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mercoledì 7 marzo 2018

Una interessante visione sul Debito Pubblico italiano



Lo scrittore e filosofo Marco Bersani va controcorrente e smonta la narrazione prevalente: "E' una trappola ideologica per farci soccombere al liberismo"

di Paolo Pergolizzi, 1 mar 2018

Reggio Emilia – “Qualcuno dice che se non paghiamo il debito mandiamo in malora il risparmio dei cittadini. Oggi il debito pubblico è in mano per il 35 per cento a investitori esteri e per il 65 per cento agli italiani. Ma solo il 6 per cento di questo è delle famiglie. Se aggiungiamo i fondi pensione, si arriva al 13 per cento. Quel tredici sono per pagarlo domani mattina, ma l’altro 87 per cento sono per iniziare a discutere se pagarlo o meno”.




Lo ha detto Marco Bersani, scrittore e socio fondatore di Attac Italia, ieri alla Cgil, durante l’incontro su “La truffa e la trappola del debito pubblico”, il primo di una serie di dibattiti che si terranno alla Camera del lavoro in questi mesi su cultura, lavoro, attualità ed economia. 
Una teoria, quella di Bersani, controcorrente rispetto alla narrazione mainstream e per questo interessante. Per chi volesse approfondire l’economista ha anche scritto un libro, “Dacci oggi il nostro debito quotidiano”, su questo argomento.

“Debito, congeliamo il pagamento degli interessi per due anni”

Dice Bersani: “Se il debito è pubblico, tutti dobbiamo conoscerlo e sapere se è legittimo o illegittimo, se è odioso o meno. Queste sono categorie internazionali e il debito odioso può essere rimesso in discussione. Io dico: ‘Si faccia un’indagine sul debito pubblico nazionale e su quale parte è illegittima a e quale odiosa e poi si decida che farne’. Anche perché il pagamento del debito non può pregiudicare i diritti delle persone. Questo lo dice la Carta dell’Onu. Basterebbe che l’Italia, la Spagna, la Grecia dicessero che congelano il pagamento degli interessi per due anni. Questo per mettere tutti intorno a un tavolo e per discuterne. Non lo permette il fatto che il debito è diventato una trappola ideologica. Eppure questo è avvenuto più volte nella Storia. Il primo annullamento del debito di cui abbiamo conoscenza è del 2400 avanti Cristo nel regno di Hammurabi che proporrei come presidente della Unione europea”.

Il debito, una trappola ideologica

Ma perché il debito è diventato una trappola ideologica? Spiega Bersani: “Friedman diceva che lo choc serve per fare diventare politicamente inevitabile quello che è socialmente inaccettabile. Lui si riferiva al colpo di Stato di Pinochet in Cile dopo il quale hanno privatizzato tutto. Da noi non servono i carri armati, ma è sufficiente la finanza. Il debito è la trappola che serve. L’obbligo del pareggio di bilancio ha costituzionalizzato il modello liberista. La nostra Carta prima prevedeva, in teoria, qualsiasi tipo di modello economico, ma, con il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione, oggi è possibile solo il modello liberista. Interrompere questa narrazione diventa fondamentale, perché, in ogni lotta che facciamo, si deve inserire la questione del debito. La questione delle risorse deve entrare in ogni vertenza in atto, altrimenti le nostre lotte saranno inefficaci”.

“La favola liberista del benessere generalizzato non funziona più. Deve trasformarsi in un incubo”

Ma come siamo arrivati a questo punto? Dice Bersani: “Il modello liberista, per poter proseguire, deve attaccare tutte quelle che erano garanzie di qualità della vita delle persone. Non funziona più il discorso: ‘Lasciate fare al mercato che ci sarà benessere per tutti’. Questa, se ci pensate, è una forte debolezza del sistema capitalistico. Sono feroce, perché voi mi temete e la mia forza dura quanto dura il vostro timore. Non perché la pensate come me e perché vi ho convinti. La favola non funziona più. Non si può più dire: ‘Lasciate fare a noi, perché ci sarà un benessere generalizzato’. La favola deve trasformasi in un incubo. Devo spaventarvi con una narrazione che non vi convince da un punto di vista razionale, ma che mi fa ottenere la vostra rassegnazione. Il debito pubblico serve esattamente a questo”.

