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lunedì 16 aprile 2018

Scrivere bene a scuola: un interessante documento di linee guida del Ministero dell'Istruzione...



di Christian Raimo, giornalista e scrittore, 14 mar 2018

Ultimamente quando si parla di scuola è per elencare le cose che non vanno: le basse retribuzioni, le nuove norme della Buona scuola, la cronaca di episodi di dissidi e violenze tra studenti, famiglie e professori. 
Raramente, molto raramente, si affrontano le questioni pedagogiche o anche semplicemente didattiche.

E invece c’è una buona notizia che viene dal ministero dell’istruzione, nonostante siamo alla fine di una legislatura. È uscito il documento orientativo per il compito scritto di italiano alle scuole medie, ed è un testo ottimamente pensato e scritto, utilissimo e bellissimo.

Sono undici pagine di linee guida, redatte da una commissione creata nel luglio 2017 e coordinata da Luca Serianni, a lungo professore – da poco in pensione – di storia della lingua italiana alla Sapienza di Roma, e composta da Massimo Palermo, ordinario di linguistica italiana all’università per stranieri di Siena, e da altri tre esperti: Nicoletta Frontani, docente di lettere in un liceo romano, Antonella Mastrogiovanni, collaboratrice dell’Invalsi, Carmela Palumbo, dirigente tecnica del ministero.

Ad aprile uscirà anche il documento orientativo gemello, sullo scritto d’italiano per le scuole superiori.

L’intervento sull’esame potrebbe modificare a cascata anche il resto della didattica dell’italiano

Anche se il documento si occupa solo dell’esame finale di terza media, chiaramente si propone di ripensare radicalmente il modo in cui insegniamo a scrivere ai nostri studenti. E per questo è così prezioso.

Luca Serianni e Massimo Palermo, intervistati da Internazionale, si sono detti consapevoli di aver provato ad ampliare l’effetto del loro lavoro, immaginando come l’intervento sull’esame possa modificare a cascata anche il resto della didattica dell’italiano.

“Volevamo dare un segno al mondo della scuola, facendo emergere due necessità”, dice Serianni. “Il primo è che accanto all’esercizio di scrittura, c’è l’esercizio di comprensione del testo. Perché spesso i ragazzi non capiscono neppure i testi che dovrebbero aiutarli, come quelli dei manuali scolastici. Il secondo bisogno è quello di accostare a quello che proviamo ancora a chiamare tema, altri tipi di compiti scritti. I ragazzi devono esercitarsi sulla riformulazione di un testo, sulla parafrasi, sulla individuazione dei connettivi. È molto importante sapere usare correttamente infatti o perché o nonostante”.

È vero che il mandato della commissione, fanno notare entrambi, era limitato. E che “come al solito si parte dalla coda e non dalla testa, non si riformulano i programmi”, dice Palermo. “Ma è importante cambiare qualcosa affinché a ritroso si influisca sul modo di fare lezione in classe”.

Il documento è molto chiaro. Non potendo intervenire sul cosa (le norme sul compito scritto sono in un altro decreto del 2015) lo fa sul come. Immagina come reinventare le due tipologie di compito: le tracce narrative descrittive e le tracce argomentative.

Le tracce narrative descrittive
possono essere presentate attraverso un breve testo di carattere letterario (che serva da spunto), una frase chiave, un’immagine – devono contenere indicazioni precise relative alla situazione (contesto), all’argomento (tematica), allo scopo (l’effetto che si intende suscitare), al destinatario (il lettore a cui ci si rivolge). Tali indicazioni non dovranno essere percepite come una limitazione della libertà ideativa quanto piuttosto come strumenti che, insieme alla correttezza linguistica, aiutino ad indirizzare la creatività delle alunne e degli alunni verso una migliore e più efficace forma espressiva.

