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giovedì 30 aprile 2020

Sul tema della Didattica a Distanza...



di Antonio Fundaro, 25 mar 2020

La valutazione. Questa benedetta e sempre problematica valutazione che, volente o nolente, è l’elemento che, più di altri, caratterizza un percorso formativo, segna il successo e determina l’insuccesso, di ogni percorso educativo.

Ancor più quando questa è costretta a ritagliarsi uno spazio nuovo, ma sempre autorevole, in un momento storico, tanto complicato quanto ancora imprevedibile nel suo dipanarsi. Esserci e come? Misurare e quanto? Rimanere ai margini o continuare a vivere la poliedricità del suo ruolo ma con l’accortezza di scivolare addosso a questo nuovo costume senza alterarne la bellezza e la delicatezza? Convincere gli alunni o appagare i docenti? 
Perché la vera scommessa è, in verità, far comprendere, principalmente ai docenti, non tanto ai discenti o ai loro genitori, che essa è da intendersi come articolazione diversa da quella che sottendeva all’insegnamento, per così dire, tradizionale, in classe, insomma!

Perché, inutile negarlo, la valutazione della qualità di un percorso formativo assume ininterrottamente una ragguardevole importanza e, congiuntamente, ugualmente difficoltà di genere diverso. E questo problema, oggi, è fortemente più sentito, nella scuola che cerca di ritrovare se stessa nella tecnologia e nel digitale. Una scuola che è fatta di tanta buona volontà, ma anche di tanta arrendevolezza e incapacità di andare al passo con i tempi (la classe docente andrebbe rinvigorita, sfoltendola dai retaggi della scuola della metà del secolo scorso). Perché se bisogna valutare percorsi di formazione a distanza la cosa diventa più complessa e la prima battaglia da vincere è quella sul fronte degli insegnanti che parlano ancora di programmi, di orario di servizio, di compiti, di discipline più o meno importati, addirittura, in questa fase delicata della vita del Paese e della scuola di “note disciplinari” per recuperare forme altre di dispersione, quelle che, giustamente dovrebbero essere chiamate come “dispersione digitale”. Ma, di questa, stavolta, i responsabili siamo noi: la scuola, la democrazia digitale, l’incapacità di essere coinvolgenti, la capacità di misurare il tempo e di vivere questo nuovo spazio.

Nel caso della formazione a distanza, difatti, si associano aspetti e effetti congiunti al potenziale particolare di questo modello di formazione. Siamo davanti ad un settore nel quale le nuove tecnologie hanno immesso trasformazioni concreti, cambiando quello che è il modello (per carità, caro a molti, ma da solo, incapace di cambiare la scuola italiana) della didattica tradizionale, contraddistinto soprattutto da un’attività didattica in aula, alla presenza degli alunni, con un insegnante che, non me ne vogliano i docenti, ancora “distribuisce conoscenze” lungo un unico e immutabile asse direzionale (a di là delle belle paroline recitate nei documenti ufficiali), avviando un nuovo modello d’insegnamento e di apprendimento che tiene in giusta considerazione le nuove necessità del mondo attivo e del lavoro (gli alunni si misureranno con altro, dopo al scuola), che replica alle caratteristiche di efficienza e di elasticità spaziale ma anche temporale e che considera le abilità e i necessità del singolo alunno (l’individuo, il cittadino, del domani) e delle organizzazioni che mutano. In questo mondo, nella nostra Italia, indebolita dal COVID-19 ma non dalla sua grande storia culturale, entra in gioco la formazione a distanza che negli ultimi anni ha subito un notevole sviluppo, anche in risposta consequenziale all’inarrestabile sviluppo tecnologico e multimediale con particolare attenzione all’e-learning che si serve dei vantaggi offerti dalla telematica.

Le parole chiave

Quali sono, dunque, le parole chiave che contraddistinguono l’e-learning? 
Innanzitutto, blended, poi flessibilità e partenariato. Ma, in particolare, blended.

Blended nel suo significato più puro, ovvero mescolato, miscelato che pone in luminosità la necessità, per comprendere la proposta costruttivista dell’apprendimento e, così, potere replicare alla difficoltà odierna che è quella di rimescolare e perfezionare in modo armonioso fondamenti che sono diversi. E la diversità si ha sia in termini logistici che tecnici, sia sul versante delle strategie didattiche che su quello delle figure coinvolte. Riguardo alle nuove tecnologie e al loro utilizzo nell’ambito formativo, molti rimangono i problemi aperti mancando, possiamo dirlo ancora con assoluta certezza, studi in grado di esaminare l’efficienza dell’e-learning e, congiuntamente, di valutare tale ambito di formazione sia per ciò che riguarda i risultati ottenuti, che per quanto interessa, invece, i processi che sono posti in atto. Però, accedere al campo della valutazione della formazione diviene un percorso assai complesso.

Criteri di valutazione degli apprendimenti

Non dimenticando mai, nel caso specifico di questa tormentata virata verso la FaD, che esiste una progettazione curriculare per competenze, d’inizio d’anno, sarebbe necessario, a partire da quella e senza stravolgimento alcuno, puntare a un sistema di valutazione in grado di evidenziare gli aspetti che necessitano di verifica (sia per i singoli studenti che per il gruppo Fad o parte di esso) puntando agli strumenti digitali o tecnologici e ai criteri della valutazione. Verificando, in primis, gli apprendimenti individuali (grande attenzione, in questo caso, andrebbe data all’autovalutazione, ciò permetterebbe, allo studente, di comprendere il livello di apprendimento raggiunto), e poi gli apprendimenti in gruppo. Sì, perché anche quelli, nonostante la FaD, vanno verificati servendoci di una valutazione complessiva del lavoro realizzato dal gruppo “classe virtuale”. In particolare, si dovrebbe tenere conto non dello squallore contenutistico disciplinare (per carità utile anche quello, ma non prioritario, in questo momento storico e in questa scelta didattica) quanto piuttosto della qualità della discussione nel forum o nei forum della piattaforma, della capacità mostrata nella riflessione critica e nella capacità di annodare collegamenti, nonché, ad esempio, nella chiarezza espositiva, nella maturità storica della scelta.

