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sabato 2 maggio 2020

Intervista a Massimo Cacciari sulla situazione post-pandemia...



Francesco Bei per la Stampa, 1 mag 2020

Il Coronavirus come «formidabile acceleratore» di una gigantesca trasformazione del capitalismo, una rivoluzione che «investirà in maniera irreversibile il lavoro» e determinerà non solo il destino personale di milioni di persone, ma la stessa possibilità di sopravvivenza della democrazia. Di fronte alla pandemia, il filosofo Massimo Cacciari osserva questo Primo Maggio senza lavoro come l' alba di una nuova era. Gravida di incognite e pericoli per il mondo come l' abbiamo conosciuto finora.


Non possiamo che iniziare dall' Organizzazione mondiale del lavoro: dicono che un miliardo e mezzo di persone - la metà degli occupati del pianeta - potrebbe perdere i propri mezzi di sussistenza a causa del Covid. È davvero questa la dimensione della crisi che stiamo vivendo?

«È come nella Grande Crisi del 1929, solo che stavolta stiamo assistendo un cambiamento profondo dei rapporti di forza all' interno del capitalismo e tra Capitale e Lavoro. Ci sono settori distrutti e altri, come il sistema dei Big Data e l' e-commerce, che stanno realizzando guadagni strepitosi. Il gioco prevede vincitori e vinti».

Gli sconfitti chi sono?

«Non c' è dubbio che la crisi del Coronavirus abbia portato alle estreme conseguenze tendenze già in atto da tempo. Si è rivelata come un formidabile acceleratore della trasformazione del lavoro e della sostituzione della attività umane più "meccaniche" con la tecnologia. La velocità del cambiamento è tale che rende quasi impossibile governarlo e dirigerlo. Quale politica è in grado di farvi fronte?».

Appunto, la democrazia non rischia di restarne schiacciata insieme al lavoro?

«C' è da temerlo. Se in pochi mesi in Italia raddoppia il numero già alto dei disoccupati, si pongono problemi sociali ed economici gravissimi. Si impone l' esigenza di immaginare interventi assistenziali poderosi. Il Reddito di cittadinanza, nonostante tutte le critiche, si è dimostrato un' idea necessaria, perché la tendenza è quella».

È possibile che almeno una parte di questi milioni di lavoratori si possa reimpiegare nei settori della cura alla persona, nella scuola, nella sanità?

«È quello che va fatto. Ma se vuoi permettere alle persone di reinventarsi nel campo dei servizi ti devi porre il problema delle risorse, di come fare ad accompagnare in questo percorso chi deve cambiare strada».

Il pasto non è mai gratis. Lo Stato si può indebitare senza limiti?

«Ovviamente la risposta è no, quindi il passo successivo è chiedere qualcosa in più a quei settori industriali che sono sulla frontiera di queste innovazioni e ne stanno traendo legittimi e grandi profitti».
Il problema è come tassarli, sono quasi tutti all' estero «Infatti deve essere l' Unione europea a lottare senza indugio contro i paradisi fiscali, a partire da quegli Stati canaglia dentro i suoi confini. Se non c' è un sistema fiscale equo, all' altezza della sfida che viviamo, non ne usciamo».

Lo Stato come ne esce dalla crisi?

«Parliamoci chiaro, se si può sperare che l' emergenza sanitaria finisca presto, le trasformazioni innescate saranno perenni. Tra queste, lo Stato sarà spinto ad assumere una fisionomia decisionista-autoritaria».

Il lavoro e i sindacati che fine faranno?

«Stiamo assistendo in corpore vivi a un esperimento di scomposizione totale dell' organizzazione del lavoro. È la nascita del lavoro virtuale, con il lavoratore che resta a casa sua: ma così lavora il doppio e costa all' azienda la metà. È chiaro che, con i lavoratori soli a casa, anche il sindacato - che già viveva una sua crisi di rappresentanza - sparisce definitivamente».

Parliamo di Conte? Il governo come ha gestito questo cigno nero?

«La risposta del governo è stata occasionale, la vicenda dei "congiunti" dimostra lo stato confusionale che regna. La crisi ha fatto venire alla luce i vizi storici del sistema italiano, a partire dalla fragilità delle Regioni. È evidente che il sistema regionalistico così non funziona e va rivisto. Mi chiedo, ad esempio, se avessimo avuto un Senato delle Regioni ci sarebbe stato questo caos? E con le macro-Regioni?»

Glielo richiedo. La democrazia sopravviverà a queste spinte?

«Dipende. La politica deve mettersi gli stivaloni magici del gatto e dobbiamo tutti sperare che si metta a correre davvero. Perché, se non ce la fa, sarebbe l' infarto delle democrazie liberali e già si vedono i modelli che riscuotono più consenso: la Cina e la Russia sono davanti a noi. La sfanghiamo se tutti i leader europei diventano consapevoli del rischio».

Altrimenti?

«Altrimenti finiamo lì».



mercoledì 8 gennaio 2020

La classifica 2019 dei vini, da Forbes



18 dic 2019

Arrivano i migliori vini italiani dell'anno indicati da Forbes. 
Non mancano le sorprese. 
"Ho cercato di organizzare un elenco che celebra sia i tipi di vino iconici che altrettanti meno conosciuti, come dovrebbe essere", spiega nel sito il collaboratore Tom Hyland. E' stato un trionfo per i vini della Campania, dell'Umbria, Piemonte, Toscana, Umbria e Veneto. 

Ecco l'elenco secondo la prestigiosa rivista statunitense di economia e finanza.


BIANCHI

2018 Giovanni Almondo Roero Arneis “Bricco delle Ciliegie”.

Mainente Soave Classico 2018 “Tovo al Pigno ”.

2018 Bibi Graetz “Testamatta” Toscana Bianco.

Pietracupa Greco di Tufo 2018.

2018 Antonio Caggiano Greco di Tufo "Devon".
Petilia Greco di Tufo 2018.

2015 Mastroberardino Fiano di Avellino “Stilema” 

2018 Ciro Picariello Fiano di Avellino.

Donnachiara Fiano di Avellino “Empatia” 2018.

Feudi di San Gregorio Falanghina 2018 “Serrocielo”.

2017 Arnaldo Caprai “Cuvée Secrete”.

Pinot Grigio Alois Lageder 2018 “Porer”.

2018 Ettore Germano Riesling “Herzu”.

2018 Elvio Cogno Anas-Cetta.

2015 Paolo Bea “Arboreus”.


ROSSI

Burlotto Verduno Pelaverga 2018.

2016 Elio Grasso Barbera d'Alba “Vigna Martina”.

Reva Dolcetto d'Alba 2018.

2015 Paolo Scavino Barolo “Bric dël Fiasc”.

2013 Paolo Manzone Barolo Riserva.

2013 Giacomo Fenocchio Barolo Bussia Riserva “90.

2016 Rizzi Barbaresco “Pajoré” .

2016 Rizzi Barbaresco “Rizzi”.

Montalbera Grignolino d'Asti “Grignè” 2018.

Fontodi Chianti Classico Gran Selezione 2015 “Vigna del Sorbo”.

