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sabato 11 giugno 2016

L'influenza della tecnologia sul corpo umano

Da Popular Science

Un pollice più grande dell’altro?
Colpa dello smartphone


di Marzia Caposio, 10 giu 2016


Un po’ come fare sollevamento pesi solo con un braccio. 

Usare molto lo smartphone infatti sembra rendere il pollice della mano che utilizziamo maggiormente più grande del 15%. Dalla sindrome della vibrazione fantasma e al collo da sms siamo arrivati al pollice più grande che colpisce prevalentemente i giovani tra i 18 e i 35 anni.

Lo studio

Ad esserne colpiti, secondo un sondaggio condotto dalla compagnia telefonica inglese ’02’ che ha interpellato 2.000 persone, sarebbero in tanti, fino al cinque per cento degli inglesi secondo quanto riporta online il Mirror. A notare questo cambiamento fisico sono stati in particolare i giovani, tra 18 e 35 anni: uno su otto (13%) ha apparentemente sviluppato il problema. 
Non solo: in milioni hanno sviluppato anche un ‘rientro’ del dito mignolo per il modo in cui maneggiano il telefono e in generale un terzo degli utilizzatori di smartphone crede che il loro corpo si sia evoluto proprio per l’utilizzo, mentre il 37 per cento è convinto che continuerà a farlo.

“Non c’è il rischio che in futuro i nostri figli crescano con pollici giganti perché interazioni di riconoscimento vocale sempre più sofisticate sono in grado di prevenire eventuali cambiamenti a lungo termine”, rassicura Nicola Goldsmith, terapista degli arti. 
E allo smartphone sembra difficile rinunciare: una persona su 6 pensa che aiuti a vivere più a lungo, il 19% non può stare senza per una giornata e il 20% ammette di essersi addormentato mentre lo aveva in mano.

giovedì 5 maggio 2016

Nuovi materiali per i pannelli solari




dalla Redazione, 21 apr 2016



Il futuro dei pannelli solari è nella grafene



La sempre maggiore attenzione per il nostro ecosistema sta spingendo a una nuova ricerca di forme di energia alternative, con un impatto minore, in termini di consumi e soprattutto di scorie, sul nostro pianeta.

Tra le forme di energia alternative spicca senza dubbio quella solare, che sta sperimentando una straordinaria implementazione, anche grazie agli enormi progressi della scienza e della tecnologia applicata.

Se qualche giorno fa abbiamo dato notizia di particolari pannelli solari che si stanno sperimentando in Asia, per far si che funzionino anche in caso di maltempo e pioggia, un’importante novità arriva anche dagli studiosi italiani.

L’Istituto italiano di tecnologia e l’Università di Tor Vergata hanno infatti collaborato nel creare un particolare pannello fotovoltaico in grafene, in grado di rimpiazzare gli attuali moduli.

Il gruppo di ricercatori genovesi si è focalizzato sullo sviluppo di una serie di pannelli fotovoltaici in grafene che potrebbero tranquillamente rimpiazzare le finestre, con l’obiettivo di produrre energia senza influire negativamente sull’ambiente.

Il progetto di ricerca è stato finanziato nell’ambito dell’iniziativa “Graphene Flagship”, sostenuta dalla Comunità Europea con stanziamenti per un 1 miliardo di euro in 10 anni.

Il limite da superare ancora riguarda le performance di un simile fotovoltaico a base di grafene, giacché l’elettrolita usato (iodo-ioduro) è adatto per il platino ma non appunto per il grafene. Una volta individuato l’elettrolita adatto per questo materiale, anche le performance energetiche saranno migliorate. Il tutto, a costi drasticamente ridotti.

domenica 3 aprile 2016

Prodotti tecnologici italiani per la Cina...