Quante cose valutare!

Nella FaD ci sono un numero di cose che bisogna valutare superiore, molto di più, rispetto a quelli che sono i corsi tradizionalmente intesi. Ciò, evidentemente, è dovuto al fatto che la formazione FAD è maggiormente flessibile ed è in grado, nonostante il Coronavirus, le difficoltà degli alunni ad essere raggiunti, di fornire una infinità ampia di stimoli e, principalmente, di situazioni. Nella formazione a distanza, anche se può non piacere, non gratificare totalmente l’insegnante in cerca, talvolta, d’un palcoscenico da calcare, c’è il superamento della struttura statica; si attua (direi, si concretizza) la più ampia libertà nel tracciare la propria strada di studio assai più e assai meglio individualizzato. In rete, l’insegnante diventa, forse, più marginale, ma si impadronisce del ruolo, sempre significativo, di tutoring. Cosa che, nella scuola delle competenze, assume una rilevanza maggiore perché lega il docente (apparentemente spaesato, privato dell’aula e del vociare, della lavagna e della LIM) ad una molteplicità di competenze.

Valutare come verificare

Nella Formazione a distanza, valutare non è più e non è solo solamente verificare la connessione tra le scelte progettuali, i contenuti e i metodi con quelli che sono gli obiettivi dell’azione educativa, bensì ugualmente monitorare, nel suo svolgersi e nel suo attuarsi quotidiano, il movimento della condotta formativa, per desumere indicazioni regolari in grado di consentire la ri-taratura e/o la flessibilizzazione della stessa azione.

Data la complessità e la ricchezza delle classi virtuali, la valutazione acquisisce connotazioni specifiche. Mason, che certamente non sta vivendo questo momento storico, aveva condotto già sul finire del secolo scorso, analisi si diversi interventi formativi e aveva centrato il suo interesse sull’utilizzo di diverse metodologie e di diversi strumenti per effettuare la valutazione, rimarcando quanto fosse importante che ci fosse un bilanciamento fra le verifiche fondate su aspetti quantitativi (ad esempio il numero e la ripartizione di messaggi nelle diverse aree) e qualitativi (ovvero, il contenuto dei messaggi). Una quantità smisurata di opzioni e di metodologie tecniche potrebbero aiutare: l’intervista, il questionario, l’analisi statistico quantitativa dei messaggi, lo stesso esperimento empirico o, piuttosto, l’analisi dei contenuti delle interazioni in rete o, infine, il diario dei partecipanti”.

Quali dimensioni ha la partecipazione nel processo di valutazione?

È necessario, dunque, che le scuole, si dotino, tutte, di uno strumento il cui compito sia quello di concludere, meglio definire, una valutazione, credibile e accettabile, dei singoli alunni e del processo, prioritariamente. A nostro avviso è necessario puntare, con velocità e con assoluta convinzione, su modelli semplici. In primis, individuare, nelle riproduzioni degli scambi comunicativi, i diversi blocchi omogenei di informazione. Ma prima di tutto è necessario pianificare le risorse dello studio.

Pianificare le risorse dello studio: il Timesheet come lotta alla “dispersione digitale”

Pianificare le risorse dello studio vuol dire misurare il tempo impiegato per ogni attività. Cosa complicata di questi tempi. Tempi nei quali gli insegnanti sono più impegnati a rincorrere le loro paturnie, i loro esercizi, la scansione dei loro ritmi, i loro orari, le loro lunghissime ed estenuanti lezioni, piuttosto che le necessità dei loro alunni, i loro di ritmi, le loro di preoccupazioni. Nonostante tutto è fondamentale e imprescindibile la pianificazione delle risorse dello studio. Il Timesheet dovrebbe fungere, in questo senso, da garanzia al processo di gestione delle informazioni. Processo che, inevitabilmente, dovrà ricadere all’interno della sfera dell’Enterprise resource planning, il cui acronimo è ERP e possiede un alto valore aggiunto che potrà essere dato alla scuola.
Il Timesheet semplice e complesso

Abbiamo vari tipi di Timeshetun: semplice foglio di calcolo o foglio word realizzato con tabella, dove è indicato generalmente:
- la data
l’ora
i dati dell’alunno compilatore
- il tipo di attività svolta
- il cliente destinatario dell’attività
 
Se si volesse scegliere un Timesheet più complesso andrebbero raccolte un numero maggiore di informazioni:
- la data di inizio della lezione;
- la data di assegnazione del compito da parte del docente;
- la data di inizio compito;
- il nome di eventuali altri compagni partecipanti al gruppo;
- l’importanza della consegna (dipende dalla priorità di velocità);
- lo stato della consegna;
- l’eventuale partecipazione di altri docenti (il caso delle UDA);
- il luogo virtuale/fisico di svolgimento della prestazione;
- il tempo dedicato agli spostamenti.

