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giovedì 7 maggio 2020

Riflessioni sulle comunicazioni del Presidente Conte.



Il Conte filosofo non è una bugia e rivela molto più di quello che dice

di Vittorio Macioce,  3 mag 2020

Il Conte filosofo non è una bugia e rivela molto più di quello che dice. 

È il 30 aprile, giovedì scorso, e il premier parla a Montecitorio. 
È un discorso atteso, davanti ai parlamentari, per illustrare quello che ci attende, come riaprire, con che misure e il senso delle scelte del governo.


È qui, senza neppure cambiare tono, che risponde alla domanda di Pilato a Gesù: che cos'è la verità?
Non arriva a dire, per fortuna, «io sono la via, la verità, la vita». Si limita a citare Platone e Aristotele. Ci sta. Fa scivolare sul tavolo della politica l'antica distinzione tra Doxa e Epistème. Non è un colpo di teatro e neppure uno sfoggio di cultura classico. Non va sottovalutato. È molto di più. È un sentimento e una visione del mondo. È svelarsi. È un pensiero che gli accademici, gli intellettuali e gli opinionisti più o meno vicini a Conte mettono al centro delle loro speranze. È il punto da cui ripartire. È una svolta, a ritroso, nell'interpretazione della democrazia.

Doxa è un'opinione da bar, da chiacchiere, una credenza, un sentito dire. È soggettiva e arbitraria. Epistème è la verità riconosciuta, oggettiva, universale. Si raggiunge attraverso la logica o l'intuizione. È ontologica e per pochi.

Conte in realtà la usa per segnare la differenza con i suoi oppositori. Le sue scelte hanno alle spalle le forze della scienza, chi lo critica si appoggia ai sentimenti del volgo. Cosa accade se però sposti questo discorso dalla filosofia alla pratica politica? È qui che il discorso apre scenari imprevisti. Nessuno dice di licenziare i virologi, ma bisogna capire che ruolo politico incarnano.

La verità, quella con la V maiuscola, in una democrazia è un concetto molto delicato. L'epistème può essere interpretata come verità ufficiale, la verità che non ammette dubbi, incertezze e critiche. È, appunto, la verità riconosciuta da un'autorità al di sopra dell'opinione corrente. Ma chi la riconosce? I filosofi, appunto. È la repubblica di Platone, il dialogo intorno allo «Stato ideale».

Quella di Platone è una risposta alla tirannia di Crizia, ma il suo approdo non è affatto libertario. L'architrave su cui costruisce la sua utopia è la giustizia, dove ognuno ha un suo ruolo predefinito, dove la proprietà è condivisa e scompare la famiglia. Il governo è di chi sa vedere la verità. È una verità di Stato. È un concetto che, di mutazione in mutazione, ritroviamo nell'idea di «volontà generale» di Rousseau e nell'avanguardia del proletariato di Lenin. Tutti con un tratto comune: lo facciamo per il tuo bene.

Ora non è che Conte stava pensando a tutto questo. Il sentimento però è lo stesso. È dire che chi la pensa diversamente dalla verità ufficiale è un mentecatto, un impostore o uno spacciatore di idee e notizie false. È un modo per tenere fuori l'opposizione dal discorso pubblico. Il premier non è solo in questo gioco, perché questa delegittimazione un po' si respira nell'aria, da una parte come una sorta di aristocrazia, o oligarchia, del pensiero e dall'altra come ostracismo verso chi non rispetta il canone. Ci sono discorsi che a un certo punto diventano non opportuni. Non c'è una regola. È una sensazione. Di fatto ti ritrovi fuori se non canti la stessa musica dei filosofi.

Come potrebbe essere diverso? Lo dice la scienza. Lo dicono i maestri del pensiero. Lo dicono quelli che sanno. Questo discorso però manda in crisi la liberal-democrazia occidentale che, da una parte, si ritrova sotto assedio delle tentazioni populiste dell'uomo forte e, dall'altra, dei chierici del neo platonismo. Scilla, Cariddi e il canto delle sirene. Vincerà chi urlerà più forte.

La stessa idea di verità poi è molto più complessa. La scienza da tempo ha rinunciato al demone dell'epistème. Conte ha un'idea di conoscenza scientifica ottocentesca. È positivista, ma dopo c'è stato il Novecento. Il premier importa nel discorso politico una certezza che gli scienziati non vogliono e non possono garantire. Lo si è visto nelle discussioni, troppe solo televisive, sul virus. La scienza è ricerca senza fine. È teorie e confutazioni. È ipotesi, contro ipotesi e confronto con i fatti. Si nutre di dubbi. Non si accontenta mai dell'ipse dixit. La scienza non sarà mai verità di Stato.

L'impressione è che Conte si appoggi a un'autorità più alta per bilanciare la debolezza politica della sua maggioranza. Solo che quella che lui chiama scienza è scientismo. È la scienza che mette i paramenti sacri di una religione laica. 
È un simulacro di democrazia dove il voto non è opportuno. Il voto è volgare.


venerdì 28 febbraio 2020

Uno studioso si inetta un batterio di 3,5 mln di anni fa per l'eterna giovinezza...


di Ilaria Betti, 1 ott 2015

Potrebbe aver trovato l'elisir dell'eterna giovinezza. Anatoli Brouchkov, scienziato russo della Moscow State University, ha iniettato nelle sue vene un super batterio, rimasto vivo nel permafrost per 3 milioni e mezzo di anni, che avrebbe avuto l'effetto di farlo sentire molto più in salute e in forze rispetto al passato. 
"Dopo esperimenti di successo sui topi e su alcuni insetti, ho pensato che sarebbe stato interessante fare un passo in più. Da quando ho iniziato a sperimentarlo su di me, ossia da due anni a questa parte, non ho mai più avuto la febbre", ha spiegato al The Siberian Times. 




Il batterio, chiamato Bacillus F, sembrerebbe non rappresentare un pericolo per l'uomo, dal momento che sarebbe rintracciabile anche nell'acqua usata e bevuta dalle popolazioni locali: "Il permafrost (il terreno caratteristico delle regioni del Nord, in cui il suolo è perennemente ghiacciato) si sta sciogliendo e immagino che questo batterio sia già in circolazione nell'ambiente, nelle acque. 
La popolazione locale, infatti, per molto tempo sarebbe già stata esposta alla sua influenza e sembrerebbe già vivere più a lungo rispetto a popoli di altre nazioni. Dunque, non c'erano affatto pericoli per me".

