Visualizzazione post con etichetta MIGRANTI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta MIGRANTI. Mostra tutti i post

giovedì 29 giugno 2017

Il tema dello "Ius Soli": un sintetico approfondimento

Da Aleteia.it

Che cos’è lo Ius Soli e come funziona la legge in discussione al Senato
Una sintetica spiegazione per farsi una idea su un tema di cui sentiremo parlare un bel po'

Lucandrea Massaro/Aleteia Italia
19 giu 2017

Il tema più caldo politicamente in questo momento è quello della legge in discussione al Senato circa le norme per facilitare l’estensione della cittadinanza italiana ai minori residenti o nati in Italia pur avendo genitori non italiani. La vicenda sui giornali è nota come “legge per lo Ius Soli”, ma non è esattamente così.

Di cosa stiamo parlando?

Lo Ius Soli esiste praticamente solo negli Stati Uniti, per cui ogni persona che nascesse sul suolo americano avrebbe immediatamente diritto alla cittadinanza, è una legge fortemente legata alla storia degli USA, una storia fatta di immigrazione, di espansione in un continente, a scapito della popolazione autoctona, i nativi americani. E’ uno dei motivi per cui ci sono cognomi di tutta Europa, compresi molti italiani che nei decenni hanno scalato i vertici della società americana.
Tuttavia quello al Senato non è uno “ius soli” al 100% è il cosiddetto “ius soli temperato” accompagnato dallo “ius culturae”. Il Post spiega efficacemente le modifiche alla normativa del 1992:
Lo ius soli “temperato” presente nella legge presentata al Senato prevede invece che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:
– deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
– deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
– deve superare un test di conoscenza della lingua italiana.

L’altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.
Secondo i calcoli della Fondazione Leone Moressa su dati ISTAT, al momento i minori nati in Italia da madri straniere dal 1999 a oggi sono 634.592 (assumendo che nessuno di loro abbia lasciato l’Italia). Per quanto riguarda lo ius culturae, sono invece 166.008 i ragazzi stranieri che hanno completato almeno cinque anni di scuola in Italia, non tenendo conto degli iscritti all’ultimo anno di scuole superiori perché maggiorenni.

In Europa come funziona la cittadinanza?

Fatto salvo gli USA, che sono l’estremo opposto dello “ius sanguinis” (cioè si è di una nazione solo per eredità da uno o entrambi i genitori), il resto d’Europa ha diverse sfumature. Cerchiamo di capire.
In Germania, dal 2000 sono tedeschi anche i figli di stranieri nati in Germania, purché almeno uno dei due genitori abbia il permesso di soggiorno permanente da almeno 3 anni e viva legalmente nel Paese da almeno otto. Entro 5 anni dopo la maggiore età, poi, devono decidere se mantenere la nazionalità tedesca o quella del Paese d’origine dei genitori. Sky fa una breve carrellata:
Irlanda
Esiste lo ius sanguinis. Ma se uno dei due genitori risiede regolarmente nel Paese da almeno tre anni prima della nascita del figlio, allora il minore ottiene la cittadinanza.
Gran Bretagna
Il bambino che nasce su territorio britannico è automaticamente cittadino del Regno Unito se anche solo un genitore ha la cittadinanza britannica o è legalmente residente nel Paese a certe condizioni (si deve possedere l’Indefinite leave to remain, Ilr, oppure il Right of Abode).
Francia
A Parigi vige una sorta di doppio ius soli. Un bambino nato in Francia da genitori stranieri nati in Francia può diventare cittadino più facilmente. La cittadinanza, altrimenti, può essere acquisita dai 18 anni (ma ci sono delle condizioni).
Spagna
Anche qui, versione morbida dello ius sanguinis. Diventa cittadino spagnolo chi nasce da padre o madre spagnola oppure chi nasce nel Paese da genitori stranieri di cui almeno uno nato in Spagna.
Belgio
La cittadinanza si ottiene automaticamente se si è nati sul territorio nazionale, ma quando si compiono 18 anni oppure 12 se i genitori sono residenti da almeno dieci anni.
Come si vede non esiste un unico modo di attribuire la cittadinanza a chi non è figlio di cittadini e nel caso degli stranieri, il permesso di soggiorno permanente o quello temporaneo ma attribuito per lunghi periodi fanno da “garante” e permettono l’inserimento del minore come cittadino. In molti casi tuttavia permane il vincolo della maggiore età e per quanto riguarda la Germania l’esclusività della cittadinanza.