Dal Timesheet al diario di bordo degli alunni per la FAD: una scelta vincente contro la dispersione digitale

Verificata l’importanza del Timesheet, si comprende anche quanto sia importante, congiuntamente un diario di bordo che faccia il punto, sempre e costantemente, sulle attività di studio intraprese e sul tempo impiegato per esse. L’analisi delle due nuove condizioni di “tallonamento anti dispersione digitale”, permetterà anche, se mai fosse necessario, di ritornare sulla scelta di un eventuale altro software che si dovesse rendere necessario per far sì che ci sia, e che sia evidente, la svolta digitale nel proprio discente, disponendosi in questa maniera nelle condizioni di offrire nuovi servizi formativi ed educativi, utilizzando gli stessi metodi e strumenti con i quali abbiamo fatto fare un salto di qualità sotto il profilo digitale alla nostra classe digitale o FAD.

A tal punto sarebbe assai complesso che si possano verificare, e che sia evidente come fenomeno, “dispersioni digitali”, forme di allontanamento da scuola causate da FAD o da una deficienza di democrazia digitale e tecnologica. Appare strano e fuori d’ogni previsione che la tecnologia utilizzata per prevenire la dispersione, nel tempo dell’aula fisica, possa ora essere determinatrice di dispersione scolastica se non per via dell’inadeguatezza dei nostri interventi, incapaci di coinvolgere, di catturare l’attenzione, di essere cosa diversa da ciò a cui gli alunni erano stati abituati.

FaD, gli errori imperdonabili sulla valutazione

Parlare di sbagli non è sempre facile, nonostante questi, quelli che si stanno perpetrando ai danni della didattica a distanza e della valutazione sono, per lo più, in buona fede. È evidente che, se si fanno errori, si continua a porre l’attività didattica in condizioni di emergenza culturale e formativa e nella fattispecie incapace di far proprio il know-how della FAD e delle tecnologie. Un’involuzione autodeterminatesi e autoproclamatasi. Verrebbe quasi da dire, cercheremo di evitarlo, che la Formazione a Distanza che si sta facendo in epoca di Coronavirus, quindi, al di là dei nomi che abbiamo assegnato (per convenzione), è ricolma di errori che è naturale abbiano, nel futuro più o meno breve, ripercussioni.

Gli errori

Gli errori a cui si fa riferimento interessano quattro parole decisive: Panico, Replica, Digitale, Innovazione.

Panico: Serviva, certamente, anche da parte del ministero, per carità impegnatissimo, anche economicamente, in questa ardua impresa, una maggiore attenzione ai proclami da un lato, e alla improvvisazione o alla resa da parte degli insegnanti dall’altro lato (non volendo entrare nel merito dell’entusiasmo che, invece, hanno manifestato un gran numero dei docenti). Il panico didattico pare, ancora oggi, regolare l’attività di molti docenti, alcuni volontariamente arresisi al “WhatsApp” o ad esclamazioni del tipo “la nostra realtà socio-economica non permette didattica a distanza” più a voler giustificare la loro incapacità ad adeguarsi che a proporre l’effettiva fotografia della condizione della propria classe (chi non possiede un cellulare in famiglia?).

Un po’ meno fretta (di ministero e insegnanti), un fare cadenzato da una più adeguata ponderatezza e una adesione sincronica alla realtà sarebbe stato più utile e minori sarebbero stati i danni anche solo se questi si sono avuti sulla sfera emotiva.

Replica: Scoppiata l’emergenza si è ritenuto, sbagliando assai, molto più di quanto si potesse immaginare, che con le tecnologie usabili, fosse semplice insegnare a distanza semplicemente replicando, appunto “a distanza”, quanto si era abituati a fare, talvolta non benissimo, nelle aule, secondo uno schema classicamente in uso e che è caratterizzato dalla successione (anche temporale) di insegnare, imparare, valutare. Ecco spiegato, dunque, perché quando si parla di valutazione la testa del docente va subito al voto (ma all’aspetto punitivo di esso), alla mancata frequenza del suo corso on line, alla necessità di poter mettere le note disciplinari in caso di assenza protratta. Guarda caso, secondo questa teoria mal sana, demotivante, offensiva della FAD, gli studenti dovranno continuare a fare, in FAD, ciò che hanno sempre fatto, ovvero ascoltare in aula (anche se digitale) e studiare casa (anche in epoca di COVID-19). Vergognoso e offensivo.

Digitale: Dopo un’iniziale corsa alla tecnologia, alla messa a disposizione di tutorial sulle piattaforme digitali, alle circolari ministeriali e agli abbondanti richiami sui DPCM ci si è accorti (forse troppo tardi) che non tutti gli studenti hanno un PC o uno smartphone a casa e che non tutti hanno un’adatta connessione ad Internet. A ciò si aggiunge la grande buffonata di alcune associazioni e di una quantità mortificante di insegnanti che predicano la lotta alla dispersione e la formula “scuola adatta a ciascuno” e poi, senza sapere neppure perché o cosa firmassero, che chiedevano lo storno del finanziamento di 85 milioni finalizzati all’equità d’accesso all’educazione dei propri alunni, per altro settore, per carità importante, del nostro Stato. Come volendo dire, continuiamo così: a far poco (rispetto a ciò che si potrebbe fare), a far male, a non permettere che tutti possano accedere all’educazione e alla formazione.

Innovazione: Finalmente si fa innova, avranno detto in molti. Certo, la cosa era attesa, sperata, voluta ardentemente. Ma in emergenza, in una siffatta condizione è difficile innovare, poi, dall’oggi al domane. Il cambiamento si progetta, si determina con tempi e interventi certi, non avviene in maniera meccanico, per decreto-legge, per circolare, per DPCM e neppure durante una guerra, una pestilenza, una grande crisi economica. La pena innovazione dobbiamo viverla dentro, farla nostra, accarezzarla e possederla, poi le pratiche, buone o cattive che esse siano, seguono.

Cosa fare adesso?

