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sabato 2 maggio 2020

Intervista a Massimo Cacciari sulla situazione post-pandemia...



Francesco Bei per la Stampa, 1 mag 2020

Il Coronavirus come «formidabile acceleratore» di una gigantesca trasformazione del capitalismo, una rivoluzione che «investirà in maniera irreversibile il lavoro» e determinerà non solo il destino personale di milioni di persone, ma la stessa possibilità di sopravvivenza della democrazia. Di fronte alla pandemia, il filosofo Massimo Cacciari osserva questo Primo Maggio senza lavoro come l' alba di una nuova era. Gravida di incognite e pericoli per il mondo come l' abbiamo conosciuto finora.


Non possiamo che iniziare dall' Organizzazione mondiale del lavoro: dicono che un miliardo e mezzo di persone - la metà degli occupati del pianeta - potrebbe perdere i propri mezzi di sussistenza a causa del Covid. È davvero questa la dimensione della crisi che stiamo vivendo?

«È come nella Grande Crisi del 1929, solo che stavolta stiamo assistendo un cambiamento profondo dei rapporti di forza all' interno del capitalismo e tra Capitale e Lavoro. Ci sono settori distrutti e altri, come il sistema dei Big Data e l' e-commerce, che stanno realizzando guadagni strepitosi. Il gioco prevede vincitori e vinti».

Gli sconfitti chi sono?

«Non c' è dubbio che la crisi del Coronavirus abbia portato alle estreme conseguenze tendenze già in atto da tempo. Si è rivelata come un formidabile acceleratore della trasformazione del lavoro e della sostituzione della attività umane più "meccaniche" con la tecnologia. La velocità del cambiamento è tale che rende quasi impossibile governarlo e dirigerlo. Quale politica è in grado di farvi fronte?».

Appunto, la democrazia non rischia di restarne schiacciata insieme al lavoro?

«C' è da temerlo. Se in pochi mesi in Italia raddoppia il numero già alto dei disoccupati, si pongono problemi sociali ed economici gravissimi. Si impone l' esigenza di immaginare interventi assistenziali poderosi. Il Reddito di cittadinanza, nonostante tutte le critiche, si è dimostrato un' idea necessaria, perché la tendenza è quella».

È possibile che almeno una parte di questi milioni di lavoratori si possa reimpiegare nei settori della cura alla persona, nella scuola, nella sanità?

«È quello che va fatto. Ma se vuoi permettere alle persone di reinventarsi nel campo dei servizi ti devi porre il problema delle risorse, di come fare ad accompagnare in questo percorso chi deve cambiare strada».

Il pasto non è mai gratis. Lo Stato si può indebitare senza limiti?

«Ovviamente la risposta è no, quindi il passo successivo è chiedere qualcosa in più a quei settori industriali che sono sulla frontiera di queste innovazioni e ne stanno traendo legittimi e grandi profitti».
Il problema è come tassarli, sono quasi tutti all' estero «Infatti deve essere l' Unione europea a lottare senza indugio contro i paradisi fiscali, a partire da quegli Stati canaglia dentro i suoi confini. Se non c' è un sistema fiscale equo, all' altezza della sfida che viviamo, non ne usciamo».

Lo Stato come ne esce dalla crisi?

«Parliamoci chiaro, se si può sperare che l' emergenza sanitaria finisca presto, le trasformazioni innescate saranno perenni. Tra queste, lo Stato sarà spinto ad assumere una fisionomia decisionista-autoritaria».

Il lavoro e i sindacati che fine faranno?

«Stiamo assistendo in corpore vivi a un esperimento di scomposizione totale dell' organizzazione del lavoro. È la nascita del lavoro virtuale, con il lavoratore che resta a casa sua: ma così lavora il doppio e costa all' azienda la metà. È chiaro che, con i lavoratori soli a casa, anche il sindacato - che già viveva una sua crisi di rappresentanza - sparisce definitivamente».

Parliamo di Conte? Il governo come ha gestito questo cigno nero?

«La risposta del governo è stata occasionale, la vicenda dei "congiunti" dimostra lo stato confusionale che regna. La crisi ha fatto venire alla luce i vizi storici del sistema italiano, a partire dalla fragilità delle Regioni. È evidente che il sistema regionalistico così non funziona e va rivisto. Mi chiedo, ad esempio, se avessimo avuto un Senato delle Regioni ci sarebbe stato questo caos? E con le macro-Regioni?»