Per le seconde
lo studente potrà sviluppare un testo argomentativo nel quale, dati un tema in forma di questione o un brano contenente una tematica specifica, esporrà una tesi e la sosterrà con argomenti noti o frutto di convinzioni personali. Il testo dovrà essere costruito secondo elementari procedure tipiche del testo argomentativo, eventualmente con l’esposizione di argomenti a favore o contro. Il lessico dovrà essere appropriato, e lo sviluppo rigoroso e coerente. Nella traccia dovranno essere richiamate caratteristiche e procedimenti propri dell’argomentare”. Del resto, ricordano le indicazioni, “come viene auspicato nei documenti europei , l’educazione all’argomentare prepara all’esercizio di una cittadinanza consapevole.

Ma c’è di più in questo documento del ministero. Viene messo l’accento, nella premessa, sull’importanza di far svolgere agli studenti dei riassunti “da testi letterari, scientifici, divulgativi o anche da articoli di giornale opportunamente selezionati”, come modello di esercizio per comporre un testo scritto di qualunque tipo. E soprattutto ci sono degli esempi sempre molto chiari su cosa vogliano dire le indicazioni.

Eccone uno, per la tipologia narrativa.

‘A volte capita di trovarsi in un ingorgo mostruoso e di sentirsi come criceti tra le spire d’un serpente di metallo: nelle macchine tutti suonano i clacson, inveiscono contro la vecchia che ha perso il tempo del semaforo verde, contro il vicino che stringe, contro l’autobus messo di traverso, contro il mondo intero’ (Marco Lodoli, Isole. Guida vagabonda di Roma, Torino, Einaudi, 2005).
Scrivi un breve racconto i cui personaggi siano inseriti nell’ambiente descritto nel testo. Immagina che il tuo lavoro sarà letto ai tuoi compagni nell’ambito di un progetto scolastico che, attraverso ricerche e narrazioni, voglia far emergere i problemi della città.

Sono anni, possiamo dire anche decenni, che molti linguisti e pedagogisti cercano di innestare una diversa concezione dell’insegnamento dell’italiano nella scuola, specialmente quella dell’obbligo. In Lettera a una professoressa (1968) gli studenti di don Milani potevano scrivere:
A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista. Il tema fu: ‘Parlano le carrozze ferroviarie’. A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo. Così scrivo coi miei compagni questa lettera. Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro. Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato.

Parlano a don Milani ovviamente le tesi sulla linguistica democratica del Gruppo di intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica(Giscel), che sono del 1975, ma già insistevano su come quella della didattica dell’italiano dovesse essere una priorità politica. Senza ripercorrere la storia di questa lunga battaglia, basta rileggere gli interventi degli ultimi anni di Tullio De Mauro sull’analfabetismo funzionale, sul quale la scuola non riusciva a incidere, e gli stessi libri di Luca Serianni che si concentrano proprio sull’analisi dei compiti scritti nella scuola, da L’ora d’italiano o Quale scuola?.

In Scritti sui banchi per esempio – pubblicato con Giuseppe Benedetti, la prima edizione nel 2009 – Serianni scriveva:
Per risalire al ‘mistero’ del tema bisognerebbe forse documentarsi sul modello di intellettuale che è stato coltivato in Italia da una lunga tradizione: se altri paesi individuano l’intellettuale con l’inventore-umanista-politico, come Franklin, o altri con il gentleman alla Locke, o il fisico come Einstein o Russell, in Italia il modello è quello del letterato, da Petrarca a Bevilacqua.

Già, il tema! Con la sua genericità nell’argomentazione, la sua inutile esibizione di falsa erudizione, le sue regole non scritte e sbagliate (evita le ripetizioni, scrivi quale è la morale). Per decenni, se non vogliamo dire un secolo, in Italia è esistita un’educazione linguistica che prescindeva dall’idea di una padronanza della lingua italiana come primaria competenza di cittadinanza. Di fatto: una diseducazione linguistica.

Ha buon gioco oggi un professore d’italianistica come Claudio Giunta a enumerare una quantità esorbitante di esempi di cattiva scrittura (oscura, farraginosa, pseudocolta) nella sua recente raccolta di saggi intitolata Come non scrivere, che sono il frutto di una corposa riflessione sulla didattica della letteratura italiana, svolta da Giunta contestualmente alla scrittura del suo bellissimo nuovo manuale per le superiori, Cuori intelligenti.