Impazienza nel fare le cose, sbagliata rappresentazione dell’insegnamento FAD, far leva sull’emergenza per far ciò che non si è fatto per decenni, sono gli errori, ma non si può recriminare su essi e stare fermi, in attesa del miracolo che non avverrà mai.

A distanza, se non si è davvero in grado di possedere e utilizzare questa metodologia, è consigliabile lavorare su obiettivi di apprendimento imprescindibili; rinforzare contenuti già facenti parte del bagaglio esperienziale dei nostri alunni; chiedere di produrre qualche cosa senza necessariamente sfoggiare ciò di cui non si sa nulla o si sa pochissimo. Si può predisporre una rielaborazione multidisciplinare di una tematica di impatto sociale, e molto altro ancora, senza necessariamente, sedersi dietro al pc immaginando di essere dietro la cattedra per esercitare un potere che di fatto non si ha mai, se si sente così tanto il bisogno.

I modelli didattici utilizzabili sono parecchi, dai quelli maggiormente strutturati a quelli che risultano più aperti e di più facile utilizzo: Cognitive Flexibilty Hypertexts; Digital Storytelling; WebQuest.

La valutazione autentica

La Valutazione autentica e una rubrica valutativa più snella meno legata ai voti e più ai giudizi (non sintetici) risolverebbe ogni problema.

Dunque, come farlo?

Non tutti gli insegnanti sono uguali ma tutti gli insegnanti hanno l’obbligo di non far resa a questa condizione, per carità, complessa.

I care: La finalità principale della FAD, lo ha ripetuto sino all’esasperazione, il ministro Azzolina (ma i docenti non l’hanno capito e, per questa deficienza, andrebbero valutati) è, far sentire la presenza dell’insegnante e della scuola. È naturale che, tutto quello che facciamo, ma proprio tutto, deve essere finalizzato, senza se e senza ma, a prendersi cura degli alunni. Poi viene l’insegnamento. Poi il registro elettronico. Poi la misurazione della dispersione. Certo non possono mai arrivare le note disciplinari. Chiaramente ed evidentemente.

Slow learning: Poche cose ma importanti. Anche in condizioni “normali” si deve evitare di intervenire didatticamente ingozzando gli studenti come se fossero delle oche. In condizioni di emergenza, come quello del Coronavirus, va applicato il principio della lentezza.

Keep calm: Facciamo tutto con calma, senza ansie da prestazione, senza far confondere nessuno e, principalmente, misurando le priorità. Solo così, tutto andrà benissimo.

Low tech: La FAD potrebbe ingrandire e non ridurre il digital divide; ecco perché affidarci ad una FAD con soluzioni aperte, sviluppate e mantenute da comunità di utenti. Non sperimentiamoci per forza, ora e subito.

Per non disperdere gli alunni, infatti, non serve solo la tecnologia, serve l’umanità di insegnanti capaci di sapere cosa fare, quando farlo, come farlo e chi coinvolgere. 
Perché fare l’insegnante, oggi più di ieri, è complicatissimo.


Materiale:



martedì 4 febbraio 2020

Pensieri e parole dello scrittore indiano Amitav Ghosh



A Venezia abbiamo incontrato uno dei maggiori scrittori indiani contemporanei, ospite d’onore al 37esimo seminario della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri

di Giuseppe Fantasia, 31 gen 2020


Strana la vita, per tutti, anche per Amitav Ghosh, uno dei maggiori scrittori indiani contemporanei di lingua inglese che, dopo aver ambientato il suo ultimo libro, L’isola dei fucili (Neri Pozza, trad.ne di Ada Nadotti e Norman Gobetti), in una Venezia profeticamente sommersa dall’acqua alta, scegliendo come protagonista un commerciante di libri rari, viene invitato dove e da chi? Nella città lagunare, ovviamente – “una città che una volta cavalcava con orgoglio le onde come La Serenissima e ora sarebbe meglio chiamarla La Turbatissima” – ospite d’onore al 37esimo Seminario della Scuola Umberto e Elisabetta Mauri che si è svolto in quella suggestiva cornice che è la Fondazione Cini, sull’Isola di San Giorgio. Quattro giorni di incontri e laboratori incentrati sul rapporto tra tradizione e innovazione in una prospettiva fortemente connotata in senso internazionale alla fine dei quali, è intervenuto lui con una lectio dal titolo: “Imparare dal passato: i libri e il loro futuro in un’epoca di catastrofe”. Un tema, quest’ultimo, che lo scrittore ha già affrontato in molti suoi romanzi, in particolar modo ne La Grande Cecità, uscito nel 2016 sempre per Neri Pozza e considerato un classico della letteratura sui cambiamenti climatici.

“La paura – ci spiega, con chiaro riferimento anche alla collegata psicosi collettiva nata dall’espandersi del coronoavirus - è oggi il nostro sentimento dominante e ed è proprio per questo motivo che se vogliamo ritrovare la speranza, dobbiamo cercare di guardare al passato”. Sono molto felice di poter tornare a Venezia dopo esserci stato quarant’anni fa come giurato alla Mostra del Cinema e poi nel 2013 come ospite d’onore all’Università Ca’ Foscari”. “Venezia è anche la patria di Aldo Manuzio, il fondatore delle Edizioni aldine che, dopo Gutenberg, è probabilmente il più importante stampatore ed editore italiano di quegli anni. Tra le sue opere, c’è l’Hypnerotomachia Polyphilii che è uno degli esempi più belli di testi illustrati”.