Glielo richiedo. La democrazia sopravviverà a queste spinte?

«Dipende. La politica deve mettersi gli stivaloni magici del gatto e dobbiamo tutti sperare che si metta a correre davvero. Perché, se non ce la fa, sarebbe l' infarto delle democrazie liberali e già si vedono i modelli che riscuotono più consenso: la Cina e la Russia sono davanti a noi. La sfanghiamo se tutti i leader europei diventano consapevoli del rischio».

Altrimenti?

«Altrimenti finiamo lì».



domenica 29 aprile 2018

Un altro asset italiano in mani straniere: senza grandi gruppi in Italia e senza dividendi per il Paese?


La vendita al fondo americano GIP

Una storia aziendale di successo, però il nostro capitalismo non fa il salto

di Dario Di Vico, 10 feb 2018




L’operazione che porterà Ntv-Italo nel portafoglio del fondo americano Gip ha rispettato tutti i crismi del mercato. 
E non si può certo dire che la compagine degli azionisti italiani non abbia dimostrato abilità e velocità di giudizio nel cogliere l’opportunità offerta loro, eppure sapere che Italo diventerà Amerigo — come si è scherzosamente detto — lascia l’amaro in bocca. 
Conosco, rispetto e condivido quasi tutte le argomentazioni che gli analisti dell’ortodossia liberale hanno avanzato in questi giorni — penso all’Istituto Bruno Leoni — ma nessuna di esse può evitare quella sensazione. 
Nell’exploit di Italo molto ha contato la capacità del management di rivedere il primitivo modello di business, è stato importante capire come a fare la differenza non è tanto la possibilità di guardare un film in viaggio quanto prezzo e frequenza delle corse. 
Effetto metropolitana. 
Un riposizionamento che è stato realizzato in corsa e che merita applausi. 
È anche vero che questa straordinaria storia di successo è stata resa possibile — per una volta in Italia — da un assetto regolatorio e normativo sicuro e prevedibile che nel tempo ha consentito, unico mercato in Europa, che due imprese potessero confrontarsi e gareggiare nell’alta velocità. 
Poi sicuramente la ripresa quantitativa dell’economia reale e una sua componente qualitativa — che ha visto aumentare i pendolari del lavoro anche tra le professionalità medio-alte di città come Bologna e Torino — ha fatto il resto. Ma non è tutto.

C’è un’altra considerazione che è emersa nei commenti post-vendita ed è stata fatta propria anche dal ministro Graziano Delrio. 
Lo Stato italiano in 11 anni ha investito 32 miliardi di euro sull’alta velocità e, assieme al quadro regolatorio di cui sopra, ha generato una cornice favorevole di cui hanno giovato gli azionisti di Italo nella fase della compravendita. 
Riuscendo ad assicurarsi una straordinaria remunerazione del loro investimento iniziale. 
Lo Stato però non incassa nessun dividendo, investendo nella rete confidava che essa venisse saturata dall’attività del maggior numero di player possibili e si deve accontentare che la storia sia andata così. 
Non sarebbe però corretto auspicare — da parte degli azionisti di Italo — che una quota dei soldi incassati con la vendita sia reinvestita in Italia? 
Generando nuove attività o rafforzandone di esistenti (nella nostra logistica-Cenerentola, ad esempio) e creando così potenzialmente le condizioni di nuovi successi? Del resto proprio la compagine di Ntv, come le Fs, hanno mostrato nella gestione dei treni super-veloci una cultura del servizio e un’attenzione al consumatore che nella nostra tradizione (vedi Alitalia) erano stati assenti.

Comunque al di là delle dispute del giorno dopo sull’affare Ntv appare sempre più evidente quella che potremmo chiamare la maledizione della taglia large del capitalismo italiano. 
Anche le migliori storie di successo alla fine si infrangono sulla difficoltà di crescere di botto, è come se si arrivasse a un bivio e gli imprenditori italiani tra correre per raddoppiare e scegliere di vendere finissero almeno 4 volte su 5 per prendere la seconda via. 
Il risultato è che il sistema delle imprese assomiglia a un trapezio non più a una piramide, il vertice alto non c’è più. In molti casi quando era teoricamente possibile che un’azienda a capitali italiani diventasse polo aggregante è successo il contrario. 

