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martedì 21 novembre 2017

Le caratteristiche del Genio...

Cosa rende geniali? 

Walter Isaacson è CEO dell’Aspen Institute, è stato presidente e amministratore delegato della ‘CNN’ e caporedattore del ‘Time’, autore di ‘Benjamin Franklin: An American Life’, ‘Einstein: His Life and Universe’, ‘Steve Jobs and Leonardo Da Vinci’, da cui sono tratti i seguenti brani. 


Essere un genio è diverso che essere super-intelligente. Ha a che fare con la creatività, la capacità di applicare l’immaginazione praticamente a qualsiasi situazione. 

Prendete Benjamin Franklin: da autodidatta è diventato l’inventore più grande dell’Illuminismo americano, diplomatico, scienziato, scrittore e stratega negli affari. Inventò il parafulmine, le lenti bifocali, l’armonica a bicchieri e un tipo di umorismo unico.


Albert Einstein seguì un percorso simile. Fu lento ad imparare a parlare da piccolo, al punto che i genitori consultarono un medico. La domestica lo chiamava ‘il tonto’, un altro parente ‘quasi ritardato’. Albert nutriva una certa insofferenza per l’autorità, fu cacciato da un maestro e un altro gli disse che nella vita non sarebbe andato da nessuna parte. Queste caratteristiche resero Einstein il santo patrono degli scolari distratti ovunque nel mondo.

Ma il disprezzo per l’autorità lo portò ad interrogarsi sulla libertà in un modo che gli accademici non avevano mai contemplato, e il ritardo nel parlare gli permise di osservare con stupore ciò che gli altri davano per scontato. Rivoluzionò la nostra idea di universo e rivelò due pilastri della fisica contemporanea: teoria quantistica e della relatività. Oggi la sua faccia e il suo nome sono sinonimo di genio.


Poi c’è Steve Jobs. Come Einstein, che suonava Mozart con il violino quando voleva riconnettersi alle armonie del cosmo, Jobs credeva che la bellezza contasse e che le arti, le scienze e l’umanistica, dovessero connettersi. Mollato il college, Jobs fece lezioni di danza e calligrafia, prima di cercare illuminazione in India. Il che significa che ogni suo prodotto, dal Mac all’iPhone, aveva bellezza quasi spirituale in natura, diversa dai suoi competitor.




Credo che Leonardo da Vinci sia il genio più creativo della storia. 
E, di nuovo, non sembrava la persona più intelligente. Non aveva l’intelligenza teorica sovrumana di Newton o Einstein, o le capacità matematiche del suo amico Luca Pacioli. Ma sapeva pensare come un artista e uno scienziato, e questo gli diede una cosa preziosa: l’abilità di visualizzare i suoi concetti teorici. Pacioli ha espanso le teorie di Euclide per produrre influenti studi sulle prospettive matematiche e le proporzioni geometriche, ma furono le illustrazioni leonardesche a dare loro vita. Negli anni fece lo stesso nel campo della geografia e dell’anatomia, creando grandi opere d’arte.

Come Franklin, da Vinci era per lo più un autodidatta. Come Einstein, aveva un problema con l’autorità. Ignorò i dogmi medievali e la scolastica impolverata. A suo dire, fu discepolo dell’esperienza e dell’esperimento. Un approccio rivoluzionario, che anticipava il metodo scientifico sviluppato il secolo dopo da Francis Bacon e Galileo Galilei.

Come in Einstein, il suo tratto distintivo fu la curiosità, e a dimostrarlo ci sono pagine e pagine di appunti zeppi di domande. La sua nobile ambizione era di conoscere tutto il conoscibile, incluso il cosmo e il nostro ruolo al suo interno. Non smise mai di osservare. Quando guardava il castello di Milano, mentre passeggiava, quando vedeva gli uccelli o i visi delle persone. Il suo uomo vitruviano, esattezza anatomica combinata a bellezza, divenne il simbolo della connessione fra arte e scienza.

Alcuni sono geni in ambiti precisi, tipo Leonhard Euler nella matematica o Wolfgang Amadeus Mozart nella musica, ma per me i geni più interessanti sono quelli che vedono schemi nelle infinite bellezze della natura. Nessuno unì anatomia, matematica, studio dell’universo, a dipinti come la Gioconda o L’ultima Cena. Da Vinci fu un genio, ma non perché era intelligente. Era, innanzitutto, il modello della mente universale, la persona più curiosa della storia.


martedì 17 gennaio 2017

Integratori - o droghe - per la mente...