Il referendum sull’acqua pubblica

E fa l’esempio del referendum sull’acqua pubblica. “Nel 2011 noi in Italia abbiamo vinto un referendum sull’acqua pubblica. Questa è stata la cosa più antagonista che abbiamo fatto in 20 anni. Noi abbiamo detto che esistono dei beni comuni che vanno sottratti alle leggi del mercato. Il sistema ha risposto: ‘Bene, se privato non è bello comunque è obbligatorio e inevitabile. Non la pensate più come noi, ma noi dobbiamo andare avanti lo stesso. Dobbiamo andare avanti con la vostra rassegnazione’.
Se vi dico siamo in emergenza, c’è il default e il debito pubblico, c’è lo spread che si alza, voi vi spaventate. Se poi vi dico che questa è una crisi sistemica, vuol dire che non è passeggera e temporanea. E poi aggiungono (lo dicono dal 2007) che dall’inizio dell’anno prossimo si vedrà la ripresina. Se facciamo quello che ci dicono, prima o poi usciremo dalla crisi. Il debito pubblico serve a ottenere la nostra rassegnazione sul fatto che le politiche liberiste sono l’unica uscita dalla crisi”.

Come si è formato davvero il debito pubblico

Ma come si è formato il debito pubblico? Spiega Bersani: “A noi hanno raccontato che si è formato perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Tutti ci raccontano che il debito in Italia è esploso per l’aumento spropositato della spesa pubblica. Dal ’60 all”81 è stato sotto al 60 per cento in rapporto al Pil, un rapporto che viene considerato dai tecnocrati di Bruxelles come sano. Dall”81 al ’94 è schizzato al 120 per cento. Cosa è successo nel 1981? Avviene un divorzio fra la Banca d’Italia e il ministero del Tesoro. E avviene con due lettere. Non c’è stata nemmeno una ratifica parlamentare. Cosa comporta? Che lo Stato, quando si deve finanziare, non può più contare sul ruolo di compratore di ultima istanza che svolgeva la Banca d’Italia che acquistava a un interesse basso, prefissato, i titoli che lo Stato non vendeva. Così non si alzavano i tassi di interessi. Per renderli allettanti, dopo questo divorzio, si sono dovuti alzare i tassi di interesse e questo è uno degli elementi principali che ha portato al raddoppio del rapporto fra debito e Pil”.

“Dovremmo avere un Pil del 4 per cento annuo per ridurre il debito, per la dinamica degli interessi”

Bersani offre anche la controprova. 
“La controprova sta nel fatto che nello stesso periodo la spesa pubblica del nostro Paese è stata costantamente inferiore alla media della spesa europea. Questo proprio nel periodo in cui il debito pubblico è raddoppiato. Dal ’90 il nostro bilancio si è chiuso per 26 volte su 28 in avanzo primario, quindi le entrate sono state superiori alle uscite. Noi siamo indebitati perché ogni anno sul nostro debito paghiamo interessi che, per diversi anni, sono stati di 80-90 miliardi l’anno. Sono calati, grazie a Draghi, sui 48-60 miliardi l’anno. La questione del debito è quindi una trappola ideologica. Sul debito di 2.250 miliardi noi abbiamo pagato dall’80 ben 3.400 miliardi di interessi. Quando io sento i politici che esultano perché il Pil è passato dall’1.2 all’1.3 per cento mi metto a ridere. Noi dovremmo avere un Pil del 4 per cento annuo per ridurre il debito, per la dinamica degli interessi. Quanti politici hanno il coraggio di dirlo? Questo circolo vizioso è un nodo scorsoio che ci mettiamo intorno al collo e non ne usciremo se continuiamo così. Chi ha pagato le tasse, dal ’90 ad oggi, ha dato allo Stato 750 miliardi in più di quello che ha ricevuto in termini di servizi. Ma, allora, chi è in debito con chi?”.

“Il nostro Paese ha 9.000 miliardi di ricchezza e 2.000 miliardi di debito”

E quindi a cosa serve il debito? 
Risponde Bersani: “Il debito serve a dire che ogni rivendicazione che facciamo, nel mondo del lavoro o sociale, si deve trovare di fronte il mantra che dice c’è il debito pubblico e l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Il nostro Paese ha 9.000 miliardi di ricchezza e 2.000 miliardi di debito, ma ogni imprenditore sa che un’azienda che ha un fatturato quattro volte superiore al proprio debito è un azienda sana. Perché non è un paese florido l’Italia? In parte perché questi soldi sono tutti della ricchezza privata, ma questo è il meno. Il fatto è che sono tutti orientati a servire interessi particolari. Noi siamo riusciti a privatizzare tutto il sistema bancario e finanziario. Nel ’92 la Germania aveva il 62 per cento di controllo pubblico e oggi il 51 per cento, la Francia il 36 per cento e oggi il 31 per cento. Noi avevamo il 74,5 per cento e oggi abbiamo lo zero per cento. Abbiamo privatizzato tutto il sistema bancario finanziario. Come la facciamo la riconversione ecologica della produzione? Se la Fiat, come accadrà prima o poi, non produrrà più auto per gli spostamenti delle persone, ma per un’altra mobilità chi determinerà questa riconversione? Come facciamo a riconvertire le aziende nell’interesse generale?”.