Se volessimo fare una cronistoria potremmo risalire alla vendita dell’Italtel alla francese Telettra/Alcatel o a operazioni — come ha sottolineato l’economista Fabrizio Onida — tipo la vendita di Ansaldo Sts alla giapponese Hitachi o ancora al passaggio dell’Italcementi ai tedeschi della Heidelberg, fino ai giorni nostri con il recente merger Luxottica-Essilor che fa accapigliare gli addetti ai lavori su quale sia la bandiera che sventolerà alla fine del percorso, l’italiana o la francese. 

Si tratta in tutti i casi di operazioni confezionate con ampio rispetto delle regole di mercato — come nell’ancor più recente Opa della svizzera Richemont sulla Ynap lanciata in orbita da Federico Marchetti — e con altrettanto sicura valorizzazione degli asset ceduti ma che lasciano la stessa sensazione di oggi. 
L’amaro in bocca anche a chi non si professa patriota economico né per cultura né per convincimento politico.

È vero che in diversi casi gli investimenti stranieri in Italia hanno permesso all’azienda-preda o alla catena dei fornitori una crescita che la famiglia proprietaria non avrebbe potuto dare. 
Penso al caso Sanpellegrino-Mentasti-Nestlè oppure all’ingresso dei francesi del lusso nella Riviera del Brenta ma esistono anche casi opposti — su tutti il passaggio di Parmalat ai francesi di Lactalis — che gridano ancora vendetta e che resteranno nella storia degli autogol del made in Italy. 

Lo stesso Delrio ha sostenuto che in Italia mancano quei fondi di investimento capaci di mettere in cantiere operazioni crossborder di grande rilievo e ciò acuisce la sensazione di trovarsi in un capitalismo senza capitali. Dove persino avventure come quella di Fincantieri in Francia o di Atlantia a caccia della leadership europea delle autostrade appaiono solo delle eccezioni. 
Siamo bravi, se non bravissimi fino a una determinata soglia ma la taglia large no, non sembra fatta per noi.

lunedì 14 luglio 2014

Antotrust: Potentati Economici e Lobby, in Italia?

Antitrust: “Scardinare potentati economici e lobby, danneggiano economia”

Nella relazione annuale al Parlamento il presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha attaccato il "capitalismo di relazione". 
Cioè l'intreccio tra potere economico, politica e pubblica amministrazione, che crea rendite di posizione e genera spesa pubblica improduttiva aumentando le disuguaglianze. 
Spesso però è la legge stessa a falsare la concorrenza attribuendo privilegi ingiustificati: è il caso di Poste Italiane e Telecom. 
Poi le richieste al governo: riordino "radicale" delle società pubbliche, riforma della legge sul conflitto di interessi e del mercato della Rc auto, interventi per ridurre costi dei conti correnti. 
E un aumento degli investimenti nella banda larga, fondamentali per la crescita

Roma, 14 lug 2014

Il capitalismo di relazione “danneggia la parte vitale e competitiva dell’economia italiana”, favorendo “l’espansione della spesa pubblica” in alcuni casi “diretta a soddisfare gli interessi particolaristici delle lobbies e dei cacciatori di rendite”. Le società pubbliche vanno riformate in maniera “radicale”. La legge sul conflitto di interessi è “insufficiente” e “va riformata”. Così come il mercato della Rc auto, “dove i prezzi per le polizze pagati dai consumatori sono tra i più alti d’Europa e la mobilità degli assicurati da una compagnia all’altra è particolarmente bassa”. Ma servono interventi anche per ridurre ulteriormente i costi dei conti correnti e ridurre i tempi necessari per chiuderli. Mentre vanno favoriti gli investimenti nella banda larga, che sono “fondamentali per la crescita”. Sono solo alcune delle indicazioni che l’Antitrust ha indirizzato al Senato durante la relazione annuale tenuta dal presidente Giovanni Pitruzzella. 

Giovanni Pitruzzella
Giovanni Pitruzzella, Antitrust

Che ha anche annunciato i risultati dell’attività dell’authority: tra 2013 e 2014 sono state comminate sanzioni per comportamenti anticoncorrenziali e pratiche commerciali scorrette per un valore di oltre 314 milioni di euro.

