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mercoledì 7 marzo 2018

Tracce delle prime stelle dell'Universo nelle onde radio provenienti dallo spazio?

Da Il Post


Secondo una nuova osservazione, l'Universo iniziò ad accendersi 180 milioni di anni dopo il Big Bang: se confermata, avremmo un punto di partenza certo per studiare tutto il resto

di Emanuele Menietti, 1 mar 2018


Nel mezzo di un’area desertica nell’Australia Occidentale, c’è un oggetto che ricorda un tavolo da cucina, all’apparenza semplice e rudimentale, ma che forse ha permesso di trovare le tracce delle primissime stelle dell’Universo. 
Se confermata nei prossimi anni da altre ricerche, la scoperta diventerà una pietra miliare per le teorie su come si formò tutto ciò che ci circonda, dalle stelle ai pianeti passando per noi stessi. I risultati della ricerca resa possibile da quel tavolo nel deserto sono stati pubblicati da poco sulla rivista scientifica Nature, e sono molto discussi tra gli astrofisici e i cosmologi (quelli che studiano l’origine dell’Universo).

Dopo il Big Bang

Prima di arrivare ai risultati del nuovo studio, dobbiamo tornare indietro nel tempo di circa 14 miliardi di anni, nell’era subito dopo il Big Bang, l’evento che secondo il modello teorico più condiviso avviò i processi di formazione dell’Universo. 
All’epoca non c’era un granché di entusiasmante da vedere: era tutto buio e freddo, pervaso da gas invisibili, per lo più idrogeno ed elio. In milioni di anni, le deboli interazioni gravitazionali portarono alla formazione di grandi ammassi di gas, che divennero via via più densi fino a collassare su loro stessi e ad “accendersi”, invadendo lo spazio circostante con la prima luce di sempre, visibile solo nell’ultravioletto (quindi non ai nostri occhi). 
Questi fenomeni altro non erano che le prime stelle, in un certo senso l’alba dell’Universo per come lo conosciamo adesso.



Partì tutto da lì. Dopo cicli di esistenza relativamente brevi, le prime stelle esplosero diventando buchi neri, mettendo le basi per quelle che sarebbero poi diventate le galassie, e producendo altri elementi pesanti, che in miliardi di anni avrebbero poi portato alla formazione dei pianeti e degli altri corpi celesti, e in ultima istanza di noi esseri umani. Questa teoria su come si formò tutto quanto ha trovato nel corso del tempo diverse conferme pratiche, ma i ricercatori hanno impiegato anni di osservazioni nella speranza di trovare indizi sulle primissime stelle per avere conferme più solide, senza grandi risultati. Ora il tavolo nel deserto australiano, che in realtà è un radio spettrometro, sembra aver fornito una risposta, o per lo meno indizi più consistenti.

Le prime stelle

Il gruppo di ricerca, che comprende astrofisici dell’Arizona State University, del MIT e dell’Università del Colorado, ha impiegato più di 10 anni per trovare il giusto segnale radio, calibrando di continuo lo strumento nel deserto australiano. 
Nello studio i ricercatori scrivono di avere captato le emissioni radio di ciò che resta di quell’idrogeno che anticamente interagì con le prime stelle, negli stadi iniziali dell’Universo. Le sue caratteristiche indicano che le prime si attivarono circa 180 milioni di anni dopo il Big Bang, in lieve anticipo rispetto ai modelli teorici utilizzati finora, ma comunque entro un margine di errore accettabile tale da non rimetterli in discussione. 
La scoperta è molto importante, perché mette un punto fisso che potrà aiutare i ricercatori a formulare meglio le teorie su cosa accadde dopo, e a verificarle tramite le osservazioni con i radiotelescopi.

