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sabato 27 luglio 2019

Le future connessioni del cervello umano con l'IA...


“Collegheremo il cervello umano all’intelligenza artificiale”: Elon Musk svela Neuralink



La tecnologia attualmente è stata testata solo sui topi e non ci sono certezze che possa funzionare con gli umani, ma Musk è stato chiaro: l'obiettivo è raggiungere una simbiosi con l'intelligenza artificiale. 


di Giuseppe Tripodi, 17 lug 2019

Dopo quasi due anni di silenzio, Elon Musk ha finalmente acceso i riflettori su Neuralink, la società fondata dal famosissimo imprenditore statunitense che punta a sviluppare interfacce neurali per collegare il cervello alle macchine. Durante la conferenza tenutasi nella giornata di ieri, 16 luglio, Musk ha svelato i traguardi raggiunti con le sperimentazioni sui topi, ha annunciato quali saranno i futuri passi della società e comunicato di essere alla ricerca di personale qualificato.

La prima cosa che c’è da sapere su Neuralink, è che finora tutti gli esperimenti sono stati condotti con animali, principalmente topi, e che non c’è nessuna garanzia che lo stesso sistema possa funzionare anche con gli esseri umani. Tuttavia, alla fine della conferenza stampa, Musk si è lasciato scappare un traguardo importante, che i suoi collaboratori non sapevano avrebbe condiviso con la stampa: una scimmia è riuscita a controllare un computer col cervello.

Secondo quanto dichiarato, le sperimentazioni con gli umani potrebbero iniziare a metà del 2020: i primi test saranno condotti con persone paralizzate, con l’obiettivo di permettere loro di controllare smartphone e computer. A tal proposito, vale la pena dare un’occhiata all’interfaccia dell’app per iPhone. Come si può leggere dagli screenshot qui sotto, per addestrarsi a muovere il cursore si dovrà provare a muovere la mano nella direzione desiderata.



Ma come avverrà tutto questo? Per collegare il cervello alle macchine, Neuralink utilizzerà dei sottilissimi fili flessibili, più sottili di un capello (immmagine in basso a sinistra). Secondo quanto riferito, il sistema può includere fino a 3.072 elettrodi per matrice, distrubiti su 96 fili.

Questi fili verranno posizionti vicino ai neuroni, in modo da ricevere e trasmettere le informazioni raccolte dai picchi di segnale neuronale: questi dati verranno trasmessi a dei sensori, posizionati sulla superficie del cranio, sotto la pelle, che invieranno poi le informazioni ad un Pod removibile posizionato appena dietro l’orecchio. Attualmente, quest’ultimo passaggio viene effettuato con connessioni cablate, ma Musk sostiene che in futuro tali dati verranno trasmessi via wireless. Il Pod invierà poi gli input allo smartphone o al computer.

A sinistra: i fili connettori e il sensore che verrà posizionato sul cranio.
Al centro e a destra: una rappresentazione di come saranno i collegamenti.
Per posizionare i sensori in questione, Neuralink ha sviluppato un apposito macchinario che pratica un foro di 8 mm sul cranio; tuttavia in futuro Musk spera che l’operazione possa essere eseguita con un laser, per evitare le spiacevoli vibrazioni della perforazione.

Attualmente, il robot in questione, che operererà con la supervisione di un neurochirurgo, riesce ad inserire sei fili (192 elettrodi) al minuto evitando i vasi sanguigni. È doveroso specificare che, attualmente, Neuralink non ha ancora i permessi della FDA per operare su pazienti umani.

Il robot di Neuralink che posiziona gli elettrodi nel cervello
Se gli esperimenti con pazienti paralizzati andassero bene, l’obiettivo finale di Musk è collegare il cervello con una macchina, al fine di migliorare le potenzialità dell’uomo. Ovviamente ci saranno moltissimi problemi da affrontare, pratici ed etici.

Ma Musk non si è trattenuto: a suo dire, l’obiettivo è raggiungere la simbiosi con l’intelligenza artificiale
Per saperne di più, potete guardare la conferenza completa di Neuralink qui sotto.

lunedì 23 aprile 2018

Le ultime scoperte sulla schizofrenia...



Lo studio del Centro per i sistemi di neuroscienze e cognitivi dell'Istituto Italiano di Tecnologia.   E' il primo passo per programmare terapie farmacologiche più mirate.

17 apr 2018

E' stata individuata nel cervello la culla della schizofrenia, ossia l'insieme delle aree coinvolte nelle distorsioni della percezione tipiche della malattia. 
La scoperta, pubblicata su Neuroimage: Clinical, è del Centro per i sistemi di neuroscienze e cognitivi (Cncs) dell'Istituto Italiano di Tecnologia (Lit) a Rovereto. "E' il primo passo per programmare terapie farmacologiche più mirate", ha detto il coordinatore del gruppo di ricerca, Angelo Bifone.



La ricerca italiana contraddice la teoria finora più accreditata, per la quale allucinazioni e alterazioni della percezione hanno origine nella corteccia frontale, l'area del cervello che controlla le funzioni cognitive elevate come il linguaggio e la programmazione di azioni. Il confronto delle immagini dell'attività del cervello rilevate con la tecnica della risonanza magnetica funzionale in 94 persone sane e in altrettante malate di schizofrenia indica invece che le aree della corteccia frontale non sono alterate, ma che avvengono alterazioni della percezione iniziale del segnale che si riverberano sulle funzioni cognitive superiori, alterandole. Per la prima autrice della ricerca, Cécile Bordier, ciò indica che "la comunicazione è già alterata ad un livello molto basso dell'elaborazione del segnale". Si è visto così dove ha origine il malfunzionamento della comunicazione tra le aree della corteccia cerebrale, chiamato frammentazione della connettività funzionale.

La schizofrenia è una grave e cronica malattia del cervello caratterizzata da uno scollamento dalla realtà: il paziente ha difficoltà a distinguere tra esperienze reali e non reali, a pensare in modo logico, ad avere reazioni emotive adeguate al contesto sociale. Le sue cause non sono ancora del tutto chiare, e certamente concorrono diversi fattori, compresi quelli ambientali. I primi sintomi a comparire sono un improvviso rallentamento dell'acutezza mentale e della memoria o anche "voci" interne che sembrano stranamente reali. Questo periodo inquietante può durare un anno o più e non è detto che porti alla schizofrenia conclamata.

Questa malattia cronica grave in Italia colpisce circa 250.000 persone e porta a una drastica diminuzione dell'aspettativa di vita rispetto alla popolazione generale. Una condizione che riguarda circa 3,5 milioni di persone in Eurpopa e approssimativamente 24 milioni (stima Oms) a livello mondiale. La riduzione dell'aspettativa di vita va da 10 a 22,5 anni.


