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domenica 29 aprile 2018

Un altro asset italiano in mani straniere: senza grandi gruppi in Italia e senza dividendi per il Paese?


La vendita al fondo americano GIP

Una storia aziendale di successo, però il nostro capitalismo non fa il salto

di Dario Di Vico, 10 feb 2018




L’operazione che porterà Ntv-Italo nel portafoglio del fondo americano Gip ha rispettato tutti i crismi del mercato. 
E non si può certo dire che la compagine degli azionisti italiani non abbia dimostrato abilità e velocità di giudizio nel cogliere l’opportunità offerta loro, eppure sapere che Italo diventerà Amerigo — come si è scherzosamente detto — lascia l’amaro in bocca. 
Conosco, rispetto e condivido quasi tutte le argomentazioni che gli analisti dell’ortodossia liberale hanno avanzato in questi giorni — penso all’Istituto Bruno Leoni — ma nessuna di esse può evitare quella sensazione. 
Nell’exploit di Italo molto ha contato la capacità del management di rivedere il primitivo modello di business, è stato importante capire come a fare la differenza non è tanto la possibilità di guardare un film in viaggio quanto prezzo e frequenza delle corse. 
Effetto metropolitana. 
Un riposizionamento che è stato realizzato in corsa e che merita applausi. 
È anche vero che questa straordinaria storia di successo è stata resa possibile — per una volta in Italia — da un assetto regolatorio e normativo sicuro e prevedibile che nel tempo ha consentito, unico mercato in Europa, che due imprese potessero confrontarsi e gareggiare nell’alta velocità. 
Poi sicuramente la ripresa quantitativa dell’economia reale e una sua componente qualitativa — che ha visto aumentare i pendolari del lavoro anche tra le professionalità medio-alte di città come Bologna e Torino — ha fatto il resto. Ma non è tutto.

C’è un’altra considerazione che è emersa nei commenti post-vendita ed è stata fatta propria anche dal ministro Graziano Delrio. 
Lo Stato italiano in 11 anni ha investito 32 miliardi di euro sull’alta velocità e, assieme al quadro regolatorio di cui sopra, ha generato una cornice favorevole di cui hanno giovato gli azionisti di Italo nella fase della compravendita. 
Riuscendo ad assicurarsi una straordinaria remunerazione del loro investimento iniziale. 
Lo Stato però non incassa nessun dividendo, investendo nella rete confidava che essa venisse saturata dall’attività del maggior numero di player possibili e si deve accontentare che la storia sia andata così. 
Non sarebbe però corretto auspicare — da parte degli azionisti di Italo — che una quota dei soldi incassati con la vendita sia reinvestita in Italia? 
Generando nuove attività o rafforzandone di esistenti (nella nostra logistica-Cenerentola, ad esempio) e creando così potenzialmente le condizioni di nuovi successi? Del resto proprio la compagine di Ntv, come le Fs, hanno mostrato nella gestione dei treni super-veloci una cultura del servizio e un’attenzione al consumatore che nella nostra tradizione (vedi Alitalia) erano stati assenti.

Comunque al di là delle dispute del giorno dopo sull’affare Ntv appare sempre più evidente quella che potremmo chiamare la maledizione della taglia large del capitalismo italiano. 
Anche le migliori storie di successo alla fine si infrangono sulla difficoltà di crescere di botto, è come se si arrivasse a un bivio e gli imprenditori italiani tra correre per raddoppiare e scegliere di vendere finissero almeno 4 volte su 5 per prendere la seconda via. 
Il risultato è che il sistema delle imprese assomiglia a un trapezio non più a una piramide, il vertice alto non c’è più. In molti casi quando era teoricamente possibile che un’azienda a capitali italiani diventasse polo aggregante è successo il contrario. 

Se volessimo fare una cronistoria potremmo risalire alla vendita dell’Italtel alla francese Telettra/Alcatel o a operazioni — come ha sottolineato l’economista Fabrizio Onida — tipo la vendita di Ansaldo Sts alla giapponese Hitachi o ancora al passaggio dell’Italcementi ai tedeschi della Heidelberg, fino ai giorni nostri con il recente merger Luxottica-Essilor che fa accapigliare gli addetti ai lavori su quale sia la bandiera che sventolerà alla fine del percorso, l’italiana o la francese. 

Si tratta in tutti i casi di operazioni confezionate con ampio rispetto delle regole di mercato — come nell’ancor più recente Opa della svizzera Richemont sulla Ynap lanciata in orbita da Federico Marchetti — e con altrettanto sicura valorizzazione degli asset ceduti ma che lasciano la stessa sensazione di oggi. 
L’amaro in bocca anche a chi non si professa patriota economico né per cultura né per convincimento politico.