Per secoli – continua - l’immagine ha continuato ad occupare un posto di tutto rispetto nella stampa e all’inizio del XX secolo l’inclusione di tavole illustrate in un libro era considerata un pregio. È stata la produzione in serie di libri a ribaltare i criteri di giudizio e a metà dello stesso secolo, il trionfo del testo era completo. Si pensi a Dickens, per cui era normale che le immagini fossero incluse in un romanzo, ma non a Joyce o a Hemingway che invece le detestavano.

Stando agli studi compiuti da Gosh, l’arte e la letteratura hanno seguito così delle strade separate e ogni scambio tra di loro ha finito “per essere considerato dannoso”. La tecnologia della stampa – aggiunge - ci ha portato dei vantaggi, ma ha anche rafforzato il “logocentrismo” di una civiltà che già in partenza lo era, facendo sì che per buona parte del XIX e XX secolo, le attività di lettura e visione siano state completamente separate. “Facendo affidamento solo sulla parola, spiega Ghosh, abbiamo finito per estromettere quasi del tutto le immagini. Ci siamo privati di una dimensione dell’immaginazione e della conoscenza che, al contrario, svolgeva invece un ruolo fondamentale nella produzione di Manuzio e molti suoi contemporanei”. Se si sfoglia il libro citato di Manuzio, infatti, quello che colpisce è invece il legame strettissimo tra parole e immagini che si interpretano reciprocamente in un sistema molto più complesso di quello attuale, basato esclusivamente sul testo.

Nel corso del tempo, è accaduto che libri di quel tipo hanno sostituito i testi miniati come standard per l’industria editoriale. I testi che includevano immagini non sono più stati più definiti miniati, ma sono stati descritti – ricorda Ghosh - quasi in modo peggiorativo, come “illustrati”. Nel ventesimo secolo gli scrittori più seri sarebbero inorriditi al pensiero di abbinare delle immagini ai loro testi: le parole dovevano essere isolate, come componenti supreme del pensiero e del significato.

“I tempi oggi sono cambiati”, spiega lo scrittore che tornerà presto nelle librerie con un libro che sarà la traduzione in versi di una leggenda delle Sundarban, la regione delle mangrovie che oggi è stata messa in pericolo dai cambiamenti del clima. “Uno degli effetti più paradossali di cambiamento climatico indotto dall’uomo chiamato spesso ‘Antropocene’, è che ha contemporaneamente intronizzato e rovesciato l’uomo. La nostra consapevolezza del fatto che l’umanità sia diventata un agente geologico è nata come risultato diretto del risvegliarsi di molti altri agenti, dell’atmosfera, dei mari, dei ghiacciai e dei venti, che ora ci colpiscono tutti come per dimostrare che sono più potenti di quanto una volta si immaginava.

Come possiamo rispondere noi a queste sfide, gli chiediamo, visto che siamo legati alla cultura della stampa? Tornare a pensare per immagini, come ho scritto nel mio saggio ‘La Grande Cecità’. Cinema e tv son stati più sensibili ai cambiamenti climatici rispetto alla letteratura proprio perché si occupano di immagini. Il libro di Manunzio, poi, suggerisce la possibilità di tornare a una forma di espressione in cui parole e immagini si illuminano a vicenda. La rivoluzione digitale, come dicevamo, ha reso più facile che mai abbinare parole e immagini, molti media hanno già in larga maniera sostituito la stampa come luogo principale di espressione ed è molto probabile che anche questo processo aumenti negli anni a venire. Sono eccitato dalle possibilità che l’unione di parole e immagini ha aperto agli scrittori, ma ciò che mi auguro è che la lettura torni ad essere quello che è sempre stata, cioè uno strumento formidabile per i rapporti tra le persone. Il libro continua ad avere il suo valore anche se quello stesso valore, oggi come oggi, si è spostato altrove: non risiede più nell’oggetto fisico o nel prodotto, ma si rivela nella rete di relazioni che il libro stesso è in grado di suscitare. Tra le conseguenze, a detta sua, anche il modo in cui si devono concepire le librerie, che non possono più concepirsi come negozi anche se specializzati. “Il modello a cui tendere è quello delle gallerie d’arte, luoghi che le persone frequentano per incontrarsi, confrontarsi ed essere informati su quello che accade in un determinato contesto e nel mondo intero. Siamo in un’età dell’ansia, quindi se ci incontriamo con gli altri, possiamo vincerla e con essa abbattere la solitudine. Le librerie – ci dice prima di salutarci - offrono da questo punto di vista un’esperienza umana e sociale in un mondo disumano e sempre più distopico. Chi ci va, ha bisogno di un consulente, anche perché il futuro distopico è ora, non dimentichiamolo”.

domenica 23 aprile 2017

L'istruzione del futuro, oggi...



Il più grande polo innovativo d'Europa si chiama H-International school e il capo di Apple la considera un modello. 
Ecco il campus che guarda al futuro, dove si va in gita in Egitto con un visore e anche la frittata serve a studiare la legge di gravità

di Gloria Riva, 19 apr 2017

Corre l’anno 2040, nelle fabbriche i robot hanno sostituito le tute blu e l’auto a guida automatica ha sconfitto i tassisti. Il test di medicina è preistoria da quando il chirurgo è stato soppiantato da un automa, meno empatico ma affidabile. E il Nobel per la Letteratura è andato a un super calcolatore. Nei tribunali c’è la toga robotica, che spezza i cuori delle madri e i loro sogni sul figlio avvocato.
Del resto il 65 per cento dei bambini seduti ai banchi di una scuola elementare da grande farà un lavoro oggi inesistente, dice un’indagine del World Economic Forum. 
È retorico chiedersi se la scuola - italiana e non - sia pronta a equipaggiare gli studenti di strumenti e conoscenze adatti ad affrontare questo futuro.