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Schizofrenia, trovata l'origine nel cervello: “Il primo passo per terapie più mirate”. Importante scoperta effettuata dal Cncs e dall'Istituto Italiano di Tecnologia (Lit)

Ma come è stato possibile raccogliere una quantità di dati così imponente, e soprattutto così precisa, da riuscire a localizzare con esattezza dove la psicosi della shizofrenia può potenzialmente avere origine nel cervello? Il merito è anche di macchinari sempre più avanzati al servizio della ricerca, come la risonanza magnetica funzionale alla quale si sono sottoposti i pazienti di questa sperimentazione. I 188 pazienti, tra schizofrenici e volontari sani, che si sono sottoposti ai test hanno visto effettuata una profonda mappatura del loro cervello, che ha posto il luce punti che si credevano estranei al meccanismo della schizofrenia, e soprattutto ha portato allo scoperto la frammentazione della connettività funzionale, ossia al mal funzionamento della comunicazione tra diverse aree della corteccia cerebrale, che è alla base della patologia schizofrenica. (agg. di Fabio Belli)



"PSICOSI HA SEDE A LIVELLO PROFONDO"

Arrivano dall’Istituto di Tecnologia di Rovereto (Trento) una importante scoperta che potrebbe rivoluzionare le terapie per la cura della schizofrenia, forma di psicosi cronica che solamente in Italia colpirebbe circa 250mila persone. Infatti, il team di ricerca del Centro per i Sistemi di Neuroscienze e Cognitivi del suddetto Istituto ha scoperto che la schizofrenia ha origine a un livello molto più profondo di quanto si pensasse nella cosiddetta teoria classica e non invece nella corteccia frontale: dunque, di conseguenza, anche allucinazioni visive, acustiche e quelle in genere legate ai sensi non si generano nella corteccia frontale ma riguardano aree percettive diverse tra loro e ciò comporta che la percezione dei soggetti che sono affetti da psicosi sia già “alterata” prima ancora che si passi a un livello di elaborazione cosciente dei segnali. Ciò si ricollega al fatto che la schizofrenia si caratterizza per un forte “scollamento” dalla realtà in cui il soggetto non è più in grado di distinguere quali avvenimenti o sensazioni siano reali e quali no, inficiando così la sua relazione col mondo esterno e con gli altri individui. (agg. R. G. Flore)

DA IBSEN A VAN GOGH, QUANTI CASI NELLA STORIA DELL'ARTE

Passo importante della scienza nelle evoluzioni che ci portano ad affinare lo studio della schizofrenia. Trovata l'origine nel cervello tramite uno studio che potrebbe permettere anche di trovare la strada per perfezionarne la cura. Sono numerosi nella storia dell'arte e dello spettacolo ad aver accusato problemi simili. Si va dal drammaturgo scandinavo Ibsen che con il suo Casa di Bambola riuscì ad attirare l'attenzione di tutto il mondo. L'esempio più noto però ci porta a Vincent Van Gogh, tanto che la psichiatra Kay Redfield arrivò a dire: "Gli sono state diagnosticate tutte le malattie note all'uomo e forse qualcuna di più". Patologie quelle mentali che hanno colpito moltissimi personaggi importanti come Tolstoj, Michelangelo, Caravaggio, Twain e molti altri in periodi storici in cui era anche difficile solo fare una diagnosi. (agg. di Matteo Fantozzi)

"IL PRIMO PASSO VERSO TERAPIE PIÙ MIRATE"

Una scoperta sensazionale quella effettuata in simbiosi dal Centro per i sistemi di neuroscienze e cognitivi (Cncs) e dall'Istituto Italiano di Tecnologia (Lit) a Rovereto. Come pubblicato su Neuroimage: Clinical, è stata individuata la culla della schizofrenia, l'insieme delle aree del cervello coinvolte nelle distorsioni della percezione, dove ha origine appunto questa malattia molto grave. Il coordinatore del gruppo di ricerca, l’italiano Angelo Bifone, ha commentato con entusiasmo i risultati ottenuti: «E' il primo passo per programmare terapie farmacologiche più mirate». Grazie a questo risultato, viene di fatto contraddetta la teoria che fino ad oggi era più accreditata, quella che sottolineava che le allucinazioni e le alterazioni della percezione hanno origine nella corteccia frontale, un’area situata nel cervello, che serve per controllare alcune funzioni cognitive come il linguaggio e la programmazione di azioni.

“COMUNICAZIONE ALTERATA A LIVELLO MOLTO BASSO”

Per giungere a questo importante risultato, sono state analizzate e confrontate le immagini dell’attività del cervello, attraverso una risonanza magnetica, in 94 persone sane, e in 94 che invece sono malate di schizofrenia. Grazie a questo confronto visivo, si è scoperto che le aree della corteccia frontale, come appunto affermato dalla teoria più accreditata, non sono alterate, ma che le alterazioni della percezione iniziale del segnale avvengono e si riverberano sulle funzioni cognitive superiori. La prima autrice della ricerca Cécile Bordier, ha commentato che tale risultato fa chiaramente comprendere che «la comunicazione è già alterata ad un livello molto basso dell'elaborazione del segnale».

domenica 5 febbraio 2017

Il futuro: allo studio una interfaccia cervello-computer...



Un’interfaccia cervello-computer è riuscita a decifrare i pensieri di quattro persone incapaci di muovere anche gli occhi. E nonostante la loro condizione estrema hanno risposto di essere felici

di Cristina Marrone, 1 feb 2017

Leggere nel pensiero può sembrare cosa da fantascienza e forse (per fortuna) non si arriverà mai a farlo come ce lo immaginiamo. Ma qualcosa di simile potrebbe rivelarsi rivoluzionario per quei pazienti completamente paralizzati, definiti dalla scienza locked-in, letteralmente «chiusi» nel loro corpo. Non sono in grado neppure di muovere gli occhi, non possono comunicare in alcun modo con il mondo esterno. Ma sono coscienti, sono in grado di pensare e si presume desiderino farsi capire. Ora una nuova interfaccia cervello-computer è stata utilizzata per leggere il pensiero di quattro pazienti che hanno potuto rispondere a domande di base con un sì o con un no. Addirittura un padre, alla domanda della figlia se poteva sposare il suo amato, ha risposto no. Lo studio, pubblicato su Plo sBiology è stato condotto su pazienti malati di SLA da un team internazionale guidato da Niels Birbaumer del Wyss Center per la Bio e Neuroingegneria di Ginevra.