Intrecci perversi tra pubblico e privato per soddisfare “cacciatori di rendite e lobby” – Parlando ai senatori, Pitruzzella ha descritto il circolo vizioso che implacabilmente avvita l’Italia nella bassa crescita e rende quasi impossibile, per chi può contare solo sulle proprie capacità e i propri meriti, migliorare la propria posizione sociale. Esiste un “capitalismo di relazione”, ha spiegato, “basato sull’intreccio tra pochi grandi potentati economici, sulle loro relazioni con il potere politico e amministrativo, sulla ricerca delle ‘rendite di posizione’”. Un modello che “si basa sui privilegi, piuttosto che sui meriti, aggrava le diseguaglianze, rende la società chiusa, statica, poco aperta alla concorrenza e all’innovazione”, sacrificando “l’aspirazione degli individui di poter migliorare la loro posizione sociale, esclusivamente in virtù dei loro meriti”. Insomma, “pregiudica quella particolare forma di eguaglianza che è l’eguaglianza delle opportunità”. E in tal modo ”danneggia la parte vitale e competitiva dell’economia italiana”. Non solo: questa distorsione, a sua volta, causa una “espansione della spesa pubblica improduttiva, diretta a soddisfare gli interessi dei cacciatori di rendite e delle lobbies. Anche per questa via si è creato quell’enorme debito pubblico che costituisce un grande ostacolo alla crescita economica ed un fardello ingiustamente caricato sulle nuove generazioni”. Per questo è assolutamente necessario “scardinare” questo sistema economico malato e smascherare i meccanismi ”complessi” che favoriscono “intrecci perversi tra pubblico e privato”. 
Un quadro foschissimo, ma Pitruzzella invita anche a non fare di ogni erba un fascio. E in coda al ragionamento fa intravedere una speranza: ”Etichettare l’economia italiana, nel suo complesso, come esempio di chrony capitalism (capitalismo di relazione, appunto, ndr) sarebbe ingiusto per quella gran parte di imprese italiane che competono con successo sui mercati internazionali, che sono capaci di essere leader nell’innovazione, per le tante che hanno saputo superare la crisi e per quelle che hanno sofferto anche a causa di un ambiente giuridico-istituzionale poco amichevole. Piuttosto, il capitalismo di relazione costituisce una componente del complessivo sistema, che danneggia la parte vitale e competitiva dell’economia italiana”. L’impegno dell’Antitrust, allora, “si è concentrato, e continuerà a concentrarsi, su quei settori in cui più forte è stata la presa del capitalismo di relazione e nei quali da una corretta dinamica concorrenziale c’è da attendersi una spinta alla competitività ed alla crescita. Si tratta di settori più volte indicati dalla Commissione europea: energia, trasporti, servizi, comunicazioni elettroniche, commercio online e servizi finanziari”.

Gli abusi di Poste, Telecom e Aeroporti di Roma. Con il concorso del legislatore - “Soprattutto negli ultimi tempi”, ha detto Pitruzzella, “si riscontra una notevole sensibilità da parte degli ex monopolisti nei confronti dei valori della concorrenza a condizione che ci siano regole certe, chiare e prevedibili”. Ma “talora esistono ancora privilegi attribuiti da norme di legge che la falsano”. Come dire: la colpa, più che dell’ex monopolista che ci marcia, è del legislatore. Che continua ancora oggi ad avvantaggiare in maniera indebita gruppi come Poste e Telecom Italia. Il successore di Antonio Catricalà alla guida dell’authority ha fatto esempi circostanziati. ”Esiste una norma”, ha ricordato, “che riguarda Poste italiane e dà luogo a un vero e proprio privilegio fiscale: l’esenzione dei pagamenti dell’Iva sui servizi postali che, pur rientrando nel servizio universale, vengono negoziati individualmente dalla società. La nostra autorità ha ritenuto che la norma violasse il diritto europeo come interpretato dalla Corte di giustizia e perciò l’abbiamo disapplicato; il Tar ha confermato la nostra decisione e adesso aspettiamo la decisione del giudice d’appello”. In altri casi, come da copione, “l’ex monopolista ha sfruttato la sua posizione dominante nel mercato per impedire la penetrazione di operatori alternativi”. Il riferimento è a Telecom Italia e alla sanzione da 104 milioni di euro comminata per aver “abusato della propria posizione nella fornitura dei servizi di accesso all’ingrosso alla rete locale e alla banda larga ostacolando l’espansione dei concorrenti” in quei mercati. Nel settore dei servizi aeroportuali, poi, l’autorità è intervenuta nei confronti di Aeroporti di Roma (gruppo Benetton) “per fermare il tentativo del gestore aeroportuale di sfruttare la propria posizione dominante richiedendo corrispettivi per servizi non resi e ostacolando l’offerta di servizi innovativi in danno dei consumatori”. Adr aveva richiesto a Hertz Italia (autonoleggio), dalla quale percepiva un canone fisso e royalty legate al fatturato, anche “corrispettivi ulteriori” per servizi di autonoleggio offerti dalla stessa società al pubblico tramite internet e svolti al di fuori dell’area aeroportuale.

