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domenica 15 marzo 2020

Un articolo sulla storia di Adriano Olivetti...



Sergio Noto, Prof.di Storia economica presso l’Università di Verona, 17 gen 2020


Fino ad alcuni anni fa la stragrande maggioranza degli studenti di una laurea magistrale in economia ignorava completamente cosa fosse la Olivetti: nulla del passato nulla del presente, se ne parlava pochissimo e se ne sapeva ancor meno. Da un po’ di tempo, al contrario, i giornali ne parlano sempre di più, ricordano quale campione di impresa eterodossa e vincente fosse la Olivetti – una specie di Apple in anticipo di almeno quarant’anni, guidata da un signore molto più mite e più colto, ma non meno geniale di Steve Jobs.


Ma dalla fiction televisiva su Adriano Olivetti in poi, andata in onda su Rai 1, pare che l’ordine di scuderia sia divenuto quello di fare un santino del grande imprenditore di Ivrea
Con una “lieve” mancanza. 
Anche Walter Veltroni, tra gli altri, recentemente sul Corriere della Sera ha rievocato una pagina gloriosa e triste (come è tutta la storia dell’Olivetti), relativa alla realizzazione del primo computer e di uno dei suoi ideatori più importanti, quell’ingegnere cinese e italiano, Mario Tchou, scomparso in circostanze misteriose.

Tutto bene, uno direbbe: le conoscenze finalmente aumentano, la verità si sta facendo largo. Ma purtroppo non è così. In questo improvviso, nuovo storytelling, la vicenda dell’Olivetti infatti viene raccontata solo fino alla morte prematura di Adriano, dimenticando o correndo rapidi sui fatti successivi al 1960, culminati con la chiusura definitiva dell’ultima fabbrica (2012). 
Da vivo, Adriano Olivetti ebbe tutti contro. Solo la sua forza, le sue capacità e i suoi successi crescenti gli consentirono di resistere alle aggressioni, alle maldicenze e all’ostilità di gran parte dell’Italia che contava.

E se, come sembra sostenere Walter Veltroni, fu il governo americano a volere la chiusura dell’esperienza pionieristica del reparto computer e a realizzare l’eliminazione fisica dell’ingegner Tchou, questo aggiungerebbe ben poco alla già risaputa idea che l’autodafé informatico del maggiore e più forte concorrente di Ibm fu sicuramente appoggiato dalla politica e dall’industria italiane. Queste mai nascosero la loro scarsa simpatia per un imprenditore che “rosso” certamente non era, ma che aveva il difetto imperdonabile di additare all’Italia un modello rigoroso e calvinista di impresa, eversivo per le consuetudini di gran parte dell’imprenditoria nostrana, ieri come oggi.

In tal modo restano ancor oggi almeno 52 anni di buco nella storia dell’Olivetti – dalla morte di Adriano – che andrebbero approfonditi, studiati e ricordati. Anni ancora più rilevanti e più istruttivi dei decenni precedenti. Anni che ci parlano del progressivo smantellamento dell’Olivetti, di Comunità, di Ivrea, di Pozzuoli e degli innumerevoli prodotti del genio di Adriano, e che ci potrebbero dire molto di più della storia pur gloriosa ma troppo singolare dell’Olivetti nel secondo dopoguerra.

Infatti la storia dell’Olivetti nel dopo-Adriano drammaticamente ci parla, e molto, della politica italiana e dell’incapacità della nostra classe dirigente – attraverso l’assenza di appropriate politiche industriali – di sostenere una crescita che avrebbe dovuto trasformarsi in sviluppo, se avesse saputo scegliere la strada dell’innovazione e non quella della conservazione. Ci dice poi della cultura, degli intellettuali italiani, sempre più proni verso i potenti e i violenti, incapaci di autentiche e originali battaglie per la libertà di pensiero.

È una testimonianza drammatica delle corte visioni degli imprenditori, dell’insufficienza delle istituzioni, degli uomini e delle strutture finanziarie (Mediobanca in testa). È in definitiva una metafora della storia politica, economica e culturale del paese, di come cioè possa essere distrutto un patrimonio e un primato che pure eravamo riusciti a costituire. Una storia che varrebbe bene conoscere, almeno per cercare di non ripetere certi errori.