Quello condotto da Brouchkov non è un vero e proprio esperimento scientifico: mancano un team specializzato, una clinica, delle statistiche. Nonostante ciò, il professore può già affermare gli effetti positivi, provati sulla sua stessa pelle: "Non posso descriverli professionalmente, non essendo questo un vero e proprio esperimento scientifico. Ma posso dire che non ho avuto la febbre per due anni". 
Ha ammesso anche di non aver ancora afferrato il meccanismo dietro il "lavoro" di questo bacillo: "Non so esattamente come operi. Come per alcune medicine, non sappiamo con certezza perché, ma funzionano". 

Al The Siberian Times, ha poi aggiunto: "Potrei dire che esistono nel mondo batteri immortali. Non muoiono, anzi, per essere più precisi, riescono a proteggere se stessi. Le nostre cellule, invece, non riescono a proteggere se stesse da eventuali danni. Questi batteri, invece, sì. Sarebbe interessante capire il meccanismo della protezione dall'invecchiamento, a partire dai danni che questo apporta all'organismo e usare poi questi risultati per combattere l'avanzare dell'età. Penso che debbano essere fatti molti più passi in questo senso. Ora abbiamo una chiave, un antico batterio, trovato in un ambiente antico ed estremo. Ovviamente, però, la discussione è ancora aperta". 

Brouchkov è convinto che la ricerca debba focalizzarsi sempre di più sugli elisir di lunga vita. Trovare la "fonte dell'eterna giovinezza" significherebbe non soltanto cambiare la vita di centinaia di persone, ma anche l'economia di luoghi remoti della Terra. 
Ma bisogna rispondere ancora a molte domande: "Dobbiamo capire come questo batterio prevenga l'invecchiamento. Penso che la scienza debba svilupparsi in questo senso - ha spiegato il professore - Cosa rende vivo questo meccanismo? Come possiamo usarlo a nostro favore?"

martedì 22 gennaio 2019

Il rapido movimento del Polo Nord Magnetico



di Luigi Bignami, 15 gen 2019


Google Maps

Qualcosa di strano, anche per gli scienziati, sta succedendo in cima al mondo. 
Il Polo Nord Magnetico della Terra si sta allontanando dal Canada e si muove verso la Siberia, guidato dal movimento del ferro liquido che si trova all’interno del nucleo esterno del nostro pianeta. 
Ma quel che è particolarmente strano è il fatto che il Polo Nord Magnetico si muove così velocemente da costringere gli scienziati di geomagnetismo a compiere una mossa rara. 
Il prossimo 30 gennaio(sarebbe dovuto essere il 15 gennaio, ma è slittato in seguito ai problemi all’interno del governo americano) si riuniranno per aggiornare il World Magnetic Model,ossia i dati dell’attuale campo magnetico terrestre che sono molto importanti per tutta la moderna navigazione,dai sistemi a bordo delle navi fino a Google Maps sugli smartphone. 
La versione più recente di questi dati è stata pubblicata nel 2015 e avrebbe dovuto avere valore fino alla 2020, ma il campo magnetico terrestre sta mutando così rapidamente che i ricercatori devono correre ai ripari prima del dovuto.


Movimenti del Polo Nord Magnetico. Nature

Spiega Arnaud Chulliat, geomagnetista all’Università del Colorado Boulder e al NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration): “L’errore sta aumentando velocemente e il problema è da ricercare sia in prossimità del polo geografico sia nelle profondità del pianeta”. 
 Il responsabile primo del campo magnetico terrestre sono i movimenti che avvengono all’interno del nucleo esterno del pianeta, che è liquido, dove i le risalite e le discese di grandi quantità di ferro liquido (come bolle di acqua calda in un pentolino sul fornello) creano correnti elettriche che a loro volta producono il campo magnetico terrestre.

Non è solo il Polo Nord Magnetico a creare problemi. 
Nel 2016 il campo magnetico sotto il Sud America settentrionale e sotto l’Oceano Pacifico orientale ha avuto un picco di intensità. Il fenomeno è stato seguito con estrema precisione attraverso satelliti come lo Swarm dell’Agenzia Spaziale Europea. L’insieme di tutto ciò ha fatto sì che confrontando i dati che venivano raccolti quelli del World Magnetic Model ci si è accorti che le discrepanze nel 2018 erano notevoli e che il modello era così impreciso che stava per superare il limite accettabile per gli errori di navigazione. 
“Cosa sta succedendo? Ci siamo detti di fronte a questa interessante situazione”, spiega Chulliat.

La risposta per fortuna è meno inquietante di quel che si potrebbe pensare: per prima cosa infatti, va detto che l’impulso geomagnetico del 2016 sotto il Sudamerica è arrivato nel momento peggiore, cioè subito dopo l’aggiornamento del 2015 del World Magnetic Model e questo ha destabilizzato immediatamente il modello stesso. 
Come secondo elemento poi, vi è il movimento del Polo Nord Magnetico che ha peggiorato la situazione. 
Il Polo infatti, vaga in modo imprevedibile da molto tempo, un fatto che ha affascinato gli esploratori e gli scienziati già da quando James Clark Ross lo misurò per la prima volta nel 1831 nell’Artico canadese. A metà degli anni ’90 la velocità di movimento è aumentata da 15 chilometri all’anno a circa 55 chilometri all’anno. 
Nel 2001 il Polo Nord Magnetico entrò nell’Oceano Artico e nel 2018 ha attraversato la linea della data internazionale nell’emisfero orientale. Attualmente si sta muovendo in Siberia.

Ma qual è la causa di tutto ciò? Al momento vi sono solo ipotesi. Gli impulsi geomagnetici come quello avvenuto sotto il Sud America nel 2016, potrebbero essere ricondotti a “onde idromagnetiche” che sono avvenute nel profondo del nucleo e il movimento veloce del Polo Nord Magnetico potrebbe essere collegato ad un getto ad alta velocità di ferro liquido proprio sotto il Canada.

