviluppo. 
Inoltre, stando all'analisi condotta dagli economisti Giulia Bettin, Andrea Filippo Presbitero e Nikola Spatafora, i capitali che gli stranieri spediscono a casa rappresentano oggi uno dei flussi finanziari più importanti e stabili di cui beneficiano le economie più fragili.

Un trend in crescita. Il flusso delle rimesse negli ultimi sei anni è quasi raddoppiato andando di pari passo con il numero degli stranieri residenti in Italia: secondo l'Istat infatti dal 2005 al 2013 si è passati da 2,2 a 4,4 milioni. 
Nell'ultimo anno circa 7 miliardi di euro sono stati inviati alle famiglie nei paesi di origine. 
Un dato quello italiano esempio di un andamento globale che nel 2013 ha visto crescere del 6,3% il flusso economico delle rimesse per un totale di 410 miliardi di dollari.

La Cina come punto d'arrivo. All'origine delle rimesse ci sono soprattutto le province di Roma e Milano che coprono quasi la metà del totale. 
Dalla capitale nel 2012 circa 2 miliardi di euro sono stati inviati all'estero contro i 966 milioni del capoluogo lombardo. Seguono a grande distanza Napoli e Prato con 295 e 208 milioni. 
La destinazione principale è la Cina che nell'ultimo anno ha ricevuto più di 2 miliardi di proventi dai suoi emigranti. Al secondo e terzo posto, sebbene con cifre più contenute, ci sono Romania e Filippine.

Un motore per le economie più deboli. Secondo la ricerca condotta d Bettin, Presbitero e Spatafora i proventi del lavoro che arrivano nei Paesi d'origine agiscono come "stabilizzatori macroeconomici". 
Il flusso di rimesse aumenta al calare del Pil del Paese specialmente in seguito a quelli che vengono definiti dagli studiosi "shock esogeni negativi" come disastri naturali, conflitti e peggioramento delle ragioni di scambio.

Lo sviluppo finanziario. Stando all'analisi, i capitali provenienti dai lavoratori residenti all'estero possono aiutare milioni di persone a liberarsi dagli asfissianti vincoli economici cui sono costretti. 
Inoltre questo flusso giova anche allo sviluppo del sistema bancario che sembra migliorare nelle province italiane in cui si registra il maggior volume di "spedizioni". "La riduzione dei costi di transazione - si legge - e un migliore accesso ai servizi finanziari da parte degli immigrati rappresentano quindi aspetti fondamentali per lo sviluppo di politiche che mirino a stimolare maggiori flussi di rimesse verso i paesi in via di sviluppo".

martedì 31 gennaio 2017

Commenti da Davos sulla disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza...



Il ministro dell'Economia partecipa al World Economic Forum, in Svizzera, all'indomani della lettera ufficiale da parte della Commissione europea che chiede un aggiustamento dei conti italiani da 3,4 miliardi. C'è anche il commissario Moscovici, domani l'incontro. Lagarde: "Più distribuzione dei redditi" 

di Ferdinando Giugliano e TONIA MASTROBUONIDAVOS

Le diseguaglianze e la rabbia di una classe media martoriata dalla crisi economica sono al centro dell'attenzione del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, presente al World Economic Forum di Davos e intervenuto insieme alla direttrice del Fmi, Christine Lagarde. 

Nella località svizzera il titolare del Tesoro si presenta all'indomani dell'invio - da parte della Ue - della lettera di richiamo all'Italia, con la quale si chiede la correzione dei conti pubblici per 3,4 punti di Pil. Per curiosa coincidenza, a Davos è presente anche il commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici: dalla sua struttura sono partiti i richiami a Roma e il francese ha detto che un incontro ci sarà domani.

Nel suo tavolo di lavoro, Padoan ha sostenuto che - specialmente in Europa - l'insoddisfazione della clase media, la disillusione per il futuro e la delusione per le prospettive "vengono espresse dicendo no a qualsiasi cosa i leader politici suggeriscano" e in queste condizioni "individuare delle soluzioni è più difficile che dire no. E' il segno di una crisi che richiede il ripensamento della leadership". 