È vero che in diversi casi gli investimenti stranieri in Italia hanno permesso all’azienda-preda o alla catena dei fornitori una crescita che la famiglia proprietaria non avrebbe potuto dare. 
Penso al caso Sanpellegrino-Mentasti-Nestlè oppure all’ingresso dei francesi del lusso nella Riviera del Brenta ma esistono anche casi opposti — su tutti il passaggio di Parmalat ai francesi di Lactalis — che gridano ancora vendetta e che resteranno nella storia degli autogol del made in Italy. 

Lo stesso Delrio ha sostenuto che in Italia mancano quei fondi di investimento capaci di mettere in cantiere operazioni crossborder di grande rilievo e ciò acuisce la sensazione di trovarsi in un capitalismo senza capitali. Dove persino avventure come quella di Fincantieri in Francia o di Atlantia a caccia della leadership europea delle autostrade appaiono solo delle eccezioni. 
Siamo bravi, se non bravissimi fino a una determinata soglia ma la taglia large no, non sembra fatta per noi.

lunedì 16 aprile 2018

I nuovi disturbi alimentari...



In crescita i disturbi legati all’immagine: l’ossessione per i muscoli e la forma fisica e l’ossessione per il cibo sano, naturale, dietetico con il conteggio delle calorie

di Nicla Panciera, 22 mar 2018

Colpiscono 3 milioni e mezzo di italiani e sono in continua crescita. I disturbi del comportamento alimentare colpiscono giovani, giovanissimi ma anche persone di mezza età e l’impatto è tale che si parla di «epidemia sociale». E mentre si va abbassando l’età di esordio, lo sviluppo di disordini nel rapporto con il cibo e con il corpo costituisce un problema per chi ne soffre, ma anche per la famiglia e la rete degli affetti. Secondo le stime ufficiali, il 95,9% delle persone colpite dai disturbi alimentari sono donne. Per quanto riguarda l’anoressia nervosa, che causa ogni anno tremila decessi, la sua incidenza è di almeno 8 nuovi casi per 100mila persone tra le donne, mentre per gli uomini è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi. 

UN ESORDIO SEMPRE PIÙ PRECOCE 

«Le forme classiche come anoressia e bulimia non sono in crescita, come lo sono invece i disturbi dello spettro del comportamento alimentare in senso lato» ci spiega la psichiatra Sara Bertelli, responsabile ambulatorio DCA dell’ospedale San Paolo di Milano e presidente di Nutrimente Onlus, associazione che si occupa di prevenzione dei disturbi dell’alimentazione.«Nonostante la fase più delicata rimanga l’adolescenza, si osservano esordi sempre più precoci, anche in età prepubere. Infine, non sono rari gli esordi in età adulta quando, in una fase particolarmente cruciale o difficile, il soggetto può iniziare una dieta molto restrittiva che evolve in anoressia e in un iper-controllo sul cibo». 

I NUOVI DISTURBI DELL’IMMAGINE 

Inoltre, viviamo in un’epoca in cui molta attenzione viene posta all’alimentazione, alle pietanze e alla loro preparazione e la richiesta di un corpo prestante contrasta con la costante disponibilità di cibo. Tanto che, nel panorama dei disturbi, sono in crescita quelli dell’immagine, come la bigoressia, che è l’ossessione per i muscoli e la forma fisica, e l’ortoressia, che è l’ossessione per il cibo sano, naturale, dietetico con il conteggio delle calorie. 

Questi problemi coinvolgono non solo le percezione di sé e del proprio corpo, ma anche la sfera sociale dell’individuo. «Come la classica anoressia, anche questi disturbi hanno un forte impatto sulla quotidianità» ci spiega la dottoressa Bertelli «Chi ne soffre mette in atto risposte di evitamento delle situazioni conviviali che possono minacciare le proprie regole alimentari, come ad esempio una cena fuori, e dedica moltissimo tempo a pensare al cibo e all’alimentazione, cui attribuisce un enorme valore». 

PER LA SOCIETÀ, UN’ESIGENZA PRIORITARIA 

«Fino a circa 20 anni fa il rapporto tra l’incidenza dei disordini alimentari negli uomini e nelle donne era pari a 1 a 10, 1 a 15; dati più recenti suggeriscono che questo rapporto sia arrivato almeno ad 1 a 4» ha precisato Massimo Vincenzi, dell’Associazione italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica ADI e coordinatore del gruppo sui disturbi alimentari, in occasione della recente giornata nazionale del Fiocchetto lilla. «Mode culturali pericolose focalizzate sull’aspetto fisico e su modelli alimentari ritenuti salutari costituiscono fattori di rischio rilevanti e spiegano perché alcune categorie, in particolare all’interno di ambienti sportivi agonistici e non, siano terreno fertile per l’insorgenza di disturbi alimentari che esprimono in realtà un malessere identitario profondo. Un attento lavoro multidisciplinare per consentire una diagnosi precoce del disturbo e del suo trattamento, accompagnato da campagne di prevenzione intensive ed estese, particolarmente nel mondo dello sport, costituiscono per la comunità scientifica un’esigenza prioritaria, non più prorogabile». 