giovedì 29 novembre 2018

Un interessante articolo sul lavoro di Karl Popper


Da UniBocconi

Il falsificazionismo di Popper
di Carlo Veronesi, 30 mar 2011

Premessa
Secondo Popper la scienza si distingue dalle altre forme di sapere in quanto conoscenza falsificabile. Questa idea, anche se contraria ad un’opinione corrente che vede nella scienza un modello di conoscenza indiscutibile, è tuttavia dotata di una sua forza persuasiva ed è quasi diventata, almeno per le persone culturalmente informate, un nuovo senso comune.
L’epistemologia di Popper e il suo criterio di demarcazione della scienza sono molto conosciuti anche perché apparentemente semplici e facilmente divulgabili. Ad un’analisi appena ravvicinata, tutto il discorso di Popper, che muove da alcune intuizioni giovanili a cui egli (pur con aggiustamenti e integrazioni) volle restare sempre fedele, dà però origine ad una proliferazione di problemi e di sottoproblemi dei quali era consapevole lo stesso Popper e che sono ancora oggetto di critiche e di discussioni.
La genesi del criterio di demarcazione
Il criterio di demarcazione di Popper, che fa coincidere la scientificità delle teorie con la loro falsificabilità, nasce – come ricorda Popper stesso – sotto l’impressione del grande rivolgimento portato nella Fisica dalla teoria della relatività di Einstein. La teoria della gravitazione di Newton (basata sull’azione a distanza delle masse) che aveva conosciuto grandi successi per più di due secoli, trovando conferme nella caduta dei gravi, nel moto dei pianeti e delle maree, nelle misure di Cavendish con la bilancia di torsione, nella scoperta del pianeta Nettuno, fu soppiantata all’inizio del Novecento dalla Fisica relativistica.
Le spedizioni nell’emisfero australe, organizzate dall’astronomo inglese Sir Arthur Eddington durante l’eclissi di Sole del 1919, in cui fu constatato che i raggi luminosi delle stelle, pur privi di massa in senso classico, incurvano la loro traiettoria quando passano in prossimità della grande massa del Sole, costituirono l’evidenza più rilevante per la confutazione della teoria della gravitazione di Newton in favore di quella di Einstein. Non si può dunque escludere che ogni teoria, indipendentemente dalla affidabilità che sembra possedere, possa andare incontro al rischio della confutazione. Anche la Fisica relativistica potrebbe essere a sua volta confutata e lo stesso Einstein ne era consapevole.
L’anno 1919, fondamentale per l’affermazione della relatività generale, fu anche un anno cruciale per la formazione del pensiero di Popper. In quello stesso anno Einstein tenne una conferenza a Vienna, a cui il giovane Popper ebbe modo di assistere e da cui confessa di essere rimasto sbalordito, sia per il fatto che fosse venuta alla ribalta una nuova teoria della gravitazione che sembrava un reale miglioramento rispetto a quella di Newton, sia per il fatto che Einstein non avesse presentato la sua teoria come definitiva (cfr. [4], pp. 39-40). In effetti, in un’opera pubblicata nel 1916, cioè qualche anno prima delle spedizioni britanniche di cui abbiamo detto, Einstein aveva già scritto che in base alla sua teoria un raggio di luce avrebbe dovuto subire una deflessione passando accanto ad un corpo celeste e che, durante un’eclisse di sole, sarebbe stato possibile controllare la “correttezza o non correttezza di questa deduzione” ([7], p. 101). Einstein aveva individuato anche un’altra conseguenza controllabile della relatività generale: “uno spostamento dello spettro della luce proveniente dalle grandi stelle, in confronto a quello della luce prodotta sulla terra in maniera analoga (cioè da corpi della stessa struttura molecolare)” (ibid., p. 122). Anche questo effetto sarebbe stato confermato negli anni successivi ma già nel 1916 Einstein aveva scritto esplicitamente che, “se non esistesse lo spostamento delle righe spettrali verso il rosso a opera del campo gravitazionale, allora la teoria della relatività generale risulterebbe insostenibile” (ibid., p. 140). 
Fu questo atteggiamento di Einstein, disposto a prendere in considerazione situazioni che avrebbero potuto sia sostenere che confutare la sua teoria, ad impressionare Popper, specialmente se messo a confronto con l’atteggiamento dei seguaci di teorie che pure aspiravano alla qualifica di scienze come il marxismo, la psicanalisi di Freud e la psicologia individuale di Adler. Popper aveva familiarità con queste dottrine, essendo stato membro di una associazione di studenti socialisti delle scuole secondarie e avendo collaborato con lo psicologo Alfred Adler in un progetto di orientamento sociale per ragazzi dei quartieri operai di Vienna (cfr. [4], p. 35; [2], pp. 62-63). E tuttavia ad un certo punto si convinse che questi sistemi teorici sembravano come impermeabili ai fatti: i loro sostenitori vedevano conferme delle loro credenze praticamente in ogni avvenimento e in ogni notizia ma non avrebbero saputo specificare situazioni in cui queste teorie sarebbero cadute in difetto. Proprio il confronto fra questa diversità di atteggiamenti tra Einstein e i seguaci del marxismo e della psicanalisi portò Popper alla conclusione che per la scienza fosse essenziale un atteggiamento critico, diverso dall’atteggiamento dogmatico, proprio perché non va alla ricerca di verifiche delle proprie teorie ma piuttosto di situazioni che possano eventualmente confutarle (cfr. ancora [2], p. 90). Dunque, secondo Popper, un sistema teorico deve essere considerato scientifico soltanto se fa asserzioni che possono entrare un conflitto con i fatti e con le osservazioni. Altrimenti deve essere trattato come una dottrina metafisica o una pseudoscienza.
L’idea che la falsificabilità debba essere una caratteristica essenziale delle teorie scientifiche può nascere anche per motivi puramente logici, cioè dalla constatazione di un’asimmetria logica fondamentale fra la verifica e la confutazione di una teoria. Se da una legge L segue un fatto f, l’occorrenza di f non garantisce la verità di L: la regola

sarebbe una fallacia dal punto di vista logico (fallacia dell’affermazione del conseguente). Invece, dalla falsità di f posso inferire la falsità di L. Lo schema deduttivo:

è una regola di inferenza corretta, il modus tollens. Questa asimmetria, a cui “siamo costretti dalla logica” ([5], p. 201), è evidente se pensiamo che le leggi di natura sono generalmente asserti universali del tipo “Tutte le orbite dei pianeti sono ellittiche” oppure “Ogni carica elettrica è multipla della carica elementare” o “Tutti i cigni sono bianchi” (l’esempio ornitologico preferito da Popper). L’osservazione di un numero qualsiasi, ma finito, di cigni bianchi non può servire secondo Popper a formulare o a giustificare con un procedimento di induzione una legge universale, cioè valida per un insieme potenzialmente infinito di casi. L’osservazione di un cigno che non sia bianco, l’osservazione per esempio di un cigno nero proveniente dall’Australia, può invece falsificarla.
Karl Popper

