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martedì 4 febbraio 2020

Pensieri e parole dello scrittore indiano Amitav Ghosh



A Venezia abbiamo incontrato uno dei maggiori scrittori indiani contemporanei, ospite d’onore al 37esimo seminario della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri

di Giuseppe Fantasia, 31 gen 2020


Strana la vita, per tutti, anche per Amitav Ghosh, uno dei maggiori scrittori indiani contemporanei di lingua inglese che, dopo aver ambientato il suo ultimo libro, L’isola dei fucili (Neri Pozza, trad.ne di Ada Nadotti e Norman Gobetti), in una Venezia profeticamente sommersa dall’acqua alta, scegliendo come protagonista un commerciante di libri rari, viene invitato dove e da chi? Nella città lagunare, ovviamente – “una città che una volta cavalcava con orgoglio le onde come La Serenissima e ora sarebbe meglio chiamarla La Turbatissima” – ospite d’onore al 37esimo Seminario della Scuola Umberto e Elisabetta Mauri che si è svolto in quella suggestiva cornice che è la Fondazione Cini, sull’Isola di San Giorgio. Quattro giorni di incontri e laboratori incentrati sul rapporto tra tradizione e innovazione in una prospettiva fortemente connotata in senso internazionale alla fine dei quali, è intervenuto lui con una lectio dal titolo: “Imparare dal passato: i libri e il loro futuro in un’epoca di catastrofe”. Un tema, quest’ultimo, che lo scrittore ha già affrontato in molti suoi romanzi, in particolar modo ne La Grande Cecità, uscito nel 2016 sempre per Neri Pozza e considerato un classico della letteratura sui cambiamenti climatici.

“La paura – ci spiega, con chiaro riferimento anche alla collegata psicosi collettiva nata dall’espandersi del coronoavirus - è oggi il nostro sentimento dominante e ed è proprio per questo motivo che se vogliamo ritrovare la speranza, dobbiamo cercare di guardare al passato”. Sono molto felice di poter tornare a Venezia dopo esserci stato quarant’anni fa come giurato alla Mostra del Cinema e poi nel 2013 come ospite d’onore all’Università Ca’ Foscari”. “Venezia è anche la patria di Aldo Manuzio, il fondatore delle Edizioni aldine che, dopo Gutenberg, è probabilmente il più importante stampatore ed editore italiano di quegli anni. Tra le sue opere, c’è l’Hypnerotomachia Polyphilii che è uno degli esempi più belli di testi illustrati”.

Per secoli – continua - l’immagine ha continuato ad occupare un posto di tutto rispetto nella stampa e all’inizio del XX secolo l’inclusione di tavole illustrate in un libro era considerata un pregio. È stata la produzione in serie di libri a ribaltare i criteri di giudizio e a metà dello stesso secolo, il trionfo del testo era completo. Si pensi a Dickens, per cui era normale che le immagini fossero incluse in un romanzo, ma non a Joyce o a Hemingway che invece le detestavano.

Stando agli studi compiuti da Gosh, l’arte e la letteratura hanno seguito così delle strade separate e ogni scambio tra di loro ha finito “per essere considerato dannoso”. La tecnologia della stampa – aggiunge - ci ha portato dei vantaggi, ma ha anche rafforzato il “logocentrismo” di una civiltà che già in partenza lo era, facendo sì che per buona parte del XIX e XX secolo, le attività di lettura e visione siano state completamente separate. “Facendo affidamento solo sulla parola, spiega Ghosh, abbiamo finito per estromettere quasi del tutto le immagini. Ci siamo privati di una dimensione dell’immaginazione e della conoscenza che, al contrario, svolgeva invece un ruolo fondamentale nella produzione di Manuzio e molti suoi contemporanei”. Se si sfoglia il libro citato di Manuzio, infatti, quello che colpisce è invece il legame strettissimo tra parole e immagini che si interpretano reciprocamente in un sistema molto più complesso di quello attuale, basato esclusivamente sul testo.

Nel corso del tempo, è accaduto che libri di quel tipo hanno sostituito i testi miniati come standard per l’industria editoriale. I testi che includevano immagini non sono più stati più definiti miniati, ma sono stati descritti – ricorda Ghosh - quasi in modo peggiorativo, come “illustrati”. Nel ventesimo secolo gli scrittori più seri sarebbero inorriditi al pensiero di abbinare delle immagini ai loro testi: le parole dovevano essere isolate, come componenti supreme del pensiero e del significato.

“I tempi oggi sono cambiati”, spiega lo scrittore che tornerà presto nelle librerie con un libro che sarà la traduzione in versi di una leggenda delle Sundarban, la regione delle mangrovie che oggi è stata messa in pericolo dai cambiamenti del clima. “Uno degli effetti più paradossali di cambiamento climatico indotto dall’uomo chiamato spesso ‘Antropocene’, è che ha contemporaneamente intronizzato e rovesciato l’uomo. La nostra consapevolezza del fatto che l’umanità sia diventata un agente geologico è nata come risultato diretto del risvegliarsi di molti altri agenti, dell’atmosfera, dei mari, dei ghiacciai e dei venti, che ora ci colpiscono tutti come per dimostrare che sono più potenti di quanto una volta si immaginava.