E anche la pa concede privilegi. Il caso dell’autotrasporto – Privilegi ad alcune imprese piuttosto che ad altre sono stati peraltro riconosciuti anche dalla Pa: questo, ammonisce Pitruzzella, non deve più accadere. “Tante volte i privilegi e le condizioni di favore per certi operatori economici sono stati consacrati in atti di amministrazioni pubbliche. Contro questi atti è intervenuta l’Antitrust grazie ai nuovi poteri che le sono stati attribuiti”, ha ricordato. Emblematico è il ricorso proposto dall’Autorità contro le determinazioni del ministero dei Trasporti che “continuano a mantenere sostanzialmente un’artificiosa fissazione dei prezzi minimi per le attività di autotrasporto: sulla vicenda si pronuncerà a breve la Corte di Giustizia europea”.

Il nodo Rc auto: “Prezzi tra i più alti d’Europa, serve riforma” – “L’Antitrust ritiene ormai necessario un intervento di riforma nel mercato delle assicurazioni per la responsabilità civile derivante dalla circolazione di auto e moto”, si legge nella relazione. “I prezzi per le polizze pagati dai consumatori sono tra i più alti d’Europa e la mobilità degli assicurati da una compagnia all’altra è particolarmente bassa”. Parola dell’authority che solo una settimana fa aveva messo nel mirino anche i contratti di assicurazione sottoscritti dalla pa, evidenziando come le procedure di gara siano a dir poco carenti sul fronte della concorrenza.

J’accuse alle banche: “Ancora alti i costi dei conti correnti. E troppo lunghi i tempi per chiuderli” - L’Authority, si legge nella relazione, ha anche condotto un’indagine sui costi dei conti correnti bancari. Risultato: “nonostante l’evoluzione competitiva del settore registrata negli anni più recenti, sussistono ancora ostacoli al pieno dispiegarsi della concorrenza nel settore che impediscono una riduzione dei prezzi a vantaggio del consumatore finale e un aumento della mobilità della domanda”. I risparmi ottenibili passando da un conto all’altro dimostrano che “ci sono ancora spazi per ridurre i costi dei conti correnti. Si tratta, tuttavia, di spazi che i risparmiatori non riescono a sfruttare, perché privi delle informazioni necessarie che vanno invece rese disponibili da parte delle banche, anche introducendo vincoli normativi e regolatori. L’Autorità ha anche sottolineato l’opportunità di intervenire sulle lentezze incontrate nella chiusura di un conto per aprirne un altro: per quanto i tempi si siano ridotti, è emerso, infatti, come sia sufficiente avere una carta di credito o la Viacard per vederli dilatare anche fino a 37 giorni. Vanno, infine, scissi i legami tra conti correnti e altri prodotti”. Per aumentare la concorrenza, il legislatore dovrebbe in definitiva “migliorare il grado di trasparenza delle informazioni, tagliare il legame esistente tra conto corrente e altri servizi bancari e ridurre i tempi di chiusura del conto”. Punti sui quali l’Autorità ha già “formulato suggerimenti puntuali e proposto possibili soluzioni”.

Internet non sia un far west – Tra le nuove priorità dell’azione dell’Antitrust a tutela dei consumatori c’è anche l’e-commerce, settore nel quale si possono annidare “nuove forme di sfruttamento del consumatore”. Pitruzzella ha ricordato i 160 casi di oscuramento di siti che vendevano prodotti contraffatti e le istruttorie nei confronti dei big del web (Google, Apple, Amazon, Gameloft, Tripadvisor e Groupon), riconoscendo che “l’e-commerce offre straordinarie possibilità di crescita economica” ma “internet non può tramutarsi in un Far West dove tutto è consentito”.

