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sabato 14 dicembre 2019

L'odissea natalizia dei figli e dei genitori separati o divorziati


Feste in famiglia

di Marzia Coppola (Studio legale Bernardini de Pace), 13 dic 2019

Le vacanze invernali sono alle porte ed è tempo che i genitori separati o divorziati si confrontino per decidere con chi dei due i figli debbano trascorrere il Natale e il Capodanno. Mamma e papà sono, così, chiamati a concordare come spartirsi i rispettivi periodi di vacanza, facendo conciliare impegni lavorativi, esigenze logistiche, tradizioni familiari e opinioni personali.
A guidare i genitori in questa scelta è il provvedimento di separazione o di divorzio che, infatti, non deve trascurare di prevedere espressamente sia il calendario di visita nel periodo natalizio sia le modalità con le quali debba avvenire l’alternanza tra i genitori.
La prassi vuole che i figli trascorrano il Natale o il Capodanno con l’uno o con l’altro genitore ad anni alterni. Al minore viene così garantita la possibilità di sperimentare – o rafforzare – le tradizioni e l’affetto sia della famiglia materna sia di quella paterna.
I genitori possono, nel periodo loro spettante, organizzare giornate sugli sci, gite fuori porta, decidere di restare a casa o di cogliere l’occasione per fare un viaggio. In questo ultimo caso, normalmente e salvo diverso accordo, il costo delle vacanze deve essere sostenuto interamente dal genitore con il quale il figlio le trascorre. Questo, naturalmente, non implica una sospensione o una riduzione dell’onere di mantenimento che grava sul genitore tenuto al versamento di un assegno mensile in favore dei figli.
Purtroppo, però, quello che sulla carta sembra facile e accessibile a tutti si trasforma spesso in occasione di lite, polemica e contesa. Accade, addirittura, che i genitori, incapaci di mettersi d’accordo perché accecati dalla rivalsa nei confronti dell’altro, chiedano l’intervento del Giudice Tutelare affinché sia lui a decidere quando, con chi e dove i figli debbano trascorrere questo periodo dell’anno. Oppure, scelta che probabilmente a livello di ripercussioni sui minori è ancora più grave, i genitori rimettano ai figli l’onere di decidere con chi trascorrere quei periodi. Risultato: i bambini si trovano davanti a un insormontabile conflitto di lealtà che li porterà, sia che scelgano di stare con il papà sia che scelgano di stare con la mamma, a soffrire la mancanza dell’altro genitore poiché si auto-imputeranno la sua assenza. I più sensibili, poi, vivranno un forte senso di colpa per aver lasciato l’altro genitore “da solo” in un giorno così significativo.
Allora proprio la gestione del periodo che, per antonomasia, è sinonimo di serenità può diventare la scena perfetta per mettere in atto una battaglia. Con l’evidente rischio di distruggere, agli occhi dei minori, un momento così magico e sostituirlo con l’ennesima lite tra mamma e papà. L’ennesima scelta davanti alla quale sono posti. L’ennesimo senso di colpa. L’ennesimo dispiacere. L’ennesima dimostrazione di come i bambini, nella loro ingenuità, possano essere più maturi e ragionevoli degli adulti accecati dalla rivalsa.
Indubbio, quindi, che buonsenso e collaborazione restano gli ingredienti determinanti (ma purtroppo molto rari) per non rovinare ai bambini il periodo più atteso durante tutto l’anno. Perché la responsabilità genitoriale, da qualunque punto la si guardi, non va mai in vacanza. O almeno non dovrebbe.

venerdì 14 ottobre 2016

I giovani che vivono e studiano all'estero: la nuova emigrazione che impoverisce l'Italia

Da Panorama

Storia di un padre e delle sue gemelle, Elena e Silvia, che studiano a Maastricht e in Scozia via da un Paese in cui è stato rubato loro il futuro