Le startup degli integratori. In California cinquant’anni dopo tornano gli psichedelici. Non per lo sballo, ma per lavorare di più e meglio

16 gen 2017

San Francisco. Cinquant'anni fa a San Francisco arrivava un pullmino variopinto battezzato Oltre, che portava in Alta California il gruppo dei Merry Pranksters, gli Allegri Burloni, guidato dall’autore di un certo successo editoriale, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Lui si chiamava Ken Kesey e col ricavato del libro, scritto rigorosamente sotto peyote, comprò il bus e partì per un viaggio coast to coast per spalancare occhi e recettori tramite Acid Test, con questa droga allora di nicchia ma legale, l’Lsd.

Era poco prima dell’Estate dell’Amore, e un giornalista già famoso, Tom Wolfe, era stato spedito in California perché sulla East Coast c’era lo sciopero dei poligrafici. Da quel reportage sarebbe nato un classico americano, "The Electric Kool-Aid Acid Test", dove si raccontava lo sgangherato road trip di questa band lisergica in cerca della condivisione universale, con incontri a base di Lsd nel succo d’arancia (il Kool-Aid in questione) ma anche di Hells Angels, di Grateful Dead, con una spruzzata d’Allen Ginsberg.

Era una grande stagione per questa droga già sperimentata dalla Cia e poi introdotta dal dottor Timothy Leary più a sud, in Messico. Oggi, cinquant’anni dopo, sulle stesse tratte si aggirano i Google bus che trasportano in Silicon Valley i travet creativi che progettano il futuro, ma sarà un caso o il genius loci tossico, comunque l’Lsd, insieme ad altre droghe e droghine più nerd, è tornato di gran moda.

Con usi e utente però molto differenti: qualche mese fa in città si è tenuto l’ennesimo meetup dell’associazione “San Francisco Peak Performance”, organizzata dal suo paladino George Burke, teorico del microdosing, che si traduce in quantità minime di Lsd. “Microdosing” è la parola d’ordine che senti ultimamente alle feste e alle cene, qui: ma non per sballare; per lavorare meglio.

A spiegare meglio il nuovo utilizzo dell’acido c’era sul palco una leggenda della psichedelia californiana, lo psicologo James Fadiman, già autore di una Psychedelic Explorer's Guide, secondo cui “il microdosaggio rende più creativi, più a proprio agio, meno soggetti a emicrania”. “Il microdosaggio significa prendere un decimo rispetto alle dosi classiche da sballo, appunto di Lsd” dice invece Burke al Foglio. “Chi lavora in Silicon Valley oggi cerca sostanze per ottenere performance migliori”.

“Possono essere integratori, smart drugs, si può andare dalla semplice caffeina alla vitamina B, a medicinali su ricetta come il modanafil, un farmaco utilizzato contro la narcolessia, alle microdosi appunto di Lsd. Con le microdosi non si ottengono gli effetti classici dell’acido, come lo sballo e le visioni, ma una miglior concentrazione, una miglior reattività”, ci dice Burke. “Una miglior connessione tra pensieri e parole”.

Pensieri e parole stanno ingenerando qualche timore però in Silicon Valley, che dovendo distinguersi non usa certo la coca come quei burini di Wall Street. “Credo che abbiamo un problema di droga” dice la dottoressa Molly Maloof, terapeuta e consulente medica di startup. “Molti imprenditori e manager per esempio prendono il Ghb per dormire. E sai perché non riescono a dormire? Perché hanno preso sostanze eccitanti durante il giorno. E per cosa? Per lavorare di più”.

Ma chi sono questi consumatori? “Persone che devono scrivere molto, organizzare molto, fare presentazioni, riunioni, telefonate, e che trovano il microdosaggio molto utile in queste attività”, spiega Burke (ma anche in altre attività usuranti come fare la moglie, come Ayelet Waldman, sposa californiana dello scrittore Michael Chabon che qualche settimana fa ha detto che il microdosaggio di Lsd ha salvato il suo matrimonio).

Chi non si spinge fino alla microdose o al Ghb, detto anche droga dello stupro perché mette una certa allegria tra le lenzuola, fa volentieri uso dei “nootropics”, cioè superintegratori non per il fisico ma per il cervello. “Nootropics” è una parola inventata nel 1972, sono sostanze a cavallo tra gli integratori e le droghe, perché alterano, migliorandole, le capacità cognitive. Un mix perfetto tra la vecchia cultura tossica e la nuova dei "supplements", che se finora hanno riguardato aminoacidi proteine vitamine per dimagrire o farsi più velocemente la tartaruga ora puntano finalmente sul cervello.