2016 Fontodi “Flaccianello della Pieve”.

2016 Ricasoli Chianti Classico Gran Selezione “Ceni Primo”

2015 Rocca delle Macie Chianti Classico Gran Selezione “Sergio Zingarelli”.

Gran selezione di San Felice Chianti Classico 2015 “Il Grigio” -

Felsina Chianti Classico 2016 Gran Selezione “Coloni” 

2016 Ornellaia Bolgheri Superiore 

Sassicaia 2016

2015 I Vigneti di Ettore Amarone della Classico Valpolicella.

2016 Cantina Tramin Pinot Nero Riserva “Maglen”.

2015 Fratelli Pardi Montefalco Sagrantino “Sacrantino”

2013 Tenuta Bellafonte Montefalco Sagrantino “Collenottolo”


DOLCI

2009 Rocca di Montegrossi Vin Santo

2007 Felsina Vin Santo

2007 Badia a Coltibuono Vin Santo “Occhio di Pernice”

2011 Scacciadiavoli Montefalco Sagrantino Passito.

2016 Cantina Tramin Gewürztraminer Passito “Terminum” 

Marcalberto Brut Nature

sabato 2 giugno 2018

Uno sguardo sui fatti politici italiani ed europei di questi giorni...



Le dichiarazioni di Guenther Oettinger hanno scatenato una polemica politica in Italia. 
Il commissario Ue non ha fatto altro che svelare una triste verità.

di Raffaele Iannuzzi,  30 mag 2018 

Guenther Oettinger (Lapresse)
Friedrich Schiller: "Lo storico è un profeta che guarda all'indietro". Thomas Babington Macaulay: "In ogni epoca gli esempi più vili della natura umana si possono trovare tra i demagoghi". Finalmente: contra factum non valet argumentum. I tedeschi ai vertici della Commissione europea sono discepoli di Nietzsche, perché Hegel non funziona più, lo sappiamo (sarebbe troppo lucidamente a favore della politica, non c'è dubbio), e dunque non esistono fatti, ma solo interpretazioni.

Ecco il fatto: "I mercati insegneranno agli italiani a votare nella maniera giusta". Ossia, a non votare 5 Stelle e Lega. Firmato: il commissario europeo al bilancio Guenther Oettinger (tedesco), intervistato dalla Tv tedesca Deutsche Welle. Con buona pace del tweet diffuso dal giornalista che ha intervistato cotanto personaggio, che riportavano appunto le parole di cui sopra, il tecnocrate del bilancio Ue ha smentito. Ma le smentite da parte dei commissari europei, dopo sortite di questa natura, sono ormai diventate un genere letterario, un lungo romanzo d'appendice scritto sempre in tedesco e tradotto, con i sottotitoli in francese (dubito, oggi, in inglese), mai in italiano.

Ogni fatto ha la sua genesi: tre giorni fa, Oettinger, intervistato dal Berliner Morgenpost, aveva detto a chiare lettere che "un'Italexit non è affatto improbabile, con una nuova crisi dell'euro, l'Italia non sarebbe fuori, ma nel bel mezzo di tutto, i mercati stanno già reagendo, i titoli di stato italiani stanno diventando più costosi, l'euro si sta indebolendo". Corollario finale: "I criteri del nuovo debito e del debito totale devono essere rispettati, in caso contrario, avremo confronti duri". 

A parte i toni insopportabili da feldmaresciallo bismarckiano in congedo, con il solito zelo paraluterano - marchio di fabbrica e combinato disposto di questa Ue a trazione pericolosamente e antidemocraticamente tedesca -, Oettinger ha il merito oggettivo di parlar chiaro e buttar giù a calci e testate l'altarino dell'ipocrisia da manuale cortigiano modello Baltasar Gracian dal quale vengono tratte le pillole di "saggezza" pelosa all'indirizzo dell'Italia.

Tutto chiaro: i mercati comandano. Il mercato è una realtà strutturale e impersonale, qualcosa che serve a dare un'unità di misura universale e astratta di quella variabile dotata di incalcolabili fattori, tutti allineati sul terreno dell'umano che produce, crea e genera, definita "ricchezza". Bene, allora, prendiamo sul serio e fino in fondo quest'affermazione, portandola alle estreme conseguenze.

Primo corollario: se il mercato, da unità di misura e variabile economica ed econometrica (non più antropologica) diventa il criterio universale per determinare il fattore "politica", allora ciò significa che, da questo momento in poi, la nostra crisi diventa anche la loro (leggi: dei tedeschi) e, di conseguenza, anche la loro politica sarà a sua volta determinata da ciò. Perché non sfugge a chiunque abbia ancora uno sguardo limpido sulla realtà che i mercati sono integrati e non governabili con la mera leva fiscale o finanziaria. Si pensi ai consumi, alla domanda interna, alla demografia, alle istituzioni. 

L'insipienza di questi funzionari del catasto dell'Unione europea è perfino più imbarazzante della loro arroganza. Non hanno ancora capito che azzerare la politica significa mandare all'aria quel contesto che inevitabilmente si porta innanzi ogniqualvolta si debba dialogare e negoziare in sede europea. Perfino una personalità non ostile all'assetto tecnocratico europeo come il Prof. Cottarelli dovrebbe - ipotesi di scuola, la mia, ovviamente - porsi sul piano politico. 

La rilettura di un economista di innegabile grandezza come Röpke aiuterebbe non poco i padroni del laboratorio tecno-nichilistico europeo. Ma temo che la questione non sia accademica o di scuola: continuano, costoro, ad alimentare la peggiore e la più sterile demagogia, anche (soprattutto) in Italia.

Secondo corollario: il pensiero critico anti-Ue si dice in molti modi, come l'essere, secondo la metafisica di Aristotele. Il "ceppo" del mio pensiero critico pesca la sua linfa nell'ultimo Bettino Craxi che, da sconfitto, ha capito tutto del destino dell'Italia in Europa: "L'Europa sarà un inferno". Quindi, non ho bisogno né di 5 Stelle né della Lega a guida salviniana per condurre un rigoroso esercizio critico, interamente politico, nei confronti dell'Ue.

D'altra parte, che 5 Stelle sia il vuoto pneumatico più evidente lo dimostra la reazione di Di Maio nei confronti della dichiarazione di Oettinger. Egli si è rivolto a Juncker per ottenere una smentita: se la cosa non fosse ben oltre il comico, sarebbe perfino drammatica. Dopo aver chiesto l'impeachment per il Presidente della Repubblica, con sommo sprezzo del ridicolo, ora ha fatto l'ultimo passo verso l'abisso. Non male, prendo nota, performances così non sono da tutti.

Dimostrazione ordine geometrico demonstrata dell'assenza più che ventennale di autentica politica in questo Paese: 5 Stelle e Lega sono i due "campioni" di questo nichilismo demagogico che altro non fa che portare acqua al mulino della tecnocrazia tedesca al comando a Bruxelles. Masaniello non è mai stato uno statista. Al più, poteva accedere a corte, per questuare favori e pane, dopodiché, uscito dalla camera dei bottoni, chi di dovere apriva le finestre per arieggiare l'ambiente, infestato da aromi non proprio gradevoli. Oggi, invece, il "plebeismo" alla Masaniello è entrato nei palazzi della politica e tutto è mutato: il peggio del peggio.

L'assenza di politica genera sempre mostri, al pari dell'assenza della ragione. Quindi, se la tecnocrazia di Bruxelles è insipiente, ottusa e inaccettabile, la demagogia vuota, becera e violenta che le si oppone a ogni piè sospinto è il frutto amaro della cattiva dialettica Ue vs cosiddetto "populismo" e ritorno. Del resto, il "populismo" è talmente storicamente determinato o, secondo altra lettura, seriamente da considerare, che non può essere attribuito né al clan degli amici di Rousseau, padre della "democrazia totalitaria" (Jacob Talmon), né ai nuovi "vichinghi" urlanti nelle piazze, salvo mantenersi ben stretti nomine e poltrone anche a Bruxelles.