di Marco Ventura, 8 ott 2016

Mi dice Elena che lo scorso anno, all’appuntamento degli studenti italiani a Maastricht in Olanda erano in 20, quest’anno in più di 100. Statisticamente, il dato conta poco. Si tratta solo di una singola cittadina olandese. Ma Elena, mia figlia, 19 anni, al secondo anno di Studi internazionali all’University College di Maastricht (UCM), dal quale usciranno per metà diplomatici, per l’altra metà eurocrati, cioè funzionari europei, non rientra negli oltre 107 mila italiani espatriati nel 2015 e censiti dal rapporto Migrantes.
LEGGI, DI SEGUITO ALL'ARTICOLO, COSA DICE IL RAPPORTO
Temo che il numero sia di gran lunga superiore, considerando quanti ancora non si sono registrati. Elena è solo una goccia di quel fiume di italiani fuori dall’Italia che non sono la generazione Erasmus (6 mesi di scambio tra Università europee, poi di nuovo qui), ma generazioni di connazionali, di nostri figli, che mossi dal desiderio di maggiori opportunità lasciano la casa, la mia casa, la loro città, la mia città, il loro e mio paese. E vivono stabilmente fuori dai confini nazionali.
Elena mi racconta che il rettore della sua Università va la domenica in biblioteca a distribuire biscotti agli studenti che preparano gli esami. Due anni fa, insieme a Silvia, l’altra mia figlia (sono gemelle), Elena era andata all’orientamento della Sapienza di Roma, dov’era atteso il rettore. Che non si è fatto vedere.
Silvia, anche lei, ha lasciato l’Italia. Studia filosofia e psicologia a St. Andrews, in Scozia, e appena arrivata ha indossato il mantello rosso dell’Università e insieme a studenti di tutto il mondo ha fatto il “Pier Walk”, la camminata in cima allo stretto molo teso a strapiombo sul Mare del Nord come iniziazione alle tradizioni universitarie e ingresso nella comunità di studenti.
Poi ha conosciuto la sua “famiglia accademica”, composta da allievi del terzo anno che hanno il compito di introdurla al mondo universitario e cittadino. È continuo il suo contatto con il tutor, un professore, e col titolare della cattedra, e se supera i punteggi più alti le arriva una lettera del preside o rettore che si congratula e la incoraggia.
Per aprire un conto in banca ha vantaggi speciali, più sconti dappertutto, dai negozi ai musei, e l’edificio della Union, l’associazione studentesca, è un intero isolato nel quale trova assistenza per organizzare viaggi, spese, feste, studi, perfino il sabbatico, un anno di giro del mondo.
Lo studente è un re, a St. Andrews, perché è il futuro. E loscambio culturale è planetario, perché dall’America all’Asia passando per l’Europa l’offerta universitaria in Scozia attrae ragazzi di ogni lingua ed etnia.
A St. Andrews gli studenti dell’Unione europea non pagano la retta (a eccezione degli inglesi), solo vitto e alloggio. Alla fin fine, costa meno mantenere un figlio che studia nella prima Università scozzese (e terza assoluta in Gran Bretagna ma prima per molte materie) che non nelle migliori Università private italiane, comunque in basso nelle classifiche mondiali.
A Maastricht, l’UCM che pure è un Ateneo a numero chiuso, non costa di più. La sua sede è dentro un monastero e una chiesa sconsacrati, in biblioteca non si può accedere dall’ingresso principale dopo una certa ora ma soltanto da una porta laterale pernon disturbare nidi di uccelli e lucertole, e gli studenti se vogliono passeggiano nelle ore libere fuori in un parco, tra oche e cerbiatti.
Se sei studente dell’UCM e decidi di frequentare per 6 mesi un’altra Università con la quale c’è interscambio nel mondo, perdi punti perché l’UCM si considera la migliore. Quanto a St. Andrews, c’è un fiorire di società filosofiche, scientifiche, sociali, di scrittura creativa...
Per chi vuole intraprendere la carriera universitaria, la prospettiva è quella di cominciare a guadagnare dopo il baccalaureato, la laurea breve, e le mie figlie mi dicono che l’età media dei loro professori (molto quotati) è bassissima rispetto ai nostri ordinari. A trent’anni, se lo meriti, sei già un luminare. 
Quando la Gran Bretagna ha votato per la Brexit, a St. Andrews l’Ateneo ha mandato subito una lettera agli studenti stranieri per ribadire che è stato preso un impegno con loro, che le rette non saliranno e che non cambierà nulla. Perché gli studenti sono quanto di più prezioso ci sia nella società. L’assicurazione sul futuro. In fondo, si tratta per i britannici di mantenere anche un grande business. Nulla di ciò che fanno è in perdita. Anzi. 
Mi fa orrore pensare che tutto questo sia impensabile e impossibile da noi, e che i miei soldi debbano andare all’estero per sovvenzionare un sistema che trarrà dalla competenza delle mie figlie tutti i vantaggi, ma non per l’Italia. Perché io lo so già, che molto probabilmente Silvia ed Elena non torneranno più, non saranno messe nella condizione di tornare.
Vuoi per mancanza di opportunità nella ricerca, vuoi per scarsità di gratificazioni economiche. So che continueranno ad amare l’Italia, anzi sempre di più, ma sempre più da lontano. Come un sogno, un rifugio, una villeggiatura. Come la terra dei padri. Come da sempre per i nostri migranti in cerca di fortuna. In Italia, la mia generazione e le precedenti hanno rubato il futuro ai nostri, ai miei, figli. E non c’è perdono per questo “delitto perfetto”.
§§§