L’osservazione delle prime stelle non è diretta: i ricercatori possono trovarle indirettamente rilevando gli effetti che ebbero su ciò che avevano intorno, come le nubi di idrogeno. 
Le radiazioni ultraviolette prodotte dalle prime stelle, alterarono lo stato del singolo elettrone che possiede ogni atomo di idrogeno. Il gas iniziò quindi ad assorbire energia dalla radiazione cosmica di fondo, la grande traccia energetica lasciata dal Big Bang. Semplificando molto: gli atomi di idrogeno assorbirono energia, che fu poi rilasciata quando tornarono al loro stadio iniziale. 
Secondo le teorie più diffuse, quel salto di energia può essere rilevato a una specifica frequenza radio, ed è quello che hanno provato a fare i ricercatori nel deserto dell’Australia per confermarlo nella pratica.

Osservazioni e materia oscura

Per anni hanno lavorato per calibrare il loro strumento, progettato per assorbire tutte le onde radio provenienti dal cielo, escludendo quelle non necessarie prodotte dalla nostra galassia (la Via Lattea) o dalle attività umane qui sulla Terra. Per questo il punto di osservazione scelto era nel mezzo di un deserto, a debita distanza da fonti terrestri che avrebbero potuto interferire con le rilevazioni. 
Nel 2015 i loro sforzi furono ripagati da un segnale molto promettente, che rese necessari due anni di verifiche per assicurarsi che fosse quello giusto.



Il segnale trovato ha caratteristiche compatibili con i modelli teorici, ma non tutto torna come dovrebbe. 
Inizialmente i ricercatori avevano provato a captarlo usando le frequenze previste dai modelli, ma senza trovare nulla. Hanno allora provato in un intervallo di frequenze più basso, trovando infine un segnale, ma più intenso del previsto. 
Questo sembra indicare che le nubi d’idrogeno ai primordi dell’Universo fossero molto più fredde e che siano necessarie nuove ipotesi per spiegarlo.

La più affascinante, e secondo alcuni plausibile, è che in quella fase l’idrogeno avesse interagito con la cosiddetta “materia oscura”, la cosa invisibile che si ipotizza costituisca buona parte dell’Universo e su cui non sappiamo ancora molto. 
La materia oscura è molto fredda, quindi è possibile che ci fossero trasferimenti di calore dall'idrogeno alla materia oscura. 
Cedendo calore, l’idrogeno si sarebbe raffreddato, da qui le caratteristiche del segnale radio rilevato.

E adesso?

Questa ipotesi, pubblicata su Nature in una ricerca separata, potrebbe avere gigantesche implicazioni nello studio dell’Universo, se fosse confermata. 
L’esistenza della materia oscura è stata finora derivata dai ricercatori grazie ad analisi indirette, per esempio studiando gli effetti gravitazionali sulla luce in ammassi di numerose galassie. Il problema è che in questo modo si possono ottenere informazioni su grandi pezzi di materia oscura, non sulle singole particelle che la compongono e su come sono fatte. 
Se vi sta girando la testa, Priyamvada Natarajan, astrofisico teoretico di Yale, può darci una mano a capire: “È come osservare una gigantesca duna nel deserto. Sai come la sabbia l’ha formata, puoi dimostrare come viene dispersa dal vento e come viene modificata dall’acqua. Ma non sai di che cosa è fatto un singolo granello”.

Gli elementi portati dalle due nuove ricerche potrebbero aiutare a risolvere alcuni nodi delle teorie sull’origine dell’Universo, ma potrebbero anche aggiungere qualche complicazione per tenere insieme tutti i passaggi dei modelli cosmologici più condivisi. 
Altri ricercatori in posti diversi dal deserto dell’Australia Occidentale sono intanto al lavoro per realizzare osservazioni indipendenti, che potranno fornire nuovi dati per confermare o smentire la nuova datazione a 180 milioni di anni dopo il Big Bang per le prime stelle. 
Risolto il problema, lo studio degli oltre 13,5 miliardi di anni che seguirono dovrebbe comunque tenerci impegnati per un bel po’.







mercoledì 23 dicembre 2015

Un articolo di Nature su 9 falsi miti della medicina (e non solo)

Da greenMe.it
9 FALSI MITI DELLA MEDICINA SECONDO NATURE
di Francesca Biagioli, 23 dic 2015



Vediamo quali sarebbero questi 9 miti (redatti da Nature intervistando diversi medici e scienziati) che la rivista definisce falsi e pericolosi
Per quelli che ci riguardano più da vicino (antiossidanti e medicina omeopatica) abbiamo chiesto il parere di un esperto.