Terzo corollario: per entrambi - tecnocrati Ue e demagoghi in servizio effettivo permanente -, vale la boutade del Gaber d'annata: "La politica è schifosa e fa male alla pelle". Per i primi, essa deve essere annientata dai mercati, per i secondi, ci devono pensare le piazze che, in passato, hanno anche eletto quel certo cancelliere austriaco che ha causato qualche serio problema al mondo intero. La politica non è solo risultato elettorale, esito delle urne sbandierato come una performance sportiva. Se non riesci ad aiutare i tuoi elettori a diventare soggetti politici e non sei in grado di raccontare loro verità anche scomode, sei solo un demagogo, non un politico.

E la prima verità scomoda da raccontare è la seguente: l'Italia è un Paese debole. Lo è da quando un'alleanza di estremisti da salotto - giudici e baroni della finanza mondiale - hanno deciso, nel biennio 1991-93, che il Bel Paese al quarto posto fra le economie mondiali proprio non andava: in meno di un mese hanno arrestato la migliore classe dirigente europea, figlia di quella che aveva risollevato le sorti della Nazione, dopo aver perso una guerra e avendo subito una dittatura per più di vent'anni. Il resto è stato reattività politica che ha creato quella cattiva dialettica sopra descritta. 


Cattiva dialettica di varia foggia e guisa, dal berlusconismo nazionalpopolare contro i comunisti al nuovo circo di demagoghi all'assalto del palazzo d'inverno di Bruxelles. In mezzo, defunta la politica. Oettinger, con quel piglio da padrone delle ferriere che disturba, bestemmia in chiesa, in quella chiesa senza altari e pieni di falsi devoti, i nuovi tifosi della "sovranità popolare", che rimasticano gli improperi a chi comanda, modello "perfida Albione" di mussoliniana memoria. Non a caso, questa solenne idiozia ideologica è stata ribattezzata con l'ennesimo "ismo": il "sovranismo". E dentro ci sono socialisti comunitaristi, ex di tutti gli ordini e gradi, neonazisti riciclati, analfabeti politici e non solo, frequentatori di centri sociali, gente che non ha lavorato neanche un giorno in vita sua. Il peggio di questo fantastico Paese, che sta rendendo un gigantesco servigio ai padroni di Bruxelles, i quali ringraziano sentitamente. Nell'età aurea della politica, l'etichetta era a disposizione: utili idioti.


P.S.: Le ultime notizie sulle elezioni addirittura il 29 luglio p.v., mai successo nella storia repubblicana; l'inevitabile rincaro dell'Iva al 24% (gli italiani sentitamente ringraziano); unitamente al rilancio, da parte di Salvini, di un nuovo "governo" 5 Stelle-Lega con il recupero di Savona (che, ripeto, non è la pietra dello scandalo, come ho già scritto, ma chi legge ha già capito che non è questo il punto), corroborano, se mai ve ne fosse bisogno, l'analisi di cui sopra. Anche stavolta: et de hoc satis.

sabato 26 maggio 2018

Un commento a caldo su Paolo Savona, candidato Ministro della XVIII legislatura della Repubblica Italiana...



Giuseppe Conte ha ricevuto l'incarico di formare un Governo, di cui potrebbe far parte Paolo Savona come ministro dell'Economia. Il punto di Nicola Berti

di Nicola Berti, 24 mag 2018

Paolo Savona (LaPresse)
Il curriculum di Paolo Savona, candidato ministro dell'Economia nel governo Lega-M5S, è l'esatto contrario di quello di Yanis Varoufakis, il ministro delle Finanze che ballò solo mezza estate nella tragicommedia del 2015 fra la Grecia di Tsipras e l'Europa dei falchi tedeschi. 

Savona ha iniziato a occuparsi di governo dell'economia in Italia e fuori quasi sessant'anni fa nella Banca d'Italia di Guido Carli. 
Nella sua vita di economista e tecnocrate ha fatto tutto o quasi. 
Ha studiato politica monetaria al Mit di Boston con il Nobel Franco Modigliani molto prima che lo facesse Mario Draghi. 
Ha fatto il Direttore generale di Confindustria con lo stesso Carli, "pilota automatico" dell'economia lungo l'intera Prima Repubblica. 

È stato banchiere, Savona: amministratore delegato della Bnl e vicepresidente di Capitalia, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi. È stato ministro dell'Industria nel governo tecnico e iper-europeista di Carlo Azeglio Ciampi, ma anche capo del dipartimento per le politiche comunitarie della Presidenza del Consiglio sotto il Berlusconi-3. È stato presidente di Impregilo e Aeroporti di Roma, consigliere di Rcs. Fino alle dimissioni di ieri è stato consigliere di Euklid, un fondo d'investimento londinese molto proiettato sull'uso dell'intelligenza artificiale. 

Savona ha conoscenza di cose e persone - anche a livello internazionale - molto superiore a quelle ritrovabili nel governo Renzi o in quello Gentiloni. E forse il "problema-Savona" sta proprio qui: non tanto nel merito di una nota freddezza verso la globalizzazione finanziaria e i Trattati di Maastricht, quanto sull'autorevolezza con la quale sosterrebbe a Bruxelles e Francoforte la nuova dialettica italiana prospettata dalla maggioranza giallo-verde. Dietro e dentro il braccio di ferro sull'economista sardo si scorge qualcosa di poco riducibile alla presunta esigenza di un "appeasement" di facciata con i poteri forti europei. 

Savona, certamente, affronterebbe senza complessi d'inferiorità e senza inutili scrupoli ogni confronto con un presidente della Commissione Ue come Jean-Claude Juncker, capace al massimo di provocazioni mirate verso Roma, come l'ultima di ieri: "La Ue vigilerà sui diritti umani degli profughi africani in Italia". Savona, probabilmente, saprebbe inserirsi nella frattura che si va approfondendo fra Francia e Germania sulla stesso riforma dell'euro. Perché sarà pur vero che l'Italia ha i conti in disordine - ancora ieri Bruxelles lo ha rinfacciato a Roma -, ma certamente una parte del problema (sia sul fronte del Pil che della solidità bancaria) è derivato da una gestione squilibrata dell'eurozona dopo il 2008. 

È stato semmai l'approccio demagogico - se non dilettantesco - seguito in misura crescente da Renzi a confondere due distinti piani di discussione: le richieste "congiunturali" dell'Italia di ottenere flessibilità durante una recessione durissima (ma in campo bancario la richiesta era di semplice applicazione corretta delle regole); e la richiesta strutturale da parte di un Paese fondatore dell'Unione europea per ri-esaminare patti macro-politici strizzati in formule aritmetiche e strumentalmente usati come armi di guerra economica dentro l'Unione.

"Se le creature sono mal fatte, lo saranno le politiche; se si vuole cambiare queste, occorre cambiare le istituzioni. Perciò ben venga la presa di coscienza sulla vulnerabilità della nostra economia legata all'anomalia del rapporto debito pubblico/Pil, ma la speranza è che siano respinte le promesse insulse o pericolose che peggiorano la nostra credibilità internazionale e, di conseguenza, la nostra esposizione agli attacchi speculativi". Paolo Savona lo ha scritto una settimana prima del voto del 4 marzo. E a proposito: l'uomo che soprattutto Salvini vorrebbe a bordo del nuovo governo, già sei ani fa ha proposto un piano taglia-debito (da 130% a 100% sul Pil) basato sulla dismissione flessibile di una parte del patrimonio pubblico non strategico.