Secondo il rapporto Migrantes si sono trasferiti all'estero nel 2016 oltre 100mila connazionali: un flusso in crescita che riguarda soprattutto i giovani

Sono 107.529 i connazionali espatriati nel 2015 secondo l'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire): un numero superiore a 6.232 unità rispetto all'anno precedente, per un incremento del 6,2%.
A fare  le valige sono soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni , 39.410 persone, e il 36,7%) dei nuovi emigranti.
La meta preferita rimane  la Germania (16.568), che precede in termini di numero di italiani residenti la Svizzera, la Francia, l'Argentina (oltre 700 mila italiani residenti, +26%), il Brasile, ilBelgio, mentre tra le regioni che hanno subito un  travaso più consistente di emigranti verso i Paesi stranieri, ci sono - anche per ragioni demografiche - la Lombardia - con 20.088 unità nel 2015 - e il Veneto, con 10.374 persone che hanno scelto di andarsene.
Ma sono soprattutto le regioni meridionali quelle che, in rapporto alla popolazione, conoscono il travaso più consistente: sono meridionali il 50% degli italiani residenti all'estero.  
Il rapporto si chiama Italiani nel mondo 2016 ed è stato presentato oggi a Roma dalla Fondazione Migrantes: un rapporto che è - secondo gli estensori della ricerca - la spia di un depauperamento progressivo del nostro Paese che riguarda - a differenza delle grandi ondate migratorie degli inizi del 900- tutte le fasce sociali, dagli studenti ai ricercatori fino ai tradizionali lavoratori manuali, ma principalmente i millenials, i giovani nati nel nuovo secolo che, spesso, quando l'emigrazione è dovuta a ragioni di studio, scelgono come meta preferita la Gran Bretagna.
C'è un altro fenomeno inedito però che riguarda gli italiani emigranti: quello dei doppi migranti”,  coloro che sono arrivati in Italia da altri Paesi, si sono fermati almeno dieci anni acquisendo la cittadinanza e poi decidono di partire per cercare fortuna altrove. Per lo più sono persone originarie del Bangladesh. La loro meta prediletta è ancora il Regno Unito.
Nel complesso, il conteggio dei connazionali residenti all'estero ha raggiunto al 31 dicembre 2015 quasi quota cinque milioni, un dato che rispetto all'anno precedente è più alto del 3,7 per cento. Significa che poco più di un italiano su 12 è emigrato. Un dato cui deve aggiungersi un'altra percentuale di chi parte per non tornare più: il saldo migratorio tra chi rimpatria e chi parte, che era rimasto quasi costante nel primo decennio del millennio, sta subendo una brusca virata in negativo. Un altro elemento che fa temere un progressivo impoverimento del nostro Paese.


sabato 26 marzo 2016

I figli di Steve Jobs non potevano usare iPhone e iPad



26 feb 2016




Steve Jobs ha cambiato il mondo con la sua tecnologia e costruito un impero, ma non voleva che i suoi figli usassero iPod, iPad e iPhone.

Nella sua casa non amava circondare la sua famiglia di strumenti tecnologici e sottolineava come i figli fossero lontani dal comprendere il funzionamento e le caratteristiche dei dispositivi lanciati di volta in volta sul mercato. "Non li conoscono. Dobbiamo limitare l'uso della tecnologia dentro casa da parte dei nostri bambini", diceva in un intervista al New York Times del 2010 l'amministratore delegato e fondatore di Apple dopo il lancio del primo iPad. 

Un approccio protettivo che lo accomunava ad altri guru della tecnologia. Chris Anderson, ex direttore del magazine Wired e coofondatore di Robotica 3D, ha dichiarato: "Conosco i pericoli della tecnologia, li ho vissuti sulla mia pelle e non voglio che accada lo stesso ai miei figli".

Lo stesso per Evan Williams, fondatore di Twitter, e sua moglie Sara Williams che hanno circondato i figli di libri e non di tecnologia. Tutto dipende dall'età: è necessario che non siano dipendenti e che un po' più grandi conoscano dei limiti nel loro utilizzo.

sabato 5 marzo 2016

Caro figlio mio...

Da HuffingtonPost.it

Caro figlio mio: non dipende da te, ma da me


di Jessica Johnston, 10 mag 2016


Ricordo il primo giorno in cui t'ho stretto fra le braccia. 
Sei venuto al mondo, ed io con te. Sulla paternità ci avevo riflettuto tanto, su come sarei stato, e su come saresti stato tu. Ma ero ancora tanto impreparato. Per un momento Cielo e Terra si sono baciati, e mai nella mia vita mi son sentita più sicuro, e allo stesso tempo più incert0.