L’impressione che si ha nel libro di Giunta, o in quello di Serianni, o nella raccolta di vecchi saggi di De Mauro (anche questa pubblicata qualche settimana fa), L’educazione linguistica democratica, è che ci sia stato per anni il bisogno di liberarela lingua italiana dall’idea di essere uno strumento di un fantomatico prestigio sociale e invece di dargli il suo pieno valore democratico. “La lettera dei seicento docenti uscita lo scorso anno”, ci dice Palermo, “ha costretto tutti a riflettere sull’educazione linguistica oggi” (un ottimo articolo che ne criticava l’impostazione era uscito su Le parole e le cose). “Occorre porre il problema dell’educazione linguistica come faceva il Giscel, cominciando a parlare di trasversalità e dandole una forte connotazione civile, prima ancora che didattica. E oggi lo stesso senso si ritrova nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri”.

Che impatto avrà questo documento? Speriamo forte. La sfida che pone implicitamente è sempre la stessa, quella della formazione degli insegnanti. La cosa migliore che può fare il ministero è promuovere un programma di formazione ai formatori che sia all’altezza di questo documento. Conoscendo le resistenze della scuola italiana – che siano quelle dei politici o degli insegnanti – c’è da temere che non sarà così semplice.

sabato 14 aprile 2018

Riflessioni sui docenti e sul sistema dell'istruzione in Italia, prendendo spunto dalla lettera di una sedicenne






«Cari professori, siete la categoria che più mi irrita. 
So già cosa state pensando: “i soliti adolescenti”, “questi giovani di oggi”, “non ci ascoltate mai”. Fermatevi. Capovolgete la situazione. Siamo noi ragazzi a pensare: “i soliti insegnanti”, “questi frustrati di oggi”, “non ci ascoltano mai”. 
La passione che trasmettete è pari a uno schiaffo. Magari alcuni professori vi hanno rovinato la vita. Posso capirlo. Perché allora non agire per contrasto? Trasmetteteci tutta la passione che avreste voluto ricevere. Guardateci negli occhi e scovate le scintille di vita e di talento. Sfidateci. Siate padri e madri. Semplicemente: siate! Cercate di cogliere la nostra individualità e diversità. Gli adolescenti non sono tutti uguali. Non sprecate energie nel tarparci le ali o dirci che non ne vale la pena, perché altrimenti penseremo che VOI non ne valete la pena. Non farò mai l’insegnante: questa è l’unica certezza che mi avete dato. La buona notizia però è che siete in tempo per cambiare e per cambiarci. Se lo farete sarete ricompensati. Noi vi seguiremo. Lo prometto». 

Qualche mese fa ho ricevuto questa impetuosa lettera che, al netto dei toni dettati dall’intransigenza adolescenziale, da un lato mostra il forte desiderio di maestri appassionati e affidabili da seguire senza la pretesa illusoria di poter crescere da soli, dall’altro mette il dito nella piaga della scuola: l’assenza di cura per l’unicità delle persone. Quella stessa cura che noi insegnanti fatichiamo a prestare perché, prima di tutto, non la riceviamo noi. Il fuoco che anima chi comincia con entusiasmo la professione viene puntualmente spento da un sistema che ottiene il contrario di ciò che si propone, come tradisce la sua iper-burocratizzazione, tipica delle strutture umane autoreferenziali e impersonali, in cui il tempo da dedicare alle vite viene sostituito da carte prodotte da chi in classe non entra.