Parole forti da Lagarde, per la quale è tempo che i leader politici ripensino profondamente le politiche economiche e monetarie, di fronte alla chiara risposta di protesta e delusione della classe media che arriva dai risultati politici in Usa o Europa: "Probabilmente significa che ci vuole una maggiore redistribuzione dei redditi di quanta ne abbiamo oggi". 

venerdì 28 ottobre 2016

Le idee dell'americano Jacques Fresco







..Il ‪#‎VenusProject‬ ( ‪#‎TVP‬) è un’organizzazione che propone un piano di azione realizzabile per il cambiamento sociale, un sistema socioeconomico olistico e globale chiamato “economia basata sulle risorse” ( ‪#‎RBE‬ – Resource-Based Economy), il cui obiettivo è una civiltà pacifica, sostenibile e globale; delinea un’alternativa per cui battersi, in cui i diritti umani non sono solo proclami su carta, ma uno stile di vita.

Il Venus Project presenta una visione alternativa per una civiltà sostenibile e mondiale diversa da qualsiasi altro sistema politico, economico o sociale che ci sia mai stato; prevede un periodo nel prossimo futuro in cui il denaro, la politica e gli interessi personali e nazionali verranno eliminati gradualmente.
Sebbene questa visione possa sembrare idealistica, si basa su anni di studio e ricerca sperimentale; considera una gamma che va dall’educazione ai trasporti e dalle fonti di energia pulita al sistema cittadino totale.Molte persone credono che sia necessario un alto senso di standard etici e la messa in vigore di leggi e trattati internazionali per garantire una società sostenibile e globale: anche se le persone più etiche del mondo fossero elette a cariche politiche, senza sufficienti risorse avremmo ancora molti degli stessi problemi che abbiamo oggi; finché poche nazioni continueranno a controllare la maggior parte delle risorse del mondo e il fine ultimo sarà il profitto, continuerà a prevalere il medesimo ciclo di eventi.
Mentre proliferano le sfide globali e le informazioni scientifiche, le nazioni e le persone affrontano delle minacce comuni che trascendono i confini nazionali: la sovrappopolazione, le carenze di energia, il riscaldamento globale, l’inquinamento ambientale, la scarsità d’acqua, la catastrofe economica, la diffusione di malattie incontrollabili e la sostituzione tecnologica delle persone con le macchine minacciano ciascuno di noi. Sebbene molti si adoperino per attenuare questi processi, i problemi sociali ed ambientali rimarranno insormontabili finché le poche nazioni potenti e gli interessi finanziari manterranno il controllo e consumeranno la maggior parte delle risorse mondiali e fino a quando prevarrà il sistema monetario.Se vogliamo veramente porre fine ai continui problemi internazionali e sociali, dobbiamo dichiarare la Terra e tutte le sue risorse patrimonio comune di tutti.


Che cos’è l’economia basata sulle risorse?


