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martedì 20 aprile 2021

Smartworking: spese e retribuzioni per il lavoro da casa...

 Da Il Post

Bisogna pagare di più chi lavora da casa?


Certe spese non ci sono (la benzina, il caffè al bar, la metro) ma altre (le bollette, i caffè a casa, la carta igienica) aumentano: nei Paesi Bassi si è fatto qualcosa

14 ott 2020

Nei Paesi Bassi i dipendenti pubblici riceveranno quest’anno un bonus di 363 euro che, come ha spiegato RTL Nieuws, è una forma di compensazione per le maggiori spese domestiche a cui si deve sottoporre chi, per via della pandemia da coronavirus, deve lavorare da casa. Altri paesi stanno pensando di fare qualcosa di simile e, con ogni probabilità, è qualcosa di cui si parlerà anche in Italia, dividendo chi ritiene che il lavoro da remoto comporti maggiori spese domestiche e chi invece pensa che permetta di guadagnare tempo e risparmiare soldi, e che quindi non serva nessun bonus.

Il bonus per i dipendenti pubblici olandesi che lavorano da casa – e continueranno a farlo, visto il nuovo parziale lockdown appena deciso – è arrivato durante le negoziazioni del nuovo contratto collettivo ed è una diretta conseguenza di uno studio fatto da NIBUD, un istituto nazionale che «fornisce informazioni e consigli di carattere finanziario per famiglie» ed è in parte finanziata anche dal governo.

A luglio NIBUD aveva stimato che lavorare da casa costasse in media due euro al giorno in più a ogni lavoratore, quindi – senza contare sabati e domeniche – un po’ più di 40 euro al mese e circa 500 euro l’anno. La stima era stata fatta prendendo in considerazione i consumi energetici, idrici e di gas, i caffè e le altre bevande consumate, “l’ammortamento di sedia e scrivania” e anche l’uso di carta igienica. In altre parole, tutte le cose il cui consumo aumenta quando si passano a casa le 40 ore circa che si trascorrerebbero al lavoro.

Con riferimento alle cifre di NIBUD, RTL Nieuws ha parlato di calcoli secondo i quali «chiunque beva sei tazze di tè o caffè al giorno, spende 70 centesimi», di un po’ più di un euro al giorno per il riscaldamento degli ambienti domestici in cui si lavora e anche di «0,025 euro al giorno per la carta igienica». Non sono invece stati calcolati i costi di computer, telefoni o altri strumenti più propriamente lavorativi perché quelli, nei Paesi Bassi così come in Italia, dovrebbero già essere previsti per chi lavora da casa.

– Leggi anche: I paesi che offrono un visto per lavorare da remoto

A chi propone di pagare di più chi lavora da casa, si contrappone chi sostiene che non sia necessario perché lavorando da casa si risparmia. Nei Paesi Bassi questa è la posizione della AWN, un’associazione di datori di lavoro che ha fatto notare come certe aziende continuano nonostante tutto a sostenere spese di altro tipo, per esempio per le auto o i telefoni aziendali. Com’è ovvio, comunque, è un discorso che è molto difficile affrontare in termini generali, senza considerare le differenze che esistono tra un lavoro e l’altro, e quindi tra un lavoratore e l’altro.

Di forme di compensazione per le spese sostenute lavorando da casa – o per regolare meglio gli obblighi dei datori di lavoro verso la fornitura di strumentazioni adeguate per il lavoro da casa – si sta parlando, come ha scritto Reuters, anche in Spagna, in Germania e nel Regno Unito, ma nessun paese è per ora più avanti dei Paesi Bassi sulla questione.