Chi è d’accordo e perché?

La legge attuale è considerata carente, lega i diritti del minore alla possibilità di permanenza del genitore, e lo priva della tutela della cittadinanza fino ai 18 anni. 
Monsignor Guerino Di Tora presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale Cei per le migrazioni dice ad Avvenire, dopo la bagarre al Senato dove l’opposizione della Lega è stata energica fino a venire alle mani, “Non dobbiamo dimenticare che la nuova cittadinanza sarebbe un plus valore per questi ragazzi che si stanno integrando e che hanno voluto prendere le caratteristiche dell’Italia, dove non si creano ghetti o banlieu come avviene invece in altri Paesi”. Monsignor Di Tora sostiene inoltre che legare questi nuovi italiani al paese anche con una cornice giuridica, aiuterà la loro piena integrazione in Italia, prevenendo – assieme all’assenza di ghetti – da eventuali rischi eversivi. Un punto di vista condiviso dal Ministro dell’Interno, Marco Minniti: «Su questo tema dello ius soli si gioca un tema cruciale. Si gioca la partita dell’immigrazione. C’è chi dice immigrazione è uguale a terrorismo, ma è un’equazione che è sbagliata. C’è invece un rapporto tra terrorismo e integrazione. Un paese ben integrato è un paese più sicuro» (Il Messaggero).
«Il Vaticano non si è ancora espresso, rispettiamo la decisione del Parlamento italiano, ma è chiaro che vorremmo che si riconoscesse la dignità delle persone che arrivano nel nostro Paese». Ad affermarlo è l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede, parlando dello ius soli temperato a margine della presentazione di un libro su Papa Francesco. Monsignor Becciu auspicato che «a chi nasce qui in Italia venga riconosciuta la cittadinanza. È chiaro che come dice anche il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino – aggiunge – come Chiesa noi siamo vicino a chi è nella necessità, nella debolezza e a chi ha bisogno di essere protetto» (Avvenire)
Per la Comunità di Sant’Egidio: «Occorre guardare al futuro con fiducia e non chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Qui non si tratta di decidere l’ingresso di nuove persone sul nostro territorio ma di riconoscere e dare dignità a chi lo abita da anni: minori già presenti in Italia perché vi sono nati e hanno frequentato le nostre scuole insieme ai figli degli italiani. Quindi uno “Ius culturae” che certifica e alimenta l’integrazione per migliaia di minori che si sentono già, a tutti gli effetti, nostri connazionali».

Chi è in disaccordo invece?