Per trascendere queste limitazioni, il Venus Project propone di puntare a un’economia mondiale basata sulle risorse, un sistema socioeconomico olistico in cui le risorse planetarie sono ritenute patrimonio comune di tutti gli abitanti della Terra; la pratica attuale di razionarle attraverso metodi monetari è inappropriata, controproducente e ben lungi dal soddisfare i bisogni dell’umanità.
Detto semplicemente, l’economia basata sulle risorse utilizza le risorse esistenti, anziché i soldi, per fornire un metodo equo di distribuzione nel modo più umano ed efficiente possibile; è un sistema in cui tutti i beni e i servizi sono disponibili per tutti senza l’utilizzo del denaro, del credito, del baratto o di qualsiasi altra forma di debito e servitù.
Per capire meglio l’economia basata sulle risorse, consideriamo questo: se tutti i soldi del mondo sparissero da un giorno all’altro, finché vengono lasciati intatti i terreni coltivabili, le fabbriche, il personale e le altre risorse, si potrebbe costruire qualsiasi cosa serva per soddisfare la maggior parte dei bisogni umani. Non è del denaro che la gente ha bisogno, ma piuttosto del libero accesso alla maggior parte dei propri bisogni senza doversi preoccupare della sicurezza finanziaria o dover far appello a una burocrazia governativa; in una economia basata sulle risorse di abbondanza, il denaro diventerà inutile.
Siamo giunti a un punto in cui le innovazioni in ambito scientifico e tecnologico possono facilmente fornire abbondanza a tutte le persone del mondo; non è più necessario insistere con il ritiro consapevole dell’efficienza attraverso l’obsolescenza pianificata, perpetuata dal vecchio e superato sistema del profitto. Se siamo sinceramente preoccupati per l’ambiente e per gli altri esseri umani, se vogliamo veramente porre fine alle dispute territoriali, alla guerra, al crimine, alla povertà e alla fame, dobbiamo riconsiderare consapevolmente i processi sociali che ci hanno condotto in un mondo in cui questi fattori sono comuni; che ci piaccia o no, sono i processi sociali (le pratiche politiche, le convinzioni, l’economia basata sul profitto, le norme comportamentali pilotate dalla cultura) che conducono e mantengono la fame, la guerra, le malattie e i danni ambientali.
L’obiettivo di questo nuovo progetto sociale è di incoraggiare un sistema di incentivi non più diretti verso gli scopi superficiali ed egocentrici della ricchezza, della proprietà e del potere; questi nuovi incentivi incoraggerebbero le persone verso l’autorealizzazione e la creatività, sia materiale sia spirituale.
Alcuni documentari da visionare, buona visione :
Cosa riserva il futuro oltre il 2000:
https://youtu.be/YVRGS3fT8CE
The Choice is Ours:
https://youtu.be/Yb5ivvcTvRQ
Jacquefresco sulla economia basata sulle risorse Tedx Ojai (California 2012):
«Da giovane, quando ero a New York, rifiutai di giurare fedeltà alla bandiera. Naturalmente fui mandato dal preside, che mi chiese: "Perché non vuoi giurare fedeltà? Lo fanno tutti"
Gli risposi: "Tutti una volta credevano che la Terra fosse piatta, ma non per questo era vero".
Gli dissi anche che tutto ciò che gli Stati Uniti possedevano era grazie alle altre culture e alle altre nazioni e che avrei preferito giurare fedeltà alla Terra e a chi la popola. Inutile dire che non passò molto prima che lasciai definitivamente la scuola. Allestii una laboratorio nella mia camera da letto: lì iniziai a studiare le scienze e la natura. Capii allora che l’universo era governato da leggi e che l’essere umano, con la società stessa, non è esente da queste leggi.

Poi arrivò la crisi del 1929, che iniziò con quella che chiamiamo oggi "Grande Depressione". Trovai difficile capire perché milioni di persone non avessero lavoro, una casa, cibo, quando le fabbriche erano ancora al loro posto e non erano venute meno le risorse. Fu allora che mi resi conto che le regole del gioco economico erano intrinsecamente senza senso. Poco dopo scoppiò la seconda guerra mondiale, durante la quale varie nazioni si alternarono a distruggersi sistematicamente a vicenda.
Più tardi calcolai che tutta la distruzione e le risorse sprecate spese per quella guerra avrebbero potuto facilmente soddisfare ogni bisogno umano sul pianeta. Da quel momento ho visto l’umanità dirigersi verso la sua stessa estinzione. Ho visto le risorse preziose e limitate esser continuamente sprecate e distrutte in nome del profitto e del libero mercato. Ho visto i valori sociali della società essere ridotti ad un mero materialismo e a un consumo sconsiderato.
E ho visto i poteri monetari controllare la struttura politica di cosiddette "società libere".
Ho 99 anni e temo che il sentimento sia rimasto lo stesso di 75 anni fa: questa merda se ne deve andare!».
Jacque Fresco

lunedì 4 aprile 2016

Lo "spread": i nuovi riferimenti economici...



di Vito Lops, 19 feb 2016

Di spread ormai ne abbiamo piene le tasche. 
Questo vocabolo (che in inglese vuol dire “differenza”) era sconosciuto ai più prima del 2011, quando è scoppiata anche sul debito pubblico italiano la “crisi dello spread”. Il differenziale di rendimento tra BTp e Bund a 10 anni balzò a 575 punti. In pratica un BTp rendeva il 7,75% e il Bund il 2 per cento. I mercati non si fidavano della capacità dell’Italia di rimborsare il debito e quindi in cambio chiedevano un rendimento molto alto per acquistare le obbligazioni governative. E da allora che tutti hanno cominciato a parlare di spread.