Guardate la vita contenuta nella vostra mano: le linee sul palmo e le impronte digitali con le quali il vostro cellulare vi riconosce, sono le stesse che avevate a neanche un mese dal vostro concepimento. Fu osservando al microscopio questi solchi, che a metà del secolo scorso Jerome Lejeune scoprì la causa genetica della sindrome di Down. Lo scienziato amava dire che già nello zigote, la cellula frutto dell’unione di spermatozoo e ovulo, era contenuta la profezia di una vita intera: il genoma, il corredo cromosomico per metà materno e per metà paterno, equivale a un libro inedito di oltre 3 miliardi di lettere scritto nel nucleo di una cellula di 0,1 millimetri. Un messaggio, unico e irripetibile, che si sviluppa e specifica gradualmente in un essere altrettanto unico e irripetibile, la cui vita cresce solo se ne viene curata e rispettata l’originalità. L’alternativa è infatti la morte fisica o spirituale, come mostrano le parole scelte da Vasilij Grossman all’inizio del suo capolavoro, «Vita e destino», per descrivere l’uniformità dei campi di concentramento: «La ferocia disumana dell’enorme lager si esprimeva nella regolarità perfetta. Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene — e non ce ne sono — due perfettamente identiche. Ciò che è vivo è irripetibile. Due uomini, due cespugli di rose selvatiche, non possono essere uguali. E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne».

In modo diverso scienza, letteratura e storia ci mostrano che l’esistenza è posta sotto il segno dell’unicità e qualsiasi struttura umana ignori o annulli tale segno spegne la vita: per questo conformismo e totalitarismo sono gemelli, il primo costringe a fare ciò che gli altri fanno, il secondo ciò che gli altri vogliono. Sono disumani tutti i sistemi che ostacolano la pluralità necessaria per vivere la propria libera e autentica dimensione sociale, in cui ciascuno dà agli altri quello che è e riceve dagli altri quello che non è, come accade in un’orchestra, in una squadra, perché il timbro di ogni singolo strumento o il ruolo occupato in campo sono necessari all’armonia totale. Il nostro sistema scolastico tende a ignorare e persino ostacolare l’unicità, per questo spesso produce insegnanti e alunni frustrati. Che cosa avvelena un mestiere così bello e la naturale predisposizione dell’uomo alla conoscenza? Il fatto che docente e studente vengono inseriti in una catena di montaggio da cui escono sfiniti più che finiti, perché trattati da oggetti anonimi e non da soggetti di possibilità irripetibili.

Basta correggere i compiti degli studenti per scorgere una potenziale orchestra o squadra: la loro grafia in cerca di se stessa, ora illeggibile, ora elegante, è il segno evidente di un rapporto unico con la realtà. Stanno elaborando la loro presa di posizione di fronte al mondo, possibile solo grazie alla scoperta, conoscenza, accettazione della propria unicità. Per essere originali bisogna essere originari, questo vuol dire che nel periodo di formazione è fondamentale che gli educatori per primi siano consapevoli della propria unicità. Noi insegnanti siamo direttori d’orchestra o allenatori, abbiamo a che fare con vite irripetibili a cui affidare la sinfonia o la partita. Eppure nei nostri registri mancano spazi per descrivere i talenti di un ragazzo. I consigli di classe si riducono alla condivisione di voti e fatti spiacevoli di condotta. Se un ragazzo assistesse al momento in cui parliamo di lui durante un consiglio, che cosa scoprirebbe di sé? Si sentirebbe riconosciuto, tra punti forti e deboli, come portatore unico di qualcosa di nuovo? I collegi docenti diventano spesso dibattiti burocratici più che educativi. Negli scorsi anni abbiamo dovuto seguire corsi sulla sicurezza, e mi sembra opportuno, ma io vorrei essere obbligato anche a formarmi su come si scoprono i talenti dei ragazzi, sul mondo del lavoro di oggi e di domani, per orientarli in un presente che sta subendo una trasformazione senza precedenti. Quando sento dire, da chi in classe non entra, che l’uso del cellulare in aula è un toccasana per l’apprendimento ho la conferma dell’assenza di un progetto adeguato alle esigenze reali degli studenti, a cui invece servirebbe imparare come funzionano i linguaggi di programmazione che permettono alle app di funzionare, agli algoritmi di profilarci, proprio grazie a quel cellulare. Un sistema che non valorizza i docenti si merita una scuola che spegne la vita e che, invece di affrontare il mondo, lo ignora o vi si adegua.