La risposta è no, con qualche eccezione. 
Una di queste eccezioni si trova in Italia: H-International School sta all’interno di H-Farm, acceleratore di startup di Roncade (Treviso) fondato da Riccardo Donadon
Perché proprio questo istituto? Perché Tim Cook, numero uno di Apple, l’ha inserito fra le cento scuole più innovative e perché è stata pensata da Donadon, cinquantenne, trevigiano dalla vista lunga. Ha creato il primo e più grande acceleratore d’impresa d’Europa, H-Farm appunto, battendo sul tempo la nascita di Y Combinator, l’acceleratore della Silicon Valley.
Se anche stavolta sarà stato in grado di anticipare le tendenze, allora il futuro sarà tutto rivolto alla rivoluzione scolastica. 
Quindi eccola, la scuola del futuro. Quindici bambini di nove anni stanno riuniti sul terrazzo. Trafficano con delle uova infagottate in ingegnosi paracadute costruiti da loro. Con la sacralità del lancio di uno shuttle, ogni team proietta l’uovo dal balcone, sperano prenda il volo. Il più delle volte si schianta al suolo, ma va bene così. La frittata serve a studiare fisica, la legge di gravità. «Si sperimenta, si impara ad avere il coraggio di sbagliare, si migliora per tentativi ed errori. Si scopre il margine del rischio», spiega un professore made in Inghilterra. 
Già, perché dall’infanzia all’università qui si parla solo inglese, per il semplice motivo che nel futuro chi non saprà capire, parlare, leggere e scrivere in inglese sarà totalmente disconnesso. I corsi sono partiti due anni fa e oggi ci sono 290 alunni, dai 3 ai 17 anni.

La previsione è accoglierne 800 nel 2019, più altri 220 universitari di Digital Management (corso realizzato in partnership con l’università di Venezia Cà Foscari) già dal prossimo anno, quando il nuovo Campus H-Farm verrà inaugurato. 
Sarà il più grande polo innovativo d’Europa: accoglierà 3 mila ricercatori, professori, startupper, studenti, manager e imprenditori su un’area di 51 ettari, di cui metà destinata a parco, il resto a cubatura zero, cioè a basso impatto ambientale. L’investimento è di 101 milioni di euro, in parte finanziato da Cattolica Assicurazione e Cassa depositi e prestiti, società del Tesoro che gestisce il risparmio postale degli italiani. 
L’obiettivo è avvicinare i giovani al mondo dei nuovi lavori, al digitale, alla tecnologia, per prepararli alle sfide del futuro: «Mostriamo ai ragazzi i dettagli dell’auto a guida autonoma e loro approfondiscono le ricadute di questa innovazione sull’esigenza di riqualificare gli spazi urbani e pensano a nuove opportunità di lavoro che derivino da questa rivoluzione», continua il professore. Il modello di apprendimento è ribaltato. «Si insiste sulle competenze e non sulle conoscenze», spiega Carlo Carraro, ex rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, attuale capo di H-Farm Education, che racconta come questo modello risponda al deficit di concentrazione dei ragazzi e alla loro costante esigenza di stimoli.
«La storia non viene spiegata in modo cronologico, ma per concetti. In classe è appena terminato un focus sul totalitarismo. Hanno studiato le maggiori e più feroci dittature, cercato gli elementi comuni, imparato a riconoscerle attraverso la realtà virtuale e visitato i luoghi della tirannia. Probabilmente apprendono meno nozioni rispetto alla scuola tradizionale, ma sanno quali pericoli corre la democrazia», spiega Carraro. Le classi prendono il nome della materia - Economics, Mathematics, Italiano, Sciences - e gli studenti si spostano da una all’altra.


La prima cosa che balza all’occhio è l’assenza della cattedra: «Il modello tradizionale è finito, la cattedra non ha più quel valore. Il docente diventa un coach e il lavoro non è più ascolto passivo, ma attiva produzione di conoscenza, elaborazione di contenuti» continua Carraro.  Ogni classe ha un maxi schermo, i banchi hanno rotelle per la rapida e silenziosa creazione di gruppi di lavoro, i cavi di alimentazione per i computer sono a disposizione. Non si vede, ma c’è una connessione wifi sempre accesa e accessibile a tutti, perché qui è saltato anche il diktat del “non copiare”. «Non è un disvalore e non presuppone che una persona non abbia capito il procedimento. Copiare è imparare un processo e poi cambiarlo», dice un professore mentre ci mostra dei bambini usare Sketch, un sistema di programmazione grafica: schiacciano il tasto copy per poi modificare il disegno originario. «Possono farlo perché conoscono la struttura di ciò che hanno copiato».

Nello stesso momento, alcuni ragazzini scattano foto al cielo con un iPad: «Lo fanno per dieci giorni di fila. Poi confrontano le immagini per scoprire che il cielo non è azzurro e saranno loro a dover scoprire il perché», dice il docente.
In un’altra classe indossano un visore - che in molti casi ha sostituito il libro di testo – e sono virtualmente in gita alle piramidi d’Egitto. La scuola di H-Farm è la prima in Italia a usare il software per la didattica Apple, presentato lo scorso autunno. «Il prossimo 19 maggio il team di Apple sarà qui per mostrare il software al mercato italiano», annuncia Carraro e racconta che anche Microsoft ha investito parecchio su un software analogo. Entrambi i big della tecnologia hanno compreso che la scuola è un enorme business, una prateria inesplorata del valore di milioni di dollari.