giovedì 29 giugno 2017

Il tema dello "Ius Soli": un sintetico approfondimento

Da Aleteia.it

Che cos’è lo Ius Soli e come funziona la legge in discussione al Senato
Una sintetica spiegazione per farsi una idea su un tema di cui sentiremo parlare un bel po'

Lucandrea Massaro/Aleteia Italia
19 giu 2017

Il tema più caldo politicamente in questo momento è quello della legge in discussione al Senato circa le norme per facilitare l’estensione della cittadinanza italiana ai minori residenti o nati in Italia pur avendo genitori non italiani. La vicenda sui giornali è nota come “legge per lo Ius Soli”, ma non è esattamente così.

Di cosa stiamo parlando?

Lo Ius Soli esiste praticamente solo negli Stati Uniti, per cui ogni persona che nascesse sul suolo americano avrebbe immediatamente diritto alla cittadinanza, è una legge fortemente legata alla storia degli USA, una storia fatta di immigrazione, di espansione in un continente, a scapito della popolazione autoctona, i nativi americani. E’ uno dei motivi per cui ci sono cognomi di tutta Europa, compresi molti italiani che nei decenni hanno scalato i vertici della società americana.
Tuttavia quello al Senato non è uno “ius soli” al 100% è il cosiddetto “ius soli temperato” accompagnato dallo “ius culturae”. Il Post spiega efficacemente le modifiche alla normativa del 1992:
Lo ius soli “temperato” presente nella legge presentata al Senato prevede invece che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:
– deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;
– deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;
– deve superare un test di conoscenza della lingua italiana.

L’altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.
Secondo i calcoli della Fondazione Leone Moressa su dati ISTAT, al momento i minori nati in Italia da madri straniere dal 1999 a oggi sono 634.592 (assumendo che nessuno di loro abbia lasciato l’Italia). Per quanto riguarda lo ius culturae, sono invece 166.008 i ragazzi stranieri che hanno completato almeno cinque anni di scuola in Italia, non tenendo conto degli iscritti all’ultimo anno di scuole superiori perché maggiorenni.

In Europa come funziona la cittadinanza?

Fatto salvo gli USA, che sono l’estremo opposto dello “ius sanguinis” (cioè si è di una nazione solo per eredità da uno o entrambi i genitori), il resto d’Europa ha diverse sfumature. Cerchiamo di capire.
In Germania, dal 2000 sono tedeschi anche i figli di stranieri nati in Germania, purché almeno uno dei due genitori abbia il permesso di soggiorno permanente da almeno 3 anni e viva legalmente nel Paese da almeno otto. Entro 5 anni dopo la maggiore età, poi, devono decidere se mantenere la nazionalità tedesca o quella del Paese d’origine dei genitori. Sky fa una breve carrellata:
Irlanda
Esiste lo ius sanguinis. Ma se uno dei due genitori risiede regolarmente nel Paese da almeno tre anni prima della nascita del figlio, allora il minore ottiene la cittadinanza.
Gran Bretagna
Il bambino che nasce su territorio britannico è automaticamente cittadino del Regno Unito se anche solo un genitore ha la cittadinanza britannica o è legalmente residente nel Paese a certe condizioni (si deve possedere l’Indefinite leave to remain, Ilr, oppure il Right of Abode).
Francia
A Parigi vige una sorta di doppio ius soli. Un bambino nato in Francia da genitori stranieri nati in Francia può diventare cittadino più facilmente. La cittadinanza, altrimenti, può essere acquisita dai 18 anni (ma ci sono delle condizioni).
Spagna
Anche qui, versione morbida dello ius sanguinis. Diventa cittadino spagnolo chi nasce da padre o madre spagnola oppure chi nasce nel Paese da genitori stranieri di cui almeno uno nato in Spagna.
Belgio
La cittadinanza si ottiene automaticamente se si è nati sul territorio nazionale, ma quando si compiono 18 anni oppure 12 se i genitori sono residenti da almeno dieci anni.
Come si vede non esiste un unico modo di attribuire la cittadinanza a chi non è figlio di cittadini e nel caso degli stranieri, il permesso di soggiorno permanente o quello temporaneo ma attribuito per lunghi periodi fanno da “garante” e permettono l’inserimento del minore come cittadino. In molti casi tuttavia permane il vincolo della maggiore età e per quanto riguarda la Germania l’esclusività della cittadinanza.

Chi è d’accordo e perché?