Come funziona

Da tempo la ricerca sta tentando di tradurre l’attività del cervello in segnali, oltrepassando il sistema nervoso danneggiato e i muscoli. Ed esistono vari sistemi di interfaccia cervello-computer per compiere semplici azioni come prendere un oggetto o mangiare una mela muovendo gli arti con la sola «forza del pensiero» o scrivere con la mente. Si è sempre pensato che i pazienti «locked-in» non avessero abbastanza capacità di concentrazione per utilizzare questo genere di sistemi. Ma questa nuova ricerca sembra dimostrare il contrario. Ai pazienti sono state poste alcune semplici domande di vita quotidiana e dovevano rispondere pensando per alcuni secondi «sì» oppure «no». Mentre i pazienti pensavano la risposta un computer rilevava le loro risposte misurando i cambiamenti di ossigenazione del sangue e di conseguenza il colore del sangue interpretando il segnale come un «sì» o come un «no». Le domande erano del tipo: «Il nome di tuo marito è Joachim?». Il sistema ha raggiunto una precisione del 75%. Le domande erano poste più volte per essere certi della risposta del paziente. In un caso, come detto, una figlia voleva la benedizione del padre totalmente immobile, prima di sposare il suo fidanzato. Ma otto volte su 10 la risposta è stata no. «Non sappiamo perché ha detto no - ha detto alla Bbc il professor Ujwal Chaudhary, uno dei ricercatori, ma naturalmente si sono sposati, nulla può mettersi in mezzo all’amore».

Pazienti «felici»

La sorpresa più grande per i ricercatori è stata che alla domanda «sei felice?» tutti e quattro i pazienti hanno risposto di sì. Il professor Niels Birbaumer, che ha guidato lo studio, spiega così la risposta affermativa: «Tutti e quattro avevano accettato la ventilazione artificiale pur di continuare a vivere. A una persona normale certe condizioni appaiono intollerabili, ma anche un piccolo miglioramento della qualità di vita come quello di poter interagire con i familiari per queste persone costrette all’immobilità è vissuto in modo molto positivo. Per questo credo che se questa tecnica potrà essere sviluppata potrà avere un grande impatto sulla qualità della vita di questi pazienti».

martedì 17 gennaio 2017

Integratori - o droghe - per la mente...



Le startup degli integratori. In California cinquant’anni dopo tornano gli psichedelici. Non per lo sballo, ma per lavorare di più e meglio

16 gen 2017

San Francisco. Cinquant'anni fa a San Francisco arrivava un pullmino variopinto battezzato Oltre, che portava in Alta California il gruppo dei Merry Pranksters, gli Allegri Burloni, guidato dall’autore di un certo successo editoriale, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Lui si chiamava Ken Kesey e col ricavato del libro, scritto rigorosamente sotto peyote, comprò il bus e partì per un viaggio coast to coast per spalancare occhi e recettori tramite Acid Test, con questa droga allora di nicchia ma legale, l’Lsd.

Era poco prima dell’Estate dell’Amore, e un giornalista già famoso, Tom Wolfe, era stato spedito in California perché sulla East Coast c’era lo sciopero dei poligrafici. Da quel reportage sarebbe nato un classico americano, "The Electric Kool-Aid Acid Test", dove si raccontava lo sgangherato road trip di questa band lisergica in cerca della condivisione universale, con incontri a base di Lsd nel succo d’arancia (il Kool-Aid in questione) ma anche di Hells Angels, di Grateful Dead, con una spruzzata d’Allen Ginsberg.

Era una grande stagione per questa droga già sperimentata dalla Cia e poi introdotta dal dottor Timothy Leary più a sud, in Messico. Oggi, cinquant’anni dopo, sulle stesse tratte si aggirano i Google bus che trasportano in Silicon Valley i travet creativi che progettano il futuro, ma sarà un caso o il genius loci tossico, comunque l’Lsd, insieme ad altre droghe e droghine più nerd, è tornato di gran moda.

Con usi e utente però molto differenti: qualche mese fa in città si è tenuto l’ennesimo meetup dell’associazione “San Francisco Peak Performance”, organizzata dal suo paladino George Burke, teorico del microdosing, che si traduce in quantità minime di Lsd. “Microdosing” è la parola d’ordine che senti ultimamente alle feste e alle cene, qui: ma non per sballare; per lavorare meglio.

A spiegare meglio il nuovo utilizzo dell’acido c’era sul palco una leggenda della psichedelia californiana, lo psicologo James Fadiman, già autore di una Psychedelic Explorer's Guide, secondo cui “il microdosaggio rende più creativi, più a proprio agio, meno soggetti a emicrania”. “Il microdosaggio significa prendere un decimo rispetto alle dosi classiche da sballo, appunto di Lsd” dice invece Burke al Foglio. “Chi lavora in Silicon Valley oggi cerca sostanze per ottenere performance migliori”.

“Possono essere integratori, smart drugs, si può andare dalla semplice caffeina alla vitamina B, a medicinali su ricetta come il modanafil, un farmaco utilizzato contro la narcolessia, alle microdosi appunto di Lsd. Con le microdosi non si ottengono gli effetti classici dell’acido, come lo sballo e le visioni, ma una miglior concentrazione, una miglior reattività”, ci dice Burke. “Una miglior connessione tra pensieri e parole”.

Pensieri e parole stanno ingenerando qualche timore però in Silicon Valley, che dovendo distinguersi non usa certo la coca come quei burini di Wall Street. “Credo che abbiamo un problema di droga” dice la dottoressa Molly Maloof, terapeuta e consulente medica di startup. “Molti imprenditori e manager per esempio prendono il Ghb per dormire. E sai perché non riescono a dormire? Perché hanno preso sostanze eccitanti durante il giorno. E per cosa? Per lavorare di più”.

Ma chi sono questi consumatori? “Persone che devono scrivere molto, organizzare molto, fare presentazioni, riunioni, telefonate, e che trovano il microdosaggio molto utile in queste attività”, spiega Burke (ma anche in altre attività usuranti come fare la moglie, come Ayelet Waldman, sposa californiana dello scrittore Michael Chabon che qualche settimana fa ha detto che il microdosaggio di Lsd ha salvato il suo matrimonio).

Chi non si spinge fino alla microdose o al Ghb, detto anche droga dello stupro perché mette una certa allegria tra le lenzuola, fa volentieri uso dei “nootropics”, cioè superintegratori non per il fisico ma per il cervello. “Nootropics” è una parola inventata nel 1972, sono sostanze a cavallo tra gli integratori e le droghe, perché alterano, migliorandole, le capacità cognitive. Un mix perfetto tra la vecchia cultura tossica e la nuova dei "supplements", che se finora hanno riguardato aminoacidi proteine vitamine per dimagrire o farsi più velocemente la tartaruga ora puntano finalmente sul cervello.

Ecco così una Silicon Valley tossicona ma medicalizzata, che va all'attacco di un mercato annuale, quello dei supplementi dietetici, che vale 121 miliardi di dollari in America; ma qui parliamo di diete molto speciali. Paladino dei “nootropics” è un signore che si chiama Dave Asprey e ha fondato un impero su questi nutrienti.

Asprey, che teorizza l’uso di modanafil, aniracetam e nicotina che si inietta coi cerotti da ex fumatori, ha coniato la definizione di “biohacking”, cioè di manomissione del corpo umano per farlo rendere di più. “E’ l’arte e la scienza di cambiare l’ecosistema intorno e dentro di te, per avere maggiore controllo sulla sua stessa biologia” ci dice ancora Burke con un lessico un po’ da figli dei fiori. Cinquant’anni dopo però a nessuno qui interessa lo sballo, si perde solo tempo e ci sono i mutui e le Tesla da pagare.