Il “capitalismo municipale” blocca lo sviluppo. Riformare la disciplina dei servizi pubblici locali – “Occorre procedere ad un’opera di riordino radicale delle società pubbliche, prevedendo dismissioni o comunque l’impossibilità di rinnovare gli affidamenti per quelle società che registrano perdite o forniscono beni e servizi a prezzi superiori a quelli di mercato”. Secondo Pitruzzella “non solo la crescita a livello locale, ma anche lo sviluppo di utilities che potrebbero produrre ricchezza per il Paese, sono, in tanti casi, bloccati dal capitalismo municipale, basato sulla connessione tra apparati e società da essi controllate o partecipate che erogano servizi pubblici o attività strumentali”. “Sembrano altresì maturi – conclude il numero uno dell’Antitrust – i tempi per inserire nell’agenda delle riforme la disciplina dei servizi pubblici locali, superando l’approccio tradizionale basato su un modello generale ed elaborando discipline particolari adeguate alla natura dei diversi servizi, in modo da aprire spazi alla concorrenza in quegli ambiti in cui non trova giustificazione tecnica il mantenimento di diritti di esclusiva, e valorizzando negli altri casi la concorrenza per il mercato”.

Separare nettamente banche e fondazioni e troncare i “legami personali tra istituti” attraverso i vertici – Per quanto riguarda le banche, secondo Pitruzzella, è urgente separare in modo più netto le fondazioni dagli istituti ed estendere ”il divieto di detenere partecipazioni di controllo in società bancarie anche ai casi in cui il controllo è esercitato, di fatto, congiuntamente ad altri azionisti”. “Occorre continuare il processo di rescissione dei legami personali tra diversi istituti, avviato, su suggerimento dell’Autorità, con l’introduzione del divieto di interlocking directorates”. Cioè la norma, introdotta dal governo Monti, per cui i vertici di banche e assicurazioni non possono esercitare cariche analoghe in imprese concorrenti. Sembra scontato, ma non lo era affatto. E’ in seguito a quel “divieto di cumulo” che Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, ha dovuto uscire da Ubi (ma secondo la procura di Bergamo, che lo ha indagato per indagine alle funzioni di vigilanza, avrebbe continuato a pilotarne le nomine), Alberto Nagel, ad di Mediobanca, ha lasciato la vicepresidenza di Generali, e Ennio Doris (Mediolanum) è stato a sua volta costretto a dire addio a Piazzetta Cuccia. Mentre Carlo Pesenti, per restarci, diceva addio a Unicredit.
Ma, appunto, non basta. Ora, ha detto Pitruzzella, “va realizzato un rafforzamento della separazione tra fondazione e banca conferitaria, estendendo il divieto di detenere partecipazioni di controllo in società bancarie anche ai casi in cui il controllo è esercitato, di fatto, congiuntamente ad altri azionisti”. E il divieto di interlocking va reso effettivo anche per le fondazioni. Il presidente dell’Antitrust ha citato il caso di Unipol-Fonsai, nel quale “le misure imposte hanno comportato la rescissione dei legami finanziari, azionari e personali con alcuni tra i principali gruppi bancari e assicurativi del Paese”.

Le multe per violazioni della concorrenza e pratiche commerciali scorrette – Nel 2013 l’autorità ha irrogato sanzioni pari a 112.873.512 euro per comportamenti anticoncorrenziali, mentre per i primi sei mesi del 2014 il bilancio è di 184.528.819 euro. In sede di accertamento di pratiche commerciali scorrette sono state invece comminate multe per 9.253.000 euro nel 2013 e per 8.198.500 nei primi sei mesi del 2014. Il totale ammonta a oltre 314 milioni di euro.

Riformare la legge sul conflitto di interessi – Pitruzzella ha avvertito che “273 decisioni hanno riguardato l’applicazione della legge sul conflitto di interessi dei membri del Governo, la cui insufficienza abbiamo segnalato al Parlamento con la relazione semestrale inviata a dicembre del 2013, in cui ribadivamo la necessità di una riforma della materia”. Insomma: quella legge è insufficiente e va riformata.