L’IMPORTANZA DELLA FIDUCIA 

In quest’ottica, parlarne serve moltissimo. «È importante avere la consapevolezza del proprio problema, accettarlo e rivolgersi il prima possibile allo specialista» spiega la dottoressa Bertelli «Come per le altre patologie, anche in questo caso la diagnosi precoce è fondamentale. Infine, ad parenti e amici vorrei ricordare l’importanza di riconoscere i segnali per aiutare chi ha un problema, fornendo motivazione e fiducia nella possibilità di trovare una via d’uscita».

domenica 19 febbraio 2017

Il mercato del lavoro in Italia: fotografia delle tre "società"



di Marco Mariani, 12 feb 2017


La figura dell’ "outsider" racchiude due destini opposti. 

Il primo ha il volto dello sconosciuto che irrompe all’improvviso in una competizione, nello sport come in politica, spariglia il campo degli avversari più titolati e diventa protagonista di un’avventura vincente. Il secondo è quello di chi vive ai margini dal circuito del successo, senza reti di sicurezza e opportunità di risalita.

Chi viene da fuori, incarnando un messaggio di fiducia. E chi resta fuori, arretrando sotto il peso della disillusione.

Nell’affresco dell’Italia tracciato nel rapporto della Fondazione Hume, non c’è traccia del “buon” outsider e della sua promessa di riscatto che si avvera. Tutta la ribalta è occupata da chi è imbrigliato in una condizione “out” e dal suo sogno infranto sulle macerie di un progresso che, per buona parte della popolazione, da tempo si è arrestato.

L’IDENTIKIT



Tra fuori e dentro, è soprattutto il mercato del lavoro a marcare oggi il confine della disuguaglianza. Come spiega l’analisi, il fenomeno centrale del nostro tempo, per il nostro Paese in particolare, è infatti «la formazione di un nuovo segmento sociale che, pur facendo parte della popolazione potenzialmente attiva in quanto disponibile a lavorare, vive una condizione di grave e radicale esclusione dal circuito del lavoro regolare».

La spinta della grande crisi

La nuova Italia che avanza è la Terza società, l’esercito degli esclusi: disoccupati, lavoratori in nero e persone inattive perché non vedono più un contesto propizio per cercare un’occupazione. Si contrappone alla Prima, quella dei garantiti (personale pubblico e dipendenti regolari di aziende medio-grandi). E alla Seconda, quella di chi è esposto alle incertezze del mercato (operai e impiegati di piccole aziende e lavoratori autonomi senza ammortizzatori sociali)

LA RADIOGRAFIA



La Terza società avanza perché, nel vortice della grande crisi che non sembra passare mai, le sue fila si sono rapidamente affollate. In sette anni, dal 2007 al 2014, la sua incidenza sul totale della forza lavoro è balzata, infatti, dal 22,5% al 29,9%,inghiottendo 2 milioni e 600mila nuove persone. La lieve flessione registrata negli ultimi due anni (28,7% nel 2016)non è sufficiente ad allontanare in modo netto il numero degli esclusi da quota 9 milioni, praticamente un terzo della forza lavoro.

Questo segmento sociale si concentra soprattutto nel Mezzogiorno, dove la sua incidenza nel 2014 era del 45,8% soprattutto per la forte diffusione degli inattivi disponibili a lavorare. Nel Nord-Est, invece, sono i lavoratori irregolari la parte più consistente degli esclusi, mentre nel Nord-Ovest pesa la disoccupazione.

La politica sotto scacco

Un’Italia divisa in tre mondi, ciascuno dei quali non se la sta passando bene. Se quello emergente - la Terza società - è portatore di un segnale di acuto malessere, gli altri due vedono assottigliarsi i ranghi e indebolirsi il loro ruolo sociale. Sia con l’erosione di protezioni di lunga data. Sia con la perdita di forza economica.