1) LA DIAGNOSI PRECOCE AIUTA IN TUTTI I TIPI DI TUMORE


Siamo abituati a sentir dire che può aiutare molto in caso di tumore fare degli screening periodici in modo tale da avere una diagnosi precoce e in questo modo fronteggiare meglio la malattia e avere più probabilità di sconfiggerla sul nascere. Secondo Nature però questo sarebbe sbagliato, almeno nel caso di alcune tipologie di cancro. 
Gli screening regolari potrebbero essere utili solo per il rischio di tumori come quello al polmone, alla cervice e al colon, ma non in tutti gli altri casi come ad esempio il cancro alla tiroide o alla prostata. Questo perché alcuni tumori porterebbero alla morte, indipendentemente dal momento in cui vengono rilevati e trattati. 
Nel frattempo però, lo screening precoce aggressivo, ha un gran numero di effetti negativi sulla salute.

2) RADICALI LIBERI VERSUS ANTIOSSIDANTI

Tutti sappiamo che l’invecchiamento è causato dai radicali liberi, molecole reattive che si accumulano nel corpo come sottoprodotti del metabolismo e portano a danni cellulari. Gli antagonisti dei radicali liberi sono invece gli antiossidanti, molecole in grado di neutralizzarli e che di conseguenza vengono considerate buone per la salute umana. Ecco allora fiorire prodotti che promettono di frenare l’invecchiamento cellulare grazie alla presenza di sostanze antiossidanti come ad esempio la vitamina C e il betacarotene. Oggi, secondo Nature, la maggior parte dei ricercatori che lavorano in materia di invecchiamento concordano sul fatto che i radicali liberi possono causare danni cellulari, ma che questo sembra essere una parte normale della reazione del corpo allo stress. Non devono essere considerati quindi il male assoluto.
Abbiamo chiesto al dottor Alessandro Targhetta, medico chirurgo, cosa ne pensa di questa questione:
“L'invecchiamento fisiologico è dovuto a perossidazioni ovvero a formazione di radicali liberi, tossici per tutti i tessuti. Molte malattie, anche il cancro, sono spesso frutto di acidosi e quindi di ossidazioni. Ci alimentiamo con cibi antiossidanti per ridurre l'effetto dell'invecchiamento. Gli antiossidanti per ROS: in effetti si discute da tempo se siamo o meno efficaci. C'è chi li sopravvaluta come una panacea e chi no. I pareri sono discordi in merito. Qualcuno dice pure che facciano male. Personalmente li consiglio, basta non avere un cancro in atto o essere sotto chemioterapia perché in quel momento i radicali liberi ci aiutano a combattere il cancro”.
 3) IL CERVELLO UMANO E’ ECCEZIONALMENTE GRANDE
Il cervello umano è spesso considerato come l'apice di evoluzione di questo organo di cui ancora però dobbiamo conoscere tutte le potenzialità. Questa convinzione è dovuta al fatto che si ritengono eccezionalmente grandi le dimensioni del cervello rispetto al corpo umano e la sua densità di neuroni e delle cellule di supporto, conosciuti come glia. Secondo Nature però tutto questo non è vero. Il cervello umano è circa 7 volte più grande di quanto si ci possa aspettare da animali di dimensioni simili ma se si va a guardare le proporzioni anche topi e delfini le hanno uguali e gli uccelli addirittura più grandi. Il cervello umano è diverso da quello di altri primati per altre caratteristiche: l'Homo sapiens si è evoluto con una corteccia cerebrale estesa - la parte del cervello coinvolta nelle funzioni come il pensiero e il linguaggio - e cambiamenti unici nella struttura neurale e in altre aree del cervello.