L’antiinduttivismo estremo di Popper
Secondo Popper, il metodo induttivo non può servire in nessuna fase dell’impresa scientifica. In primo luogo non serve nel contesto della scoperta. La scienza non ricava le proprie leggi partendo dall’osservazione ripetuta di fatti puri; una serie di osservazioni è sempre preceduta da una ipotesi, da una aspettativa almeno inconscia. Popper sostiene che l’atto del concepire o inventare una teoria scientifica non è di natura logica. Può essere frutto di un “elemento irrazionale” o di una “intuizione creativa” nel senso di Bergson o, per dirla ancora con le parole di Einstein, di una sorta di “immedesimazione” con gli oggetti di esperienza (cfr. [1], p. 11). Il processo misterioso attraverso cui gli scienziati arrivano a formulare nuove ipotesi riguarda più la psicologia che la logica della scienza. Più tardi Popper avrebbe scritto che, avendo insegnato Logica e metodo scientifico, era stato professore di una disciplina inesistente (cfr. [5], p. 35). Seguendo quest’ordine di idee, la stessa sua opera principale – Logica della scoperta scientifica o Logic of Scientific Discovery nell’edizione inglese del 1959 – sarebbe stata intitolata impropriamente perché il metodo della scoperta non è suscettibile di analisi logica. (Il titolo dell’edizione originale tedesca Logik der Forschung (1935), letteralmente “Logica della ricerca”, non sarebbe molto migliore).
Ma il compito dello scienziato – chiarisce Popper – non è solo quello di scoprire teorie. È anche quello di metterle alla prova. Perciò la teoria sviluppata nella sua opera fondamentale può essere descritta come un’analisi dettagliata dei metodi dei controlli deduttivi (cfr. ancora [1], p. 9 e p. 13). Le ipotesi scientifiche, ovviamente, possono essere controllate soltanto dopo che sono state proposte. Tuttavia, secondo Popper, l’induzione non può servire nemmeno a questo scopo, cioè nel cosiddetto contesto della giustificazione. La scienza, come già detto, è interessata a proposizioni universali del tipo “Ogni carica elettrica è multipla della carica elementare” o “Tutti i cigni sono bianchi”. Per rendere più chiaro il fatto che un’asserzione universale non può mai essere provata, cioè verificata in modo conclusivo, dalle osservazioni particolari, per quanto elevato sia il loro numero, Popper ricorre ad un’equivalenza della Logica classica. L’asserzione “Ogni carica è multipla della carica elementare” equivale a “Non esiste una carica che non sia multipla
della carica elementare”. L’asserzione universale “Tutti i cigni sono bianchi” è logicamente equivalente a ”Non esiste un cigno non-bianco” o “Non esiste un cigno scuro” (in simboli ∀x (C(x) => B(x)) è equivalente ¬∃ x (C(x) ^ ¬ B(x)), dove C(x) sta per “x è un cigno”, B(x) sta per “x è bianco”, ¬ B(x) sta per “x è scuro”). Dunque, un’affermazione universale affermativa è logicamente equivalente a un’affermazione esistenziale negativa. Ma un’affermazione esistenziale negativa – argomenta Popper – è un’affermazione di non-esistenza. Mentre l’esistenza può essere verificata in modo conclusivo e la ricerca di un cigno scuro può giungere a una conclusione, l’inesistenza non può essere provata: non posso setacciare tutto l’universo spazio-temporale per affermare che una certa cosa, cioè un cigno scuro, non esiste, non è esistita o non esisterà mai (cfr. [1], pp. 54-56). A questo punto, anche se si può essere d’accordo con Popper sul fatto che gli esempi a favore non possano stabilire con certezza la verità di una asserzione universale, sembra tuttavia ragionevole pensare che la probabilità di una legge, in assenza di esempi negativi, cresca con il numero degli esempi positivi trovati. Popper nega anche questa ulteriore possibilità: in un universo infinito la probabilità di una legge universale dovrà risultare sempre zero, se si parte dall’idea che le prove favorevoli non possano essere altro che in numero finito, mentre le prove possibili della legge o delle sue conseguenze sono potenzialmente infinite (cfr. ancora [1], p. 407 e segg.).
Pertanto, Popper non crede che l’induzione possa fornire in alcun modo il metodo della scienza. Tuttavia ritiene che questo non debba spingere allo scetticismo riguardo alla possibilità della scienza empirica. Esiste, infatti, un “tipo di inferenza strettamente deduttiva che proceda, per così dire nella «direzione induttiva»; cioè da asserzioni singolari ad asserzioni universali” ([1], p. 23) e questo è il modus tollens. Questo principio, come tutta la logica deduttiva, secondo Popper, è “fuori discussione” (ibid., p. 25). Proprio dalle possibilità che ci offrono la logica deduttiva (di ricercare i punti deboli di una teoria che generalmente si trovano nelle sue conseguenze logiche più remote) e il modus tollens (di falsificare una legge generale) parte tutta l’elaborazione di Popper. Si potrebbe anche dire che il manifesto programmatico di Popper è quello di esplorare i confini estremi a cui si può giungere nell’analisi dell’impresa scientifica facendo soltanto uso della logica deduttiva classica.
Problemi della corroborazione
Popper, ritenendo che gli esempi a favore non possano rendere né vera né probabilmente vera una teoria scientifica, deve comunque trovare un modo per indicare almeno il suo grado di accettabilità provvisoria. Per dare una stima di come una teoria ha retto ai controlli e ai tentativi di confutazione, Popper usa il termine corroborazione (e non conferma, onde evitare connotazioni verificazioniste). Secondo il suo punto di vista, gli esempi favorevoli non possono rendere più probabile una teoria universale, ma le confutazioni fallite possono aumentare il suo grado di corroborazione. Tuttavia si potrebbe subito obiettare che anche una confutazione fallita è pur sempre una verifica, un esempio a favore. Dunque un problema dell’elaborazione di Popper è quello di precisare in cosa un tentativo fallito di confutazione sia diverso da un esempio favorevole puro e semplice.