Soprattutto la Lega Nord e Casa Pound, che il giorno della presentazione al Senato ha organizzato una manifestazione di piazza, ma non solo. Su Il Giornale si sostiene ad esempio che questa condizione di difficoltà di accesso alla cittadinanza semplicemente non esiste: “Nel 2016 quasi 200mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana senza ius soli e il ritmo cresce di anno in anno”. Una tesi molto simile a quella del professor Gian Carlo Blangiardo, ordinario per la facoltà di Statistica all’Università degli Studi di Milano, al blog di Matteo Salvini, “Il Populista:
“L’Italia è prima in Europa per numero di cittadinanze concesse – spiega Blangiardo – secondi solo alla Francia per quanto riguarda le concessioni ai minori. Questo significa che l’impianto legislativo funziona e l’idea di modificare qualcosa che funziona mi sembra quanto meno singolare”. Nel dibattito viene spesso inserito anche l’elemento “strappalacrime”, ovvero i poveri bambini stranieri deprivati della cittadinanza. Ma non è assolutamente vero, nonostante la tesi venga sostenuta da importanti quotidiani italiani.
“Le leggi vigenti – chiarisce il professore – permettono l’acquisizione automatica della cittadinanza italiana ai figli minori di coloro che diventano italiani. Nel 2016 ci sono stati 70.000 minorenni diventati italiani senza attendere il compimento del diciottesimo anno di età. Quindi il problema non si pone”.
Anche perché, continua il professore, il tema dell’integrazione deve essere un percorso il cui culmine è la cittadinanza. Anche l’argomento demografico sarebbe debole:
“Il problema della natalità non si risolve attraverso gli immigrati – afferma Blangiardo – Semplicemente perché le coppie straniere, incontrando i medesimi problemi delle coppie italiane (forse anche di più), tendono a fare sempre meno figli. Pertanto chi indica nell’immigrazione la strada per risolvere il problema della natalità, in qualche modo lo fa per imbrogliare le carte”.
Anche il Movimento 5 Stelle si è detto – di fatto – contrario, anche se al Senato si asterrà invece di votare no (ma l’effetto per i regolamenti del Senato è il medesimo, l’astensione conta come no). Sul blog di Beppe Grillo(che ha impedito che i senatori 5 Stelle prendessero autonomamente una posizione), il Movimento scrive:
“Discutere di Ius Soli oggi avrà come unica conseguenza che il dibattito pubblico, su un tema così delicato, sarà deviato ed inquinato da becere derive propagandistiche, sia di destra che di sinistra, sventolato come un vessillo per radunare le proprie truppe e accusare gli avversari con motivazioni contrapposte, ma per nulla meditate e razionali”

sabato 23 gennaio 2016

Il trattato di Schengen: quale futuro?

Da IlPost.it

Si può abolire il trattato di Schengen?

Tecnicamente sì, ma è molto complicato e improbabile perché richiede l'approvazione di tutti gli stati membri: e in ogni caso per l'Italia non sarebbe conveniente
 (AP Photo/Boris Grdanoski)

Negli ultimi giorni si è parlato molto della possibilità di abolire il trattato di Schengen, ovvero il trattato che ha eliminato le frontiere interne in Europa e che è stato introdotto nel 1995. Il dibattito è legato soprattutto alla difficoltà di molti stati europei di accogliere i migliaia di richiedenti asilo che provengono soprattutto dalla Siria e dalle preoccupazioni di sicurezza legate al terrorismo. Questa settimana il Financial Times ha pubblicato un editoriale intitolato “L’ultima occasione per salvare Schengen”. Negli stessi giorni la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha detto che il futuro del trattato è incerto.

Del tema si è parlato molto anche in Italia e i giornali hanno titolato spesso sulla “sospensione” di Schengen praticata da diversi paesi europei, come Austria, Danimarca, Svezia e Slovenia. In realtà si è fatta spesso molta confusione su cosa significhi davvero sospendere Schengen. E si è parlato anche di abolizione: l’abolizione del trattato è però un processo particolarmente complesso che in pratica è quasi impossibile da realizzare. Secondo molti esperti, difficilmente il trattato verrà abolito, ma è probabile che subisca delle modifiche nei prossimi mesi o forse nei prossimi anni. Infine, nonostante sia stata citata come possibilità da diversi leader politici italiani, l’abolizione del trattato danneggerebbe l’Italia senza fornire sostanzialmente alcun vantaggio.

Sospendere Schengen?
La legge europee permette agli stati membri di sospendere temporaneamente il trattato. La procedura prevede che lo stato membro ne faccia richiesta alla Commissione Europea, che valuta le motivazioni e decide se siano sufficienti per giustificare una sospensione del trattato e quindi il ripristino di regolari controlli alla frontiera. Questa sospensione non può durare per più di sei mesi e deve essere motivata da una situazione di emergenza per la sicurezza nazionale: un aumento dei flussi migratori non può essere utilizzato come motivazione per sospendere il trattato. Una sospensione collettiva di Schengen può essere approvata dal Consiglio dell’Unione Europea, che riunisce tutti i capi di stato e di governo dell’Unione, per un periodo massimo di due anni.