Oggi questo spread è a 130 punti (Il BTp rende l’1,55% e il Bund lo 0,25%) e a inizio anno era a 96. Si tratta di valori bassi che indicano che sul debito sovrano italiano è tornata una certa tranquillità (i mercati non temono un default). Ma va detto che questo indicatore - che è stato usato come termometro per misurare la crisi e il livello di tensione sui mercati - non è più quello di un tempo. Ha “perso smalto” dall’estate del 2012 quando ci si è messa di mezzo (in senso buono) la Bce a fare da garante sui debiti dell’Eurozona (Grecia esclusa). 
Questo ha fatto scappare via gli speculatori che fino ad allora avevano attaccato - con vendite allo scoperto - i debiti dei Paesi della periferia dell’area euro.


I due yuan


La Bce è addirittura passata dalle parole ai fatti a marzo 2015, annunciando che ogni mese avrebbe acquistato (come fa ormai regolarmente) circa 45 miliardi in bond governativi dell’area euro, compresi i titoli italiani. Questo ha contribuito all’appiattimento dello spread come lo conosciamo oggi.

Ne consegue che oggi considerare lo spread tra BTp e Bundcome termomentro della crisi e del livello di tensione dei mercati non è più corretto. Nessuno speculatore si sognerebbe mai di giocare contro una banca centrale che, tecnicamente, ha una potenza di fuoco illimitata. La verità è che lo spread BTp-Bund è ovattato, stemperato dalla longa manus della Bce. Quindi resta un parametro interessante, ma non può più al momento essere considerato un indicatore del livello di tensione dei mercati.

Ed è per questo che i gestori adesso guardano un altro spread, che arriva ogni mattina sui monitor dritto dalla Cina. Misura la differenza tra l’andamento dei due yuan (o renminbi, cioè il nome della valuta in Cina) oggi in circolazione. Il primo, detto “spot” o “onshore”, è quello stabilito dalla People’s Bank of China che lo controlla nell’ambito di una banda di oscillazione (è quindi un cambio semi-rigido). Il secondo è libero di fluttuare liberamente sui mercati secondo le regole canoniche della domanda e dell’offerta. È lo yuan “offshore”, quotato a Hong Kong.

Lo “spread cinese” è oggi molto significativo. Quando si amplia, ovvero quando la quotazione dello “yuan offshore” ha un valore più alto (in rapporto a un dollaro) rispetto a quello “spot” e quindi vale meno in termini reali rispetto allo spot, non è un bel segnale per i mercati. Vuol dire che i mercati si aspettano da un giorno all’altro che la People’s Bank of China svaluti il cambio ufficiale (spot) nei confronti del dollaro, adeguandosi a quanto già si aspetta il mercato che difatti si muove in anticipo e svaluta il cambio sul mercato di Hong Kong, muovendo al ribasso nei confronti del dollaro la quotazione dello yuan “offshore”.

E - lo abbiamo visto lo scorso agosto e a inizio di quest’anno - quando la Cina svaluta ufficialmente il cambio si propaga un terremento su Borse globali e prezzo del petrolio. E proprio dalla svalutazione dell’8 agosto che sono iniziate le vendite in Borsa su scala globale ed è tornata l’avversione al rischio.