Progettati da maker italiani, selezionati per il mercato cinese

25 feb 2016


Trasformare un semplice dito in smartwacth oppure ridare la vista agli ipovedenti grazie ai suoni: sembrano idee impossibili ma sono già prodotti reali (tutti rigorosamente made in Italy) e da oggi si preparano a conquistare la Cina. Sono due dei 4 progetti vincitori selezionati a #RoadToSuccess, l'evento organizzato dalla collaborazione tra IngDan, la più grande piattaforma web cinese di prodotti del cosiddetto Internet del cose (IoT), e Maker Faire Roma, che si è svolto oggi a Roma.

"Get sembra un semplice braccialetto ma permette di parlare al telefono semplicemente poggiando un dito sull'orecchio", ha spiegato Edoardo Parini, ideatore con il fratello Emanuele di questo 'smartwatch low-cost'. A renderlo possibile sono le ossa del corpo: nel braccialetto si nasconde un piccolo altoparlante e le vibrazioni (ossia il suono) si trasmettono quasi perfettamente lungo le ossa della mano fino al timpano. 

Non è solo un'idea, ma un vero prodotto che potrebbe entrare a breve in commercio e che permetterà a tutti di poter chiacchierare a telefono semplicemente poggiando un dito sul l'orecchio. Altro progetto premiato è Horus, una cuffia con altoparlante e telecamere ideata get:da Saverio Murgia, e capace di trasformare le immagini in un voce. Horus è pensato in particolare per gli ipovedenti e grazie a un software di analisi è in grado di descrivere gli ambienti e addirittura riconoscere le persone. Premiati sono stati anche il sistema di sensoristica Iomote e la piattaforma per il controllo di flotte di droni autonomi Archon.

Durante l'evento sono stati presentati in appena 180 secondi venti dei migliori progetti italiani presentati all'ultima Maker Faire Roma, che si era svolta ad ottobre all'interno degli spazi della Sapienza, che tornerà dal 14 al 16 ottobre alla Fiera di Roma. Dallo sport al cibo fino alla robotica e l'educazione, i 20 progetti sono arrivati da tutta Italia e al termine della giornata ne sono stati selezionati 4 che ora avranno la possibilità di conquistare il mercato cinese.

"Questi sono tutti esempi del 'nuovo' made in Italy, nati da piccole realtà ma già pronti per il mercato", ha spiegato Marco Mistretta, amministratore delegato di IngDan. "Il nostro obiettivo - ha aggiunto- è quello di promuovere questi prodotti e come un 'ponte' aiutarli a entrare sui mercati internazionali, in particolare in Cina nella Shenzhen valley, l'area che ospita la più grande produzione elettronica al mondo".



Horus: Cuffie con microcamere che traducono gli ambienti in parole (Horus/Murgia)


Get: Il dito si trasforma in altoparlante per il telefono (fonte: Get/Parini)

mercoledì 21 ottobre 2015

L'intelligenza artificiale per tutti è in arrivo...



Il nuovo terreno di conquista dell'intelligenza artificiale è il mondo giornalistico. La compagnia Automated Insights lancia Wordsmith Beta, il software che autogenera articoli. È la fine dei cronisti? Vediamo

di Martina Nasso, 20 ott 2015


L'uomo rischia di essere sostituito da una macchina? 
Fino ad oggi, questo timore è stato relegato a film e romanzi di fantascienza. 
Isaac Asimov nel suo capolavoro Io, Robot  previde che gi automi si sarebbero occupati non solo di compiti legati alla produzione industriale, come ormai accade già da tempo, ma anche di affiancare gli uomini nella loro vita familiare, sociale e anche politica. Da allora l'intelligenza artificiale ha fatto molti passi avanti: recentemente Paul Allen, il co-fondatore di Microsoft insieme a Bill Gates ha investito un'ingente somma di denaro per creare il robot-cervello perfetto, in grado di passare persino l'esame di maturità. Ora, la nuova frontiera robotica, investe anche il mondo giornalistico, portandosi dietro conseguenze che spaventano molti cronisti.