Per questo, oggi più che mai, a prescindere dalle forze politiche in gioco è urgente un programma trasversale di riforma dell’istruzione con obiettivi minimi non più procrastinabili, immuni da partigianerie. In Germania, dove hanno impiegato mesi per formare un governo, su una cosa tutti i partiti erano concordi: aumentare i fondi per la ricerca. Abbiamo bisogno di una riforma condivisa e affrancata dall’essere una leva politica. Da dieci anni si aspettava la revisione del contratto di chi lavora nella scuola e l’accordo raggiunto, a pochi giorni dalle recenti elezioni, prevede una quarantina di euro netti in più in busta paga: uno zuccherino elettorale per uno stipendio molto al di sotto della media europea. Dibattiamo invano sul liceo di quattro anni, quando ci sono da rivedere tutti i percorsi, asfissiati dall’impossibilità di costruire un curriculum flessibile e scegliere gli insegnanti, soprattutto in un mondo in cui è imprescindibile una preparazione che metta in comunicazione area umanistica, scientifica, economica e tecnologica. La formazione professionale diventa una giungla se non è frutto di un progetto coerente con le necessità del lavoro e del territorio. I precari sono spesso utilizzati per il sostegno per il quale non sono formati. I vincitori di cattedra sono lanciati lungo la penisola senza rispetto delle vite familiari: ho ascoltato lo sfogo di colleghe che, pur di non perdere il posto, spendevano più dello stipendio per tornare in famiglia nel fine settimana. Perché i docenti, ottenuta l’abilitazione, non possono essere chiamati dalle scuole sulla base del curriculum come accade all’università e muoversi liberamente come in tutti i sistemi europei? I fatti di cronaca recenti mostrano che l’assurda violenza, verbale e fisica, contro i professori è l’esito di una frustrazione che non potendo cambiare un sistema anonimo si scaglia sui suoi rappresentanti.

Il letto da rifare oggi è nelle parole un po’ corsare di una sedicenne contro un sistema, obsoleto e impersonale, che spegne prima i docenti e quindi i ragazzi, trattandoli come oggetti. I discorsi sul rispetto delle diversità restano slogan, se nei fatti la scuola trascura le differenze, perché non cura l’unicità. Riformare l’istruzione è necessario se vogliamo un nuovo Rinascimento italiano, ed è una responsabilità della politica, il cui compito è valorizzare e semplificare l’iniziativa dei cittadini non ingabbiarla fino ad annullarla, come accade nei sistemi totalitari e in quelli conformisti: nei primi è vietato dire che qualcosa non va, nei secondi diventa inutile persino dirlo.

domenica 23 aprile 2017

L'istruzione del futuro, oggi...



Il più grande polo innovativo d'Europa si chiama H-International school e il capo di Apple la considera un modello. 
Ecco il campus che guarda al futuro, dove si va in gita in Egitto con un visore e anche la frittata serve a studiare la legge di gravità

di Gloria Riva, 19 apr 2017

Corre l’anno 2040, nelle fabbriche i robot hanno sostituito le tute blu e l’auto a guida automatica ha sconfitto i tassisti. Il test di medicina è preistoria da quando il chirurgo è stato soppiantato da un automa, meno empatico ma affidabile. E il Nobel per la Letteratura è andato a un super calcolatore. Nei tribunali c’è la toga robotica, che spezza i cuori delle madri e i loro sogni sul figlio avvocato.
Del resto il 65 per cento dei bambini seduti ai banchi di una scuola elementare da grande farà un lavoro oggi inesistente, dice un’indagine del World Economic Forum. 
È retorico chiedersi se la scuola - italiana e non - sia pronta a equipaggiare gli studenti di strumenti e conoscenze adatti ad affrontare questo futuro.