Intanto, si discute anche di come le aziende stesse potrebbero o dovrebbero cambiare i “benefit” per i loro dipendenti: CNN, per esempio, ha citato casi di aziende che offrono servizi di lavanderia porta a porta (si manda qualcuno a casa del dipendente per prendere i vestiti sporchi e riportarglieli lavati) o anche maggiori offerte per i lavoratori con figli. Il Wall Street Journal, invece, ha raccontato come Microsoft stia pensando di aggiungere a Teams, software di chat e strumenti per la collaborazione in ambito aziendale, la possibilità di fare un “virtual commute“, che vorrebbe dire prendersi, prima e dopo il lavoro vero e proprio, un po’ di tempo per pensare con più calma alla giornata lavorativa che sta per iniziare e a quella appena finita: qualcosa di simile a quello che molti pendolari fanno (o facevano) andando e tornando dal lavoro.

domenica 2 febbraio 2020

La novità delle "ferie illimitate" nei contratti di lavoro...



Le ferie illimitate sono una novità rivoluzionaria per molti lavoratori. Ma come funzionano? Dagli Usa all’Europa, presto le «vacanze quando vuoi» arriveranno anche in Italia.

Teresa Maddonni, 29 gen 2020

Ferie illimitate: questa è la nuova frontiera del lavoro. Aumentano i contratti e quindi le aziende che permettono ai dipendenti di andare in vacanza quando vogliono.
Ovviamente dietro questa decisione si cela una logica ben precisa delle compagnie che scelgono di concedere ai propri dipendenti le ferie illimitate e che riguarda la produttività degli stessi.
Ma l’elemento eccezionale non sta tanto nelle ferie illimitate quanto nel fatto che queste siano normalmente retribuite. La tendenza parte dagli Usa e arriva in Europa con l’azienda belga Jonckers, con una sede anche in Italia, che ha concesso le ferie illimitate ai suoi dipendenti.
Considerata la tendenza all’aumento negli ultimi quattro anni dei contratti che permettono le ferie illimitate, i numeri sono destinati a crescere. Tra poco sarà una realtà anche in Italia. Abbiamo parlato di ferie non godute e quando vengono pagate, vediamo come funzionano le ferie illimitate e perché è possibile averle.

Ferie illimitate a lavoro: ecco come funzionano

Le ferie illimitate a lavoro stanno diventando sempre più una realtà, ma come funzionano nello specifico e soprattutto perché alcuni contratti lo prevedono?
Le ferie illimitate sono una scelta che le aziende americane prima e le europee ora, come dimostra l’esempio della società belga Jonckers, stanno adottando.
L’obiettivo principale è concedere un numero illimitato di vacanze, retribuite, che il dipendente può prendersi quando vuole per riposare ed essere più stimolato e attivo.
Chi lavora con un tipo di contratto che prevede ferie illimitate può concedersi quindi il riposo oltre alle 20 giornate (di media) previste e gli straordinari.
Un dipendente più felice, per i datori di lavoro che decidono di attivare questa formula, è un dipendente più produttivo. Il patto però è che questi non solo sia trasparente nel numero dei giorni di ferie extra che decide di godere, ma anche che porti a termine gli obiettivi di lavoro prefissati.
La scelta avviene principalmente oggi dal momento che le nuove tecnologie, l’essere sempre connessi, permettono al lavoro di travalicare l’orario ordinario e occupare anche serate o week end. Un pensiero costante al lavoro che porta inevitabilmente il fisico a richiedere maggior riposo.
Negli Stati Uniti negli ultimi quattro anni sono triplicati i contratti che prevedono ferie illimitate passando dallo 0,04% sul totale delle offerte di lavoro nel 2015 allo 0,13 % del 2019.
In particolare sono i lavori tecnologici nei quali si riscontra un maggior ricorso alle ferie illimitate per il maggiore stress che creerebbero. Esistono infatti al mondo dei lavori che sono più stressanti di altri.
Tuttavia secondo uno studio condotto dalla società di risorse umane Namely nel 2017 è affermata la tendenza da parte dei lavoratori americani che in media hanno 15 giorni di ferie, a godere solo di 13.
Inoltre il 13% dei dipendenti ammette di non lavorare in vacanza e lo stesso il 29% di coloro per i quali sono previste le ferie illimitate.
Pur avendo questa opportunità molti lavoratori potrebbero non volerne approfittare per evitare di sembrare pigri o poco produttivi. Per le aziende è il contrario: il dipendente riposato e che si concede le ferie quando vuole lavora meglio, non meno.