La compagnia Automated Insights ha lanciato Wordsmith Beta, una versione aperta al pubblico del software che genera automaticamente contenuti scritti, e personalizzabili, a partire dai dati. La tecnologia non è una novità, infatti, è utilizzata da tempo da testate giornalistiche come Associated Press (dalla metà del 2014) e da Yahoo! per autogenerare Report finanziari e articoli di sport, ma le applicazioni di questa nuova tecnologia sono potenzialmente infinite. Attraverso l'analisi dei dati, che devono essere caricati dall'utente sul sito, il software sviluppa un resoconto dettagliato o un articolo completo. In un secondo momento si possono personalizzare i contenuti, in modo da rendere unico il testo. È sufficiente richiedere l'accesso alla piattaforma per sperimentarne l'autogenerazione. Per ora si tratta solo di un test: la versione definitiva del sito, infatti, verrà lanciata a gennaio e sarà completamente libera (senza richiesta di accesso).



Per comprendere il successo del software è sufficiente fare l'esempio di come è stato utilizzato da Associated Press. Wordsmith ha generato per l'agenzia americana più di 3000 report finanziari in un solo trimestre. Negli ultimi due anni, Wordsmith ha prodotto più contenuti di qualsiasi altra azienda al mondo: solo lo scorso anno ha creato oltre un miliardo di pezzi con una squadra di meno di 50 dipendenti. 

Secondo uno studio di Christer Clerwall (Pdf), che ha sottoposto ad alcune persone sia articoli scritti da robot che da giornalisti in carne e ossa, "non c’è significativa differenza tra un contenuto prodotto da un software e uno scritto da un umano”. Le critiche mosse allo studio, però, sono quelle di aver selezionato un numero di notizie e un campione d'intervistati troppo ristretto per essere davvero significativo. 

È la fine del lavoro giornalistico? No, perchè, a differenza di chi scrive, il robot non pensa, o perlomeno, non lo fa "fuori dagli schemi". Per produrre contenuti di qualità il software richiede un alto grado di personalizzazione che non può prescindere dall'apporto umano. Per questo motivo è considerato più adatto a essere utilizzato per report finanziari, sul traffico, sul meteo e in generale per lavori di Data journalism. Di certo non è valido per la redazione di articoli di fantasia. La tecnologia, infatti, si basa su numeri, tempi e dati e non può sostituire la parte creativa del lavoro giornalistico. 
 


lunedì 19 ottobre 2015

Tra scienza e tecnologia: scenari futuri... Google Brain?

Da CorriereComunicazioni

Ma cosa c’entra Google-Alphabet con le psicopatologie?


di Marco Magrini, 17 ott 2015


Il gruppo californiano ha assunto un luminare per "affrontare la sfida delle malattie mentali". È la convergenza di scienza e tecnologia


Dopo 13 anni, Thomas Insel, direttore del National Institute of Mental Health americano, abbandona il servizio pubblico per passare all’industria privata. 
La notizia, di qualche settimana fa, sarebbe passata inosservata se Insel fosse andato a lavorare per qualche gigante farmaceutico, come Pfizer e Novartis, oppure per qualche astro della biotecnologia, come Amgen o Genzyme. 
Invece la notizia ha fatto rumore perché il neurologo, esperto di malattie mentali, è andato a lavorare per Google. Anzi, per Google Life Sciences, che è parte di  Alphabet, la nuova holding del gruppo di Mountain View.
Ma che c’entra Google con le psicopatologie? 
Una possibile risposta, l’ha data lo stesso Insel nella sua lettera di addio all’Institute of Mental Health: «La filosofia di Google è stata quella di affrontare problemi difficili con un impatto di dieci volte [rispetto al normale]. Io punto a colpire, dieci volte più intensamente, il problema della salute mentale». 
Così come Larry Page e Sergey Brin, hanno trasformato il web con il loro celebrato algoritmo, così la nuova Alphabet vuole trasformare il trasformabile. Cervello umano incluso.
La narrativa di «cambiare il mondo» è stata inaugurata molti anni fa da Steve Jobs, che attribuiva il pomposo obbiettivo già alle sue prime creature tecnologiche. Senonché, con la sequenza Mac-iPod-iPhone-iPad, c’è riuscito per davvero. Google, come dicevamo, ha bissato il successo. 
Al punto che quella narrativa è diventata parte della cultura internazionale dell’innovazione. La professano un po’ tutti, dalla cinese Xiaomi – l’astro nascente della telefonia cellulare – al business plan dell’ultima startup. Nel ventunesimo secolo però, il concetto – una volta epurato dalle esasperazioni (e dal marketing) – ha un senso. 
La contemporanea esplosione della tecnologia applicata alla scienza e della scienza applicata alla tecnologia, può oggettivamente moltiplicare le chance di impatti epocali sulla civiltà umana. 
Le frontiere della microelettronica, di big data, della genetica, della biologia sintetica, o delle neuroscienze a cui Google Life Sciences vuole dedicarsi, si stanno allargando e intrecciando così rapidamente che l’idea di moltiplicare per dieci l’impatto finale su prodotti e servizi non è poi così peregrina. Dopo Google News, i Google Glass e la futura Google Car, possiamo attenderci Google Brain?