La risposta è no, con qualche eccezione. 
Una di queste eccezioni si trova in Italia: H-International School sta all’interno di H-Farm, acceleratore di startup di Roncade (Treviso) fondato da Riccardo Donadon
Perché proprio questo istituto? Perché Tim Cook, numero uno di Apple, l’ha inserito fra le cento scuole più innovative e perché è stata pensata da Donadon, cinquantenne, trevigiano dalla vista lunga. Ha creato il primo e più grande acceleratore d’impresa d’Europa, H-Farm appunto, battendo sul tempo la nascita di Y Combinator, l’acceleratore della Silicon Valley.
Se anche stavolta sarà stato in grado di anticipare le tendenze, allora il futuro sarà tutto rivolto alla rivoluzione scolastica. 
Quindi eccola, la scuola del futuro. Quindici bambini di nove anni stanno riuniti sul terrazzo. Trafficano con delle uova infagottate in ingegnosi paracadute costruiti da loro. Con la sacralità del lancio di uno shuttle, ogni team proietta l’uovo dal balcone, sperano prenda il volo. Il più delle volte si schianta al suolo, ma va bene così. La frittata serve a studiare fisica, la legge di gravità. «Si sperimenta, si impara ad avere il coraggio di sbagliare, si migliora per tentativi ed errori. Si scopre il margine del rischio», spiega un professore made in Inghilterra. 
Già, perché dall’infanzia all’università qui si parla solo inglese, per il semplice motivo che nel futuro chi non saprà capire, parlare, leggere e scrivere in inglese sarà totalmente disconnesso. I corsi sono partiti due anni fa e oggi ci sono 290 alunni, dai 3 ai 17 anni.

La previsione è accoglierne 800 nel 2019, più altri 220 universitari di Digital Management (corso realizzato in partnership con l’università di Venezia Cà Foscari) già dal prossimo anno, quando il nuovo Campus H-Farm verrà inaugurato. 
Sarà il più grande polo innovativo d’Europa: accoglierà 3 mila ricercatori, professori, startupper, studenti, manager e imprenditori su un’area di 51 ettari, di cui metà destinata a parco, il resto a cubatura zero, cioè a basso impatto ambientale. L’investimento è di 101 milioni di euro, in parte finanziato da Cattolica Assicurazione e Cassa depositi e prestiti, società del Tesoro che gestisce il risparmio postale degli italiani. 
L’obiettivo è avvicinare i giovani al mondo dei nuovi lavori, al digitale, alla tecnologia, per prepararli alle sfide del futuro: «Mostriamo ai ragazzi i dettagli dell’auto a guida autonoma e loro approfondiscono le ricadute di questa innovazione sull’esigenza di riqualificare gli spazi urbani e pensano a nuove opportunità di lavoro che derivino da questa rivoluzione», continua il professore. Il modello di apprendimento è ribaltato. «Si insiste sulle competenze e non sulle conoscenze», spiega Carlo Carraro, ex rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, attuale capo di H-Farm Education, che racconta come questo modello risponda al deficit di concentrazione dei ragazzi e alla loro costante esigenza di stimoli.
«La storia non viene spiegata in modo cronologico, ma per concetti. In classe è appena terminato un focus sul totalitarismo. Hanno studiato le maggiori e più feroci dittature, cercato gli elementi comuni, imparato a riconoscerle attraverso la realtà virtuale e visitato i luoghi della tirannia. Probabilmente apprendono meno nozioni rispetto alla scuola tradizionale, ma sanno quali pericoli corre la democrazia», spiega Carraro. Le classi prendono il nome della materia - Economics, Mathematics, Italiano, Sciences - e gli studenti si spostano da una all’altra.