Saliamo dunque al decimo piano di un palazzone di vetro nel centro di San Francisco, non lontano dagli uffici di Twitter e Uber, arriviamo all'ufficio 1025 per andare a rendere omaggio alla "startup più hot della Silicon Valley" secondo il Time. Si chiama Nootrobox, tra i suoi investitori ci sono Andreessen Horowitz, leggendario fondo di investimento, una Mediobanca siliconvallica, e Marissa Mayer, numero uno di Yahoo. Aristocrazia siliconvallica, insomma.

Nootrobox secondo quello che si dice in giro è la “pusher” di droghe legali per i meglio unicorni della valle. Di sicuro è un caso raro di startup appena nata ma con i conti in attivo. L’ufficio, però, una gran delusione, ci si aspettava una mansion tipo almeno uffici di Vice a Milano, atmosfere da Bret Easton Ellis, invece è un ufficietto piccolo vagamente fantozziano, che guarda su North Beach e i suoi antichi fasti beat con la libreria di Lawrence Ferlinghetti.

I cinque ragazzi che smanettano dentro, tutti sotto i trent'anni, coi loro computer Mac, difficilmente sapranno chi è; ma rispetto al consueto interior decoration startupparo non ci sono neanche i soliti dispenser di merendine: alle pareti invece libri di neurologia e biochimica, e quintali di barrette e barattolini, è una via di mezzo tra un ambulatorio e la cassa di un Autogrill.

Ci viene incontro Geoffrey Whoo, il ceo, 28 anni, ha un misterioso strumento nero Motorola in mano, che controlla continuamente; essendo nella startup più fica della Silicon Valley ci aspettiamo qualunque cosa (forse è un vecchio telefono ipervintage, o un registratore per registrare l’intervista). Ci sediamo.

“Col mio cofounder ci siamo conosciuti a Stanford, studiavamo entrambi computer science” dice Geoffrey, origini asiatiche, nato a Los Angeles, molto a suo agio, poco nerd. Mentre era appunto a Stanford ha inventato un localizzatore Gps che ha venduto poi a Groupon per decine di milioni. Il cofounder Michael Brandt, 28 anni pure lui, invece è biondo e viene da Chicago, è stato subito preso nel programma Assistant Product Manager di Google, una specie di Circolo della Caccia qui.

“Siamo la prima generazione di informatici non sfigati”, mi dice convinto Woo, che non ha per niente l’aria da spacciatore. “Quel film, The Social Network, ha cambiato tutto. Prima i migliori di noi andavano a Wall Street, ora tutti vogliono studiare informatica”. Loro nello specifico sono due fieri biohackers. Ma che vuol dire? “Mettiamola così. Pensa all'iPhone.

L’iPhone è lì da dieci anni, le dimensioni sono più o meno quelle, ma è stato migliorato e perfezionato rispetto alla versione iniziale, si è lavorato sulle sue funzioni, migliori fotocamere, che hanno reso possibile Instagram, gps che ha reso possibile Uber. Come imprenditore insomma mi sono reso conto che sulla tecnologia non c’era più niente da migliorare, andava trovato un altro campo d'azione da migliorare". Nello specifico, "il corpo umano”, e il luogo dove risiede il suo sistema operativo, cioè il cervello: “io lo definisco approccio ingegneristico al corpo umano, testarlo ed ottimizzarlo” (nel frattempo continua a controllare l’affarino nero).

Il business di Nootrobox, come insinua la parola, è una scatola: un pacco di farmaci che al prezzo di 135 dollari al mese ti arriva direttamente a domicilio. È uno Spotify della pillola, con un packaging molto Apple. Apriamo la scatola nera di cartone, l’interno è bianco, sembra quella di un iPhone 7 solo che dentro ci sono dei vasetti di pillole invece che un telefono. Anche i nomi sono molto Apple: al mattino devi prendere la pillola che si chiama "Rise", la sera per dormire "Yawn", a metà pomeriggio "Sprint".

Dentro, una quantità di sostanze: nel Rise c’è una tale bacopa monnieri, una rhodiola rosea e una a-GPC. In Sprint c’è invece caffeina, L-theanina e vitamina B, che dovrebbe garantire 4 ore di concentrazione (va preso alla bisogna, agisce entro mezzora, l’abbiamo provato per scrivere questo articolo); nello Yawn, melatonina, L-teanina, glicine e magnesio citrato che dovrebbe garantire 8 ore di sonno - “io non metto mai la sveglia, mi sveglio dopo otto ore perfettamente riposato”, dice Woo, mentre avvicina lo strumento nero al braccio, e a quel punto non si resiste e si chiede cosa sia mai; “oh, è un misuratore di glicemia Bluetooth, niente di che”. “Sai, sono tre giorni che non mangio”.

Come non mangia? “Ah, sì, qui dentro nessuno mangia da tre giorni. L’ultimo pasto l’abbiamo fatto domenica sera. Stiamo benissimo, stai molto meglio sai, molto più focused, concentrato. Seguiamo infatti la dieta delle 60 ore, cioè ogni settimana facciamo 60 ore di digiuno. Gavin invece fa la 23:1”. Al digiuno non si era preparati. Cerchiamo di capire. Chi è Gavin, e cos’è la 23:1? "Chiediglielo tu". Andiamo allora nell’altra stanzetta, Gavin è un ragazzotto mulatto dall’aria molto sana, “ex atleta al college”, dice Woo, e Gavin che qui si occupa del servizio clienti tutto fiero dice che fa solo un pasto al giorno, e nelle 23 restanti ore niente, neanche un boccone di pane.

E la mattina? “Un bel bicchiere d’acqua, e le mie pillole!”. Gavin sta benissimo, naturalmente, va in palestra e prende una quantità di integratori. (Forse questo digiuno semitossico funziona veramente, i ragazzi rispondono alle email in trenta secondi, alla richiesta di intervista, “certo vieni tra mezz’ora”). Woo ci spiega meglio: “le nostre abitudini alimentari, sono tutti condizionamenti dell’industria. Siamo abituati a fare tre pasti al giorno. Ma non è sempre stato così. Nell’antica Roma si mangiava una volta sola. Sono le aziende alimentari che hanno interesse a farci mangiare sempre di più. Anche il mito della prima colazione: pensa agli interessi dell’industria dei cereali!”.

Così allora adesso loro digiunano tutti insieme, “è diventata una cosa comunitaria, anche molti nostri clienti stanno cominciando a digiunare. Il nostro stile di vita non è mai naturale, dipende tutto dalle rivoluzioni industriali, pensa a quanto sport e quanta palestra si fa oggi, e trent’anni fa nessuno si sognava, si facevano ancora lavori manuali. Oggi si lavora praticamente solo col cervello, ecco perché dobbiamo renderlo più performante”.