E.L. Kirchner, Cinque donne per strada (1913)

Per argomentare a favore del fatto che le verifiche banali non contano, Popper utilizza anche il paradosso della conferma di Hempel. L’asserzione “Tutti i cigni sono bianchi” è logicamente equivalente a “Se una cosa non è bianca, allora non è un cigno”. In simboli: ∀x ( C(x) => B(x)) è equivalente a ∀x (¬ B(x) => ¬ C(x)). Ora l’ultima asserzione può essere positivamente esemplificata da un cormorano nero, da una rosa rossa o da un’auto blu. Ma allora un cormorano nero e una rosa rossa dovrebbero essere esempi a favore anche dell’affermazione che tutti i cigni sono bianchi. Questo tipo di esempi confermanti, imbarazzanti e paradossali per i sostenitori della logica induttiva, non crea nessun disagio a Popper che anzi ne ricava un argomento a favore delle sue tesi antiverificazioniste: “un verificazionista coerente dirà che anche l’osservazione di un cormorano nero fornisce un sostegno all’osservazione che tutti i cigni sono bianchi” ([5], p. 250).
Gli esempi confermanti suggeriti dal paradosso di Hempel sono ”troppo a buon mercato” per contare qualcosa per la corroborazione, non essendo in generale il risultato di seri tentativi di confutazione. Per la stessa ragione Popper ritiene, come detto, che ai fini della corroborazione generalmente non serva nemmeno un esempio favorevole, a prima vista più serio, come l’osservazione di un cigno bianco. Tuttavia, in particolari circostanze, sia l’osservazione di un cigno bianco, sia l’osservazione di un cormorano nero, possono entrambe sostenere la tesi che tutti i cigni siano bianchi. “Così se, ad esempio, abbiamo delle buone ragioni per pensare – alla luce di teorie precedentemente accettate – che la cosa in questo stagno è un cigno nero, allora il fatto di scoprire che si tratta di un cigno bianco o di un cormorano nero potrebbe realmente fornire sostegno alla teoria che tutti i cigni sono bianchi” (ibid.). Ai fini della corroborazione non conta tanto il numero delle verifiche, quanto il loro “peso”: gli esempi a favore diventano “dati corroboranti” se sono il risultato di previsioni rischiose o se possono essere presentati come il risultato di controlli severi, cioè di tentativi seri, benché falliti, di confutazione (cfr. [2], pp. 66-67). Un controllo conta quanto più è severo e la severità di un controllo si collega al verificarsi di un evento inaspettato: se si verifica un evento f che non dovremmo attenderci in assenza della teoria L, allora il fatto corrobora positivamente L. La previsione che la distanza angolare fra due stelle fisse in posizioni opposte rispetto al disco del Sole, se misurata di giorno, dovesse essere diversa da quella ottenuta con misurazioni del cielo notturno sarebbe stata del tutto impensabile senza la teoria della gravitazione di Einstein (che prevedeva che la luce dovesse essere attratta dal Sole esattamente come i corpi materiali). La posizione delle due stelle, inosservabile di giorno a causa dell’eccessivo splendore del Sole, fu fotografata proprio durante l’eclisse del 1919 e il confronto fra le diverse posizioni – notturna e diurna – delle due stelle permise di confermare la deviazione prevista dalla teoria einsteniana. Questa previsione, incompatibile con i risultati che tutti si sarebbero aspettati prima di Einstein, conteneva secondo Popper un elemento di rischio impressionante e il suo successo, difficilmente attribuibile a una coincidenza casuale, aumentò enormemente il grado di corroborazione (cfr. [2], p. 66; [5], p. 261). Dunque, un controllo è corroborante se scaturisce da una previsione rischiosa o – come dice Popper per rendere più preciso il concetto – dalla previsione di un fatto improbabile rispetto alla sola conoscenza di sfondo, cioè alla conoscenza non illuminata dalla teoria sotto controllo. Il grado di corroborazione fornito a una legge L da un fatto f viene definito, in prima approssimazione, a partire dalla differenza p(f, L γ) - p(f, γ) o, con notazione più usuale, p(f/L^γ) - p(f/γ). Il primo termine della differenza indica la probabilità di f in presenza della legge L e del resto della conoscenza γ; il secondo termine indica la probabilità di f data la sola conoscenza di sfondo γ. Si noti che, nel caso che f sia una conseguenza logica di L e γ, risulta p(f/L^γ) = 1 e che la corroborazione è alta se la seconda probabilità della differenza è bassa. Il successo di previsioni vaghe e imprecise, come quelle di indovini e astrologi, ha scarso potere corroborante perché la mancanza di precisione si accompagna usualmente a un’alta probabilità dei fatti previsti (cfr. ancora [5], p. 261). Tuttavia queste probabilità sono difficili da stimare e anche la corroborazione risulta difficile da definire o formalizzare, come dimostrano le tre appendici alla Logica della scoperta scientifica ad essa dedicate e le successive precisazioni di Popper sull’argomento. Il concetto di corroborazione è problematico non solo dal punto vista formale, ma anche da quello filosofico. Popper, infatti, afferma che il grado di corroborazione di una teoria è un resoconto valutativo dei controlli superati, delle prove passate, che non dice nulla sulla sua “affidabilità” cioè sulla sua idoneità a sopravvivere ai controlli futuri (cfr. [3], p. 38). Se affermasse il contrario, Popper potrebbe essere accusato a ragione di far uso a sua volta, nonostante il conclamato rifiuto, di una inferenza di tipo induttivo. Tuttavia Popper ritiene che una teoria altamente corroborata possa almeno candidarsi ad essere una buona approssimazione della verità o ad essere più vicina alla verità di una teoria con un minor grado di corroborazione. “Se due teorie rivali – scrive Popper – sono state criticate e controllate nel modo più completo possibile, con il risultato che il grado di corroborazione di una è maggiore di quello dell’altra, avremo, in generale, motivo di credere che la prima è una migliore approssimazione alla verità della seconda” ([5], pp. 83-84). Ma anche questa tesi, a prima vista ragionevole ed anche fondata sul piano storico, è piuttosto impegnativa e sembra non sfuggire del tutto al rischio di ricadere nell’induzione.
Problemi della confutazione
Se è vero che sia la conferma, sia la più debole corroborazione, sono entrambe problematiche, le cose non vanno molto meglio per la confutazione.
Pierre Duhem

Prima di Popper, Pierre Duhem (1861-1916) aveva osservato che generalmente al vaglio dell’esperienza non viene sottoposta una legge fisica isolata ma tutto un insieme di ipotesi (cfr. [6], p. 211). Quando i fatti non si accordano con una teoria, il modus tollens non ci dice quale parte della teoria debba essere rigettata. Solo il “bon sens” dello scienziato riesce talvolta a individuarla. Seguendo Duhem, si può vedere che il modus tollens potrebbe non essere conclusivo per la refutazione se la teoria L sotto controllo si accompagna ad ipotesi ausiliarie Hi e a condizioni iniziali Ci:

La falsità di f implica la falsità della congiunzione (L^H1^….^Cn) e questa può essere falsa non solo se è falsa la legge L sottoposta a controllo, ma anche se lo è qualcuna delle ipotesi ausiliarie o delle condizioni iniziali. Si può imputare la falsità di f alla falsità di L solo se si è certi che le Hi e le Ci sono vere, cosa non sempre scontata. Se, per fare ancora lo stesso esempio, sottoponiamo a controllo la teoria della gravitazione di Newton con osservazioni astronomiche, è probabile che vengano usati telescopi o altri strumenti che presuppongono quantomeno le leggi dell’Ottica. Perciò le osservazioni che non si accordano alla teoria di Newton potrebbero trovare spiegazioni che non mettono in dubbio la teoria stessa.
Per chiarire il discorso, si può ricordare che John Flamsteed (1646-1719), astronomo di Greenwich, comunicò a Newton una tabella di dati sul moto lunare che mostrava come le teorie newtoniane fossero errate. Newton lo invitò a rifare i calcoli tenendo conto dell’effetto della rifrazione dei raggi di luce lunari nell’atmosfera terrestre. In questo modo i calcoli tornarono e l’anomalia sparì. Un’altra anomalia storica della teoria newtoniana emerse qualche secolo dopo relativamente all’orbita di Urano, settimo pianeta del sistema solare. Qualche decennio dopo la sua scoperta, era stato notato che il nuovo pianeta deviava dall’orbita prevista ricavabile dalla Meccanica celeste di Newton e dalle condizioni iniziali accettate fino a quel momento, cioè che i restanti pianeti fossero sei. Tuttavia, se si fosse postulata l’esistenza di un ulteriore pianeta, la deviazione di Urano si sarebbe potuta spiegare salvando la teoria newtoniana. J.C. Adams (1819-1892) e U.J. Le Verrier (1811-1877) giunsero entrambi, in modo indipendente l’uno dall’altro, alla soluzione del problema individuando massa e posizione di un nuovo pianeta sconosciuto. La ricerca dell’ottavo pianeta ebbe successo e portò alla scoperta di Nettuno. L’anomalia del perielio di Mercurio, osservata successivamente, diede ancora luogo a ricerche di un nuovo pianeta che sarebbe stato chiamato Vulcano, ma questo pianeta non fu mai scoperto. Nel 1915 Einstein riuscì a spiegare l’anomalia dell’orbita di Mercurio sulla base della sua teoria della relatività generale e senza ricorrere ad ipotesi supplementari. E questa fu realmente una prima evidenza che portò a scalzare la teoria di Newton a favore di quella di Einstein.
Popper riconosce che la falsificazione può essere difficoltosa e che in effetti sono generalmente i sistemi di teorie ad essere sottoposti al controllo dell’esperienza, più che singoli asserti isolati da un contesto. L’attribuzione della falsità ad un singolo asserto nell’ambito di un sistema teorico è sempre estremamente incerta e l’intuito dello scienziato gioca un grande ruolo nell’indirizzare la confutazione verso una parte o un’altra del sistema. Questo anche se Popper ritiene che generalmente si riesca a individuare quali parti delle teorie implicate in un controllo siano più rischiose e più esposte alla confutazione e quali invece si possano trattare come una sorta di “conoscenza di sfondo”, relativamente non problematica. Comunque le difficoltà della falsificazione empirica delle teorie - aggiunge Popper - non possono toccare la falsificabilità logica. Il fatto che “non tutto sia logico” nell’impresa scientifica non deve impedirci di usare la logica per gettare su di essa la maggior luce possibile (cfr. [5], pp. 204-205).
Alle difficoltà della falsificazione empirica si deve aggiungere il fatto che una teoria può sempre essere salvata dalla confutazione mediante l’aggiunta di opportune ipotesi ausiliarie. Per fare un esempio vicino ai casi storici che abbiamo citato, la perturbazione dell’orbita di un pianeta p rispetto a quella calcolabile con le leggi di Newton potrebbe essere attribuita alla presenza di un pianetino perturbatore p’; se però questo nuovo pianetino non fosse scoperto nella posizione prevista, lo scienziato newtoniano potrebbe pensare che i telescopi non siano abbastanza potenti da osservarlo. Se nemmeno un telescopio di nuova costruzione e più potente dei precedenti riuscisse ad osservare il pianetino, il fisico newtoniano potrebbe ipotizzare che una nube di polvere cosmica nasconda il pianeta sconosciuto. Se fosse lanciato un satellite artificiale a cercare la nube e se questa non fosse trovata, si potrebbe ancora pensare che gli strumenti del satellite siano disturbati da un campo magnetico nelle vicinanze della nube. Dunque, si potrebbe decidere di inviare un altro satellite per una nuova ricerca e così via. Questo esempio immaginario (cfr. [8], pp. 174-175) dovuto a Imre Lakatos, l’allievo più noto di Popper, spesso polemico con il suo maestro, illustra in modo colorito come possano essere adottate molte strategie di salvataggio nei confronti di una teoria scientifica. Di fronte a questa possibilità, la raccomandazione di Popper è che le ipotesi aggiuntive non siano ipotesi ad hoc, cioè non siano ipotesi che si fermino alla spiegazione del solo fatto contrario, ma che aumentino il contenuto empirico della teoria. “Per quanto riguarda le ipotesi ausiliarie, – scrive Popper – decidiamo di enunciare la regola secondo cui sono accettabili soltanto quelle la cui introduzione non diminuisce il grado di falsificabilità o di controllabilità del sistema in questione, ma al contrario l’accresce” ([1], p. 72). 
Problemi della demarcazione
Popper ritiene che le critiche viste nel precedente paragrafo non possano scalfire né la fondamentale asimmetria logica fra verifica e confutazione, né il criterio di demarcazione della scienza che si basa su di essa. Ma a questo punto si può osservare che proprio il criterio di demarcazione, basato sulla falsificabilità, rischia di essere al tempo stesso troppo forte e troppo debole. Troppo forte perché, per esempio, esclude dalla scienza, in quanto non falsificabili, gli asserti strettamente esistenziali: infatti, per falsificare un asserto esistenziale, cioè per escludere che una certa cosa esista, si dovrebbe riuscire a scandagliare tutto l’universo spazio-temporale e questa impresa è manifestamente impossibile. In questo modo si escludono dalla scienza sia asserti screditati come “Esiste l’araba fenice”, sia asserti banalmente veri come “Esiste un cigno bianco”, sia un enunciato come “Esiste un elemento con numero atomico 72” che, oltre che vero, è considerato da tutti genuinamente scientifico (cfr. [1], p. 56). Il criterio di demarcazione di Popper può anche sembrare troppo debole perché rischia di includere tutte le leggi che sono state dimostrate false: se una teoria è stata falsificata, è certamente falsificabile e perciò è scientifica. E questo dovrebbe riguardare sia teorie grandiose come la Meccanica newtoniana, sia le falsità più banali.
Popper risponde in vario modo a queste obiezioni. Il suo criterio di demarcazione esclude dalla scienza solo gli asserti esistenziali “isolati”. Anche un asserto esistenziale può essere falsificato, se è parte integrante di un sistema teorico: l’asserzione che esiste un elemento con numero atomico 72 è scientifica perché non è isolata, ma è stata avanzata all’interno di una teoria che permise di specificare come trovare questo elemento (cfr. [5], p. 195). Inoltre l’asserto strettamente esistenziale, cioè l’asserto isolato “Esiste un cigno bianco”, anche se vero, non è interessante per la scienza a causa del suo scarso contenuto informativo. Il fatto che esista un cigno bianco da qualche parte è un’affermazione poco impegnativa e per esempio è logicamente più debole dell’affermazione singolare “Il cigno che osservo in questo luogo e in questo momento è bianco”. Anche questa proposizione fattuale elementare, che è sia verificabile sia falsificabile, non fa parte secondo Popper della scienza teorica ma soltanto della sua “base empirica”. A differenza degli asserti universali, che hanno rilevante potere esplicativo (in correlazione a condizioni iniziali, possono spiegare eventi o asserti singolari) gli asserti esistenziali sono troppo deboli per spiegare qualcosa e quindi non sono interessanti per lo scienziato (cfr. ancora [5], p. 200).
E.L. Kirchner, Potsdamer Platz (1914)