mercoledì 16 settembre 2015

Il progetto per una tecnologia wi-fi "super veloce", con la creazione di "smistatori" di dati


Si chiama Tera-Wifi il sistema di comunicazione wireless 100 volte più veloce degli attuali su cui sta lavorando l'Università americana Brown: messi a punto i primi dispositivi in grado di gestire i dati trasmessi

di DE.A.

Il 'Tera-Wifi', il sistema di comunicazione wireless 100 volte più veloce degli attuali, è sempre più vicino a diventare realtà: il gruppo di ricercatori guidato da Daniel Mittleman, dell’università americana Brown, ha pubblicato su Nature Photonics la creazione dei primi dispositivi capaci di 'smistare' i dati trasmessi con questa tecnologia e renderne sempre più vicina la diffusione.

E' partita da qualche anno la corsa per lo sviluppo di una nuova tecnologia wifi molto più potente di quella attuale e che si baserebbe sull'uso di onde a frequenze più alte delle attuali, nella 'sezione' dei Terahertz. Secondo i ricercatori queste onde permetterebbero il trasporto di almeno 100 volte più dati rispetto al wifi classico basato sulle micronde, ma mancano al momento i dispositivi fisici necessari alla diffusione di questa tecnologia. 

Un importante tassello in questa direzione arriva ora dai ricercatori americani che per la prima volta sono riusciti a costruire uno 'smistatore' di dati trasmessi a queste alte frequenze. Si tratta tecnicamente di un multiplexer, un dispositivo fondamentale che permette ad esempio di trasportare il segnale per migliaia di telefoni su una singola fibra ottica.

"Siamo per ora alla prima generazione, un dimostratore - ha spiegato Nicholas Karl, uno degli autori - e ci sono ancora molte cose che possiamo migliorare e continueremo a studiare per farlo". Il successo dei ricercatori americani dimostra comunque la possibilità di sviluppo anche pratico di questo tipo di tecnologie che nel futuro potrebbero rivoluzionare completamente il settore del wireless.

martedì 5 agosto 2014

I nuovi cellulari cinesi Xiaomi, che competono con quelli di Samsung...

Xiaomi presenta il nuovo Xiaomi Mi 4 e braccialetti Xiaomi Mi Band

La cinese Xiaomi ufficializza al pubblico due nuovi prodotti, ovvero lo smartphone top di gamma Xiaomi Mi 4 e i braccialetti smart Xiaomi Mi Band.


di Fabrizio Ventre, 23 lug 2014


Partiamo con il primo prodotto. Xiaomi Mi 4 è uno smartphone realizzato con scocca in metallo. Presenta un display da 5 pollici da 1080p ed è equipaggiato con Android 4.4 Kitkat.