Vediamo quali sono le aziende, americane e non, che hanno già adottato le ferie illimitate per i lavoratori.

Le aziende con ferie illimitate: presto anche in Italia

Sono molte le aziende che negli ultimi anni hanno deciso di concedere le ferie illimitate ai propri lavoratori. Tra queste si annoverano le società tecnologiche Usa, le start-up della Silicon Valley quali Netflix, Dropbox, Groupon, Virgin, ma anche General Electric.
Non solo in America perché una delle ultime aziende che ha lanciato la sfida delle ferie illimitate a lavoro è la Jonckers ed è belga. La società si occupa di traduzione e interpretariato e che ha sedi in tutto il mondo. L’azienda ha concesso intanto questo beneficio ai dipendenti che si trovano nell’uffico in Repubblica Ceca.
L’obiettivo dell’azienda però è quello di concedere questa possibilità anche ai dipendenti delle altre sedi.
Joncker ha una sede anche in Italia, precisamente a Bologna, e questo fa ben sperare che presto le ferie illimitate saranno una realtà anche nel nostro Paese.
La speranza è che anche in Italia altre aziende potranno decidere di concedere ferie illimitate ai propri dipendenti e renderli così più felici e produttivi.

giovedì 28 novembre 2019

Meno giorni lavorativi, e la produttività cresce...



La multinazionale rilascia i dati del test effettuato lo scorso agosto a Tokyo: più produzione e risparmi su elettricità e carta. Soddisfazione dei lavoratori al 92%

di Alessio Lana, 4 nov 2019


Bastano quattro giorni di lavoro, tre di riposo e la produttività sale del 40 per cento. 
La scorsa estate Microsoft Giappone ha testato la settimana lavorativa breve con risultati eccezionali sia sul fronte lavorativo che nella soddisfazione del personale. 
Nel mese di agosto, tutti i dipendenti della sede di Tokyo hanno ricevuto il venerdì come giorno di ferie pagato. In più l'azienda partecipava a eventuali spese per i viaggi e organizzava workshop per il tempo libero, o meglio, liberato. 
Per molti di noi lavorare quattro giorni è un sogno, spesso poi siamo costretti ad allungare la settimana lavorativa anche al sabato e alla domenica, eppure, come dimostrato da Microsoft, meno si lavora e più si produce. O meglio: l’equazione è possibile.

Gli altri risparmi

L'azienda ha anche fornito i numeri di questa sperimentazione: come dicevamo la produttività dei lavoratori è aumentata del 40 per cento ma la loro soddisfazione è salita del 92 per cento. Praticamente tutti hanno detto che lavorare un giorno in meno li rendeva più felici e quindi, implicitamente, più produttivi dal lunedì al giovedì. In più l'azienda ha ridotto il consumo di energia elettrica del 23 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018, le pagine stampate del 58 per cento e i giorni lavorativi del 25,4 per cento.

Oltre 80 ore di straordinario

Questi risultati però vanno visti in prospettiva. Il Giappone è uno dei Paesi in cui si lavora di più al mondo. Un lavoratore su quattro riesce ad accumulare anche 80 ore di straordinari al mese, il 12 per cento delle aziende dichiara che i loro dipendenti hanno raggiunto le cento ore. Allungare l'orario però non significa necessariamente lavorare di più: come dimostrato dall'ultimo Compendium of Productivity Indicators dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Oecd), i nipponici sono sul più basso gradino della produttività tra le aziende del G-7. Come dimostrato da Microsoft, insomma, «less is more». Meno, a volte, è più.