Così, tra un digiuno e l’altro, per rendere performante questo nostro vecchio sistema operativo i due startupper-pusher spediscono ogni mese lo scatolone di pillole a 20.000 clienti tra cui vipponi siliconvallici (“non posso certo dire i nomi, ma ci sono molte persone che avrai visto in televisione”) e pure nel resto degli Stati Uniti.

Ma è legale? “Beh, con gli investitori che abbiamo noi non possiamo certo metterci a spacciare sostanze proibite”, dice Woo, anche se “il confine tra legale e illegale sta diventando sempre più labile, e se un alieno scendesse sulla terra non si capaciterebbe di come vengono trattate certe sostanze: l’alcol è legale, l’MDMA che fa meno male è illegale; la marijuana è illegale in molti stati mentre le sigarette sono legali e ai bambini danno l’Alderall che è pura anfetamina”.

“Tutto questo probabilmente cambierà” riflette Woo. “La marijuana probabilmente sarà l’apripista per uno sdoganamento graduale delle droghe, la chetamina, l’MDMA”, dice. “Sai, qui in Silicon Valley le persone sperimentano un po’ di tutto, Ghb non ne ho mai visti sinceramente però le microdosi di LSD per lavorare sì, ne conosco tanti. Ma se guardi alla tossicità, l’Lsd fa molto meno male dell’alcol”.

Ma gli startupper-pusher fichetti non vogliono certo finire in galera e poi hanno azzeccato il marketing giusto: come Apple ha soppiantato gli smanettoni e reso sottili ed eleganti i computer, così loro rendono l’essere nootropicali un’esperienza esteticamente rilevante: il loro sito è bellissimo, l’interno della scatola nera è super hipster con la sagoma di un bagaglio e dentro delle cuffie, degli occhiali, è un bell’oggetto, i barattoli sono di vero vetro.

E poi ecco il loro bestseller, si chiamano Go Cubes e sono chewing gum di caffè in tre gusti (caffè, latte, cappuccino), che hanno vinto il premio di miglior prodotto al South By Southwest, fondamentale festival dell’innovazione che si tiene ogni primavera in Texas. I Go Cubes racchiudono cinquanta milligrammi di caffeina, che però è a lento rilascio, più L-teanina, un amminoacido contenuto nel tè verde, vitamina B3, B6 e B12, più altri ingredienti incomprensibili che ne fanno una specie di Pocket Coffee-Frankenstein che promette mostruosa concentrazione.

“Non volevamo sembrare dei freak che vanno in giro a smerciare pasticche. Un chewing gum è molto più accettato” dice Woo. I pocket coffee per startupper verranno commercializzati presto anche in tutti i negozi, non solo online.

“In cinque anni i nootropics faranno parte della dieta di ognuno di noi”, assicura. Varie startup hanno già richiesto questi chewing gum per distribuirli gratuitamente ai loro dipendenti. Così arriveranno in ufficio già concentratissimi dopo aver ruminato sul Google bus. E chissà cosa ne direbbero i loro antenati, quegli Allegri Burloni che sul loro pullman psichedelico volevano solo sballarsi.

lunedì 14 marzo 2016

"Brain Project": la mappatura del cervello umano



Dal 14 al 20 Marzo si celebra in tutto il mondo la settimana dedicata al nostro organo più importante, che fa di noi animali tanto diversi rispetto agli altri perché “senzienti”. 
Le potenzialità ed i problemi del nostro cervello, che impattano sulla mente e sul corpo: il tempo è essenziale, quanto prima si interviene meglio si affrontano le malattie neurologiche



Tre miliardi di dollari in dieci anni per mappare il cervello: questo il Brain Project lanciato da Obama. A cui ha risposto l’Unione Europea col finanziamento di 1.200 ricerche, per 1 miliardo e 900 milioni di euro. Si cercano i meccanismi che governano quest’organo, e lo sviluppo di nuovi farmaci in grado di arrestare o curare i veri flagelli del prossimo futuro, le malattie neurodegenerative. 

Ma bisogna fare presto: in Italia quasi un milione di malati d’Alzheimer, un numero imprecisato di chi soffre di demenza senile, e poi 300mila con la malattia di Parkinson, 70mila con sclerosi multipla... “Il fattore tempo è cruciale in medicina e, in particolare, in ambito neurologico. La rapidità e l’accuratezza dell’intervento neurologico, subito dopo la comparsa dei primi sintomi, consentono di ridurre o annullare i danni che spesso condizionano fortemente la qualità di vita dei malati.” 

Così il Prof. Leandro Provinciali, Presidente della SIN, la Società Italiana di Neurologia. 
Ed al tempo è dedicata l’edizione di quest’anno della Settimana del Cervello. Dal tempo che ci si mette ad intervenire si decide ad esempio la prognosi dell’ictus ischemico in fase acuta: la combinazione di trombolisi sistemica e trombectomia meccanica, sono trattamenti tanto più efficaci quanto più sono tempestivi. In particolare, la trombectomia meccanica dovrebbe essere eseguita entro le 6 ore dall’esordio dei sintomi. In questa ottica, è stato introdotto il concetto di ritardo evitabile, ovvero l’efficienza organizzativa del percorso clinico del paziente con ictus acuto. E l’esigenza di rivedere la tempistica assistenziale dei pronto soccorso. Il tempo che passa e le alterazioni che produce sul cervello sono molto evidenti anche nella malattia di Alzheimer, che si manifesta con disturbi iniziali di memoria episodica, cioè della capacità di ricordare eventi legati ad un preciso riferimento temporale, cui si associano nel corso del tempo disturbi del linguaggio, dell’orientamento, delle capacità di ragionamento, critica e giudizio, con perdita progressiva dell’autonomia funzionale. 
Con il termine demenza si intende proprio la perdita di autonomia, mentre per descrivere i disturbi iniziali di memoria, con autonomia interamente conservata, si parla di disturbo cognitivo lieve o “Mild Cognitive Impairment (MCI)”. 

Questa condizione, diagnosticabile con opportune valutazioni neuropsicologiche, spesso precede di alcuni anni la demenza vera e propria. Sappiamo inoltre che il processo patologico che colpisce il cervello e che è responsabile della manifestazione clinica di MCI e poi di demenza precede di vari anni queste condizioni cliniche. Ancora il tempo, e la capacità di intercettarne i danni, alla base del processo neurodegenerativo che porta alla Malattia di Parkinson: inizia molti anni prima della comparsa dei sintomi motori e spesso, durante questa lunga fase, possono essere presente manifestazioni non motorie. Scoperte recenti che hanno una notevole rilevanza, perché se si riuscirà a individuare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia si potrà intervenire precocemente con farmaci neuroprotettivi. Ancora: la Sclerosi Multipla. Una malattia che oggi è relativamente agevole identificare, se si è in grado di interpretare i sintomi specifici e gli esami di laboratorio, dalla Risonanza Magnetica all’esame liquorale alla neurofisiologia, che dimostrano l’interessamento diffuso su base autoimmune del sistema nervoso. Se si inizia precocemente una terapia, c’è un minor accumulo di disabilità e una maggiore autonomia. Al contrario, ritardare l’inizio di una terapia, può essere responsabile della comparsa di disturbi non più reversibili e recuperabili. Comprendere in tempi brevi che la terapia effettuata non è pienamente efficace e, quindi, cambiare la cura utilizzando strategie terapeutiche più incisive, può essere cruciale per mantenere condizioni di salute compatibili con una vita pressoché normale.

mercoledì 27 gennaio 2016

Non è detto che l’uomo sia l’ultimo passo dell’evoluzione...