La legge attuale è considerata carente, lega i diritti del minore alla possibilità di permanenza del genitore, e lo priva della tutela della cittadinanza fino ai 18 anni. 
Monsignor Guerino Di Tora presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale Cei per le migrazioni dice ad Avvenire, dopo la bagarre al Senato dove l’opposizione della Lega è stata energica fino a venire alle mani, “Non dobbiamo dimenticare che la nuova cittadinanza sarebbe un plus valore per questi ragazzi che si stanno integrando e che hanno voluto prendere le caratteristiche dell’Italia, dove non si creano ghetti o banlieu come avviene invece in altri Paesi”. Monsignor Di Tora sostiene inoltre che legare questi nuovi italiani al paese anche con una cornice giuridica, aiuterà la loro piena integrazione in Italia, prevenendo – assieme all’assenza di ghetti – da eventuali rischi eversivi. Un punto di vista condiviso dal Ministro dell’Interno, Marco Minniti: «Su questo tema dello ius soli si gioca un tema cruciale. Si gioca la partita dell’immigrazione. C’è chi dice immigrazione è uguale a terrorismo, ma è un’equazione che è sbagliata. C’è invece un rapporto tra terrorismo e integrazione. Un paese ben integrato è un paese più sicuro» (Il Messaggero).
«Il Vaticano non si è ancora espresso, rispettiamo la decisione del Parlamento italiano, ma è chiaro che vorremmo che si riconoscesse la dignità delle persone che arrivano nel nostro Paese». Ad affermarlo è l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede, parlando dello ius soli temperato a margine della presentazione di un libro su Papa Francesco. Monsignor Becciu auspicato che «a chi nasce qui in Italia venga riconosciuta la cittadinanza. È chiaro che come dice anche il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino – aggiunge – come Chiesa noi siamo vicino a chi è nella necessità, nella debolezza e a chi ha bisogno di essere protetto» (Avvenire)
Per la Comunità di Sant’Egidio: «Occorre guardare al futuro con fiducia e non chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Qui non si tratta di decidere l’ingresso di nuove persone sul nostro territorio ma di riconoscere e dare dignità a chi lo abita da anni: minori già presenti in Italia perché vi sono nati e hanno frequentato le nostre scuole insieme ai figli degli italiani. Quindi uno “Ius culturae” che certifica e alimenta l’integrazione per migliaia di minori che si sentono già, a tutti gli effetti, nostri connazionali».

Chi è in disaccordo invece?

Soprattutto la Lega Nord e Casa Pound, che il giorno della presentazione al Senato ha organizzato una manifestazione di piazza, ma non solo. Su Il Giornale si sostiene ad esempio che questa condizione di difficoltà di accesso alla cittadinanza semplicemente non esiste: “Nel 2016 quasi 200mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana senza ius soli e il ritmo cresce di anno in anno”. Una tesi molto simile a quella del professor Gian Carlo Blangiardo, ordinario per la facoltà di Statistica all’Università degli Studi di Milano, al blog di Matteo Salvini, “Il Populista:
“L’Italia è prima in Europa per numero di cittadinanze concesse – spiega Blangiardo – secondi solo alla Francia per quanto riguarda le concessioni ai minori. Questo significa che l’impianto legislativo funziona e l’idea di modificare qualcosa che funziona mi sembra quanto meno singolare”. Nel dibattito viene spesso inserito anche l’elemento “strappalacrime”, ovvero i poveri bambini stranieri deprivati della cittadinanza. Ma non è assolutamente vero, nonostante la tesi venga sostenuta da importanti quotidiani italiani.
“Le leggi vigenti – chiarisce il professore – permettono l’acquisizione automatica della cittadinanza italiana ai figli minori di coloro che diventano italiani. Nel 2016 ci sono stati 70.000 minorenni diventati italiani senza attendere il compimento del diciottesimo anno di età. Quindi il problema non si pone”.
Anche perché, continua il professore, il tema dell’integrazione deve essere un percorso il cui culmine è la cittadinanza. Anche l’argomento demografico sarebbe debole:
“Il problema della natalità non si risolve attraverso gli immigrati – afferma Blangiardo – Semplicemente perché le coppie straniere, incontrando i medesimi problemi delle coppie italiane (forse anche di più), tendono a fare sempre meno figli. Pertanto chi indica nell’immigrazione la strada per risolvere il problema della natalità, in qualche modo lo fa per imbrogliare le carte”.
Anche il Movimento 5 Stelle si è detto – di fatto – contrario, anche se al Senato si asterrà invece di votare no (ma l’effetto per i regolamenti del Senato è il medesimo, l’astensione conta come no). Sul blog di Beppe Grillo(che ha impedito che i senatori 5 Stelle prendessero autonomamente una posizione), il Movimento scrive:
“Discutere di Ius Soli oggi avrà come unica conseguenza che il dibattito pubblico, su un tema così delicato, sarà deviato ed inquinato da becere derive propagandistiche, sia di destra che di sinistra, sventolato come un vessillo per radunare le proprie truppe e accusare gli avversari con motivazioni contrapposte, ma per nulla meditate e razionali”

venerdì 14 ottobre 2016

I giovani che vivono e studiano all'estero: la nuova emigrazione che impoverisce l'Italia