Dispone di una fotocamera sul retro da 13 Megapixel e una anteriore, ideale per selfie, da 8 Megapixel. La fotocamera posteriore, dispone di apertura focale f/1.8, flash di tipo led e registrazione video a 1080p per 30 fps.
La batteria standard è da 3080 Mah, ma per ora non è stata dichiarata una autonomia.


All'interno troviamo un processore Quad Core Qualcomm Snapdragon 801 da 2.5 Ghz, lo stesso processore potenziato utilizzato nel samsung Galaxy S5 inglese. 
Il processore può contare su ben 3 Gb di memoria Ram, rispetto alla media di 2 GB presenti negli smartphone top.

Per completare le caratteristiche tecniche, dispone di connettibitù 3G e LTE, Bluetooth 3.0 e Wifi 802.11 a/c

Il prezzo è ovviamente il suo punto forte: 319 euro per la versione da 16 GB, 399 euro per la versione da 64 GB.
I braccialetti smart Xiaomi Mi Band, lanciati sul mercato ad un prezzo da saldo, poco più di 12 euro, consentono di poter disporre delle classiche funzioni da wearable device: tracking delle calorie, contapassi, attività motorie, registrazione del sonno, oltre a potersi interconnettere con lo smartphone per gestire diverse altre funzionalità oltre ad essere resistenti all'acqua.


Tra le funzionalità particolari, la possibilità di sbloccare lo smartphone senza bisogno di inserire una password.

I braccialetti avranno una autonomia, dichiarata, di 30 giorni.
A proposito di Xiaomi


Xiaomi è ad oggi la principale società cinese nella vendita di smartphone. Diversamente dalle concorrenti cinesi, riesce a vendere molti dei suoi prodotti fuori dalla Cina, toccando quota 58 milioni di smartphone venduti in appena 3 anni, tanto da diventare la seconda società per numero di vendite in Cina dopo Samsung e la sesta azienda a livello mondiale.

Nei primi 6 mesi del 2014, la società ha venduto 26 milioni di smartphone.


Xiaomi Mi 4

Xiaomi Mi 4

Xiaomi Mi Band


Catturare i suoni attraverso gli oggetti (cose da spionaggio...)

Oggetti catturano conversazioni, ecco le nuove microspie per 007

Capteranno le impercettibili vibrazioni dei suoni.

4 ago 2014

La pagina del Mit - Massachusetts institute of technology che spiega l'esperimento.
Pagina del MIT (Massachusetts Institute of Technology)
che descrive l'esperimento

Pacchetti di patatine, bicchieri e piante da adesso possono 'parlare' e raccontare una conversazione segreta: è possibile grazie alla tecnica messa a punto nel Massachusetts Institute of Technology (Mit) in collaborazione con Microsoft e Adobe, che riconosce le impercettibili vibrazioni prodotte dai suoni (compresa la voce umana) su qualsiasi oggetto. In questo modo si possono ricostruire i dialoghi di persone che si trovano in una stanza insonorizzata semplicemente vedendo gli oggetti nelle vicinanze.


CAPTARE LE VIBRAZIONI. 
Abe Davis, responsabile dello studio ha spiegato che «quando il suono colpisce un oggetto provoca una vibrazione nell'oggetto stesso. Il movimento di questa vibrazione crea un segnale invisibile a occhio nudo, per questo non ci rendiamo conto che questa informazione si trova davanti a noi». Il suono infatti non è altro che vibrazioni che si trasmettono nell'aria, o in un qualsiasi altro oggetto, e che siamo in grado di sentire solo quando raggiungono le nostre orecchie. Queste vibrazioni sono praticamente quasi sempre invisibili ai nostri occhi ma non sfuggono a telecamere ad alta definizione.

TELECAMERE DA 6 MILA FOTOGRAMMI AL SECONDO.
Registrare queste oscillazioni 'visibili' è quindi esattamente uguale al registrare le vibrazioni sonore. Per farlo, i ricercatori hanno posto una telecamera ad alta velocità, capace di catturare tra i 2 mila e i 6 mila fotogrammi al secondo, al di fuori di una stanza insonorizzata con uno spesso vetro, mentre all'interno della stanza sono stati prodotti suoni, come filastrocche, brani musicali, voci umane e dialoghi complessi.