4) SI IMPARA MEGLIO UTILIZZANDO LO STILE DI APPRENDIMENTO PREFERITO


Secondo il luogo comune si impara meglio se chi insegna sta utilizzando lo stile di apprendimento preferito dall’allievo. Uno studente che ama le dinamiche verbali, per esempio, presumibilmente imparerà meglio attraverso istruzioni orali, mentre chi ha una memoria di tipo visivo assorbirà meglio le informazioni attraverso la grafica e le immagini. Secondo Nature, però, ciò che si preferisce non è sempre un bene per l’allievo o adeguato per lui in quel determinato momento. Negli ultimi decenni, la ricerca sulle tecniche educative ha iniziato a mostrare che ci sono interventi che fanno migliorare l'apprendimento, tra cui quello di permettere agli studenti di riassumere o spiegare concetti a se stessi. E sembra che quasi tutti gli individui, salvo quelli con difficoltà di apprendimento, imparino meglio da una miscela di parole e grafica.
5) LA POPOLAZIONE UMANA STA CRESCENDO TROPPO ED E' LA NOSTRA CONDANNA
Il problema della sovrappopolazione preoccupa soprattutto per quanto riguardale risorse che nel giro di poco tempo potrebbero non bastare per tutti portando quindi una situazione di povertà e fame più generalizzata di quanto già non sia. Ma i ricercatori contattati da Nature sostengono che la popolazione umana non sta crescendo in modo esponenziale ed è improbabile che ciò accada anche in futuro. Oggi ci sono circa 7,3 miliardi di persone e si dovrebbero raggiungere i 9,7 miliardi entro il 2050. Tuttavia, le convinzioni che il tasso di crescita della popolazione porterà a un certo scenario apocalittico continuano ad andare di moda. E per quanto riguarda il cibo, secondo l'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura delle Nazioni Unite, il tasso di produzione alimentare globale supera la crescita della popolazione. C’è quindi cibo sufficiente a tutti anche se è mal distribuito, viene utilizzato come mangime per gli animali, per i carburanti o addirittura va perduto. Ecco perché, secondo gli scienziati di Nature, esiste ancora la fame nel mondo.

6) I VACCINI CAUSANO L’AUTISMO

Il tema dei vaccini, e in particolare quelli che vengono effettuati sui neonati, èun argomento sempre molto scottante che è tornato recentemente alla ribalta anche in Italia. Sempre più spesso vengono istillati dubbi che i vaccini possano essere tra le cause dell’autismo o, quanto meno, che in soggetti predisposti, abbiano la funzione di attivare questa patologia rimasta latente. Anche se ci sono alcuni rischi associati ai vaccini, la connessione con i disturbi neurologici è stata sfatata da diverse ricerche scientifiche. Nonostante questo però esistono in Italia delle sentenze che hanno dato ragione ai genitori che hanno chiesto risarcimento per i propri figli autistici.

7) IL PARACETAMOLO AGISCE ATTRAVERSO MECCANISMI NOTI

Il paracetamolo (acetaminofene), è uno dei farmaci più utilizzati perché considerato sicuro un po’ per tutti: bambini, donne incinte, ecc. Secondo il mito questo principio attivo agirebbe attraverso meccanismi noti. In realtà secondo Nature, anche che se è ampiamente utilizzato, ci sono solo idee e ipotesi su come questo e altri farmaci comuni realmente funzionano. Ma quindi ci sono anche dubbi sui reali effetti per le categorie di persone più delicate e a rischio?

8) CERVELLO E SISTEMA IMMUNITARIO SONO DUE MONDI SEPARATI

Si parla tanto negli ultimi anni del rapporto che c’è tra sistema immunitario e intestino ma poco invece viene considerato in questo senso il cervello. Secondo Nature le più recenti ricerche scientifiche hanno scoperto che il cervello ha le sue cellule immunitarie e un sistema linfatico che lo collega al sistema immunitario nel resto del corpo.