mercoledì 22 febbraio 2017

L'invecchiamento della forza lavoro in Italia

Da Il Corriere della Sera

Occupazione: il lavoro che invecchia. L’età media in Italia sale a 44 anni

Dal 2008 l’occupazione è cresciuta in media di 4-6 mesi l’anno. Gli under 35 al lavoro? Sono crollati dal 41% al 22% degli occupati. Il Fmi prevede che nel 2020 uno su cinque avrà più di 55 anni. La ricetta per far ripartire la produttività? Istruzione e formazione
di Federico Fubini, 21 feb 2017

Qualche tempo fa Marco Palmieri, 51 anni, si è imbattuto in un problema che non aveva previsto quando nel 1987 iniziò a produrre borse e valigie: come collegarle alla Rete. 
Se voleva crescere ancora con la sua Piquadro, doveva integrarle all’Internet delle cose e farle interagire con un’icona sullo schermo di uno smartphone.

Marco Palmieri, patron di Piquadro 

Palmieri si rivolse a un studio di ingegneri suoi coetanei, e questi gli illustrarono molte funzioni digitali. Tutte inutili. Nessuna faceva funzionare meglio uno zaino di pelle o una valigia in un aeroporto. 
L’impasse stava diventando così frustrante che un giorno in azienda Palmieri si sfogò alla macchinetta del caffé con alcuni dipendenti fra i 20 e i 30 anni. 
Fu la svolta: in poco tempo quei ragazzi idearono una App per allucchettare le valigie e un sistema di sensori collegati allo smartphone per pesarle o segnalarne la posizione. Non erano specialisti del digitale. Erano, semplicemente, giovani al lavoro.

L'innovazione che manca nelle aziende

Il problema dell’Italia degli ultimi vent’anni, e ancor più dei prossimi venti, è che storie del genere diventano rare. Nei luoghi in cui si genera la ricchezza del Paese stanno venendo meno le principali fonti di innovazione: i giovani. Una ricerca del «Corriere della Sera» sulla base della banca dati dell’Istat mostra come la demografia del lavoro in Italia stia subendo uno smottamento sotterraneo, quasi unico in Europa per intensità. Oggi essa è alla radice di buona parte del letargo dell’economia italiana e spiega un bel po’ della lentezza con cui la produttività del lavoro avanza rispetto alla media dell’area euro (dall’inizio del secolo, del 12% in ritardo). L’invecchiamento negli uffici e nei piani fabbrica è così veloce che obbliga a ripensare al più presto a come in Italia si studia, ci si aggiorna e ci si organizza in azienda. Del resto non esiste altro modo di far emergere i punti di forza nascosti in quella che, lasciata a se stessa, diventa ormai la grande debolezza del Paese.

Lavoratori sempre più vecchi

I numeri, a prima vista, non perdonano. Non c’è solo l’aumento medio di quasi sei anni dell’età media degli occupati in Italia nell’ultimo quarto di secolo, da 38 a quasi 44 anni. Colpisce di più come questo stia accelerando: a partire dal 2008 l’età media dei 21 o 22 milioni di persone al lavoro nel Paese aumenta in certe fasi di sei mesi ogni anno, o poco meno; solo gli sgravi alle assunzioni e il Jobs act sembrano contrastare un po’ la deriva.

Su dinamiche del genere conta la pura e semplice demografia: in Italia vive la popolazione dall’età mediana più alta al mondo (45,1 anni) dopo la Germania e il Giappone. Incide però anche l’ultima riforma delle pensioni, che dal 2011 ha allungato la permanenza dei più anziani al lavoro per riequilibrare il sistema dopo decenni di promesse insostenibili. Pesa poi soprattutto l’emarginazione dei giovani: il tasso di occupazione per chi ha fino a 24 anni è appena del 17% (studenti ovviamente esclusi).