Analizzando questo spread emerge che c’è una soglia d’allarme, quando viene toccata le probabilità che si scateni un terremoto finanziario lato Cina aumentano. Questa soglia è 13 punti. È il picco raggiunto da questo indicatore la scorsa estate e ai primi di gennaio. In entrambi i casi, dopo che lo “spread cinese” ha toccato quota 13, la People’s Bank ha svalutato cogliendo alla sprovvista i mercati e gli investitori. Ma non certo coloro che guardavano questo spread. Il consiglio per tutti gli investitori e i risparmiatori è di guardare in questa delicata fase più lo “spread cinese” che non quello tra Italia e Germania. Se questo supera i 10 punti base e tocca 13 potrebbe aumentare l’avversione a rischio su Borse e petrolio.

La riprova del funzionamento di questo indicatore la si ha anche in questi giorni, quando sui mercati è tornata un po’ di tranquillità (le Borse europee hanno recuperato il 7% nell’ultima settimana). Questo è coinciso anche con le dichiarazione del governatore della banca centrale cinese dello scorso week end sul fatto che la Cina non ha bisogno di svalutare ancora il cambio. I mercati (questa volta) gli hanno creduto. Lo “spread cinese” si è azzerato e le Borse sono ripartite. Questa mattina la quotazione dello “yuan offshore” (6,5171 dollari) è quasi identica al cambio ufficiale (6,5163). Segnale che almeno dalla Cina non sono previsti terromoti a breve in vista. Occhio però a quota 13 che, pur a non essere scaramantici, almeno sullo “spread cinese” non porta affatto bene.




giovedì 21 maggio 2015

L’Italia vista dall’Istat

Da Ilpost.it

Cosa dice di interessante il rapporto annuale sulla situazione del paese, tra numeri sull'economia e dati sugli stranieri residenti

20 mag 2015


L’Istat, l’istituto nazionale di statistica, ha presentato il suo rapporto annuale sulla situazione dell’Italia. L’intento del rapporto è fare una «riflessione documentata sul presente dell’Italia, utilizzando dati e analisi per descrivere le trasformazioni intervenute nel recente passato e al tempo stesso individuare le prospettive per il futuro e  le potenzialità di crescita del paese». Il volume integrale del rapporto è lungo 293 pagine, ma c’è una sintesi qui e un riassunto per punti qui.
Tutti i dati riferiti agli anni fino al 2014 sono dati effettivi, mentre quelli riferiti al 2015 sono previsioni o al massimo stime approssimative riguardo il primo trimestre.

PIL italiano
Nel rapporto non ci sono grandi sorprese riguardo la situazione macroeconomica italiana (cioè quella che riguarda tutta l’economia nel suo complesso): le cose sono andate male finora, ma ci sono previsioni positive. Lo stesso Istat ha pubblicato poco tempo fa i dati sulla crescita del PIL italiano nel primo trimestre del 2015 (0,3 per cento). Anche il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita positiva dell’Italia per quest’anno dello 0,7 per cento. Queste previsioni sulla crescita sono particolarmente importanti perché sono i primi dati positivi da un bel po’ di tempo: nel 2014 il PIL italiano era diminuito dello 0,4 per cento ed era andato quasi bene, se confrontato con i dati del 2013 (-1,7 per cento) e del 2012 (-2,8 per cento).

Come va il mondo
Per quanto riguarda l’economia globale, l’Istat dice che nel 2014 c’è stata una crescita del 3,4 per cento, in linea con quella del 2013. Questa crescita globale è stata trainata da una maggiore crescita dei paesi avanzati – che nel 2014 sono cresciuti dell’1,8 per cento e nel 2013 erano cresciuti dell’1,4 per cento – mentre c’è stato un lieve rallentamento nella crescita dei paesi emergenti (4,6 per cento contro il 5,0 per cento del 2013). Anche i paesi che usano l’euro come moneta nazionale sono cresciuti nel 2014 dello 0,9 per cento.