Può darsi che Savona non approdi in via XX settembre (può darsi ancora che il governo Lega-M5S non nasca). Ma il "caso Savona" sarebbe già stato utile a sciogliere qualche ulteriore equivoco nel parto difficile della Terza Repubblica.

domenica 29 aprile 2018

Un altro asset italiano in mani straniere: senza grandi gruppi in Italia e senza dividendi per il Paese?


La vendita al fondo americano GIP

Una storia aziendale di successo, però il nostro capitalismo non fa il salto

di Dario Di Vico, 10 feb 2018




L’operazione che porterà Ntv-Italo nel portafoglio del fondo americano Gip ha rispettato tutti i crismi del mercato. 
E non si può certo dire che la compagine degli azionisti italiani non abbia dimostrato abilità e velocità di giudizio nel cogliere l’opportunità offerta loro, eppure sapere che Italo diventerà Amerigo — come si è scherzosamente detto — lascia l’amaro in bocca. 
Conosco, rispetto e condivido quasi tutte le argomentazioni che gli analisti dell’ortodossia liberale hanno avanzato in questi giorni — penso all’Istituto Bruno Leoni — ma nessuna di esse può evitare quella sensazione. 
Nell’exploit di Italo molto ha contato la capacità del management di rivedere il primitivo modello di business, è stato importante capire come a fare la differenza non è tanto la possibilità di guardare un film in viaggio quanto prezzo e frequenza delle corse. 
Effetto metropolitana. 
Un riposizionamento che è stato realizzato in corsa e che merita applausi. 
È anche vero che questa straordinaria storia di successo è stata resa possibile — per una volta in Italia — da un assetto regolatorio e normativo sicuro e prevedibile che nel tempo ha consentito, unico mercato in Europa, che due imprese potessero confrontarsi e gareggiare nell’alta velocità. 
Poi sicuramente la ripresa quantitativa dell’economia reale e una sua componente qualitativa — che ha visto aumentare i pendolari del lavoro anche tra le professionalità medio-alte di città come Bologna e Torino — ha fatto il resto. Ma non è tutto.

C’è un’altra considerazione che è emersa nei commenti post-vendita ed è stata fatta propria anche dal ministro Graziano Delrio. 
Lo Stato italiano in 11 anni ha investito 32 miliardi di euro sull’alta velocità e, assieme al quadro regolatorio di cui sopra, ha generato una cornice favorevole di cui hanno giovato gli azionisti di Italo nella fase della compravendita. 
Riuscendo ad assicurarsi una straordinaria remunerazione del loro investimento iniziale. 
Lo Stato però non incassa nessun dividendo, investendo nella rete confidava che essa venisse saturata dall’attività del maggior numero di player possibili e si deve accontentare che la storia sia andata così. 
Non sarebbe però corretto auspicare — da parte degli azionisti di Italo — che una quota dei soldi incassati con la vendita sia reinvestita in Italia? 
Generando nuove attività o rafforzandone di esistenti (nella nostra logistica-Cenerentola, ad esempio) e creando così potenzialmente le condizioni di nuovi successi? Del resto proprio la compagine di Ntv, come le Fs, hanno mostrato nella gestione dei treni super-veloci una cultura del servizio e un’attenzione al consumatore che nella nostra tradizione (vedi Alitalia) erano stati assenti.

Comunque al di là delle dispute del giorno dopo sull’affare Ntv appare sempre più evidente quella che potremmo chiamare la maledizione della taglia large del capitalismo italiano. 
Anche le migliori storie di successo alla fine si infrangono sulla difficoltà di crescere di botto, è come se si arrivasse a un bivio e gli imprenditori italiani tra correre per raddoppiare e scegliere di vendere finissero almeno 4 volte su 5 per prendere la seconda via. 
Il risultato è che il sistema delle imprese assomiglia a un trapezio non più a una piramide, il vertice alto non c’è più. In molti casi quando era teoricamente possibile che un’azienda a capitali italiani diventasse polo aggregante è successo il contrario. 

Se volessimo fare una cronistoria potremmo risalire alla vendita dell’Italtel alla francese Telettra/Alcatel o a operazioni — come ha sottolineato l’economista Fabrizio Onida — tipo la vendita di Ansaldo Sts alla giapponese Hitachi o ancora al passaggio dell’Italcementi ai tedeschi della Heidelberg, fino ai giorni nostri con il recente merger Luxottica-Essilor che fa accapigliare gli addetti ai lavori su quale sia la bandiera che sventolerà alla fine del percorso, l’italiana o la francese. 

Si tratta in tutti i casi di operazioni confezionate con ampio rispetto delle regole di mercato — come nell’ancor più recente Opa della svizzera Richemont sulla Ynap lanciata in orbita da Federico Marchetti — e con altrettanto sicura valorizzazione degli asset ceduti ma che lasciano la stessa sensazione di oggi. 
L’amaro in bocca anche a chi non si professa patriota economico né per cultura né per convincimento politico.

È vero che in diversi casi gli investimenti stranieri in Italia hanno permesso all’azienda-preda o alla catena dei fornitori una crescita che la famiglia proprietaria non avrebbe potuto dare. 
Penso al caso Sanpellegrino-Mentasti-Nestlè oppure all’ingresso dei francesi del lusso nella Riviera del Brenta ma esistono anche casi opposti — su tutti il passaggio di Parmalat ai francesi di Lactalis — che gridano ancora vendetta e che resteranno nella storia degli autogol del made in Italy. 

Lo stesso Delrio ha sostenuto che in Italia mancano quei fondi di investimento capaci di mettere in cantiere operazioni crossborder di grande rilievo e ciò acuisce la sensazione di trovarsi in un capitalismo senza capitali. Dove persino avventure come quella di Fincantieri in Francia o di Atlantia a caccia della leadership europea delle autostrade appaiono solo delle eccezioni. 
Siamo bravi, se non bravissimi fino a una determinata soglia ma la taglia large no, non sembra fatta per noi.

mercoledì 7 marzo 2018

Una interessante visione sul Debito Pubblico italiano



Lo scrittore e filosofo Marco Bersani va controcorrente e smonta la narrazione prevalente: "E' una trappola ideologica per farci soccombere al liberismo"

di Paolo Pergolizzi, 1 mar 2018

Reggio Emilia – “Qualcuno dice che se non paghiamo il debito mandiamo in malora il risparmio dei cittadini. Oggi il debito pubblico è in mano per il 35 per cento a investitori esteri e per il 65 per cento agli italiani. Ma solo il 6 per cento di questo è delle famiglie. Se aggiungiamo i fondi pensione, si arriva al 13 per cento. Quel tredici sono per pagarlo domani mattina, ma l’altro 87 per cento sono per iniziare a discutere se pagarlo o meno”.




Lo ha detto Marco Bersani, scrittore e socio fondatore di Attac Italia, ieri alla Cgil, durante l’incontro su “La truffa e la trappola del debito pubblico”, il primo di una serie di dibattiti che si terranno alla Camera del lavoro in questi mesi su cultura, lavoro, attualità ed economia. 
Una teoria, quella di Bersani, controcorrente rispetto alla narrazione mainstream e per questo interessante. Per chi volesse approfondire l’economista ha anche scritto un libro, “Dacci oggi il nostro debito quotidiano”, su questo argomento.