Emarginati i giovani

Così nell’ultimo quarto di secolo i luoghi del lavoro in Italia hanno subito una trasformazione antropologica, che prosegue. Sono sparite 3,6 milioni di persone di meno di 35 anni (erano quasi 9 milioni, sono poco più di cinque). Sono apparse 4,2 milioni di persone in più la cui età supera i 45 anni; il numero dei lavoratori attivi fra i 55 e i 64 anni è raddoppiato da due a quattro milioni, tanto che il Fondo monetario internazionale stima che in Italia nel 2020 un quinto degli occupati sarà in questa fascia e nel 2015 lo sarà quasi un occupato su quattro.


In sostanza i lavoratori più giovani, energici e innovativi si sono rarefatti dal 41% al 22% della popolazione produttiva; quelli più anziani sono aumentati da un terzo alla metà. Una parte devono averla le preferenze culturali nel Paese per persone più esperte, o più ricche di rapporti sociali, perché il numero degli occupati di oltre 65 anni è esploso: oggi questi lavoratori anziani sono oltre mezzo milione, più 41% in 25 anni.

Due milioni di lavoratori in più in vent’anni

Naturalmente questa non è una torta immutabile — non è un gioco a somma zero — perché oggi lavorano in Italia quasi due milioni di persone in più rispetto vent’anni fa (22,9 contro 21 milioni). Nell’economia attiva può esserci spazio per tutti. Ma una composizione così squilibrata delle età del lavoro ha conseguenze. Uno studio dell’Fmi del dicembre scorso («The Impact of Workforce Ageing on European Productivity») mostra che l’Italia, con la Grecia, è la più esposta a perdite di produttività proprio perché gli occupati invecchiano: da due decenni questo fenomeno sotterraneo sta limando via uno 0,2% l’anno dalla capacità di far crescere il valore generato in un’ora di lavoro; sono differenze impercettibili nel breve, ma corrosive per profitti e salari quando si accumulano nel tempo. Secondo lo studio dell’Fmi l’invecchiamento erode le capacità nei lavori più fisici e in quelli meno ricchi di conoscenze; non ha effetti su addetti alle vendite, impiegati di banca o periti elettronici; e l’accumulo di esperienza addirittura aumenta la produttività per funzioni dense di conoscenza come quelle di docenti, avvocati, medici, giudici o manager. Il problema dell’Italia è che la sua quota di laureati e diplomati è fra le più basse d’Europa: deve farla salire in fretta per affrontare il giorno, vicino, in cui l’età media degli occupati arriverà al mezzo secolo o più.

A Gaggio Montano in provincia di Bologna, la Piquadro di Palmieri forse ha trovato una soluzione. Da qualche tempo in azienda si aggira un ex dirigente pensionato della Miroglio. Il suo nome è Antonio Colantuoni. Il suo compito è parlare un po’ con tutti, specie i più giovani, per capire cosa pensano dell’azienda, del mondo e di se stessi. «Li aiuto a tirare fuori i problemi, a capire e sviluppare il loro potenziale», dice. Questo è un metodo che Colantuoni ha messo a punto in 35 anni di lavoro alla Miroglio, e funziona. Fa girare meglio le imprese. «Lo avessi capito prima, mi sarei fatto del bene — ammette —. Ma c’è un valore nell’età che avanza».

giovedì 6 agosto 2015

Una fotografia dei dipendenti pubblici in Italia ed all'estero...

Da Likiesta

Statali d’Italia
Quanti sono, dove lavorano e quanto guadagnano i dipendenti pubblici italiani

di Lidia Baratta, mar 2015

A oggi i dipendenti pubblici in Italia sono 3,3 milioni, sotto la media Ocse, con un guadagno medio di 34.505 euro. Con il blocco dei contratti, le retribuzioni sono diminuite in media dello 0,9% tra il 2011 e il 2012, con punte del 2,6% nella scuola, e dello 0,3% tra il 2012-2013, con punte del 4% per la carriera diplomatica.
A guardare i dati, i lavoratori della pubblica amministrazione non sono né troppi né costano troppo rispetto ad altri Paesi: la spesa per il pubblico impiego in Italia equivale all’11% del Pil, meno del 13,4% francese. Quello che supera, anzi raddoppia, la media Ocse sono gli stipendi dei dirigenti pubblici italiani. E anche l’età degli statali italiani. Con le politiche di blocco del turn over, che non hanno fatto largo ai giovani, nel nostro Paese solo il 10% del pubblico impiego ha meno di 35 anni, ben sotto il 28% della Francia e il 25% del Regno Unito. L’età media è di quasi 48 anni, 50 se si escludono poliziotti e altre forze armate. La classe con maggiore densità è quella tra 50 e 59 anni. 