Quali cose vanno bene nell’economia italiana
Le esportazioni, per cominciare, sia nel 2014 che nei tre anni precedenti; e dovrebbero andare bene anche nel 2015. Anche i consumi delle famiglie sono cresciuti nel 2014 (nel 2012 e 2013 erano scesi). Secondo l’Istat buona parte dell’aumento dei consumi si deve al rallentamento dell’inflazione, cioè semplificando la crescita dei prezzi col passare del tempo: quando l’inflazione aumenta, i soldi che abbiamo valgono meno; se l’inflazione diminuisce le persone hanno più consapevolezza dei soldi che hanno perché i prezzi crescono poco, quindi sono “incentivate” a spendere di più nel presente. All’inizio del 2015, invece, l’economia italiana è stata trainata principalmente da fattori esterni: le politiche monetarie della Banca Centrale Europea (il cosiddetto “quantitative easing”), la caduta del prezzo del petrolio e il deprezzamento dell’euro. L’Istat però sottolinea che il deprezzamento potrebbe fare rialzare l’inflazione, provocando effetti inversi a quelli descritti sopra.

L’occupazione
Nel 2014 l’occupazione è tornata a crescere (+0,8 per cento), dopo che era diminuita nel 2012 e 2013, soprattutto per gli stranieri residenti e le donne. C’è stato un calo del ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni – uno dei principali ammortizzatori sociali in Italia – in particolare per quanto riguarda le imprese con almeno dieci dipendenti. La disoccupazione è aumentata, dal 12,1 per cento (2013) al 12,7 per cento (2014) mentre in Europa è scesa, in media (è possibile che aumentino contemporaneamente sia l’occupazione che la disoccupazione). In questo inizio di 2015 però le cose si sono messe un po’ peggio: l’occupazione è diminuita e la disoccupazione è aumentata, raggiungendo il 13 per cento. L’unica forma di occupazione che è cresciuta quasi ininterrottamente dall’inizio della crisi è il lavoro part-time, in particolar modo quello involontario (cioè quello di chi in realtà vorrebbe un lavoro a tempo pieno).

Le imprese e il sistema produttivo
La crisi non ha modificato molto il sistema produttivo italiano, che è rimasto caratterizzato dalle piccole imprese. I dati del 2012 dicono che in media la dimensione di un’impresa è di 3,9 addetti, fra le più basse d’Europa; quasi metà degli occupati lavorano in imprese con meno di 10 addetti, definite microimprese. Ci sono 4,2 milioni di microimprese in Italia e circa la metà è composta da un solo individuo: spesso si tratta di forme di autoimpiego, che quindi generalmente non mirano a creare una grande crescita o produttività e che sono considerate uno dei problemi dell’economia italiana.
Sono aumentati però i “gruppi di imprese” – quelle imprese che sono giuridicamente separate, ma possono essere considerate un unico soggetto economico – a cui si deve più della metà di tutto il fatturato del sistema produttivo italiano e circa l’80 per cento di tutto l’export. Attenzione però: i “gruppi di imprese” non sono sempre formati da imprese molto grandi; possono essere anche le microimprese a formare dei gruppi. In generale le imprese che fanno parte di gruppi sono molto più produttive delle altre, cioè producono di più a parità di addetti e mezzi.
Le imprese di maggiori dimensioni – quelle con almeno 250 addetti – sono solo lo 0,1 per cento del totale e occupano poco meno di un quinto di tutti i lavoratori.

Un po’ di numeri sugli stranieri in Italia
Ci sono poco più di 61 milioni di residenti in Italia: l’8,3 per cento – un po’ più di 5 milioni – sono cittadini stranieri e di questi il 40 per cento vivono nelle città del centro-nord. Il 13 per cento dei matrimoni ha almeno uno degli sposi straniero. Nella scuola poco meno del 10 per cento degli studenti – circa 800mila – è straniero. La presenza di studenti stranieri nati in Italia è aumentata del 12 per cento, superando quella degli studenti stranieri arrivati in Italia dopo la nascita. La comunità di stranieri che dice di trovarsi meglio in Italia è quella dei filippini, mentre quella cinese è quella che dice di trovarsi peggio. Il 60 per cento sostiene di parlare e comprendere molto bene l’italiano, la stessa percentuale parla in italiano con gli amici mentre il 38,5 per cento parla italiano anche in famiglia.