Da La Stampa

Il ricordo dell’amico Tomaso Poggio, fisico del Mit

di Francesco Rigatelli





Un maestro, un collega, un compagno di vacanze in Liguria.
Questo è stato negli anni l’informatico appena scomparso Marvin Minsky (New York, 9 ago 1927 - Boston, 24 gen 2016; padre dell'intelligenza artificiale) per il fisico Tomaso Poggio, direttore del «Brains, minds and machines» del Mit di Boston, il centro dove si punta a replicare i meccanismi del cervello per i robot. 

All’inizio eravate come maestro e allievo? 

«La prima volta che lo incontrai, nel 1973, lavoravo ancora al Max Planck Institute di Monaco di Baviera. Abituato alla formalità degli scienziati tedeschi, mi colpì Minsky in scarpe da ginnastica e con una cintura di corda costruita da solo. Ero poco più che studente, ma mi tenne a parlare per ore e mi accompagnò pure in albergo con la sua macchina scassata». 

Poi avete lavorato insieme? 

«Il mio primo posto al Mit, dove mi sono trasferito anni dopo, è stato il laboratorio sull’intelligenza artificiale da lui fondato. Nacque subito un’amicizia. Tra l’altro, mi capitò di occupare un ufficio che era stato suo. Anche le nostre mogli si conobbero e facemmo delle vacanze insieme a Levanto in Liguria». 

Che tipo era Minsky? 

«Amichevole e geniale. Sia lui sia sua moglie, un medico, erano stati bambini prodigio. Io mi sentivo come un ex allievo divenuto collega. Lui mi sembrava un bambino che giocava con le idee, un innamorato della scienza e del problema dell’intelligenza. Ha mantenuto fino all’ultimo quell’atteggiamento. Disponibile a discutere con tutti e tenero con i più piccoli, perché si era sempre sentito uno di loro, un bambino». 

Cosa la colpiva dei suoi studi? 

«Quella grande indagine sulla natura dell’intelligenza del saggio “The society of mind”: può essere considerata una moderna filosofia sociale sull’unione delle intelligenze e il primo sguardo di uno scienziato su un sistema di calcoli fattibili da un cervello o da una macchina». 

E il dibattito odierno sull’intelligenza artificiale e sulle paure che evoca? 

«Il libro “Perceptors” è un’analisi sulle reti neuronali che va proseguita. Funzionano i sistemi di riconoscimento vocale o di visione, come le auto che guidano da sole, ma non c’è un sistema completamente intelligente, capace di replicare la coscienza umana». 

Ci sarà un giorno? 

«Non è detto che l’uomo sia l’ultimo passo dell’evoluzione. È possibile che i robot ci rimpiazzino come specie dominante, ma il vero rischio a breve sono i posti di lavoro».

mercoledì 23 dicembre 2015

Un articolo di Nature su 9 falsi miti della medicina (e non solo)

Da greenMe.it
9 FALSI MITI DELLA MEDICINA SECONDO NATURE
di Francesca Biagioli, 23 dic 2015



Vediamo quali sarebbero questi 9 miti (redatti da Nature intervistando diversi medici e scienziati) che la rivista definisce falsi e pericolosi
Per quelli che ci riguardano più da vicino (antiossidanti e medicina omeopatica) abbiamo chiesto il parere di un esperto.


1) LA DIAGNOSI PRECOCE AIUTA IN TUTTI I TIPI DI TUMORE


Siamo abituati a sentir dire che può aiutare molto in caso di tumore fare degli screening periodici in modo tale da avere una diagnosi precoce e in questo modo fronteggiare meglio la malattia e avere più probabilità di sconfiggerla sul nascere. Secondo Nature però questo sarebbe sbagliato, almeno nel caso di alcune tipologie di cancro. 
Gli screening regolari potrebbero essere utili solo per il rischio di tumori come quello al polmone, alla cervice e al colon, ma non in tutti gli altri casi come ad esempio il cancro alla tiroide o alla prostata. Questo perché alcuni tumori porterebbero alla morte, indipendentemente dal momento in cui vengono rilevati e trattati. 
Nel frattempo però, lo screening precoce aggressivo, ha un gran numero di effetti negativi sulla salute.

2) RADICALI LIBERI VERSUS ANTIOSSIDANTI

Tutti sappiamo che l’invecchiamento è causato dai radicali liberi, molecole reattive che si accumulano nel corpo come sottoprodotti del metabolismo e portano a danni cellulari. Gli antagonisti dei radicali liberi sono invece gli antiossidanti, molecole in grado di neutralizzarli e che di conseguenza vengono considerate buone per la salute umana. Ecco allora fiorire prodotti che promettono di frenare l’invecchiamento cellulare grazie alla presenza di sostanze antiossidanti come ad esempio la vitamina C e il betacarotene. Oggi, secondo Nature, la maggior parte dei ricercatori che lavorano in materia di invecchiamento concordano sul fatto che i radicali liberi possono causare danni cellulari, ma che questo sembra essere una parte normale della reazione del corpo allo stress. Non devono essere considerati quindi il male assoluto.
Abbiamo chiesto al dottor Alessandro Targhetta, medico chirurgo, cosa ne pensa di questa questione:
“L'invecchiamento fisiologico è dovuto a perossidazioni ovvero a formazione di radicali liberi, tossici per tutti i tessuti. Molte malattie, anche il cancro, sono spesso frutto di acidosi e quindi di ossidazioni. Ci alimentiamo con cibi antiossidanti per ridurre l'effetto dell'invecchiamento. Gli antiossidanti per ROS: in effetti si discute da tempo se siamo o meno efficaci. C'è chi li sopravvaluta come una panacea e chi no. I pareri sono discordi in merito. Qualcuno dice pure che facciano male. Personalmente li consiglio, basta non avere un cancro in atto o essere sotto chemioterapia perché in quel momento i radicali liberi ci aiutano a combattere il cancro”.
 3) IL CERVELLO UMANO E’ ECCEZIONALMENTE GRANDE
Il cervello umano è spesso considerato come l'apice di evoluzione di questo organo di cui ancora però dobbiamo conoscere tutte le potenzialità. Questa convinzione è dovuta al fatto che si ritengono eccezionalmente grandi le dimensioni del cervello rispetto al corpo umano e la sua densità di neuroni e delle cellule di supporto, conosciuti come glia. Secondo Nature però tutto questo non è vero. Il cervello umano è circa 7 volte più grande di quanto si ci possa aspettare da animali di dimensioni simili ma se si va a guardare le proporzioni anche topi e delfini le hanno uguali e gli uccelli addirittura più grandi. Il cervello umano è diverso da quello di altri primati per altre caratteristiche: l'Homo sapiens si è evoluto con una corteccia cerebrale estesa - la parte del cervello coinvolta nelle funzioni come il pensiero e il linguaggio - e cambiamenti unici nella struttura neurale e in altre aree del cervello.