Da Panorama

Storia di un padre e delle sue gemelle, Elena e Silvia, che studiano a Maastricht e in Scozia via da un Paese in cui è stato rubato loro il futuro

di Marco Ventura, 8 ott 2016

Mi dice Elena che lo scorso anno, all’appuntamento degli studenti italiani a Maastricht in Olanda erano in 20, quest’anno in più di 100. Statisticamente, il dato conta poco. Si tratta solo di una singola cittadina olandese. Ma Elena, mia figlia, 19 anni, al secondo anno di Studi internazionali all’University College di Maastricht (UCM), dal quale usciranno per metà diplomatici, per l’altra metà eurocrati, cioè funzionari europei, non rientra negli oltre 107 mila italiani espatriati nel 2015 e censiti dal rapporto Migrantes.
LEGGI, DI SEGUITO ALL'ARTICOLO, COSA DICE IL RAPPORTO
Temo che il numero sia di gran lunga superiore, considerando quanti ancora non si sono registrati. Elena è solo una goccia di quel fiume di italiani fuori dall’Italia che non sono la generazione Erasmus (6 mesi di scambio tra Università europee, poi di nuovo qui), ma generazioni di connazionali, di nostri figli, che mossi dal desiderio di maggiori opportunità lasciano la casa, la mia casa, la loro città, la mia città, il loro e mio paese. E vivono stabilmente fuori dai confini nazionali.
Elena mi racconta che il rettore della sua Università va la domenica in biblioteca a distribuire biscotti agli studenti che preparano gli esami. Due anni fa, insieme a Silvia, l’altra mia figlia (sono gemelle), Elena era andata all’orientamento della Sapienza di Roma, dov’era atteso il rettore. Che non si è fatto vedere.
Silvia, anche lei, ha lasciato l’Italia. Studia filosofia e psicologia a St. Andrews, in Scozia, e appena arrivata ha indossato il mantello rosso dell’Università e insieme a studenti di tutto il mondo ha fatto il “Pier Walk”, la camminata in cima allo stretto molo teso a strapiombo sul Mare del Nord come iniziazione alle tradizioni universitarie e ingresso nella comunità di studenti.
Poi ha conosciuto la sua “famiglia accademica”, composta da allievi del terzo anno che hanno il compito di introdurla al mondo universitario e cittadino. È continuo il suo contatto con il tutor, un professore, e col titolare della cattedra, e se supera i punteggi più alti le arriva una lettera del preside o rettore che si congratula e la incoraggia.
Per aprire un conto in banca ha vantaggi speciali, più sconti dappertutto, dai negozi ai musei, e l’edificio della Union, l’associazione studentesca, è un intero isolato nel quale trova assistenza per organizzare viaggi, spese, feste, studi, perfino il sabbatico, un anno di giro del mondo.
Lo studente è un re, a St. Andrews, perché è il futuro. E loscambio culturale è planetario, perché dall’America all’Asia passando per l’Europa l’offerta universitaria in Scozia attrae ragazzi di ogni lingua ed etnia.
A St. Andrews gli studenti dell’Unione europea non pagano la retta (a eccezione degli inglesi), solo vitto e alloggio. Alla fin fine, costa meno mantenere un figlio che studia nella prima Università scozzese (e terza assoluta in Gran Bretagna ma prima per molte materie) che non nelle migliori Università private italiane, comunque in basso nelle classifiche mondiali.
A Maastricht, l’UCM che pure è un Ateneo a numero chiuso, non costa di più. La sua sede è dentro un monastero e una chiesa sconsacrati, in biblioteca non si può accedere dall’ingresso principale dopo una certa ora ma soltanto da una porta laterale pernon disturbare nidi di uccelli e lucertole, e gli studenti se vogliono passeggiano nelle ore libere fuori in un parco, tra oche e cerbiatti.
Se sei studente dell’UCM e decidi di frequentare per 6 mesi un’altra Università con la quale c’è interscambio nel mondo, perdi punti perché l’UCM si considera la migliore. Quanto a St. Andrews, c’è un fiorire di società filosofiche, scientifiche, sociali, di scrittura creativa...
Per chi vuole intraprendere la carriera universitaria, la prospettiva è quella di cominciare a guadagnare dopo il baccalaureato, la laurea breve, e le mie figlie mi dicono che l’età media dei loro professori (molto quotati) è bassissima rispetto ai nostri ordinari. A trent’anni, se lo meriti, sei già un luminare. 
Quando la Gran Bretagna ha votato per la Brexit, a St. Andrews l’Ateneo ha mandato subito una lettera agli studenti stranieri per ribadire che è stato preso un impegno con loro, che le rette non saliranno e che non cambierà nulla. Perché gli studenti sono quanto di più prezioso ci sia nella società. L’assicurazione sul futuro. In fondo, si tratta per i britannici di mantenere anche un grande business. Nulla di ciò che fanno è in perdita. Anzi. 
Mi fa orrore pensare che tutto questo sia impensabile e impossibile da noi, e che i miei soldi debbano andare all’estero per sovvenzionare un sistema che trarrà dalla competenza delle mie figlie tutti i vantaggi, ma non per l’Italia. Perché io lo so già, che molto probabilmente Silvia ed Elena non torneranno più, non saranno messe nella condizione di tornare.
Vuoi per mancanza di opportunità nella ricerca, vuoi per scarsità di gratificazioni economiche. So che continueranno ad amare l’Italia, anzi sempre di più, ma sempre più da lontano. Come un sogno, un rifugio, una villeggiatura. Come la terra dei padri. Come da sempre per i nostri migranti in cerca di fortuna. In Italia, la mia generazione e le precedenti hanno rubato il futuro ai nostri, ai miei, figli. E non c’è perdono per questo “delitto perfetto”.
§§§