lunedì 3 agosto 2015

Lavori davvero strani...

Da Pocket Roma [Parioli]

I LAVORI PIÙ STRANI DEL MONDO

Articolo di Simona Giunti, dal numero di Pocket Roma [Parioli] di novembre 2013





martedì 16 giugno 2015

Come motivare i team

Da IlSole24Ore

Cinque regole d'oro per motivare

di Enrico Marro


1) Elogiare apertamente il lavoro svolto bene da singoli e gruppi

Perché: 
Buone prestazioni sono frutto di un buon lavoro. E' importante che l'azienda registri ed elogi pubblicamente i risultati eccellenti ottenuti da un singolo e soprattutto da un team, incoraggiando in questo modo tutti a ottenere risultati eccellenti.

Come: 
Stabilire una procedura (semplice) per premiare il lavoro svolto in modo eccellente, incoraggiando la pianificazione e la realizzazione di miglioramenti nell'organizzazione del lavoro.


2) Informare i dipendenti sui risultati del loro lavoro

Perché: 
Contribuisce a creare un clima di collaborazione, che rende i lavoratori disponibili a imparare e ricettivi ai cambiamenti. E' utile anche per far sapere ai dipendenti se devono migliorare la loro attività professionale sotto determinati aspetti.

Come: 
Fare in modo che i dipendenti sappiano che il loro lavoro è molto apprezzato quando lo fanno bene. Essere precisi nello spiegare esattamente dove e perché il loro lavoro è risultato efficace. E quando c'è qualche problema, comunicare che cosa è insoddisfacente. Concentrarsi su come correggere questi aspetti, riconoscendo nello stesso tempo i punti di forza del dipendente. Fornire opportunità per mostrare ai lavoratori come si potrebbero svolgere meglio lavori specifici. Assicurarsi che i dipendenti siano informati regolarmente sui risultati dei loro sforzi, evitando di dare l'impressione di un controllo per motivi disciplinari.


3) Offrire concrete opportunità di carriera

Perché: 
L'offerta di concrete prospettive di carriera è indispensabile per mantenere alto (e magari incrementare ulteriormente) il morale e l'impegno dei dipendenti sul lavoro. E' importante anche curare la formazione e il mentoring. Scarse prospettive di carriera possono portare a situazioni di stress o addirittura ad abbandonare l'azienda, con dispersione del capitale umano.

Come: 
Dimostrare l'impegno del management nell'offrire percorsi di carriera nel nome della trasparenza e delle pari opportunità per tutti. Discutere e rivedere i percorsi di carriera con i lavoratori e i loro rappresentanti per capire quali miglioramenti si possono apportare. Incoraggiare i dipendenti a frequentare corsi di formazione, per migliorare le loro capacità professionali.


4) Dare la possibilità ai dipendenti di esprimere opinioni e i sentimenti

Perché: 
Si lavora meglio quando si è a conoscenza di cosa fanno e pensano gli altri, e di come è possibile cooperare. Bisogna quindi trovare il tempo per esprimere agli altri i propri sentimenti e le proprie opinioni. I problemi relativi alla scarsa comunicazione sono multiformi, spesso difficili da prevedere, e possono aumentare lo stress sul posto di lavoro.

Come: 
Disporre le procedure del gruppo di lavoro in modo che ciascuno possa comunicare con gli altri membri del team. Creare opportunità di colloquio casuale. Organizzare brevi incontri, magari che prevedano sessioni di domande e risposte. Assegnare un lavoro a un team invece che a individui singoli: facilita la comunicazione e lo sviluppo di processi di collaborazione.