Sapevo che sarebbe andato tutto OK, a te e a me. Ma sapevo anche che in un solo istante sarei dovuto crescere, per poter essere tuo padre.

Tu in me ci credevi, io me ne rendevo conto.

M'aspettavo che avrei saputo come fare -- che avrei saputo come amarti e crescerti al meglio in ogni fase della tua vita. Ma non è stato così. Quando non avevi che pochi mesi di vita chiamai il pediatra al telefono all'una di notte, in preda all'ansia perché la febbre aveva provocato qualche convulsione. Eravamo un disastro. Adesso mi ritrovo ad aiutarti ad attraversare gli anni della scuola e ad elaborare il lutto del trasferimento di una persona a te cara. Dovrei saperlo, come si fa, figlio mio, ma a volte proprio non lo so.

Anch'io ti chiedo troppo, figliolo. Ci provo a non farlo, ma lo faccio.

Certe volte le mie insicurezze, nonché le aspettative irrealistiche che ho nei miei confronti tracimano addosso a te, e la cosa mi dispiace tanto. In qualunque istante tu dovessi chiederti che cosa ci sia di sbagliato in ciò che stai facendo, cos'è che non riesci a fare al meglio... ti prego sappi che in realtà stai andando bene. Anch'io quando andavo a scuola sognavo che un giorno avrei avuto te, e che sarei riuscito a trovare un modo per crescerti senza mai dover sapere che cosa fosse il perfezionismo. Senza mai doverti sentir sussurrare nell'orecchio la voce del timore e dell'idealismo, quella che t'ammonisce: "Non rovinare tutto". Ma non ci sono riuscito. Lo vedevo nei tuoi occhi quando eri preoccupato per i compiti in classe, o quando ti rimproveravo troppo duramente per delle inezie.

Mi dispiace, figlio mio. Non dipende da te, ma a da me.

Il fatto è, figliolo, che tu sei perfetto. Perché la perfezione non è ciò che pensiamo. Non è uno standard a cui dobbiamo arrivare, o un'aspettativa impossibile da raggiungere. È l'oro che già c'è in te. È la persona che sei, aldilà di tutti i tuoi errori e dei tuoi successi.

Sono tanto, tanto orgoglioso di te.

Se pure non fossi "bravo", figlio mio, semmai dimenticassi di pensare agli altri, e di essere quello che si "comporta bene", sappi che sono dalla tua parte, ogni singola volta. Tifo per te, e insieme riusciremo a farcela.

Potresti anche andare malissimo a scuola, e non riuscire mai più a superare un altro test di lettura accelerata, o una prova di matematica a tempo, ma la cosa non inciderebbe minimamente sul modo in cui ti guarderei, né su quanto sarei orgoglioso di te.


Sono dalla tua parte, ogni singola volta.   
Tifo per te, e insieme riusciremo a farcela.

Potresti non essertela sentito di praticare gli sport di squadra, o scappare di corsa quando ti chiedono di fare degli esercizi, come hai fatto. Lo capisco, anch'io mi sentivo così. Ma se pensi di deludermi, ti sbagli.

Potresti sposarti, o non sposarti mai, andare all'università, o non farlo. Avere una carriera brillante, o niente di simile. Potresti aver successo, o fare miriadi di errori, e io non andrò da nessuna parte. Non esiste errore o decisione che possa allontanarmi -- alcuno. Non potrei mai esser più orgoglioso di quanto non lo sia già, né volerti più bene di così.

E ogni qual volta dovesse succederti d'avvertire da parte mia dei segnali che ti diano l'impressione che quanto sopra non sia vero, ti prego sappi che ciò non dipenderà da un tuo fallimento, ma dalle mie paure. Ho paura di non fare le cose per bene, o di non essere in grado di darti ciò di cui hai bisogno. Ho paura di non esser tagliato per questo, e che forse gli altri genitori se la cavino meglio di me. Ripenso al fatto che ti lascio giocare, e che non riesca a parlare con te, e mi chiedo se magari io non riesca ad amarti abbastanza. Ripenso a quanto io sia stato molto egoista, e a quanto a volte sia stato talmente concentrato su di me da trascurare te. Ripenso alle aspettative che ti ho scaricato addosso, e a come avevo giurato di non farlo mai. E ho paura, e non son sicuro d'avere la stoffa.