“Debito, congeliamo il pagamento degli interessi per due anni”

Dice Bersani: “Se il debito è pubblico, tutti dobbiamo conoscerlo e sapere se è legittimo o illegittimo, se è odioso o meno. Queste sono categorie internazionali e il debito odioso può essere rimesso in discussione. Io dico: ‘Si faccia un’indagine sul debito pubblico nazionale e su quale parte è illegittima a e quale odiosa e poi si decida che farne’. Anche perché il pagamento del debito non può pregiudicare i diritti delle persone. Questo lo dice la Carta dell’Onu. Basterebbe che l’Italia, la Spagna, la Grecia dicessero che congelano il pagamento degli interessi per due anni. Questo per mettere tutti intorno a un tavolo e per discuterne. Non lo permette il fatto che il debito è diventato una trappola ideologica. Eppure questo è avvenuto più volte nella Storia. Il primo annullamento del debito di cui abbiamo conoscenza è del 2400 avanti Cristo nel regno di Hammurabi che proporrei come presidente della Unione europea”.

Il debito, una trappola ideologica

Ma perché il debito è diventato una trappola ideologica? Spiega Bersani: “Friedman diceva che lo choc serve per fare diventare politicamente inevitabile quello che è socialmente inaccettabile. Lui si riferiva al colpo di Stato di Pinochet in Cile dopo il quale hanno privatizzato tutto. Da noi non servono i carri armati, ma è sufficiente la finanza. Il debito è la trappola che serve. L’obbligo del pareggio di bilancio ha costituzionalizzato il modello liberista. La nostra Carta prima prevedeva, in teoria, qualsiasi tipo di modello economico, ma, con il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione, oggi è possibile solo il modello liberista. Interrompere questa narrazione diventa fondamentale, perché, in ogni lotta che facciamo, si deve inserire la questione del debito. La questione delle risorse deve entrare in ogni vertenza in atto, altrimenti le nostre lotte saranno inefficaci”.

“La favola liberista del benessere generalizzato non funziona più. Deve trasformarsi in un incubo”

Ma come siamo arrivati a questo punto? Dice Bersani: “Il modello liberista, per poter proseguire, deve attaccare tutte quelle che erano garanzie di qualità della vita delle persone. Non funziona più il discorso: ‘Lasciate fare al mercato che ci sarà benessere per tutti’. Questa, se ci pensate, è una forte debolezza del sistema capitalistico. Sono feroce, perché voi mi temete e la mia forza dura quanto dura il vostro timore. Non perché la pensate come me e perché vi ho convinti. La favola non funziona più. Non si può più dire: ‘Lasciate fare a noi, perché ci sarà un benessere generalizzato’. La favola deve trasformasi in un incubo. Devo spaventarvi con una narrazione che non vi convince da un punto di vista razionale, ma che mi fa ottenere la vostra rassegnazione. Il debito pubblico serve esattamente a questo”.

Il referendum sull’acqua pubblica

E fa l’esempio del referendum sull’acqua pubblica. “Nel 2011 noi in Italia abbiamo vinto un referendum sull’acqua pubblica. Questa è stata la cosa più antagonista che abbiamo fatto in 20 anni. Noi abbiamo detto che esistono dei beni comuni che vanno sottratti alle leggi del mercato. Il sistema ha risposto: ‘Bene, se privato non è bello comunque è obbligatorio e inevitabile. Non la pensate più come noi, ma noi dobbiamo andare avanti lo stesso. Dobbiamo andare avanti con la vostra rassegnazione’.
Se vi dico siamo in emergenza, c’è il default e il debito pubblico, c’è lo spread che si alza, voi vi spaventate. Se poi vi dico che questa è una crisi sistemica, vuol dire che non è passeggera e temporanea. E poi aggiungono (lo dicono dal 2007) che dall’inizio dell’anno prossimo si vedrà la ripresina. Se facciamo quello che ci dicono, prima o poi usciremo dalla crisi. Il debito pubblico serve a ottenere la nostra rassegnazione sul fatto che le politiche liberiste sono l’unica uscita dalla crisi”.

Come si è formato davvero il debito pubblico

Ma come si è formato il debito pubblico? Spiega Bersani: “A noi hanno raccontato che si è formato perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Tutti ci raccontano che il debito in Italia è esploso per l’aumento spropositato della spesa pubblica. Dal ’60 all”81 è stato sotto al 60 per cento in rapporto al Pil, un rapporto che viene considerato dai tecnocrati di Bruxelles come sano. Dall”81 al ’94 è schizzato al 120 per cento. Cosa è successo nel 1981? Avviene un divorzio fra la Banca d’Italia e il ministero del Tesoro. E avviene con due lettere. Non c’è stata nemmeno una ratifica parlamentare. Cosa comporta? Che lo Stato, quando si deve finanziare, non può più contare sul ruolo di compratore di ultima istanza che svolgeva la Banca d’Italia che acquistava a un interesse basso, prefissato, i titoli che lo Stato non vendeva. Così non si alzavano i tassi di interessi. Per renderli allettanti, dopo questo divorzio, si sono dovuti alzare i tassi di interesse e questo è uno degli elementi principali che ha portato al raddoppio del rapporto fra debito e Pil”.

“Dovremmo avere un Pil del 4 per cento annuo per ridurre il debito, per la dinamica degli interessi”

Bersani offre anche la controprova. 
“La controprova sta nel fatto che nello stesso periodo la spesa pubblica del nostro Paese è stata costantamente inferiore alla media della spesa europea. Questo proprio nel periodo in cui il debito pubblico è raddoppiato. Dal ’90 il nostro bilancio si è chiuso per 26 volte su 28 in avanzo primario, quindi le entrate sono state superiori alle uscite. Noi siamo indebitati perché ogni anno sul nostro debito paghiamo interessi che, per diversi anni, sono stati di 80-90 miliardi l’anno. Sono calati, grazie a Draghi, sui 48-60 miliardi l’anno. La questione del debito è quindi una trappola ideologica. Sul debito di 2.250 miliardi noi abbiamo pagato dall’80 ben 3.400 miliardi di interessi. Quando io sento i politici che esultano perché il Pil è passato dall’1.2 all’1.3 per cento mi metto a ridere. Noi dovremmo avere un Pil del 4 per cento annuo per ridurre il debito, per la dinamica degli interessi. Quanti politici hanno il coraggio di dirlo? Questo circolo vizioso è un nodo scorsoio che ci mettiamo intorno al collo e non ne usciremo se continuiamo così. Chi ha pagato le tasse, dal ’90 ad oggi, ha dato allo Stato 750 miliardi in più di quello che ha ricevuto in termini di servizi. Ma, allora, chi è in debito con chi?”.