Ecco così una Silicon Valley tossicona ma medicalizzata, che va all'attacco di un mercato annuale, quello dei supplementi dietetici, che vale 121 miliardi di dollari in America; ma qui parliamo di diete molto speciali. Paladino dei “nootropics” è un signore che si chiama Dave Asprey e ha fondato un impero su questi nutrienti.

Asprey, che teorizza l’uso di modanafil, aniracetam e nicotina che si inietta coi cerotti da ex fumatori, ha coniato la definizione di “biohacking”, cioè di manomissione del corpo umano per farlo rendere di più. “E’ l’arte e la scienza di cambiare l’ecosistema intorno e dentro di te, per avere maggiore controllo sulla sua stessa biologia” ci dice ancora Burke con un lessico un po’ da figli dei fiori. Cinquant’anni dopo però a nessuno qui interessa lo sballo, si perde solo tempo e ci sono i mutui e le Tesla da pagare.

Saliamo dunque al decimo piano di un palazzone di vetro nel centro di San Francisco, non lontano dagli uffici di Twitter e Uber, arriviamo all'ufficio 1025 per andare a rendere omaggio alla "startup più hot della Silicon Valley" secondo il Time. Si chiama Nootrobox, tra i suoi investitori ci sono Andreessen Horowitz, leggendario fondo di investimento, una Mediobanca siliconvallica, e Marissa Mayer, numero uno di Yahoo. Aristocrazia siliconvallica, insomma.

Nootrobox secondo quello che si dice in giro è la “pusher” di droghe legali per i meglio unicorni della valle. Di sicuro è un caso raro di startup appena nata ma con i conti in attivo. L’ufficio, però, una gran delusione, ci si aspettava una mansion tipo almeno uffici di Vice a Milano, atmosfere da Bret Easton Ellis, invece è un ufficietto piccolo vagamente fantozziano, che guarda su North Beach e i suoi antichi fasti beat con la libreria di Lawrence Ferlinghetti.

I cinque ragazzi che smanettano dentro, tutti sotto i trent'anni, coi loro computer Mac, difficilmente sapranno chi è; ma rispetto al consueto interior decoration startupparo non ci sono neanche i soliti dispenser di merendine: alle pareti invece libri di neurologia e biochimica, e quintali di barrette e barattolini, è una via di mezzo tra un ambulatorio e la cassa di un Autogrill.

Ci viene incontro Geoffrey Whoo, il ceo, 28 anni, ha un misterioso strumento nero Motorola in mano, che controlla continuamente; essendo nella startup più fica della Silicon Valley ci aspettiamo qualunque cosa (forse è un vecchio telefono ipervintage, o un registratore per registrare l’intervista). Ci sediamo.

“Col mio cofounder ci siamo conosciuti a Stanford, studiavamo entrambi computer science” dice Geoffrey, origini asiatiche, nato a Los Angeles, molto a suo agio, poco nerd. Mentre era appunto a Stanford ha inventato un localizzatore Gps che ha venduto poi a Groupon per decine di milioni. Il cofounder Michael Brandt, 28 anni pure lui, invece è biondo e viene da Chicago, è stato subito preso nel programma Assistant Product Manager di Google, una specie di Circolo della Caccia qui.

“Siamo la prima generazione di informatici non sfigati”, mi dice convinto Woo, che non ha per niente l’aria da spacciatore. “Quel film, The Social Network, ha cambiato tutto. Prima i migliori di noi andavano a Wall Street, ora tutti vogliono studiare informatica”. Loro nello specifico sono due fieri biohackers. Ma che vuol dire? “Mettiamola così. Pensa all'iPhone.

L’iPhone è lì da dieci anni, le dimensioni sono più o meno quelle, ma è stato migliorato e perfezionato rispetto alla versione iniziale, si è lavorato sulle sue funzioni, migliori fotocamere, che hanno reso possibile Instagram, gps che ha reso possibile Uber. Come imprenditore insomma mi sono reso conto che sulla tecnologia non c’era più niente da migliorare, andava trovato un altro campo d'azione da migliorare". Nello specifico, "il corpo umano”, e il luogo dove risiede il suo sistema operativo, cioè il cervello: “io lo definisco approccio ingegneristico al corpo umano, testarlo ed ottimizzarlo” (nel frattempo continua a controllare l’affarino nero).