5) Trattare uomini e donne allo stesso modo

Perché: 
Stereotipi e pregiudizi sono deplorevoli e possono portare a discriminazioni in base al sesso. Devono essere sostituiti da pari trattamento sulla base di una valutazione obiettiva delle capacità personali, delle attitudini e delle prestazioni di ciascuno, non su ipotesi legate al loro sesso o ad altre caratteristiche personali irrilevanti per il lavoro.

Come: 
Stabilire e attuare una chiara politica aziendale per trattare uomini e donne allo stesso modo. Questa va applicata a tutti gli aspetti del lavoro, compreso il reclutamento, l'assegnazione dei compiti, i salari, i bonus, lo sviluppo della carriera, la formazione, la partecipazione a incontri e progetti di miglioramento. Gli orari di lavoro, gli spostamenti e le responsabilità familiari possono essere diversi tra i dipendenti di sesso femminile e maschile, onde mantenere un corretto equilibrio tra lavoro e vita privata.

giovedì 21 maggio 2015

L’Italia vista dall’Istat

Da Ilpost.it

Cosa dice di interessante il rapporto annuale sulla situazione del paese, tra numeri sull'economia e dati sugli stranieri residenti

20 mag 2015


L’Istat, l’istituto nazionale di statistica, ha presentato il suo rapporto annuale sulla situazione dell’Italia. L’intento del rapporto è fare una «riflessione documentata sul presente dell’Italia, utilizzando dati e analisi per descrivere le trasformazioni intervenute nel recente passato e al tempo stesso individuare le prospettive per il futuro e  le potenzialità di crescita del paese». Il volume integrale del rapporto è lungo 293 pagine, ma c’è una sintesi qui e un riassunto per punti qui.
Tutti i dati riferiti agli anni fino al 2014 sono dati effettivi, mentre quelli riferiti al 2015 sono previsioni o al massimo stime approssimative riguardo il primo trimestre.

PIL italiano
Nel rapporto non ci sono grandi sorprese riguardo la situazione macroeconomica italiana (cioè quella che riguarda tutta l’economia nel suo complesso): le cose sono andate male finora, ma ci sono previsioni positive. Lo stesso Istat ha pubblicato poco tempo fa i dati sulla crescita del PIL italiano nel primo trimestre del 2015 (0,3 per cento). Anche il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita positiva dell’Italia per quest’anno dello 0,7 per cento. Queste previsioni sulla crescita sono particolarmente importanti perché sono i primi dati positivi da un bel po’ di tempo: nel 2014 il PIL italiano era diminuito dello 0,4 per cento ed era andato quasi bene, se confrontato con i dati del 2013 (-1,7 per cento) e del 2012 (-2,8 per cento).

Come va il mondo
Per quanto riguarda l’economia globale, l’Istat dice che nel 2014 c’è stata una crescita del 3,4 per cento, in linea con quella del 2013. Questa crescita globale è stata trainata da una maggiore crescita dei paesi avanzati – che nel 2014 sono cresciuti dell’1,8 per cento e nel 2013 erano cresciuti dell’1,4 per cento – mentre c’è stato un lieve rallentamento nella crescita dei paesi emergenti (4,6 per cento contro il 5,0 per cento del 2013). Anche i paesi che usano l’euro come moneta nazionale sono cresciuti nel 2014 dello 0,9 per cento.