“Il nostro Paese ha 9.000 miliardi di ricchezza e 2.000 miliardi di debito”

E quindi a cosa serve il debito? 
Risponde Bersani: “Il debito serve a dire che ogni rivendicazione che facciamo, nel mondo del lavoro o sociale, si deve trovare di fronte il mantra che dice c’è il debito pubblico e l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Il nostro Paese ha 9.000 miliardi di ricchezza e 2.000 miliardi di debito, ma ogni imprenditore sa che un’azienda che ha un fatturato quattro volte superiore al proprio debito è un azienda sana. Perché non è un paese florido l’Italia? In parte perché questi soldi sono tutti della ricchezza privata, ma questo è il meno. Il fatto è che sono tutti orientati a servire interessi particolari. Noi siamo riusciti a privatizzare tutto il sistema bancario e finanziario. Nel ’92 la Germania aveva il 62 per cento di controllo pubblico e oggi il 51 per cento, la Francia il 36 per cento e oggi il 31 per cento. Noi avevamo il 74,5 per cento e oggi abbiamo lo zero per cento. Abbiamo privatizzato tutto il sistema bancario finanziario. Come la facciamo la riconversione ecologica della produzione? Se la Fiat, come accadrà prima o poi, non produrrà più auto per gli spostamenti delle persone, ma per un’altra mobilità chi determinerà questa riconversione? Come facciamo a riconvertire le aziende nell’interesse generale?”.

lunedì 19 febbraio 2018

Il futuro del treno ad alta velocità: la levitazione magnetica



Prodotto il primo maglev di origini italiane, si chiama IronLev e non utilizza i comuni binari.

di , articolo, Joshua Mineo, video,  Pierluigi Crivelli, curatore, feb 2018

I treni sono i #mezzi pubblici più utilizzati per i pendolari che si spostano da una città all'altra per andare a lavoro o semplicemente recarsi a scuola. Il problema, in Italia, è che i binari dei treni sono spesso vecchi e alcune volte la manutenzione lascia un po' a desiderare. In generale però, è proprio il binario che è "fragile". Gli sforzi a cui viene sottoposto sono immensi e nell'arco della giornata, in cui passano migliaia di treni, il degrado la fa da padrone. L'ultima strage ferroviaria, a Pioltello, è stata causata da un binario lungo 20 centimetri che era fuoriuscito dalla propria sede. Quando il treno è transitato, è deragliato alla velocità di 140 chilometri orari.

Dunque, i binari rappresentano delle rogne. In alcuni paesi, tra cui il Giappone, i binari classici non vengono usati più, ma sono stati sostituiti da dei percorsi costituiti da magneti. I treni che usano questo tipo di percorso sono chiamati #maglev e in Italia [VIDEO], finalmente ne è stato costruito uno. Esso si chiama IronLev ed è nato dalla mente di tre ingegneri italiani che hanno collaborato in passato con il progetto Hyperloop. Quest'ultimo è un treno americano, progettato da Elon Musk, che può viaggiare sui 1000 chilometri orari percorrendo l'interno di un tubo.

IronLev: il Maglev che non consuma elettricità

Per chi non è nel settore, potrebbe avere difficoltà a capire cosa sia effettivamente un maglev. Quest'ultimo è un treno che non è dotato di ruote e viaggia senza toccare il suolo.

Non è fantascienza, ma si sfrutta un principio molto semplice, come quello del magnetismo (i comuni geomag per intenderci). Grazie ai magneti presenti sia sui binari che sul fondo del treno, in base all'orientazione dei poli (quindi in base al fatto di avere una forza repulsiva o attrattiva), si può avere una simulazione di assenza di attrito che permette al treno di viaggiare a velocità costante [VIDEO], oppure di rallentarlo fino a fermarsi senza usare i freni. Questo metodo di movimento consente di risparmiare al massimo i componenti, poiché i freni vengono usati solo in casi di emergenza e il motore solo per accelerare. La notizia incredibile è che la velocità massima dei maglev è di 600 km/h, sbaragliando letteralmente i moderni FrecciaRossa di #Trenitalia.

Il treno italiano viaggerà su percorsi già esistenti e il tragitto si estenderebbe per 1 milione e mezzo di chilometri. Il brevetto è stato presentato e ufficializzato. La novità, sta nel fatto che il maglev italiano potrà essere utilizzato sui binari attuali già presenti, senza doverli sostituire ed è totalmente annullato il dispendio di energia elettrica. Insomma, un prodotto che potrebbe portare ad un risparmio economico notevole.

mercoledì 19 luglio 2017

Alla rovina di un incendio, potrebbe seguirne un'altra: la frana


Il rapporto tra la cenere degli incendi e le frane è molto stretto: ecco cosa potrebbe succedere

Di Redazione Tecnica, 17 lug 2017

L’Italia sta bruciando, gli incendi che la aggrediscono sono tanti. Gilberto Pambianchi, Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana di Geografia Fisica e Geomorfolgia, è intervenuto in diverse dirette televisive per sottolineare e ribadire un concetto da tenere presente con costanza e concretamente: “C’è il rischio che i territori ora siano più impermeabili. Sarebbero necessari, finita l’emergenza incendi, studi geomorfologici sui suoli devastati per verificarne lo stato di salute”. Perché gli incendi rendono i territori più impermeabili e che conseguenze possono esserci?

Incendi, in che modo potrebbero causare nuove frane

“La cenere degli incendi è un materiale molto fine che va a saturare i pori del suolo e lo rendono impermeabile, quindi le acque superficiali scorrono molto velocemente sui terreni e non riescono ad andare in profondità. Scorrendo molto violentemente e velocemente sulla superficie, le acque possono prendere in carico materiali e creare enormi quantità di detriti che finiscono in valli e vallecole, dando vita a colate detritiche e di fango, come è successo di recente in Portogallo”.

La conseguenza è un “grosso rischio e degrado per l’ambiente da un punto di vista geomorfologico, perché si potrebbero innestare una serie di fenomeni franosi e di ruscellamento concentrato che potrebbero portare poi al dissesto idrogeologico diffuso”. In questo modo Pambianchi ha sottolineato l’importanza della geomorfologia e di studi geomorfologici nelle aree colpite dagli incendi.

Incendi, il ruolo della geomorfologia

“Oggi sarebbero necessari studi geomorfologici su quei suoli colpiti dagli incendi per verificarne lo stato di salute. Amo dire che la geomorfologia è la geologia moderna, la geologia dinamica. Il geomorfologo si interessa dell’evoluzione della superficie terrestre sia sotto l’aspetto degli eventi naturali ma anche di quelli legati alle trasformazioni che l’uomo fa sulla superficie terrestre”.

“La Geomorfologia è la geologia che sta a più stretto contatto con la gente, con l’uomo perché interessa frane, valanghe, alluvioni, erosioni fluviali e costiere, tutto quanto è legato con l’uomo e con l’economia. Investire sulla geomorfologia significa mettere al sicuro il territorio nazionale. Ecco perché stiamo per dare vita alla Nuova Carta Geomorfologica d’Italia”.

giovedì 29 giugno 2017

Il tema dello "Ius Soli": un sintetico approfondimento

Da Aleteia.it

Che cos’è lo Ius Soli e come funziona la legge in discussione al Senato
Una sintetica spiegazione per farsi una idea su un tema di cui sentiremo parlare un bel po'

Lucandrea Massaro/Aleteia Italia
19 giu 2017

Il tema più caldo politicamente in questo momento è quello della legge in discussione al Senato circa le norme per facilitare l’estensione della cittadinanza italiana ai minori residenti o nati in Italia pur avendo genitori non italiani. La vicenda sui giornali è nota come “legge per lo Ius Soli”, ma non è esattamente così.

Di cosa stiamo parlando?

Lo Ius Soli esiste praticamente solo negli Stati Uniti, per cui ogni persona che nascesse sul suolo americano avrebbe immediatamente diritto alla cittadinanza, è una legge fortemente legata alla storia degli USA, una storia fatta di immigrazione, di espansione in un continente, a scapito della popolazione autoctona, i nativi americani. E’ uno dei motivi per cui ci sono cognomi di tutta Europa, compresi molti italiani che nei decenni hanno scalato i vertici della società americana.
Tuttavia quello al Senato non è uno “ius soli” al 100% è il cosiddetto “ius soli temperato” accompagnato dallo “ius culturae”. Il Post spiega efficacemente le modifiche alla normativa del 1992:
Lo ius soli “temperato” presente nella legge presentata al Senato prevede invece che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:
– deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
– deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
– deve superare un test di conoscenza della lingua italiana.