Il business di Nootrobox, come insinua la parola, è una scatola: un pacco di farmaci che al prezzo di 135 dollari al mese ti arriva direttamente a domicilio. È uno Spotify della pillola, con un packaging molto Apple. Apriamo la scatola nera di cartone, l’interno è bianco, sembra quella di un iPhone 7 solo che dentro ci sono dei vasetti di pillole invece che un telefono. Anche i nomi sono molto Apple: al mattino devi prendere la pillola che si chiama "Rise", la sera per dormire "Yawn", a metà pomeriggio "Sprint".

Dentro, una quantità di sostanze: nel Rise c’è una tale bacopa monnieri, una rhodiola rosea e una a-GPC. In Sprint c’è invece caffeina, L-theanina e vitamina B, che dovrebbe garantire 4 ore di concentrazione (va preso alla bisogna, agisce entro mezzora, l’abbiamo provato per scrivere questo articolo); nello Yawn, melatonina, L-teanina, glicine e magnesio citrato che dovrebbe garantire 8 ore di sonno - “io non metto mai la sveglia, mi sveglio dopo otto ore perfettamente riposato”, dice Woo, mentre avvicina lo strumento nero al braccio, e a quel punto non si resiste e si chiede cosa sia mai; “oh, è un misuratore di glicemia Bluetooth, niente di che”. “Sai, sono tre giorni che non mangio”.

Come non mangia? “Ah, sì, qui dentro nessuno mangia da tre giorni. L’ultimo pasto l’abbiamo fatto domenica sera. Stiamo benissimo, stai molto meglio sai, molto più focused, concentrato. Seguiamo infatti la dieta delle 60 ore, cioè ogni settimana facciamo 60 ore di digiuno. Gavin invece fa la 23:1”. Al digiuno non si era preparati. Cerchiamo di capire. Chi è Gavin, e cos’è la 23:1? "Chiediglielo tu". Andiamo allora nell’altra stanzetta, Gavin è un ragazzotto mulatto dall’aria molto sana, “ex atleta al college”, dice Woo, e Gavin che qui si occupa del servizio clienti tutto fiero dice che fa solo un pasto al giorno, e nelle 23 restanti ore niente, neanche un boccone di pane.

E la mattina? “Un bel bicchiere d’acqua, e le mie pillole!”. Gavin sta benissimo, naturalmente, va in palestra e prende una quantità di integratori. (Forse questo digiuno semitossico funziona veramente, i ragazzi rispondono alle email in trenta secondi, alla richiesta di intervista, “certo vieni tra mezz’ora”). Woo ci spiega meglio: “le nostre abitudini alimentari, sono tutti condizionamenti dell’industria. Siamo abituati a fare tre pasti al giorno. Ma non è sempre stato così. Nell’antica Roma si mangiava una volta sola. Sono le aziende alimentari che hanno interesse a farci mangiare sempre di più. Anche il mito della prima colazione: pensa agli interessi dell’industria dei cereali!”.

Così allora adesso loro digiunano tutti insieme, “è diventata una cosa comunitaria, anche molti nostri clienti stanno cominciando a digiunare. Il nostro stile di vita non è mai naturale, dipende tutto dalle rivoluzioni industriali, pensa a quanto sport e quanta palestra si fa oggi, e trent’anni fa nessuno si sognava, si facevano ancora lavori manuali. Oggi si lavora praticamente solo col cervello, ecco perché dobbiamo renderlo più performante”.

Così, tra un digiuno e l’altro, per rendere performante questo nostro vecchio sistema operativo i due startupper-pusher spediscono ogni mese lo scatolone di pillole a 20.000 clienti tra cui vipponi siliconvallici (“non posso certo dire i nomi, ma ci sono molte persone che avrai visto in televisione”) e pure nel resto degli Stati Uniti.

Ma è legale? “Beh, con gli investitori che abbiamo noi non possiamo certo metterci a spacciare sostanze proibite”, dice Woo, anche se “il confine tra legale e illegale sta diventando sempre più labile, e se un alieno scendesse sulla terra non si capaciterebbe di come vengono trattate certe sostanze: l’alcol è legale, l’MDMA che fa meno male è illegale; la marijuana è illegale in molti stati mentre le sigarette sono legali e ai bambini danno l’Alderall che è pura anfetamina”.

“Tutto questo probabilmente cambierà” riflette Woo. “La marijuana probabilmente sarà l’apripista per uno sdoganamento graduale delle droghe, la chetamina, l’MDMA”, dice. “Sai, qui in Silicon Valley le persone sperimentano un po’ di tutto, Ghb non ne ho mai visti sinceramente però le microdosi di LSD per lavorare sì, ne conosco tanti. Ma se guardi alla tossicità, l’Lsd fa molto meno male dell’alcol”.