4) SI IMPARA MEGLIO UTILIZZANDO LO STILE DI APPRENDIMENTO PREFERITO


Secondo il luogo comune si impara meglio se chi insegna sta utilizzando lo stile di apprendimento preferito dall’allievo. Uno studente che ama le dinamiche verbali, per esempio, presumibilmente imparerà meglio attraverso istruzioni orali, mentre chi ha una memoria di tipo visivo assorbirà meglio le informazioni attraverso la grafica e le immagini. Secondo Nature, però, ciò che si preferisce non è sempre un bene per l’allievo o adeguato per lui in quel determinato momento. Negli ultimi decenni, la ricerca sulle tecniche educative ha iniziato a mostrare che ci sono interventi che fanno migliorare l'apprendimento, tra cui quello di permettere agli studenti di riassumere o spiegare concetti a se stessi. E sembra che quasi tutti gli individui, salvo quelli con difficoltà di apprendimento, imparino meglio da una miscela di parole e grafica.
5) LA POPOLAZIONE UMANA STA CRESCENDO TROPPO ED E' LA NOSTRA CONDANNA
Il problema della sovrappopolazione preoccupa soprattutto per quanto riguardale risorse che nel giro di poco tempo potrebbero non bastare per tutti portando quindi una situazione di povertà e fame più generalizzata di quanto già non sia. Ma i ricercatori contattati da Nature sostengono che la popolazione umana non sta crescendo in modo esponenziale ed è improbabile che ciò accada anche in futuro. Oggi ci sono circa 7,3 miliardi di persone e si dovrebbero raggiungere i 9,7 miliardi entro il 2050. Tuttavia, le convinzioni che il tasso di crescita della popolazione porterà a un certo scenario apocalittico continuano ad andare di moda. E per quanto riguarda il cibo, secondo l'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura delle Nazioni Unite, il tasso di produzione alimentare globale supera la crescita della popolazione. C’è quindi cibo sufficiente a tutti anche se è mal distribuito, viene utilizzato come mangime per gli animali, per i carburanti o addirittura va perduto. Ecco perché, secondo gli scienziati di Nature, esiste ancora la fame nel mondo.

6) I VACCINI CAUSANO L’AUTISMO

Il tema dei vaccini, e in particolare quelli che vengono effettuati sui neonati, èun argomento sempre molto scottante che è tornato recentemente alla ribalta anche in Italia. Sempre più spesso vengono istillati dubbi che i vaccini possano essere tra le cause dell’autismo o, quanto meno, che in soggetti predisposti, abbiano la funzione di attivare questa patologia rimasta latente. Anche se ci sono alcuni rischi associati ai vaccini, la connessione con i disturbi neurologici è stata sfatata da diverse ricerche scientifiche. Nonostante questo però esistono in Italia delle sentenze che hanno dato ragione ai genitori che hanno chiesto risarcimento per i propri figli autistici.

7) IL PARACETAMOLO AGISCE ATTRAVERSO MECCANISMI NOTI

Il paracetamolo (acetaminofene), è uno dei farmaci più utilizzati perché considerato sicuro un po’ per tutti: bambini, donne incinte, ecc. Secondo il mito questo principio attivo agirebbe attraverso meccanismi noti. In realtà secondo Nature, anche che se è ampiamente utilizzato, ci sono solo idee e ipotesi su come questo e altri farmaci comuni realmente funzionano. Ma quindi ci sono anche dubbi sui reali effetti per le categorie di persone più delicate e a rischio?

8) CERVELLO E SISTEMA IMMUNITARIO SONO DUE MONDI SEPARATI

Si parla tanto negli ultimi anni del rapporto che c’è tra sistema immunitario e intestino ma poco invece viene considerato in questo senso il cervello. Secondo Nature le più recenti ricerche scientifiche hanno scoperto che il cervello ha le sue cellule immunitarie e un sistema linfatico che lo collega al sistema immunitario nel resto del corpo.

9) L’OMEOPATIA NON FUNZIONA

L’abbiamo sentire più volte: l’omeopatia è solo effetto placebo. Ne sono convinti tanti medici ma ce ne sono altrettanti che invece, considerando anche la loro esperienza sul campo, la considerano al contrario molto efficace. Secondo Nature non esistono comunque prove scientifiche che avvalorino la reale utilità di curarsi con le medicine omeopatiche. Nonostante questo tante persone in tutto il mondo, Italia compresa, continuano a scegliere l'omeopatia.
Ecco cosa ci ha detto in merito il dottor Targhetta, medico chirurgo e omeopata:
A periodi ben precisi ritornano questi inconsistenti attacchi all'Omeopatia. Ci sono decine di Metanalisi su centinaia di lavori scientifici pubblicati su prestigiose riviste scientifiche che avvalorano l'efficacia dell'Omeopatia, ma qui non le considerano! Considerano invece le Metanalisi (di parte!) dove si prendono i lavori fatti male e con risultati negativi per tirare bordate sull'Omeopatia.Sono in malafede e la gente che si cura con l'Omeopatia non ci fa più caso e così noi medici omeopati”.
Ma, almeno relativamente ad alcuni punti, dire che le ricerche scientifiche negano la fondatezza di tali convinzioni e pratiche fa sì che tutte queste cose che oggi possono essere considerate false lo saranno anche in futuro quando saranno affrontate magari sotto altri punti di vista o con nuovi parametri di analisi? C’è poi chi vede, dietro alcune affermazioni della lista di Nature, gli interessi di qualcuno. Voi che ne pensate?

domenica 22 novembre 2015

Lo sviluppo del linguaggio in un cervello artificiale.



È composto di due milioni di neuroni ed è stato realizzato in Italia. Sarà utilizzato per studiare i processi di sviluppo del linguaggio

11 nov 2015


Per ora ha "solo" due milioni di neuroni contro il miliardo circa di un cervello reale.  Ma Annabell ha ancora tanta strada da fare. 
Così, Annabell, è stato battezzato il primo cervello artificiale che ha imparato il linguaggio umano 'dialogando' con l'uomo a partire da zero, quando era cioè una vera e propria 'tabula rasa'. 