La prima cosa che balza all’occhio è l’assenza della cattedra: «Il modello tradizionale è finito, la cattedra non ha più quel valore. Il docente diventa un coach e il lavoro non è più ascolto passivo, ma attiva produzione di conoscenza, elaborazione di contenuti» continua Carraro.  Ogni classe ha un maxi schermo, i banchi hanno rotelle per la rapida e silenziosa creazione di gruppi di lavoro, i cavi di alimentazione per i computer sono a disposizione. Non si vede, ma c’è una connessione wifi sempre accesa e accessibile a tutti, perché qui è saltato anche il diktat del “non copiare”. «Non è un disvalore e non presuppone che una persona non abbia capito il procedimento. Copiare è imparare un processo e poi cambiarlo», dice un professore mentre ci mostra dei bambini usare Sketch, un sistema di programmazione grafica: schiacciano il tasto copy per poi modificare il disegno originario. «Possono farlo perché conoscono la struttura di ciò che hanno copiato».

Nello stesso momento, alcuni ragazzini scattano foto al cielo con un iPad: «Lo fanno per dieci giorni di fila. Poi confrontano le immagini per scoprire che il cielo non è azzurro e saranno loro a dover scoprire il perché», dice il docente.
In un’altra classe indossano un visore - che in molti casi ha sostituito il libro di testo – e sono virtualmente in gita alle piramidi d’Egitto. La scuola di H-Farm è la prima in Italia a usare il software per la didattica Apple, presentato lo scorso autunno. «Il prossimo 19 maggio il team di Apple sarà qui per mostrare il software al mercato italiano», annuncia Carraro e racconta che anche Microsoft ha investito parecchio su un software analogo. Entrambi i big della tecnologia hanno compreso che la scuola è un enorme business, una prateria inesplorata del valore di milioni di dollari.


Quella di Treviso è meta di pellegrinaggio per insegnanti e presidi di istituti tradizionali in cerca di un nuovo modello di formazione. Ed è stato siglato un protocollo d’intesa con il Miur, il ministero dell’Istruzione, per formare i docenti del futuro, sul modello sperimentale H-Farm. Altra novità: ai ragazzi non viene tolto lo smartphone una volta entrati in classe, ma sono invitati a scoprirne le potenzialità, al di là di WhatsApp e Facebook. Un esempio? Imparano a usare lo smartphone per fare un cortometraggio e, parallelamente, apprendono la struttura della recitazione, lo studio dei costumi, lo storyboard, la scenografia, la trama, tutte cose che al liceo si acquisivano studiando Goldoni. Internet diventa una biblioteca per realizzare una ricerca su Pasolini e si impara a valutare l’affidabilità della fonte. Google drive è usato per condividere con i compagni le informazioni raccolte.
E se fino alle medie si punta alla creazione di solide competenze, alle superiori si entra nel dettaglio. Quaranta ore settimanali, quattro materie principali - matematica e scienze, storia, lingue e letterature, progettazione - le altre a scelta fra economia, computer, musica, educazione fisica, una terza lingua.

Il ciclo dura quattro anziché cinque anni, equivale al diploma di maturità e all’International Baccalaureate Diploma, che consente l’accesso alle università più prestigiose, come Princeton, Columbia, Stanford. A fine corso gli studenti dovrebbero avere un livello di competenze scientifiche paragonabile al secondo anno di ingegneria. Niente lezioni di latino e greco, sostituite dalla programmazione, il coding, perché ricalca la capacità di pensiero computazionale tipica dello studio delle lingue morte: si parte da un problema, lo si spacchetta nei suoi elementi base, lo si rende modulabile e si applica una formula nota per risolverlo. Il contatto con le startup di H-Farm è quotidiano, da loro imparano a progettare un’idea imprenditoriale, che potrebbe essere anche finanziata da H-Farm. I compiti in classe sono una rarità e i metodi di valutazione sono simili a quelli di un talent: «Non conta quanto uno sa, ma quello che sa fare e nel biennio finale portiamo all’eccesso questa capacità», conclude Carraro. Tutto un altro mondo, non fosse per quell’inconfondibile trillo della campanella che suona ad ogni ora, acuto e prolungato anche qui, uguale a quello di tutte le scuole d’Italia. Un déjà vu di emozioni, prime esperienze, errori, sconfitte, intuizioni, vittorie, pianti e risate di una complicata vita da studente.