Ma gli startupper-pusher fichetti non vogliono certo finire in galera e poi hanno azzeccato il marketing giusto: come Apple ha soppiantato gli smanettoni e reso sottili ed eleganti i computer, così loro rendono l’essere nootropicali un’esperienza esteticamente rilevante: il loro sito è bellissimo, l’interno della scatola nera è super hipster con la sagoma di un bagaglio e dentro delle cuffie, degli occhiali, è un bell’oggetto, i barattoli sono di vero vetro.

E poi ecco il loro bestseller, si chiamano Go Cubes e sono chewing gum di caffè in tre gusti (caffè, latte, cappuccino), che hanno vinto il premio di miglior prodotto al South By Southwest, fondamentale festival dell’innovazione che si tiene ogni primavera in Texas. I Go Cubes racchiudono cinquanta milligrammi di caffeina, che però è a lento rilascio, più L-teanina, un amminoacido contenuto nel tè verde, vitamina B3, B6 e B12, più altri ingredienti incomprensibili che ne fanno una specie di Pocket Coffee-Frankenstein che promette mostruosa concentrazione.

“Non volevamo sembrare dei freak che vanno in giro a smerciare pasticche. Un chewing gum è molto più accettato” dice Woo. I pocket coffee per startupper verranno commercializzati presto anche in tutti i negozi, non solo online.

“In cinque anni i nootropics faranno parte della dieta di ognuno di noi”, assicura. Varie startup hanno già richiesto questi chewing gum per distribuirli gratuitamente ai loro dipendenti. Così arriveranno in ufficio già concentratissimi dopo aver ruminato sul Google bus. E chissà cosa ne direbbero i loro antenati, quegli Allegri Burloni che sul loro pullman psichedelico volevano solo sballarsi.

mercoledì 6 agosto 2014

L'analisi di Alberoni sul vuoto di ideali, speranze e creatività in Europa...

Da IlGiornale

I miti sono morti e anche noi non stiamo bene

La fine delle ideologie in Italia si è trasformata in un vuoto ideale e di speranza

di Francesco Alberoni, 28 lug 2014

È come se l'Europa fosse coperta da una caligine e i suoi abitanti presi da sonnolenza. 
Le élite sono rigide, apatiche. Per tre secoli l'Europa è stata il centro propulsivo del mondo. La società era pervasa da un'energia collettiva che spingeva i singoli individui a tentare nuove avventure in tutti i campi, nella scienza, nella politica, negli affari, nell'arte.

Non c'erano allora università con mezzi sterminati, era l'individuo con la sua scoperta che cambiava il mondo, come Jenner che inventa il vaccino, Stephenson la locomotiva, Siemens il telegrafo, Pacinotti la dinamo, Marconi la radio, Mendel la genetica. In questo clima di ottimismo vulcanico emergono personalità straordinarie, eccessive. In politica Marx, Lenin, Bismarck, o grandi avventurieri come Cecil Rhodes. E lo stesso avveniva nella musica, nella pittura, nell'architettura


Poi tutto si spegne. Ma non si spegne a causa delle spaventose guerre mondiali. L'attività creativa è continuata fra le due guerre ed anche dopo. 
No, il collasso culturale dell'Europa, è avvenuto negli anni settanta e ottanta.

Cosa è successo di fatale in quel periodo? 
Gli intellettuali hanno rifiutato le nostre tradizioni e creduto in quattro miti. 

Prima quello di MaoTze-tung e Che Guevara, un rigurgito di marxismo che ha preceduto la sua morte avvenuta nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. 

Il secondo ci è arrivato dagli Usa, come rivoluzione sessuale e libertaria finito in droga e anarchia emotiva. 
Il terzo prometteva la democrazia in tutto il mondo ed è morto in Iran, in Irak, in Afghanistan, nelle primavere arabe. 
L'ultimo è il sogno dell' Europa come nazione nascente, diventata invece un condomino amministrato da puntigliosi burocrati.

Ne è rimasto un vuoto ideale e di speranza che in Italia sta trasformandosi in lotta di tutti contro tutti, in cecità di fronte ai terribili pericoli che incombono. 

Un grave momento storico in cui possiamo solo sperare che si affermi un'élite di audaci riformatori che non si fa fermare da nessuno e scuota il paese dal suo sonno mortifero, rimettendo in moto la capacità di vivere e di rinnovarsi.