Quali cose vanno bene nell’economia italiana
Le esportazioni, per cominciare, sia nel 2014 che nei tre anni precedenti; e dovrebbero andare bene anche nel 2015. Anche i consumi delle famiglie sono cresciuti nel 2014 (nel 2012 e 2013 erano scesi). Secondo l’Istat buona parte dell’aumento dei consumi si deve al rallentamento dell’inflazione, cioè semplificando la crescita dei prezzi col passare del tempo: quando l’inflazione aumenta, i soldi che abbiamo valgono meno; se l’inflazione diminuisce le persone hanno più consapevolezza dei soldi che hanno perché i prezzi crescono poco, quindi sono “incentivate” a spendere di più nel presente. All’inizio del 2015, invece, l’economia italiana è stata trainata principalmente da fattori esterni: le politiche monetarie della Banca Centrale Europea (il cosiddetto “quantitative easing”), la caduta del prezzo del petrolio e il deprezzamento dell’euro. L’Istat però sottolinea che il deprezzamento potrebbe fare rialzare l’inflazione, provocando effetti inversi a quelli descritti sopra.

L’occupazione
Nel 2014 l’occupazione è tornata a crescere (+0,8 per cento), dopo che era diminuita nel 2012 e 2013, soprattutto per gli stranieri residenti e le donne. C’è stato un calo del ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni – uno dei principali ammortizzatori sociali in Italia – in particolare per quanto riguarda le imprese con almeno dieci dipendenti. La disoccupazione è aumentata, dal 12,1 per cento (2013) al 12,7 per cento (2014) mentre in Europa è scesa, in media (è possibile che aumentino contemporaneamente sia l’occupazione che la disoccupazione). In questo inizio di 2015 però le cose si sono messe un po’ peggio: l’occupazione è diminuita e la disoccupazione è aumentata, raggiungendo il 13 per cento. L’unica forma di occupazione che è cresciuta quasi ininterrottamente dall’inizio della crisi è il lavoro part-time, in particolar modo quello involontario (cioè quello di chi in realtà vorrebbe un lavoro a tempo pieno).

Le imprese e il sistema produttivo
La crisi non ha modificato molto il sistema produttivo italiano, che è rimasto caratterizzato dalle piccole imprese. I dati del 2012 dicono che in media la dimensione di un’impresa è di 3,9 addetti, fra le più basse d’Europa; quasi metà degli occupati lavorano in imprese con meno di 10 addetti, definite microimprese. Ci sono 4,2 milioni di microimprese in Italia e circa la metà è composta da un solo individuo: spesso si tratta di forme di autoimpiego, che quindi generalmente non mirano a creare una grande crescita o produttività e che sono considerate uno dei problemi dell’economia italiana.
Sono aumentati però i “gruppi di imprese” – quelle imprese che sono giuridicamente separate, ma possono essere considerate un unico soggetto economico – a cui si deve più della metà di tutto il fatturato del sistema produttivo italiano e circa l’80 per cento di tutto l’export. Attenzione però: i “gruppi di imprese” non sono sempre formati da imprese molto grandi; possono essere anche le microimprese a formare dei gruppi. In generale le imprese che fanno parte di gruppi sono molto più produttive delle altre, cioè producono di più a parità di addetti e mezzi.
Le imprese di maggiori dimensioni – quelle con almeno 250 addetti – sono solo lo 0,1 per cento del totale e occupano poco meno di un quinto di tutti i lavoratori.

Un po’ di numeri sugli stranieri in Italia
Ci sono poco più di 61 milioni di residenti in Italia: l’8,3 per cento – un po’ più di 5 milioni – sono cittadini stranieri e di questi il 40 per cento vivono nelle città del centro-nord. Il 13 per cento dei matrimoni ha almeno uno degli sposi straniero. Nella scuola poco meno del 10 per cento degli studenti – circa 800mila – è straniero. La presenza di studenti stranieri nati in Italia è aumentata del 12 per cento, superando quella degli studenti stranieri arrivati in Italia dopo la nascita. La comunità di stranieri che dice di trovarsi meglio in Italia è quella dei filippini, mentre quella cinese è quella che dice di trovarsi peggio. Il 60 per cento sostiene di parlare e comprendere molto bene l’italiano, la stessa percentuale parla in italiano con gli amici mentre il 38,5 per cento parla italiano anche in famiglia.