Secondo il rapporto Migrantes si sono trasferiti all'estero nel 2016 oltre 100mila connazionali: un flusso in crescita che riguarda soprattutto i giovani

Sono 107.529 i connazionali espatriati nel 2015 secondo l'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire): un numero superiore a 6.232 unità rispetto all'anno precedente, per un incremento del 6,2%.
A fare  le valige sono soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni , 39.410 persone, e il 36,7%) dei nuovi emigranti.
La meta preferita rimane  la Germania (16.568), che precede in termini di numero di italiani residenti la Svizzera, la Francia, l'Argentina (oltre 700 mila italiani residenti, +26%), il Brasile, ilBelgio, mentre tra le regioni che hanno subito un  travaso più consistente di emigranti verso i Paesi stranieri, ci sono - anche per ragioni demografiche - la Lombardia - con 20.088 unità nel 2015 - e il Veneto, con 10.374 persone che hanno scelto di andarsene.
Ma sono soprattutto le regioni meridionali quelle che, in rapporto alla popolazione, conoscono il travaso più consistente: sono meridionali il 50% degli italiani residenti all'estero.  
Il rapporto si chiama Italiani nel mondo 2016 ed è stato presentato oggi a Roma dalla Fondazione Migrantes: un rapporto che è - secondo gli estensori della ricerca - la spia di un depauperamento progressivo del nostro Paese che riguarda - a differenza delle grandi ondate migratorie degli inizi del 900- tutte le fasce sociali, dagli studenti ai ricercatori fino ai tradizionali lavoratori manuali, ma principalmente i millenials, i giovani nati nel nuovo secolo che, spesso, quando l'emigrazione è dovuta a ragioni di studio, scelgono come meta preferita la Gran Bretagna.
C'è un altro fenomeno inedito però che riguarda gli italiani emigranti: quello dei doppi migranti”,  coloro che sono arrivati in Italia da altri Paesi, si sono fermati almeno dieci anni acquisendo la cittadinanza e poi decidono di partire per cercare fortuna altrove. Per lo più sono persone originarie del Bangladesh. La loro meta prediletta è ancora il Regno Unito.
Nel complesso, il conteggio dei connazionali residenti all'estero ha raggiunto al 31 dicembre 2015 quasi quota cinque milioni, un dato che rispetto all'anno precedente è più alto del 3,7 per cento. Significa che poco più di un italiano su 12 è emigrato. Un dato cui deve aggiungersi un'altra percentuale di chi parte per non tornare più: il saldo migratorio tra chi rimpatria e chi parte, che era rimasto quasi costante nel primo decennio del millennio, sta subendo una brusca virata in negativo. Un altro elemento che fa temere un progressivo impoverimento del nostro Paese.


domenica 3 aprile 2016

Prodotti tecnologici italiani per la Cina...