Quella di Treviso è meta di pellegrinaggio per insegnanti e presidi di istituti tradizionali in cerca di un nuovo modello di formazione. Ed è stato siglato un protocollo d’intesa con il Miur, il ministero dell’Istruzione, per formare i docenti del futuro, sul modello sperimentale H-Farm. Altra novità: ai ragazzi non viene tolto lo smartphone una volta entrati in classe, ma sono invitati a scoprirne le potenzialità, al di là di WhatsApp e Facebook. Un esempio? Imparano a usare lo smartphone per fare un cortometraggio e, parallelamente, apprendono la struttura della recitazione, lo studio dei costumi, lo storyboard, la scenografia, la trama, tutte cose che al liceo si acquisivano studiando Goldoni. Internet diventa una biblioteca per realizzare una ricerca su Pasolini e si impara a valutare l’affidabilità della fonte. Google drive è usato per condividere con i compagni le informazioni raccolte.
E se fino alle medie si punta alla creazione di solide competenze, alle superiori si entra nel dettaglio. Quaranta ore settimanali, quattro materie principali - matematica e scienze, storia, lingue e letterature, progettazione - le altre a scelta fra economia, computer, musica, educazione fisica, una terza lingua.

Il ciclo dura quattro anziché cinque anni, equivale al diploma di maturità e all’International Baccalaureate Diploma, che consente l’accesso alle università più prestigiose, come Princeton, Columbia, Stanford. A fine corso gli studenti dovrebbero avere un livello di competenze scientifiche paragonabile al secondo anno di ingegneria. Niente lezioni di latino e greco, sostituite dalla programmazione, il coding, perché ricalca la capacità di pensiero computazionale tipica dello studio delle lingue morte: si parte da un problema, lo si spacchetta nei suoi elementi base, lo si rende modulabile e si applica una formula nota per risolverlo. Il contatto con le startup di H-Farm è quotidiano, da loro imparano a progettare un’idea imprenditoriale, che potrebbe essere anche finanziata da H-Farm. I compiti in classe sono una rarità e i metodi di valutazione sono simili a quelli di un talent: «Non conta quanto uno sa, ma quello che sa fare e nel biennio finale portiamo all’eccesso questa capacità», conclude Carraro. Tutto un altro mondo, non fosse per quell’inconfondibile trillo della campanella che suona ad ogni ora, acuto e prolungato anche qui, uguale a quello di tutte le scuole d’Italia. Un déjà vu di emozioni, prime esperienze, errori, sconfitte, intuizioni, vittorie, pianti e risate di una complicata vita da studente.














sabato 2 gennaio 2016

Le regole di vita che la scuola non insegna (di Bill Gates?)

L'insegnamento di "Bill Gates":10 cose che la scuola non insegna


Da qualche anno circola in rete un elenco di regole che - secondo molti (vedi ad esempio tgcom24.com) - sarebbero state pronunciate da Bill Gates, il genio di Microsoft, in un recente discorso tenuto presso una scuola superiore americana.

In questo discorso si affermerebbe che vi sono 10 cose che la scuola non insegna, ma che dovrebbero essere imparate al più presto, per seguire le sue orme.

Sono regole che che mettono in guardia da buoni sentimenti ed insegnamenti "politicamente corretti" che hanno creato generazioni di giovani del tutto privi di senso della realtà della vita: la vita non è tutta rose e fiori e bisogna imparare a prendersi le proprie responsabilità, ammettere gli errori, apprezzare quanto i nostri genitori fanno per noi."



Ecco le dieci regole:
Regola 1: La vita è ingiusta: abituatevi!
Regola 2: Il mondo non se ne frega per la vostra autostima.Il mondo si aspetta che combinate qualcosa prima di poterne gioirne voi stessi.
Regola 3: Non si guadagnano $ 60.000 all'anno una volta finita la scuola. Non avrete telefono e auto aziendale prima di aver meritato, guadagnato questi privilegi.
Regola 4: Se pensate che il vostro insegnante sia duro con voi, aspettate di avere un capo.
Regola 5: Lavorare in una friggitoria (o simili) non significa "abbassarsi". I vostri nonni avevano una parola diversa per questo: la chiamavano "opportunità".
Regola 6: Se fate un pasticcio, QUESTA NON É COLPA DEI VOSTRI GENITORI, smettetela di piagnucolare e imparate dai vostri errori. 
Regola 7: Prima della vostra nascita, i vostri genitori non erano così noiosi come lo sono ora! Sono diventati in questo modo: * Per pagare le vostra bollette, * Per pulire i vostri vestiti * A furia di ripetere all'infinito quanto siete bravi e intelligenti.Quindi, prima di salvare le foreste pluviali dai parassiti della generazione dei vostri genitori, iniziare a pulire la vostra stanza e mettete in ordine tutto ciò che vi si trova.
Regola 8: in certe scuole sono stati aboliti i voti e i giudizi e vi sono state date delle opportunità per essere promossi: non è così nella vita reale!
Regola 9: La vita non è divisa in semestri. L'estate non è un periodo di ferie. E sono molto pochi i datori di lavoro disposti ad aiutarvi a farvi assumere, è vostra responsabilità.
Regola 10: La televisione non è "vita reale".Nella vita reale, le persone lasciano il caffè e vanno a lavorare.



Bill Gates speech rules of life



Queste regole sono state riprese anche da personaggi pubblici (vedi la comunicazione del Sindaco di Gemona)




In realtà, dietro queste dieci regolette (che pare girino sul web all’incirca dall'anno 2000), Bill Gates non c'entrerebbe nulla. 
I consigli non sarebbero neppure dieci ma addirittura cinquanta, ed apparterrebbero al riformatore dell’educazione Charles J. Sykes, autore del libro (non tradotto in italiano) Dumbing Down Our Kids: Why American Children Feel Good about Themselves, but Can’t Read, Write, or Add. 