La storia dell’Olivetti dal 1960 al 2012, della quale appunto solo pochi hanno il coraggio di parlare, non è però esclusivamente la ricostruzione delle vicende dell’Italia contemporanea. È la fotografia della crisi presente, dell’incapacità di coniugare ricchezza materiale e benessere civile, dei problemi apparentemente insormontabili che abbiamo a diventare un paese moderno, senza perdere le nostre peculiarità, senza tradire le nostre radici, senza scimmiottare o farci imporre modelli altrui.

È la chiave per capire il nostro futuro. E forse proprio per questo meglio non parlarne.





martedì 21 novembre 2017

Le caratteristiche del Genio...

Cosa rende geniali? 

Walter Isaacson è CEO dell’Aspen Institute, è stato presidente e amministratore delegato della ‘CNN’ e caporedattore del ‘Time’, autore di ‘Benjamin Franklin: An American Life’, ‘Einstein: His Life and Universe’, ‘Steve Jobs and Leonardo Da Vinci’, da cui sono tratti i seguenti brani. 


Essere un genio è diverso che essere super-intelligente. Ha a che fare con la creatività, la capacità di applicare l’immaginazione praticamente a qualsiasi situazione. 

Prendete Benjamin Franklin: da autodidatta è diventato l’inventore più grande dell’Illuminismo americano, diplomatico, scienziato, scrittore e stratega negli affari. Inventò il parafulmine, le lenti bifocali, l’armonica a bicchieri e un tipo di umorismo unico.


Albert Einstein seguì un percorso simile. Fu lento ad imparare a parlare da piccolo, al punto che i genitori consultarono un medico. La domestica lo chiamava ‘il tonto’, un altro parente ‘quasi ritardato’. Albert nutriva una certa insofferenza per l’autorità, fu cacciato da un maestro e un altro gli disse che nella vita non sarebbe andato da nessuna parte. Queste caratteristiche resero Einstein il santo patrono degli scolari distratti ovunque nel mondo.

Ma il disprezzo per l’autorità lo portò ad interrogarsi sulla libertà in un modo che gli accademici non avevano mai contemplato, e il ritardo nel parlare gli permise di osservare con stupore ciò che gli altri davano per scontato. Rivoluzionò la nostra idea di universo e rivelò due pilastri della fisica contemporanea: teoria quantistica e della relatività. Oggi la sua faccia e il suo nome sono sinonimo di genio.


Poi c’è Steve Jobs. Come Einstein, che suonava Mozart con il violino quando voleva riconnettersi alle armonie del cosmo, Jobs credeva che la bellezza contasse e che le arti, le scienze e l’umanistica, dovessero connettersi. Mollato il college, Jobs fece lezioni di danza e calligrafia, prima di cercare illuminazione in India. Il che significa che ogni suo prodotto, dal Mac all’iPhone, aveva bellezza quasi spirituale in natura, diversa dai suoi competitor.




Credo che Leonardo da Vinci sia il genio più creativo della storia. 
E, di nuovo, non sembrava la persona più intelligente. Non aveva l’intelligenza teorica sovrumana di Newton o Einstein, o le capacità matematiche del suo amico Luca Pacioli. Ma sapeva pensare come un artista e uno scienziato, e questo gli diede una cosa preziosa: l’abilità di visualizzare i suoi concetti teorici. Pacioli ha espanso le teorie di Euclide per produrre influenti studi sulle prospettive matematiche e le proporzioni geometriche, ma furono le illustrazioni leonardesche a dare loro vita. Negli anni fece lo stesso nel campo della geografia e dell’anatomia, creando grandi opere d’arte.

Come Franklin, da Vinci era per lo più un autodidatta. Come Einstein, aveva un problema con l’autorità. Ignorò i dogmi medievali e la scolastica impolverata. A suo dire, fu discepolo dell’esperienza e dell’esperimento. Un approccio rivoluzionario, che anticipava il metodo scientifico sviluppato il secolo dopo da Francis Bacon e Galileo Galilei.

Come in Einstein, il suo tratto distintivo fu la curiosità, e a dimostrarlo ci sono pagine e pagine di appunti zeppi di domande. La sua nobile ambizione era di conoscere tutto il conoscibile, incluso il cosmo e il nostro ruolo al suo interno. Non smise mai di osservare. Quando guardava il castello di Milano, mentre passeggiava, quando vedeva gli uccelli o i visi delle persone. Il suo uomo vitruviano, esattezza anatomica combinata a bellezza, divenne il simbolo della connessione fra arte e scienza.