Schengen, però, prevede per la polizia di qualunque paese europeo di effettuare controlli alla frontiera, senza bisogno di richiedere alcuna autorizzazione, purché questi controlli siano a campione, cioè non sistematici. Questo “escamotage” è stato utilizzato da quasi tutti i paesi europei che negli ultimi mesi hanno ripristinato più o meno temporaneamente i controlli alle loro frontiere per regolare e limitare i flussi migratori.

Raramente gli stati hanno fatto esplicita richiesta di sospensione alla Commissione, che probabilmente sarebbe stata costretta a respingerla o comunque a concederla soltanto per una decina di giorni. In realtà diversi stati si sono comportati come se avessero ottenuto l’autorizzazione – senza però nemmeno richiederla – ripristinando dei controlli che erano tutto fuorché a campione. Lo scorso giugno, durante la crisi di Ventimiglia, la Francia ripristinò controlli sistematici alla frontiera, respingendo per giorni tutti i migranti che provavano a varcare il confine.

Abolire Schengen?
Molti dei controlli ripristinati in questi mesi si trovano in una zona grigia in cui sono legali soltanto se restano “non sistematici”, una definizione che lascia aperte molte possibilità di interpretazione. I leader europei stanno discutendo da mesi della possibilità di modificare i trattati in modo da dare più libertà agli stati nel ripristinare controlli alle loro frontiere. A spingere su questo fronte sono in particolare i paesi dell’est Europa, che in alcune riunioni sono arrivati a chiedere la sospensione di Schengen nei confronti della sola Grecia, in modo da arrestare il flusso di migranti che intraprendono la cosiddetta “rotta balcanica”, quella che dalle coste della Turchia passa per i Balcani e arriva fino in Germania, o anche più a nord.

Fino ad ora, soltanto i leader di partiti nazionalisti o xenofobi hanno chiesto esplicitamente l’abolizione completa del trattato. Ottenerne l’abolizione, o modificarlo in modo da svuotarlo del suo contenuto, non è una procedura semplice, come tutte quelle che richiedono la revisione dei trattati fondanti dell’Unione Europea, ma è possibile. Per modificarlo si può ricorrere al meccanismo di “revisione semplificata”, che però richiede un voto unanime da parte del Consiglio dell’Unione Europea. Il trattato emendato deve poi essere ratificato da tutti gli stati membri, altrimenti non può entrare in vigore.

Chi ci guadagna e chi ci perde?
Abolire Schengen sarebbe costoso per quasi tutti i paesi europei. Il ritorno di controlli alle frontiere significherebbe ritardi e problemi per gli autotrasportatori e per tutti quei pendolari che per lavoro si trovano costretti ad attraversare i confini tra due paesi europei. Inoltre, ripristinare i controlli significa anche che gli stati membri dovranno tornare a spendere denaro per mantenere i posti di controllo alle frontiere.

Sono sacrifici che i paesi i cui confini si trovano all’interno dell’Unione Europea potrebbero ipoteticamente essere disposti ad affrontare, in cambio di un chiaro vantaggio. Ad esempio, ripristinando i controlli alle frontiere interne, la Francia potrebbe bloccare gli arrivi di migranti dall’Italia senza rischiare infrazioni alle regole europee. D’altro canto, i paesi ai confini dell’Unione Europea non hanno quasi nulla da guadagnare da un’abolizione o da uno svuotamento del trattato di Schengen, anzi.

Italia e Grecia, ad esempio, possono già effettuare tutti i controlli che vogliono alle loro frontiere esterne. Abolire Schengen non migliorerebbe affatto la loro capacità di gestire i flussi migratori in arrivo da fuori dell’Unione Europea. Ma senza Schengen, una volta entrati, i migranti sarebbero per così dire “intrappolati” dentro i loro confini, senza possibilità di continuare il viaggio verso il resto d’Europa. Per quanto l’abolizione sia stata proposta da leader politici ostili all’immigrazione, come Matteo Salvini e Beppe Grillo, difficilmente un simile cambiamento porterebbe all’Italia dei benefici nella gestione del flusso dei migranti.