Per approfondire, vi invito a leggere un post del sito americano "UrbanLegend.about.com", dove, in riferimento alle regole attribuite a Bill Gates, si afferma appunto che: 
Bill Gates did not write it or say it.
Circulating via email, the text of a speech allegedly given to high school graduates by Bill Gates in which he sets out "11 rules for life."

Description: Viral text / Forwarded email

Circulating since: Feb. 2000
Status: Falsely attributed to Bill Gates
E come prova di questo, si riporta l'origine delle regole circolate in rete in una email del 1998:

_______________________________________________________________


From: glen@substance.abuse.blackdown.org
Subject: Some rules kids won't learn in school.
To: 0xdeadbeef@substance.abuse.blackdown.org
Date: Fri, 06 Mar 1998 13:22:52 -0500 

Forwarded-by: Daniel Rogers <rogersd@nanaimo.island.net>

                  Some rules kids won't learn in school
                        Text By Charles J. Sykes

                   Printed in San Diego Union Tribune 
                           September 19, 1996

Unfortunately, there are some things that children should be learning in
school, but don't. Not all of them have to do with academics. As a modest
back-to-school offering, here are some basic rules that may not have found
their way into the standard curriculum.

Rule No. 1: Life is not fair. Get used to it. The average teen-ager uses the
phrase, "It's not fair" 8.6 times a day. You got it from your parents, who
said it so often you decided they must be the most idealistic generation
ever. When they started hearing it from their own kids, they realized Rule
No. 1.

Rule No. 2: The real world won't care as much about your self-esteem as much
as your school does. It'll expect you to accomplish something before you
feel good about yourself. This may come as a shock. Usually, when inflated
self-esteem meets reality, kids complain it's not fair. (See Rule No. 1)

Rule No. 3: Sorry, you won't make $40,000 a year right out of high school.
And you won't be a vice president or have a car phone either. You may even
have to wear a uniform that doesn't have a Gap label.

Rule No. 4: If you think your teacher is tough, wait 'til you get a boss. He
doesn't have tenure, so he tends to be a bit edgier. When you screw up, he's
not going to ask you how you feel about it.

Rule No. 5: Flipping burgers is not beneath your dignity. Your grand-parents
had a different word of burger flipping. They called it opportunity. They
weren't embarrassed making minimum wage either. They would have been
embarrassed to sit around talking about Kurt Cobain all weekend.

Rule No. 6: It's not your parents' fault. If you screw up, you are
responsible. This is the flip side of "It's my life," and "You're not the
boss of me," and other eloquent proclamations of your generation. When you
turn 18, it's on your dime. Don't whine about it, or you'll sound like a
baby boomer.

Rule No. 7: Before you were born your parents weren't as boring as they are
now. They got that way paying your bills, cleaning up your room and
listening to you tell them how idealistic you are. And by the way, before
you save the rain forest from the blood-sucking parasites of your parents'
generation, try delousing the closet in your bedroom.

Rule No. 8: Your school may have done away with winners and losers. Life
hasn't. In some schools, they'll give you as many times as you want to get
the right answer. Failing grades have been abolished and class
valedictorians scrapped, lest anyone's feelings be hurt. Effort is as
important as results. This, of course, bears not the slightest resemblance
to anything in real life. (See Rule No. 1, Rule No. 2 and Rule No. 4)

Rule No. 9: Life is not divided into semesters, and you don't get summers
off. Not even Easter break. They expect you to show up every day. For eight
hours. And you don't get a new life every 10 weeks. It just goes on and on.
While we're at it, very few jobs are interesting in fostering your
self-expression or helping you find yourself. Fewer still lead to
self-realization. (See Rule No. 1 and Rule No. 2.)

Rule No. 10: Television is not real life. Your life is not a sitcom. Your
problems will not all be solved in 30 minutes, minus time for commercials.
In real life, people actually have to leave the coffee shop to go to jobs.
Your friends will not be as perky or pliable as Jennifer Aniston.

Rule No. 11: Be nice to nerds. You may end up working for them. We all
could.

Rule No. 12: Smoking does not make you look cool. It makes you look moronic.
Next time you're out cruising, watch an 11-year-old with a butt in his
mouth. That's what you look like to anyone over 20. Ditto for "expressing
yourself" with purple hair and/or pierced body parts.

Rule No. 13: You are not immortal. (See Rule No. 12.) If you are under the
impression that living fast, dying young and leaving a beautiful corpse is
romantic, you obviously haven't seen one of your peers at room temperature
lately.

Rule No. 14: Enjoy this while you can. Sure parents are a pain, school's a
bother, and life is depressing. But someday you'll realize how wonderful it
was to be a kid. Maybe you should start now.
 
You're welcome. 


lunedì 26 ottobre 2015

Meritocrazia in Italia...

La meritocrazia in Italia esiste solo a parole

Il “meritometro” Forum della Meritocrazia fotografa un divario abissale rispetto al resto d’Europa

, 26 feb 2015

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Fonte: Forum della Meritocrazia. Per guardare il grafico ingrandito cliccare qui
Non sono lontani solo i Paesi scandinavi, ma anche Spagna, Polonia e Francia
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Fonte: Forum della Meritocrazia. Per guardare il grafico ingrandito cliccare qui

Quel che preoccupa è che la situazione sta peggiorando, a dispetto di tutti gli annunci
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Neglia: «I giovani devono credere in una battaglia che riguarda soprattutto loro»
Tra le proposte avanzate dal Forum c’è un decalogo per la “meritocrazia nel cda delle imprese”
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Fonte: Forum della Meritocrazia. Per guardare il grafico ingrandito cliccare qui