9) L’OMEOPATIA NON FUNZIONA

L’abbiamo sentire più volte: l’omeopatia è solo effetto placebo. Ne sono convinti tanti medici ma ce ne sono altrettanti che invece, considerando anche la loro esperienza sul campo, la considerano al contrario molto efficace. Secondo Nature non esistono comunque prove scientifiche che avvalorino la reale utilità di curarsi con le medicine omeopatiche. Nonostante questo tante persone in tutto il mondo, Italia compresa, continuano a scegliere l'omeopatia.
Ecco cosa ci ha detto in merito il dottor Targhetta, medico chirurgo e omeopata:
A periodi ben precisi ritornano questi inconsistenti attacchi all'Omeopatia. Ci sono decine di Metanalisi su centinaia di lavori scientifici pubblicati su prestigiose riviste scientifiche che avvalorano l'efficacia dell'Omeopatia, ma qui non le considerano! Considerano invece le Metanalisi (di parte!) dove si prendono i lavori fatti male e con risultati negativi per tirare bordate sull'Omeopatia.Sono in malafede e la gente che si cura con l'Omeopatia non ci fa più caso e così noi medici omeopati”.
Ma, almeno relativamente ad alcuni punti, dire che le ricerche scientifiche negano la fondatezza di tali convinzioni e pratiche fa sì che tutte queste cose che oggi possono essere considerate false lo saranno anche in futuro quando saranno affrontate magari sotto altri punti di vista o con nuovi parametri di analisi? C’è poi chi vede, dietro alcune affermazioni della lista di Nature, gli interessi di qualcuno. Voi che ne pensate?

mercoledì 15 aprile 2015

Cervello, scoperto l'interruttore che accende l'ansia


di Valeria Pini

Roma, 31 gennaio 2015

E' come un interruttore capace di 'accendere' o 'spegnere' ansia e paure. E' così che nascono fobie e stati emotivi che paralizzano le persone nei momenti più delicati della vita.Ora un gruppo di ricercatori del Cold Spring Harbor Laboratory ha esaminato come agisce questo meccanismo nei topi, ma anche il ricordo di questo stato d'animo che sopraggiunge quando si scatena il terrore. Lo studio, pubblicato su 'Nature', fa nuova luce sui processi alla base dei disturbi d'ansia.
Perché nei casi più gravi il timore si può trasformare in malattia e condizionare la vita delle persone. Stati ansiosi che ci impediscono di agire, 'paralizzano'. Sono quelle situazioni che spingono a non uscire di casa o a non prendere l'aereo. Tra i disturbi dell'ansia ci sono anche le fobie. In questo caso la paura è collegata a un oggetto specifico che può essere un animale, una situazione o un evento.
Secondo i ricercatori la paura è 'codificata' all'interno dei circuiti neuronali poiché "viene memorizzata in una specifica regione del cervello, l'amigdala centrale - spiega Bo Lì, autore dello studio - e attivata da una molecola già conosciuta, il Bdnf (Brain-derived neurotrophic factor)". Ad indagare per prima su questi fattori neurotrofici fu proprio la scienziata italiana premio Nobel per la Medicina Rita Levi Montalcini.
Il candidato al ruolo di 'nascondiglio delle ansie' era un gruppo di neuroni che si trovano nel nucleo paraventricolare del talamo (Ptv), una regione del cervello estremamente sensibile alle sollecitazioni e che agisce come sensore per le tensioni fisiche e psicologiche. Secondo gli scienziati la connessione tra amigdala e Ptv è il Bdnf, una cui mutazione è presente nei pazienti che soffrono dei disturbi d'ansia.
In effetti i ricercatori hanno verificato come l'aggiunta di Bdnf all'amigdala attivi i neuroni, innescando una risposta di spavento nei topi che non sono stati esposti a nessuno stimolo pauroso. Inoltre, il fattore promuove la formazione del ricordo dell'attimo di terrore vissuto. "Abbiamo stabilito - concludono gli studiosi - che il Bdnf è un messaggero chimico che permette al Ptv di esercitare il controllo sull'amigdala. Quindi il prossimo obiettivo è sviluppare un trattamento 'ad hoc' per i disturbi d'ansia".
In Italia 8 milioni di persone soffrono di stati d'ansia, mentre 4 lottano contro la depressione, altri 4 di problemi legati all'insonnia e oltre un milione soffre di disturbo post-traumatico da stress.