La Prima società ha visto uscire circa mezzo milione di persone tra il 2008 e il 2014. Il personale della Pa, che ancora nel 2014 contava oltre 3 milioni di individui, sta registrando un declino lento, dall’11,8% della forza lavoro nel 2001 al 10,1% nel 2014.E ancora, sotto la spinta della crisi, i dipendenti privati tutelati dallo Statuto sono scesi dal 26,5% del 2007 al 23,9 per cento.

Quanto alla Seconda società, la sua componente più estesa è rappresentata dal lavoro autonomo: conta più di 5 milioni, circa il 17% delle forze lavoro. Ebbene, sono bastati dieci anni,dal 2004 al 2014, perché la sua consistenza si riducesse del 7,2% con una perdita di oltre 410mila unità. Ciò che più conta, tra il 2009 e il 2014 i redditi di lavoro autonomo sono scesi del 28% circa, molto di più di quello che è avvenuto per quello dipendente (-8%).

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La Terza Società


sabato 18 febbraio 2017

Qualche commento sulla "governance" delle società quotate in Italia...



Giuliano Balestreri, 11 feb 2017


I proxy advisor promuovono l’Italia: “Il Regno Unito resta il paese di riferimento, ma Piazza Affari si sta adeguando alle best practice europee soprattutto in termini di trasparenza e dialogo con gli investitori istituzionali” spiega Fabio Bianconi di Morrow Sodali

La stagione delle assemblee del 2017 è alle porte con la grande incognita di cosa accadrà alla controllate dal Tesoro – con il governo Gentiloni che potrebbe essere vicino alla fine del suo mandato -, ma in vista del prossimo futuro gli esperti di Morrow Sodali hanno fatto il punto su cosa è accaduto lo scorso anno.

Il primo dato interessante per quotate al Ftse Mib di Piazza Affari riguarda il peso delle minoranze, ovvero la quota di capitale in mano ad investitori istituzionali o retail non collegati al socio di controllo: lo scorso anno, tra le 32 società esaminate, le minoranze contavano per almeno il 50% del capitale in 14 di queste; dal 100% di Prysmian (unica vera public company italiana) al risicato 12% di Salvatore Ferragamo.

“E’ cambiato l’approccio degli investitori nei confronti delle liste di maggioranza” spiega Bianconi che poi aggiunge: “Nei rinnovi di Intesa Sanpaolo e Generali si è registrato un forte consenso da parte del mercato, in controtendenza rispetto alle usuali pratiche che vedono gli istituzionali supportare in modo compatto le liste coordinate da Assogestioni. 
Nelle assemblea di Snam e Ubi, invece, le liste di Assogestioni hanno ottenuto la maggioranza dei voti”. 

Ci sono poi stati i casi di Azimut dove gli azionisti hanno respinto la proposta dal management di aumentare gli emolumenti del consiglio d’amministrazione uscente e quello di Cerved: per la prima volta in Italia è stata bocciata la politica di remunerazione presentata dal management.

L’aspetto su cui le società italiane devono migliorare, però, è proprio quello che riguarda le politiche di remunerazione dei vertici: sono infatti in aumento le raccomandazioni dei proxy a votare contro
In Italia gli advisor hanno suggerito di bocciare le politiche di remunerazione nel 59% dei casi contro il 19% di quanto accade nel Regno Uniti. In Francia il dato si ferma al 57%, mentre in Spagna è al 41%. 
Ovviamente molto spesso le politiche passano con maggioranze quasi bulgare grazie al voto del socio di controllo. Tuttavia le differenze sono marcate: da un lato Prysmian, Intesa Sanpaolo, Unicredit ed Eni mantengono un livello di supporto molto alto; dall’altro Ferragamo, Tod’s, Mediolanum, Luxottica e Mediaset non raggiungono il 50% dei voti espressi dalle minoranze.

“Gli investitori – aggiunge Bianconi – sono molto severi quando vedono una mancanza di trasparenza o di obiettivi. In particolare nel caso delle remunerazione non apprezzano la presenza di trattamenti di fine rapporto superiori alle 24 mensilità e neppure la presenza di bonus discrezionali” come quello previsto da Poste per l’amministratore delegato Francesco Caio.
Tradotto: per le minoranze i bonus ci devono essere, ma devono essere vincolati al raggiungimento di obiettivi specifici.

Nel complesso, però, la situazione italiana è molto migliorata per questo gli addetti ai lavori sono convinti che i grandi investitori alzeranno l’asticella: “Sono convinto che saranno ancora più stringenti – conclude il manager italiano di Morrow Sodali – facendo attenzione a variabili che oggi non vengono considerate per esempio chiedendo l’introduzione di obiettivi legati alla sostenibilità aziendale, piuttosto che piani di incentivazione azionari con un periodo di lock up (divieto di vendita, ndr) superiore ai tre anni”.