Progettati da maker italiani, selezionati per il mercato cinese

25 feb 2016


Trasformare un semplice dito in smartwacth oppure ridare la vista agli ipovedenti grazie ai suoni: sembrano idee impossibili ma sono già prodotti reali (tutti rigorosamente made in Italy) e da oggi si preparano a conquistare la Cina. Sono due dei 4 progetti vincitori selezionati a #RoadToSuccess, l'evento organizzato dalla collaborazione tra IngDan, la più grande piattaforma web cinese di prodotti del cosiddetto Internet del cose (IoT), e Maker Faire Roma, che si è svolto oggi a Roma.

"Get sembra un semplice braccialetto ma permette di parlare al telefono semplicemente poggiando un dito sull'orecchio", ha spiegato Edoardo Parini, ideatore con il fratello Emanuele di questo 'smartwatch low-cost'. A renderlo possibile sono le ossa del corpo: nel braccialetto si nasconde un piccolo altoparlante e le vibrazioni (ossia il suono) si trasmettono quasi perfettamente lungo le ossa della mano fino al timpano. 

Non è solo un'idea, ma un vero prodotto che potrebbe entrare a breve in commercio e che permetterà a tutti di poter chiacchierare a telefono semplicemente poggiando un dito sul l'orecchio. Altro progetto premiato è Horus, una cuffia con altoparlante e telecamere ideata get:da Saverio Murgia, e capace di trasformare le immagini in un voce. Horus è pensato in particolare per gli ipovedenti e grazie a un software di analisi è in grado di descrivere gli ambienti e addirittura riconoscere le persone. Premiati sono stati anche il sistema di sensoristica Iomote e la piattaforma per il controllo di flotte di droni autonomi Archon.

Durante l'evento sono stati presentati in appena 180 secondi venti dei migliori progetti italiani presentati all'ultima Maker Faire Roma, che si era svolta ad ottobre all'interno degli spazi della Sapienza, che tornerà dal 14 al 16 ottobre alla Fiera di Roma. Dallo sport al cibo fino alla robotica e l'educazione, i 20 progetti sono arrivati da tutta Italia e al termine della giornata ne sono stati selezionati 4 che ora avranno la possibilità di conquistare il mercato cinese.

"Questi sono tutti esempi del 'nuovo' made in Italy, nati da piccole realtà ma già pronti per il mercato", ha spiegato Marco Mistretta, amministratore delegato di IngDan. "Il nostro obiettivo - ha aggiunto- è quello di promuovere questi prodotti e come un 'ponte' aiutarli a entrare sui mercati internazionali, in particolare in Cina nella Shenzhen valley, l'area che ospita la più grande produzione elettronica al mondo".



Horus: Cuffie con microcamere che traducono gli ambienti in parole (Horus/Murgia)


Get: Il dito si trasforma in altoparlante per il telefono (fonte: Get/Parini)

giovedì 21 maggio 2015

L’Italia vista dall’Istat

Da Ilpost.it

Cosa dice di interessante il rapporto annuale sulla situazione del paese, tra numeri sull'economia e dati sugli stranieri residenti

20 mag 2015


L’Istat, l’istituto nazionale di statistica, ha presentato il suo rapporto annuale sulla situazione dell’Italia. L’intento del rapporto è fare una «riflessione documentata sul presente dell’Italia, utilizzando dati e analisi per descrivere le trasformazioni intervenute nel recente passato e al tempo stesso individuare le prospettive per il futuro e  le potenzialità di crescita del paese». Il volume integrale del rapporto è lungo 293 pagine, ma c’è una sintesi qui e un riassunto per punti qui.
Tutti i dati riferiti agli anni fino al 2014 sono dati effettivi, mentre quelli riferiti al 2015 sono previsioni o al massimo stime approssimative riguardo il primo trimestre.

PIL italiano
Nel rapporto non ci sono grandi sorprese riguardo la situazione macroeconomica italiana (cioè quella che riguarda tutta l’economia nel suo complesso): le cose sono andate male finora, ma ci sono previsioni positive. Lo stesso Istat ha pubblicato poco tempo fa i dati sulla crescita del PIL italiano nel primo trimestre del 2015 (0,3 per cento). Anche il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita positiva dell’Italia per quest’anno dello 0,7 per cento. Queste previsioni sulla crescita sono particolarmente importanti perché sono i primi dati positivi da un bel po’ di tempo: nel 2014 il PIL italiano era diminuito dello 0,4 per cento ed era andato quasi bene, se confrontato con i dati del 2013 (-1,7 per cento) e del 2012 (-2,8 per cento).