Alcuni sono geni in ambiti precisi, tipo Leonhard Euler nella matematica o Wolfgang Amadeus Mozart nella musica, ma per me i geni più interessanti sono quelli che vedono schemi nelle infinite bellezze della natura. Nessuno unì anatomia, matematica, studio dell’universo, a dipinti come la Gioconda o L’ultima Cena. Da Vinci fu un genio, ma non perché era intelligente. Era, innanzitutto, il modello della mente universale, la persona più curiosa della storia.


sabato 26 marzo 2016

I figli di Steve Jobs non potevano usare iPhone e iPad



26 feb 2016




Steve Jobs ha cambiato il mondo con la sua tecnologia e costruito un impero, ma non voleva che i suoi figli usassero iPod, iPad e iPhone.

Nella sua casa non amava circondare la sua famiglia di strumenti tecnologici e sottolineava come i figli fossero lontani dal comprendere il funzionamento e le caratteristiche dei dispositivi lanciati di volta in volta sul mercato. "Non li conoscono. Dobbiamo limitare l'uso della tecnologia dentro casa da parte dei nostri bambini", diceva in un intervista al New York Times del 2010 l'amministratore delegato e fondatore di Apple dopo il lancio del primo iPad. 

Un approccio protettivo che lo accomunava ad altri guru della tecnologia. Chris Anderson, ex direttore del magazine Wired e coofondatore di Robotica 3D, ha dichiarato: "Conosco i pericoli della tecnologia, li ho vissuti sulla mia pelle e non voglio che accada lo stesso ai miei figli".

Lo stesso per Evan Williams, fondatore di Twitter, e sua moglie Sara Williams che hanno circondato i figli di libri e non di tecnologia. Tutto dipende dall'età: è necessario che non siano dipendenti e che un po' più grandi conoscano dei limiti nel loro utilizzo.

martedì 17 novembre 2015

"Andate oltre, fatevi sentire": il consiglio di Tim Cook a Milano



"Andate oltre, fatevi sentire": questo il succo del discorso che il CEO Apple ha tenuto alla Bocconi di Milano

11 nov 2015

Non è lo "Stay hungry, stay foolish" di Steve Jobs, ma non ha nemmeno la pretesa di esserlo. Eppure Tim Cook, CEO Apple, secondo Skuola.net qualche piccolo insegnamento lo ha lasciato lo stesso agli studenti. 

Il 10 novembre scorso, ospite alla Bocconi di Milano, ha presenziato all'apertura di un nuovo corso di laurea triennale dedicato all'innovazione e ai big data, il Bachelor of Science in Economics, Management and Computer Science (Bemacs). 

E proprio in questa occasione ha permesso ai ragzzi di fare scorta di consigli e di selfie.


#1 Cambiate il mondo 

Non proprio una cosetta da niente, diciamolo. Ma secondo il CEO Apple vale la pena di provare a lasciare un impronta dietro il proprio passaggio. E tentare di rendere il mondo il posto che si è sempre sognato. 



#2 Migliorate la vita delle persone 

Tim Cook pensa in grande, ma magari è proprio questo suo modo di vedere le cose che lo ha portato ai vertici di un'azienda come Apple. E poi, c'è forse qualcosa che realizza di più della consapevolezza che il proprio lavoro può aver aiutato qualcuno e migliorato la sua vita? 



#3 Portate più in la le frontiere 

"Siete cittadini non solo dell'Italia - ha detto il CEO alla Bocconi - o di altri paesi, ma cittadini del mondo. Voi studenti dovete riuscire a mantenere il vostro idealismo, spingete, andate oltre, portate più in là le frontiere tenendo conto dei vostri valori".



#4 Fate sempre il vostro meglio 

È questa la chiave dell'eccellenza secondo Cook e l'Italia ne è la dimostrazione: "È il vostro paese che dimostra continuamente come qualità significa fare il meglio, non produrre di più". 



#5 Fate sempre quello che è giusto 

Perchè si deve vivere bene e in maniera coerente con quelli che sono i propri valori. Non bisogna mai snaturarsi. Fare sempre quello che è giusto fa bene "Non solo al business", dice Cook. Perchè "Non siamo qui per far soldi, ma per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato". 



#6 Le differenze rendono forti

Il CEO elogia il lavoro di gruppo, il fare squadra. E racconta del suo gruppo di studi di quando anche lui era solo uno studente: "Amavo il team work e nel mio gruppo di amici abbiamo usato le differenze per diventare più forti".




#7 Fatevi sentire

"Speak up" conclude poi Cook. "Siete la prima generazione che può parlare al mondo e allora tirate fuori la voce!".



Sette cose da imparare dal boss Apple