L’altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.
Secondo i calcoli della Fondazione Leone Moressa su dati ISTAT, al momento i minori nati in Italia da madri straniere dal 1999 a oggi sono 634.592 (assumendo che nessuno di loro abbia lasciato l’Italia). Per quanto riguarda lo ius culturae, sono invece 166.008 i ragazzi stranieri che hanno completato almeno cinque anni di scuola in Italia, non tenendo conto degli iscritti all’ultimo anno di scuole superiori perché maggiorenni.

In Europa come funziona la cittadinanza?

Fatto salvo gli USA, che sono l’estremo opposto dello “ius sanguinis” (cioè si è di una nazione solo per eredità da uno o entrambi i genitori), il resto d’Europa ha diverse sfumature. Cerchiamo di capire.
In Germania, dal 2000 sono tedeschi anche i figli di stranieri nati in Germania, purché almeno uno dei due genitori abbia il permesso di soggiorno permanente da almeno 3 anni e viva legalmente nel Paese da almeno otto. Entro 5 anni dopo la maggiore età, poi, devono decidere se mantenere la nazionalità tedesca o quella del Paese d’origine dei genitori. Sky fa una breve carrellata:
Irlanda
Esiste lo ius sanguinis. Ma se uno dei due genitori risiede regolarmente nel Paese da almeno tre anni prima della nascita del figlio, allora il minore ottiene la cittadinanza.
Gran Bretagna
Il bambino che nasce su territorio britannico è automaticamente cittadino del Regno Unito se anche solo un genitore ha la cittadinanza britannica o è legalmente residente nel Paese a certe condizioni (si deve possedere l’Indefinite leave to remain, Ilr, oppure il Right of Abode).
Francia
A Parigi vige una sorta di doppio ius soli. Un bambino nato in Francia da genitori stranieri nati in Francia può diventare cittadino più facilmente. La cittadinanza, altrimenti, può essere acquisita dai 18 anni (ma ci sono delle condizioni).
Spagna
Anche qui, versione morbida dello ius sanguinis. Diventa cittadino spagnolo chi nasce da padre o madre spagnola oppure chi nasce nel Paese da genitori stranieri di cui almeno uno nato in Spagna.
Belgio
La cittadinanza si ottiene automaticamente se si è nati sul territorio nazionale, ma quando si compiono 18 anni oppure 12 se i genitori sono residenti da almeno dieci anni.
Come si vede non esiste un unico modo di attribuire la cittadinanza a chi non è figlio di cittadini e nel caso degli stranieri, il permesso di soggiorno permanente o quello temporaneo ma attribuito per lunghi periodi fanno da “garante” e permettono l’inserimento del minore come cittadino. In molti casi tuttavia permane il vincolo della maggiore età e per quanto riguarda la Germania l’esclusività della cittadinanza.

Chi è d’accordo e perché?

La legge attuale è considerata carente, lega i diritti del minore alla possibilità di permanenza del genitore, e lo priva della tutela della cittadinanza fino ai 18 anni. 
Monsignor Guerino Di Tora presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale Cei per le migrazioni dice ad Avvenire, dopo la bagarre al Senato dove l’opposizione della Lega è stata energica fino a venire alle mani, “Non dobbiamo dimenticare che la nuova cittadinanza sarebbe un plus valore per questi ragazzi che si stanno integrando e che hanno voluto prendere le caratteristiche dell’Italia, dove non si creano ghetti o banlieu come avviene invece in altri Paesi”. Monsignor Di Tora sostiene inoltre che legare questi nuovi italiani al paese anche con una cornice giuridica, aiuterà la loro piena integrazione in Italia, prevenendo – assieme all’assenza di ghetti – da eventuali rischi eversivi. Un punto di vista condiviso dal Ministro dell’Interno, Marco Minniti: «Su questo tema dello ius soli si gioca un tema cruciale. Si gioca la partita dell’immigrazione. C’è chi dice immigrazione è uguale a terrorismo, ma è un’equazione che è sbagliata. C’è invece un rapporto tra terrorismo e integrazione. Un paese ben integrato è un paese più sicuro» (Il Messaggero).
«Il Vaticano non si è ancora espresso, rispettiamo la decisione del Parlamento italiano, ma è chiaro che vorremmo che si riconoscesse la dignità delle persone che arrivano nel nostro Paese». Ad affermarlo è l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede, parlando dello ius soli temperato a margine della presentazione di un libro su Papa Francesco. Monsignor Becciu auspicato che «a chi nasce qui in Italia venga riconosciuta la cittadinanza. È chiaro che come dice anche il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino – aggiunge – come Chiesa noi siamo vicino a chi è nella necessità, nella debolezza e a chi ha bisogno di essere protetto» (Avvenire)
Per la Comunità di Sant’Egidio: «Occorre guardare al futuro con fiducia e non chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Qui non si tratta di decidere l’ingresso di nuove persone sul nostro territorio ma di riconoscere e dare dignità a chi lo abita da anni: minori già presenti in Italia perché vi sono nati e hanno frequentato le nostre scuole insieme ai figli degli italiani. Quindi uno “Ius culturae” che certifica e alimenta l’integrazione per migliaia di minori che si sentono già, a tutti gli effetti, nostri connazionali».

Chi è in disaccordo invece?

Soprattutto la Lega Nord e Casa Pound, che il giorno della presentazione al Senato ha organizzato una manifestazione di piazza, ma non solo. Su Il Giornale si sostiene ad esempio che questa condizione di difficoltà di accesso alla cittadinanza semplicemente non esiste: “Nel 2016 quasi 200mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana senza ius soli e il ritmo cresce di anno in anno”. Una tesi molto simile a quella del professor Gian Carlo Blangiardo, ordinario per la facoltà di Statistica all’Università degli Studi di Milano, al blog di Matteo Salvini, “Il Populista”:
“L’Italia è prima in Europa per numero di cittadinanze concesse – spiega Blangiardo – secondi solo alla Francia per quanto riguarda le concessioni ai minori. Questo significa che l’impianto legislativo funziona e l’idea di modificare qualcosa che funziona mi sembra quanto meno singolare”. Nel dibattito viene spesso inserito anche l’elemento “strappalacrime”, ovvero i poveri bambini stranieri deprivati della cittadinanza. Ma non è assolutamente vero, nonostante la tesi venga sostenuta da importanti quotidiani italiani.
“Le leggi vigenti – chiarisce il professore – permettono l’acquisizione automatica della cittadinanza italiana ai figli minori di coloro che diventano italiani. Nel 2016 ci sono stati 70.000 minorenni diventati italiani senza attendere il compimento del diciottesimo anno di età. Quindi il problema non si pone”.
Anche perché, continua il professore, il tema dell’integrazione deve essere un percorso il cui culmine è la cittadinanza. Anche l’argomento demografico sarebbe debole:
“Il problema della natalità non si risolve attraverso gli immigrati – afferma Blangiardo – Semplicemente perché le coppie straniere, incontrando i medesimi problemi delle coppie italiane (forse anche di più), tendono a fare sempre meno figli. Pertanto chi indica nell’immigrazione la strada per risolvere il problema della natalità, in qualche modo lo fa per imbrogliare le carte”.
Anche il Movimento 5 Stelle si è detto – di fatto – contrario, anche se al Senato si asterrà invece di votare no (ma l’effetto per i regolamenti del Senato è il medesimo, l’astensione conta come no). Sul blog di Beppe Grillo(che ha impedito che i senatori 5 Stelle prendessero autonomamente una posizione), il Movimento scrive:
“Discutere di Ius Soli oggi avrà come unica conseguenza che il dibattito pubblico, su un tema così delicato, sarà deviato ed inquinato da becere derive propagandistiche, sia di destra che di sinistra, sventolato come un vessillo per radunare le proprie truppe e accusare gli avversari con motivazioni contrapposte, ma per nulla meditate e razionali”

mercoledì 22 febbraio 2017

L'invecchiamento della forza lavoro in Italia

Da Il Corriere della Sera

Occupazione: il lavoro che invecchia. L’età media in Italia sale a 44 anni

Dal 2008 l’occupazione è cresciuta in media di 4-6 mesi l’anno. Gli under 35 al lavoro? Sono crollati dal 41% al 22% degli occupati. Il Fmi prevede che nel 2020 uno su cinque avrà più di 55 anni. La ricetta per far ripartire la produttività? Istruzione e formazione
di Federico Fubini, 21 feb 2017