Come va il mondo
Per quanto riguarda l’economia globale, l’Istat dice che nel 2014 c’è stata una crescita del 3,4 per cento, in linea con quella del 2013. Questa crescita globale è stata trainata da una maggiore crescita dei paesi avanzati – che nel 2014 sono cresciuti dell’1,8 per cento e nel 2013 erano cresciuti dell’1,4 per cento – mentre c’è stato un lieve rallentamento nella crescita dei paesi emergenti (4,6 per cento contro il 5,0 per cento del 2013). Anche i paesi che usano l’euro come moneta nazionale sono cresciuti nel 2014 dello 0,9 per cento.

Quali cose vanno bene nell’economia italiana
Le esportazioni, per cominciare, sia nel 2014 che nei tre anni precedenti; e dovrebbero andare bene anche nel 2015. Anche i consumi delle famiglie sono cresciuti nel 2014 (nel 2012 e 2013 erano scesi). Secondo l’Istat buona parte dell’aumento dei consumi si deve al rallentamento dell’inflazione, cioè semplificando la crescita dei prezzi col passare del tempo: quando l’inflazione aumenta, i soldi che abbiamo valgono meno; se l’inflazione diminuisce le persone hanno più consapevolezza dei soldi che hanno perché i prezzi crescono poco, quindi sono “incentivate” a spendere di più nel presente. All’inizio del 2015, invece, l’economia italiana è stata trainata principalmente da fattori esterni: le politiche monetarie della Banca Centrale Europea (il cosiddetto “quantitative easing”), la caduta del prezzo del petrolio e il deprezzamento dell’euro. L’Istat però sottolinea che il deprezzamento potrebbe fare rialzare l’inflazione, provocando effetti inversi a quelli descritti sopra.

L’occupazione
Nel 2014 l’occupazione è tornata a crescere (+0,8 per cento), dopo che era diminuita nel 2012 e 2013, soprattutto per gli stranieri residenti e le donne. C’è stato un calo del ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni – uno dei principali ammortizzatori sociali in Italia – in particolare per quanto riguarda le imprese con almeno dieci dipendenti. La disoccupazione è aumentata, dal 12,1 per cento (2013) al 12,7 per cento (2014) mentre in Europa è scesa, in media (è possibile che aumentino contemporaneamente sia l’occupazione che la disoccupazione). In questo inizio di 2015 però le cose si sono messe un po’ peggio: l’occupazione è diminuita e la disoccupazione è aumentata, raggiungendo il 13 per cento. L’unica forma di occupazione che è cresciuta quasi ininterrottamente dall’inizio della crisi è il lavoro part-time, in particolar modo quello involontario (cioè quello di chi in realtà vorrebbe un lavoro a tempo pieno).

Le imprese e il sistema produttivo
La crisi non ha modificato molto il sistema produttivo italiano, che è rimasto caratterizzato dalle piccole imprese. I dati del 2012 dicono che in media la dimensione di un’impresa è di 3,9 addetti, fra le più basse d’Europa; quasi metà degli occupati lavorano in imprese con meno di 10 addetti, definite microimprese. Ci sono 4,2 milioni di microimprese in Italia e circa la metà è composta da un solo individuo: spesso si tratta di forme di autoimpiego, che quindi generalmente non mirano a creare una grande crescita o produttività e che sono considerate uno dei problemi dell’economia italiana.
Sono aumentati però i “gruppi di imprese” – quelle imprese che sono giuridicamente separate, ma possono essere considerate un unico soggetto economico – a cui si deve più della metà di tutto il fatturato del sistema produttivo italiano e circa l’80 per cento di tutto l’export. Attenzione però: i “gruppi di imprese” non sono sempre formati da imprese molto grandi; possono essere anche le microimprese a formare dei gruppi. In generale le imprese che fanno parte di gruppi sono molto più produttive delle altre, cioè producono di più a parità di addetti e mezzi.
Le imprese di maggiori dimensioni – quelle con almeno 250 addetti – sono solo lo 0,1 per cento del totale e occupano poco meno di un quinto di tutti i lavoratori.

Un po’ di numeri sugli stranieri in Italia
Ci sono poco più di 61 milioni di residenti in Italia: l’8,3 per cento – un po’ più di 5 milioni – sono cittadini stranieri e di questi il 40 per cento vivono nelle città del centro-nord. Il 13 per cento dei matrimoni ha almeno uno degli sposi straniero. Nella scuola poco meno del 10 per cento degli studenti – circa 800mila – è straniero. La presenza di studenti stranieri nati in Italia è aumentata del 12 per cento, superando quella degli studenti stranieri arrivati in Italia dopo la nascita. La comunità di stranieri che dice di trovarsi meglio in Italia è quella dei filippini, mentre quella cinese è quella che dice di trovarsi peggio. Il 60 per cento sostiene di parlare e comprendere molto bene l’italiano, la stessa percentuale parla in italiano con gli amici mentre il 38,5 per cento parla italiano anche in famiglia.