VEDERE I SUONI. 
Le telecamere hanno così ripreso le impercettibili vibrazioni prodotte da alcuni degli oggetti presenti nella stanza e utilizzando un sofisticato software per l'analisi delle immagini i ricercatori sono così riusciti nell'intento di 'vedere' i suoni attraverso le vibrazioni degli oggetti.
PATATINE 007. I migliori oggetti 'spia' si sono rivelati i pacchetti di patatine, fogli di alluminio, bicchieri d'acqua ma anche le piante grasse. La tecnica ha ovviamente enormi possibilità di applicazione per la polizia ma offre anche nuove possibilità in ambito scientifico.

UN MODO PER STUDIARE LA MATERIA. 
Davis ha affermato che «ascoltare gli oggetti ci fornisce molte informazioni sull'oggetto stesso, e questo perché ogni oggetto risponde al suono in maniera differente». Analizzandone le vibrazioni, ha dimostrato lo studio, è infatti possibile determinare il materiale di un oggetto e le sue caratteristiche strutturali invisibili dall'esterno.

sabato 28 giugno 2014

La frontiera della comunicazione mobile: dopo il 4G-LTE, tra cinque anni il 5G (investimenti permettendo...)

Europa e Corea uniscono le forze per il 5G

La Commissione firma un protocollo d'intesa con Seoul. Il Vecchio Continente unirà le forze col paese asiatico per sviluppare il prossimo standard mobile



Bruxelles chiama e Seoul risponde, verrebbe da dire: l'Unione Europea, per mezzo della Commissione e del suo vicepresidente Neelie Kroes, stringe un patto con la Corea del Sud per sviluppare assieme e di concerto le specifiche del prossimo standard della comunicazione mobile. 

Il 5G, una tecnologia attesa sul mercato non prima di un lustro (la finestra 2018-2020 sembra la più probabile), sarà in ogni caso la chiave per lo sviluppo industriale di un settore cruciale per l'Europa e per la patria di alcuni dei più importanti marchi asiatici dell'elettronica di consumo: la telefonia mobile. 


Secondo i termini dell'accordo, UE e Corea coopereranno nella definizione dei progetti di ricerca per cui verranno lanciati appositi bandi entro il 2016, e le aziende che partecipano alle rispettive associazioni che si occupano del futuro standard collaboreranno fattivamente: operatori importanti come Deutsche Telekom, Telecom Italia, Orange, Telefonica, Telenor, e marchi prestigiosi come Alcatel-Lucent, Ericsson e Nokia, saranno tutti coinvolti nello sforzo intercontinentale congiunto, che potrebbe avere il peso specifico necessario a determinare la direzione intrapresa dallo sviluppo di questa tecnologia. Inoltre, UE e Corea cercheranno anche di armonizzare i rispettivi spettri radio, in modo tale da garantire maggiore uniformità e compatibilità tra i prodotti e servizi sviluppati per il 5G.





L'interesse mostrato dalla UE sin dal 2013, quando aveva promesso decine di milioni di investimenti nel settore, così come da alcuni paesi dell'Europa allargata (Regno Unito in testa) per il 5G non sono certo una coincidenza: nella futura tecnologia mobile viene indicato il punto di convergenza tra i servizi di Rete fin qui familiari alla collettività e il futuro della Internet delle cose, ovvero quelle interconnessioni capaci di garantire il funzionamento delle smart-city, l'inclusione e lo sviluppo delle cosiddette smart-grid, domotica, intrattenimento ubiquo, e-government ed e-health. Nelle intenzioni dei promotori, il 5G dovrebbe garantire velocità di connessione non inferiore a 1Gbps con latenze minime, arrivando a garantire un'esperienza di navigazione fin qui ad appannaggio esclusivo delle connessioni in banda ultra-larga in fibra ottica.