Seguendo lo stesso ordine di idee si può rispondere anche alla seconda obiezione avanzata all’inizio di questo paragrafo, cioè che la scienza falsificabile debba includere anche leggi false a prima vista. Così come la scienza non è interessata a verità banali del tipo “Esiste un cigno bianco”, allo stesso modo non può comprendere teorie banalmente false. Perché una teoria sia accettata nella scienza occorre che superi controlli severi, serve cioè un po’ di corroborazione. Questo discorso viene sviluppato da Popper specialmente negli scritti a partire dal 1960: “se avessimo successo soltanto nel confutare le teorie e non nell’ottenere verifiche delle previsioni di nuovo tipo, dovremmo certo riconoscere che i problemi scientifici sono diventati per noi troppo difficili, perché la struttura del mondo (se ve ne è una) va oltre le nostre capacità di comprensione. (…) Credo, tuttavia, che dovremmo renderci conto che (…) sono essenziali entrambi i tipi di successo: il buon esito della confutazione delle teorie, e il successo di alcune di queste nel resistere almeno ad alcuni dei più risoluti tentativi di confutarle” ([2], p. 420). Quest’ultimo requisito è necessario non solo per eliminare le teorie banali, ma anche per una ragione non meno importante: lo scopo della scienza, attraverso congetture, confutazioni e corroborazioni, è quello di portare ad una sempre maggiore approssimazione alla verità. Allora “se è nostra intenzione rafforzare la verosimiglianza delle teorie, cioè avvicinarci alla verità, dovremmo aspirare non solo a ridurre il contenuto di falsità delle teorie, ma anche a rafforzarne il contenuto di verità” (ibid., p 421). Con questo discorso Popper cerca di precisare l’idea intuitiva di avvicinamento alla verità, o di “verosimiglianza”, a partire dal “contenuto di verità” (insieme delle conseguenze vere di una teoria) e dal “contenuto di falsità” (insieme delle conseguenze false), ma nello stesso tempo apre un nuovo fronte di difficoltà. Proprio partendo da questi contenuti, di verità e di falsità, Popper ritiene di poter confrontare formalmente la verosimiglianza di due teorie, anche se sono entrambe false, e di definire inoltre una misura della verosimiglianza di una singola teoria. Sfortunatamente alcuni critici hanno mostrato che le proposte di Popper non sono logicamente sostenibili e quindi non sono idonee a catturare l’idea intuitiva di avvicinamento alla verità. Popper riconosce l’insuccesso scrivendo di aver accettato le critiche alla sua proposta pochi minuti
dopo che gli furono presentate. Tuttavia si dice convinto del fatto che una definizione formale di verosimiglianza potrebbe non essere necessaria per parlarne sensatamente e che l’idea di verosimiglianza potrebbe essere usata nell’ambito della sua teoria come concetto non definito (cfr. [5], p. 25).
Osservazioni finali
A questo punto è lecito chiedersi se si possa trarre qualche conclusione da questa analisi dei problemi e delle difficoltà del falsificazionismo. Popper, anche negli scritti della maturità, ha sempre difeso la sua intuizione giovanile che nella scienza hanno diritto di cittadinanza solo quelle teorie che prestano il fianco alla falsificazione e possono essere accettate provvisoriamente solo quelle che sono passate indenni attraverso i tentativi di confutazione. Queste tesi di Popper sembrano molto ragionevoli. Così come sembra plausibile l’idea che la scienza, attraverso la sostituzione di congetture confutate con altre ancora confutabili, ma non allo stesso modo delle precedenti, porti a una sempre migliore approssimazione della verità. Ma abbiamo visto che molti aspetti dell’elaborazione di Popper sono stati criticati o giudicati impraticabili. Ovviamente è difficile dire se queste lacune siano fatali per l’impianto generale del suo pensiero. Molti ritengono che la concezione di Popper, nonostante le difficoltà, continui a gettare molta luce sull’impresa scientifica e che da essa ormai non si possa prescindere. Potrebbe essere ancora attuale un giudizio espresso da Lakatos all’inizio degli anni Settanta (cfr. [9], p. 177, n. 2) quando scrive di aver ripetutamente criticato la filosofia di Popper proprio perché convinto che essa rappresenti la filosofia più avanzata del nostro tempo e che qualsiasi progresso filosofico possa essere basato solo, anche se “dialetticamente”, sui suoi risultati.