Descritto nella rivista Plos One, Annabell è stato realizzato in Italia, dal gruppo dell'università di Sassari coordinato da Bruno Golosio, in collaborazione con il gruppo dell'università britannica di Plymouth guidato da Angelo Cangelosi.

Annabell (Artificial Neural Network with Adaptive Behavior Exploited for Language Learning) è un modello cognitivo fatto di due milioni di neuroni artificiali interconnessi e permetterà di studiare in dettaglio i processi che, nel cervello, rendono possibile sviluppare una funzione complessa come il linguaggio. 
È un passo in avanti notevole, considerando quanto sia difficile studiare questi processi in un organo complicato come il cervello umano, formato da circa un miliardo di neuroni in comunicazione tra loro attraverso segnali elettrici.

"È una sorta di cervello artificiale sviluppato per capire come le nostre competenze linguistiche emergono dai processi neurali che avvengono nel nostro cervello", ha spiegato Golosio. Questo è soltanto il primo passo perché Annabell "crescerà". 
Le sue capacità possono infatti migliorare aumentando il numero dei neuroni, cosa che i ricercatori hanno intenzione di fare. Ma i possibili sviluppi sono ancora più ambiziosi perché questo cervello artificiale potrebbe diventare parte di un robot sofisticato, con vista e tatto, capace di localizzare oggetti nello spazio e di controllare i movimenti.

lunedì 19 ottobre 2015

Tra scienza e tecnologia: scenari futuri... Google Brain?

Da CorriereComunicazioni

Ma cosa c’entra Google-Alphabet con le psicopatologie?


di Marco Magrini, 17 ott 2015


Il gruppo californiano ha assunto un luminare per "affrontare la sfida delle malattie mentali". È la convergenza di scienza e tecnologia


Dopo 13 anni, Thomas Insel, direttore del National Institute of Mental Health americano, abbandona il servizio pubblico per passare all’industria privata. 
La notizia, di qualche settimana fa, sarebbe passata inosservata se Insel fosse andato a lavorare per qualche gigante farmaceutico, come Pfizer e Novartis, oppure per qualche astro della biotecnologia, come Amgen o Genzyme. 
Invece la notizia ha fatto rumore perché il neurologo, esperto di malattie mentali, è andato a lavorare per Google. Anzi, per Google Life Sciences, che è parte di  Alphabet, la nuova holding del gruppo di Mountain View.
Ma che c’entra Google con le psicopatologie? 
Una possibile risposta, l’ha data lo stesso Insel nella sua lettera di addio all’Institute of Mental Health: «La filosofia di Google è stata quella di affrontare problemi difficili con un impatto di dieci volte [rispetto al normale]. Io punto a colpire, dieci volte più intensamente, il problema della salute mentale». 
Così come Larry Page e Sergey Brin, hanno trasformato il web con il loro celebrato algoritmo, così la nuova Alphabet vuole trasformare il trasformabile. Cervello umano incluso.
La narrativa di «cambiare il mondo» è stata inaugurata molti anni fa da Steve Jobs, che attribuiva il pomposo obbiettivo già alle sue prime creature tecnologiche. Senonché, con la sequenza Mac-iPod-iPhone-iPad, c’è riuscito per davvero. Google, come dicevamo, ha bissato il successo. 
Al punto che quella narrativa è diventata parte della cultura internazionale dell’innovazione. La professano un po’ tutti, dalla cinese Xiaomi – l’astro nascente della telefonia cellulare – al business plan dell’ultima startup. Nel ventunesimo secolo però, il concetto – una volta epurato dalle esasperazioni (e dal marketing) – ha un senso. 
La contemporanea esplosione della tecnologia applicata alla scienza e della scienza applicata alla tecnologia, può oggettivamente moltiplicare le chance di impatti epocali sulla civiltà umana. 
Le frontiere della microelettronica, di big data, della genetica, della biologia sintetica, o delle neuroscienze a cui Google Life Sciences vuole dedicarsi, si stanno allargando e intrecciando così rapidamente che l’idea di moltiplicare per dieci l’impatto finale su prodotti e servizi non è poi così peregrina. Dopo Google News, i Google Glass e la futura Google Car, possiamo attenderci Google Brain?

mercoledì 15 aprile 2015

Cervello, scoperto l'interruttore che accende l'ansia


di Valeria Pini

Roma, 31 gennaio 2015

E' come un interruttore capace di 'accendere' o 'spegnere' ansia e paure. E' così che nascono fobie e stati emotivi che paralizzano le persone nei momenti più delicati della vita.Ora un gruppo di ricercatori del Cold Spring Harbor Laboratory ha esaminato come agisce questo meccanismo nei topi, ma anche il ricordo di questo stato d'animo che sopraggiunge quando si scatena il terrore. Lo studio, pubblicato su 'Nature', fa nuova luce sui processi alla base dei disturbi d'ansia.
Perché nei casi più gravi il timore si può trasformare in malattia e condizionare la vita delle persone. Stati ansiosi che ci impediscono di agire, 'paralizzano'. Sono quelle situazioni che spingono a non uscire di casa o a non prendere l'aereo. Tra i disturbi dell'ansia ci sono anche le fobie. In questo caso la paura è collegata a un oggetto specifico che può essere un animale, una situazione o un evento.
Secondo i ricercatori la paura è 'codificata' all'interno dei circuiti neuronali poiché "viene memorizzata in una specifica regione del cervello, l'amigdala centrale - spiega Bo Lì, autore dello studio - e attivata da una molecola già conosciuta, il Bdnf (Brain-derived neurotrophic factor)". Ad indagare per prima su questi fattori neurotrofici fu proprio la scienziata italiana premio Nobel per la Medicina Rita Levi Montalcini.
Il candidato al ruolo di 'nascondiglio delle ansie' era un gruppo di neuroni che si trovano nel nucleo paraventricolare del talamo (Ptv), una regione del cervello estremamente sensibile alle sollecitazioni e che agisce come sensore per le tensioni fisiche e psicologiche. Secondo gli scienziati la connessione tra amigdala e Ptv è il Bdnf, una cui mutazione è presente nei pazienti che soffrono dei disturbi d'ansia.
In effetti i ricercatori hanno verificato come l'aggiunta di Bdnf all'amigdala attivi i neuroni, innescando una risposta di spavento nei topi che non sono stati esposti a nessuno stimolo pauroso. Inoltre, il fattore promuove la formazione del ricordo dell'attimo di terrore vissuto. "Abbiamo stabilito - concludono gli studiosi - che il Bdnf è un messaggero chimico che permette al Ptv di esercitare il controllo sull'amigdala. Quindi il prossimo obiettivo è sviluppare un trattamento 'ad hoc' per i disturbi d'ansia".
In Italia 8 milioni di persone soffrono di stati d'ansia, mentre 4 lottano contro la depressione, altri 4 di problemi legati all'insonnia e oltre un milione soffre di disturbo post-traumatico da stress.