Come possiamo rispondere noi a queste sfide, gli chiediamo, visto che siamo legati alla cultura della stampa? Tornare a pensare per immagini, come ho scritto nel mio saggio ‘La Grande Cecità’. Cinema e tv son stati più sensibili ai cambiamenti climatici rispetto alla letteratura proprio perché si occupano di immagini. Il libro di Manunzio, poi, suggerisce la possibilità di tornare a una forma di espressione in cui parole e immagini si illuminano a vicenda. La rivoluzione digitale, come dicevamo, ha reso più facile che mai abbinare parole e immagini, molti media hanno già in larga maniera sostituito la stampa come luogo principale di espressione ed è molto probabile che anche questo processo aumenti negli anni a venire. Sono eccitato dalle possibilità che l’unione di parole e immagini ha aperto agli scrittori, ma ciò che mi auguro è che la lettura torni ad essere quello che è sempre stata, cioè uno strumento formidabile per i rapporti tra le persone. Il libro continua ad avere il suo valore anche se quello stesso valore, oggi come oggi, si è spostato altrove: non risiede più nell’oggetto fisico o nel prodotto, ma si rivela nella rete di relazioni che il libro stesso è in grado di suscitare. Tra le conseguenze, a detta sua, anche il modo in cui si devono concepire le librerie, che non possono più concepirsi come negozi anche se specializzati. “Il modello a cui tendere è quello delle gallerie d’arte, luoghi che le persone frequentano per incontrarsi, confrontarsi ed essere informati su quello che accade in un determinato contesto e nel mondo intero. Siamo in un’età dell’ansia, quindi se ci incontriamo con gli altri, possiamo vincerla e con essa abbattere la solitudine. Le librerie – ci dice prima di salutarci - offrono da questo punto di vista un’esperienza umana e sociale in un mondo disumano e sempre più distopico. Chi ci va, ha bisogno di un consulente, anche perché il futuro distopico è ora, non dimentichiamolo”.

mercoledì 15 aprile 2015

Cervello, scoperto l'interruttore che accende l'ansia


di Valeria Pini

Roma, 31 gennaio 2015

E' come un interruttore capace di 'accendere' o 'spegnere' ansia e paure. E' così che nascono fobie e stati emotivi che paralizzano le persone nei momenti più delicati della vita.Ora un gruppo di ricercatori del Cold Spring Harbor Laboratory ha esaminato come agisce questo meccanismo nei topi, ma anche il ricordo di questo stato d'animo che sopraggiunge quando si scatena il terrore. Lo studio, pubblicato su 'Nature', fa nuova luce sui processi alla base dei disturbi d'ansia.
Perché nei casi più gravi il timore si può trasformare in malattia e condizionare la vita delle persone. Stati ansiosi che ci impediscono di agire, 'paralizzano'. Sono quelle situazioni che spingono a non uscire di casa o a non prendere l'aereo. Tra i disturbi dell'ansia ci sono anche le fobie. In questo caso la paura è collegata a un oggetto specifico che può essere un animale, una situazione o un evento.
Secondo i ricercatori la paura è 'codificata' all'interno dei circuiti neuronali poiché "viene memorizzata in una specifica regione del cervello, l'amigdala centrale - spiega Bo Lì, autore dello studio - e attivata da una molecola già conosciuta, il Bdnf (Brain-derived neurotrophic factor)". Ad indagare per prima su questi fattori neurotrofici fu proprio la scienziata italiana premio Nobel per la Medicina Rita Levi Montalcini.
Il candidato al ruolo di 'nascondiglio delle ansie' era un gruppo di neuroni che si trovano nel nucleo paraventricolare del talamo (Ptv), una regione del cervello estremamente sensibile alle sollecitazioni e che agisce come sensore per le tensioni fisiche e psicologiche. Secondo gli scienziati la connessione tra amigdala e Ptv è il Bdnf, una cui mutazione è presente nei pazienti che soffrono dei disturbi d'ansia.
In effetti i ricercatori hanno verificato come l'aggiunta di Bdnf all'amigdala attivi i neuroni, innescando una risposta di spavento nei topi che non sono stati esposti a nessuno stimolo pauroso. Inoltre, il fattore promuove la formazione del ricordo dell'attimo di terrore vissuto. "Abbiamo stabilito - concludono gli studiosi - che il Bdnf è un messaggero chimico che permette al Ptv di esercitare il controllo sull'amigdala. Quindi il prossimo obiettivo è sviluppare un trattamento 'ad hoc' per i disturbi d'ansia".
In Italia 8 milioni di persone soffrono di stati d'ansia, mentre 4 lottano contro la depressione, altri 4 di problemi legati all'insonnia e oltre un milione soffre di disturbo post-traumatico da stress.