BIBLIOGRAFIA
[1] Popper K.R., Logik der Forschung, Springer, Wien 1935, trad. ingl. The Logic of Scientific Discovery, Hutchinson, London 1959; trad. it. Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 1970.
[2] Popper K.R., Conjectures and Refutations, Routledge and Kegan Paul, London 1963; trad. it. Congetture e confutazioni, il Mulino, Bologna 1972.
[3] Popper K.R., Objective Knowledge, Clarendon Press, Oxford 1972; trad. it. Conoscenza oggettiva, Armando, Roma 1975.
[4] Popper K.R., Unended Quest. An Intellectual Autobiography, Fontana-Collins, London 1976; trad. it. La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, Armando, Roma 1976.
[5] Popper K.R., Realism and the Aim of Science, from the Postscript to The Logic of Scientific Discovery ; Hutchinson, London 1983; trad. it. Poscritto alla logica della scoperta
scientifica. Il realismo e lo scopo della scienza, il Saggiatore, Milano 1984.
[6] Duhem P., La théorie physique: son objet et sa structure, Rivière, Paris 1906; trad. it. La teoria fisica: il suo oggetto e la sua struttura, Il Mulino, Bologna 1978.
[7] Einstein A., Über die spezielle und die allgemeine Relativitätstheorie (gemeinverständlich), Viewieg, Braunschweig 1916; trad. it. Relatività: esposizione divulgativa, Boringhieri, Torino 1967.
[8] Lakatos I., Musgrave A. (eds.), Criticism and the Growth of Knowledge, Cambridge University Press, Cambridge-London 1970; trad. it. Critica e crescita della conoscenza, Feltrinelli, Milano 1976.
[9] Lakatos I., The Methodology of Scientific Research Programmes: Philosophical Papers Volume I, Cambridge University Press, Cambridge 1978; trad. it. La metodologia dei programmi di ricerca scientifici: Scritti filosofici I, il Saggiatore, Milano 1985.

giovedì 29 marzo 2018

Una nuova scoperta della medicina?



Scienziati americani scoprono un nuovo organo. E’ il più grande del corpo umano e probabilmente è alla base dell’efficacia dell’agopuntura

di Stefania Del Principe, 28 mar 2018



Le scoperte della scienza non finiscono mai di stupirci. 
Questa volta, in maniera quasi inaspettata, alcuni ricercatori sono riusciti a scoprire un organo completamente nuovo, del quale – fino a ieri – nessuno conosceva l’esistenza. 
E ciò che fa più sorridere è che non è affatto piccolo, anzi, è il più grande del corpo umano. 
Tutto ciò rappresenta una vera e propria rivoluzione nell’anatomia moderna. 
Ecco cos’è e dove si trova secondo i ricercatori dell'Università di New York e dal Mount Sinai Beth Israel Medical Centre.

E’ ovunque
Il nuovo organo è stato ribattezzato con il nome di interstizio. Ma non lo dobbiamo immaginare come tutti gli altri, confinato in una zona specifica del corpo e con una dimensione ben determinata. L’interstizio, in realtà, è diffuso in ogni angolo del nostro organismo: sotto la pelle, nei tessuti che rivestono i polmoni, l’apparato digerente, i vasi sanguini e i muscoli.

Alla base dell’agopuntura?
Questo bizzarro organo è formato da particolari cavità – connessa una con l’altra – e piene di liquido. Tali cavità, tuttavia, prendono forma grazie alla presenza di elastina e collagene. La sua presenza potrebbe finalmente fornire una risposta a molte delle domande della moderna scienza: perché la pelle invecchia? Come fanno a diffondersi tumori e malattie degenerative? Ma, soprattutto, come è possibile che l’agopuntura funzioni?

Dov’è il tessuto connettivo?
Il motivo per cui è rimasto nell’ombra fino ai giorni nostri, nonostante le numerose ricerche scientifiche, è che parte di quest’organo era stato etichettato come tessuto connettivo. In realtà i metodi tradizionali che utilizzavamo per studiarlo – come l’esame al microscopio – non ci consentivano di vederlo come, in realtà, è davvero. Si pensava, infatti, che potesse trattarsi di un semplice tessuto denso e compatto.

Endomicroscopia confocale laser
Per fortuna, oggi la scienza ha a disposizione anche tecniche e strumentazioni innovative come la endomicroscopia confocale laser (CLE). Si tratta di un nuovissimo prodotto nato allo scopo di visualizzare le immagini della mucosa gastrointestinale in tempo reale e ad alta magnificazione. Attraverso questo, si possono vedere i tessuti vivi direttamente dentro il corpo, senza dover fare prima un prelievo.

Sorpresa!
Generalmente alcuni medici utilizzano la CLE nei pazienti malati di tumore, qualora debbano essere sottoposti a chirurgia per rimuovere o il pancreas o il dotto biliare. E proprio grazie a quest’utilizzo è stato possibile osservare la presenza di un organo sconosciuto: l’interstizio. Una volta compreso che nel nostro organismo c’era qualcosa di «anomalo», gli studi sono proseguiti anche in altre zone del corpo. E da lì gli scienziati si sono trovati di fronte a una vera e propria sorpresa.

Un organo complesso
La reale struttura dell’interstizio è stata evidenziata successivamente (quasi) in ogni angolo del corpo sottoposta a movimenti e pressioni. Forse è proprio la sua incredibile complessità di funzionamento ed estensione che gli ha permesso di essere promosso a organo. ««Questa scoperta ha il potenziale per determinare grandi progressi in medicina, inclusa la possibilità di usare il campionamento del fluido interstiziale come potente strumento diagnostico», ha dichiarato Neil Theise, docente di patologia all'Università di New York.

Tumori e interstizio
A detta dei ricercatori, il fluido contenuto all’interno dell’interstizio – e il relativo movimento – potrebbe spiegare perché i tumori si diffondono così velocemente quando invadono tale organo. Pare infatti che esso sia in qualche modo drenato dal sistema linfatico e, più probabilmente, la sorgente da cui nasce la linfa vitale per il funzionamento delle cellule immunitarie che generano l’infiammazione.

Cambiano con il passare degli anni
Le cellule che vivono nell’interstizio mutano con il passare degli anni e, probabilmente, contribuiscono alla comparsa di rughe, di malattie infiammatorie, all’irrigidimento delle articolazioni e ai fenomeni di sclerosi e fibrosi. In due parole, tutto ciò che è legato al processo di invecchiamento.

E l’agopuntura cosa centra?
Un’altra ipotesi è correlata all’agopuntura. Una scienza antichissima utilizzata con successo persino ai giorni nostri, mai compresa appieno dai ricercatori moderni. Tuttavia, la presenza di un reticolato di proteine che sostiene l’interstizio, potrebbe essere in grado di generare correnti elettriche durante il loro ripiegamento. Forse è questo – ipotizzano gli scienziati – il meccanismo che sta dietro all’efficacia di questa tecnica millenaria. 
I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports.



Fonti scientifiche