Qualche tempo fa Marco Palmieri, 51 anni, si è imbattuto in un problema che non aveva previsto quando nel 1987 iniziò a produrre borse e valigie: come collegarle alla Rete. 
Se voleva crescere ancora con la sua Piquadro, doveva integrarle all’Internet delle cose e farle interagire con un’icona sullo schermo di uno smartphone.

Marco Palmieri, patron di Piquadro 

Palmieri si rivolse a un studio di ingegneri suoi coetanei, e questi gli illustrarono molte funzioni digitali. Tutte inutili. Nessuna faceva funzionare meglio uno zaino di pelle o una valigia in un aeroporto. 
L’impasse stava diventando così frustrante che un giorno in azienda Palmieri si sfogò alla macchinetta del caffé con alcuni dipendenti fra i 20 e i 30 anni. 
Fu la svolta: in poco tempo quei ragazzi idearono una App per allucchettare le valigie e un sistema di sensori collegati allo smartphone per pesarle o segnalarne la posizione. Non erano specialisti del digitale. Erano, semplicemente, giovani al lavoro.

L'innovazione che manca nelle aziende

Il problema dell’Italia degli ultimi vent’anni, e ancor più dei prossimi venti, è che storie del genere diventano rare. Nei luoghi in cui si genera la ricchezza del Paese stanno venendo meno le principali fonti di innovazione: i giovani. Una ricerca del «Corriere della Sera» sulla base della banca dati dell’Istat mostra come la demografia del lavoro in Italia stia subendo uno smottamento sotterraneo, quasi unico in Europa per intensità. Oggi essa è alla radice di buona parte del letargo dell’economia italiana e spiega un bel po’ della lentezza con cui la produttività del lavoro avanza rispetto alla media dell’area euro (dall’inizio del secolo, del 12% in ritardo). L’invecchiamento negli uffici e nei piani fabbrica è così veloce che obbliga a ripensare al più presto a come in Italia si studia, ci si aggiorna e ci si organizza in azienda. Del resto non esiste altro modo di far emergere i punti di forza nascosti in quella che, lasciata a se stessa, diventa ormai la grande debolezza del Paese.

Lavoratori sempre più vecchi

I numeri, a prima vista, non perdonano. Non c’è solo l’aumento medio di quasi sei anni dell’età media degli occupati in Italia nell’ultimo quarto di secolo, da 38 a quasi 44 anni. Colpisce di più come questo stia accelerando: a partire dal 2008 l’età media dei 21 o 22 milioni di persone al lavoro nel Paese aumenta in certe fasi di sei mesi ogni anno, o poco meno; solo gli sgravi alle assunzioni e il Jobs act sembrano contrastare un po’ la deriva.

Su dinamiche del genere conta la pura e semplice demografia: in Italia vive la popolazione dall’età mediana più alta al mondo (45,1 anni) dopo la Germania e il Giappone. Incide però anche l’ultima riforma delle pensioni, che dal 2011 ha allungato la permanenza dei più anziani al lavoro per riequilibrare il sistema dopo decenni di promesse insostenibili. Pesa poi soprattutto l’emarginazione dei giovani: il tasso di occupazione per chi ha fino a 24 anni è appena del 17% (studenti ovviamente esclusi).

Emarginati i giovani

Così nell’ultimo quarto di secolo i luoghi del lavoro in Italia hanno subito una trasformazione antropologica, che prosegue. Sono sparite 3,6 milioni di persone di meno di 35 anni (erano quasi 9 milioni, sono poco più di cinque). Sono apparse 4,2 milioni di persone in più la cui età supera i 45 anni; il numero dei lavoratori attivi fra i 55 e i 64 anni è raddoppiato da due a quattro milioni, tanto che il Fondo monetario internazionale stima che in Italia nel 2020 un quinto degli occupati sarà in questa fascia e nel 2015 lo sarà quasi un occupato su quattro.


In sostanza i lavoratori più giovani, energici e innovativi si sono rarefatti dal 41% al 22% della popolazione produttiva; quelli più anziani sono aumentati da un terzo alla metà. Una parte devono averla le preferenze culturali nel Paese per persone più esperte, o più ricche di rapporti sociali, perché il numero degli occupati di oltre 65 anni è esploso: oggi questi lavoratori anziani sono oltre mezzo milione, più 41% in 25 anni.

Due milioni di lavoratori in più in vent’anni

Naturalmente questa non è una torta immutabile — non è un gioco a somma zero — perché oggi lavorano in Italia quasi due milioni di persone in più rispetto vent’anni fa (22,9 contro 21 milioni). Nell’economia attiva può esserci spazio per tutti. Ma una composizione così squilibrata delle età del lavoro ha conseguenze. Uno studio dell’Fmi del dicembre scorso («The Impact of Workforce Ageing on European Productivity») mostra che l’Italia, con la Grecia, è la più esposta a perdite di produttività proprio perché gli occupati invecchiano: da due decenni questo fenomeno sotterraneo sta limando via uno 0,2% l’anno dalla capacità di far crescere il valore generato in un’ora di lavoro; sono differenze impercettibili nel breve, ma corrosive per profitti e salari quando si accumulano nel tempo. Secondo lo studio dell’Fmi l’invecchiamento erode le capacità nei lavori più fisici e in quelli meno ricchi di conoscenze; non ha effetti su addetti alle vendite, impiegati di banca o periti elettronici; e l’accumulo di esperienza addirittura aumenta la produttività per funzioni dense di conoscenza come quelle di docenti, avvocati, medici, giudici o manager. Il problema dell’Italia è che la sua quota di laureati e diplomati è fra le più basse d’Europa: deve farla salire in fretta per affrontare il giorno, vicino, in cui l’età media degli occupati arriverà al mezzo secolo o più.

A Gaggio Montano in provincia di Bologna, la Piquadro di Palmieri forse ha trovato una soluzione. Da qualche tempo in azienda si aggira un ex dirigente pensionato della Miroglio. Il suo nome è Antonio Colantuoni. Il suo compito è parlare un po’ con tutti, specie i più giovani, per capire cosa pensano dell’azienda, del mondo e di se stessi. «Li aiuto a tirare fuori i problemi, a capire e sviluppare il loro potenziale», dice. Questo è un metodo che Colantuoni ha messo a punto in 35 anni di lavoro alla Miroglio, e funziona. Fa girare meglio le imprese. «Lo avessi capito prima, mi sarei fatto del bene — ammette —. Ma c’è un valore nell’età che avanza».