Poi ci sono quelle volte in cui mi comporto in modo frivolo e melodrammatico. Perché i miei pantaloni "tirano" per via degli addominali ormai perduti, e la mia casa è piccola, quasi un disastro, e ho la sensazione d'aver fallito miseramente. A volte è perché cerco di non mangiare formaggi e bere caffè, ma non riesco a pensare ad altro che ai formaggi ed al caffè. È sciocco, è umiliante, ma è vero.

Non dipende da te, figlio mio, ma da me.

Adesso hai sedici anni anni, e a volte mi chiedo se il mio tempo per fare errori non si stia esaurendo. Se uno di questi giorni non mi manderai a quel paese quando pretenderò troppo. Ma tu continui a perdonarmi, a credere e ad aver fiducia in me -- proprio come facevi quand'eri un bebè e io non riuscivo a capire come prendermi cura di te.

Grazie per quanto mi vuoi bene anche nella mia imperfezione. Mi hai migliorato tanto, e continuo a imparare...

Imparo ad accettare me stesso tanto quanto accetto te.

Ti voglio bene, figlio mio, più di quanto le mie parole siano in grado d'esprimere. Grazie per crescere con me.

Con amore,
Tuo padre, per sempre


Questo post è stato pubblicato originariamente su Wonderoak
è stato ripreso daHuffPostUsa e tradotto da Stefano Pitrelli,
adattato alla figura di padre da Alessandro Tagliabue

lunedì 23 marzo 2015

La bi-genitorialità: attenzione a mettere in cattiva luce l'altro genitore con i figli.




Il genitore separato che provoca lo “sbilanciamento” della prole in favore suo e a danno dell'altro genitore può essere condannato d'ufficio all'ammonizione ed alla sanzione amministrativa in favore della Cassa per le ammende prevista dall'articolo 709-ter del Codice di procedura civile.


Non importa che questa condanna non sia stata chiesta dalla controparte, perché l'interesse superiore da tutelare è quello dei figli alla bigenitorialità. Lo ha deciso il Tribunale di Roma, Sezione prima (Famiglia), con sentenza del 27 giugno 2014, del giudice Donatella Galterio. 

La pronuncia riguarda il caso di una madre che ha ripetutamente messo in cattiva luce il padre agli occhi della figlia. Vi si stigmatizza la dannosità di ogni comportamentalità genitoriale che “arruoli” un figlio minore nella guerra contro l'altro genitore e si supera la diatriba psicologica e giuridica su inquadramento e riconoscimento dell'alienazione genitoriale. 

Esaminando la relazione del suo consulente psicologo, il giudice considera lo “sbilanciamento” del minore a favore dell'area materna (o paterna) come prova della teoria dell'arruolamento, che in sintesi consiste nella spinta negativa che le parole del genitore sbilanciante hanno sulla percezione dell'altra figura genitoriale, da parte del figlio comune. La relazione diagnostica difficoltà della figlia nelle relazioni col padre e le attribuisce al suo avvenuto “arruolamento” da parte della madre nella “guerra” contro il padre.



Per risolvere il problema, il giudice sceglie una strada più radicale rispetto a quella suggerita dalla relazione del Ctu: reputa insufficiente un percorso di sostegno alla genitorialità (già intrapreso in precedenza) e, in linea con la più attenta psicologia forense, rileva che occorre invece analizzare il fallimento di tale percorso. 

Le risultanze processuali portano infatti a rilevare come, nel caso specifico, proprio la madre abbia un minore interesse a sottoporsi ad un qualunque percorso di mediazione, «ove si consideri che l'operazione di triangolazione da costei posta in essere, nei confronti della figlia, è stata già realizzata, avendo sostanzialmente la minore finito di introiettare, ritenendolo proprio, il punto di vista materno nei confronti della figura paterna».

Da ciò discende chiaramente il seguente principio di diritto cui uniformarsi: ogniqualvolta un genitore rilevi che sia stata introiettata dal minore una visione ostile dell'altro genitore, ha l'obbligo di «attivarsi al fine di consentire il giusto recupero da parte della figlia del ruolo paterno, (ruolo) che, nella tutela della bigenitorialità cui è improntato lo stesso affido condiviso, postula il necessario superamento delle mutilazioni affettive del minore, da parte del genitore per costei maggiormente referenziante».



Vi è quindi un preciso obbligo, non una mera facoltà, di spingere il figlio verso il genitore in danno del quale sia avvenuto lo sbilanciamento. Ciò si ottiene non solo non perseverando nel portare avanti iniziative diverse da quelle del genitore sfavorito, ma anche recuperando la positività della sua figura, «nel rispetto delle decisioni da costui assunte e comunque delle sue caratteristiche temperamentali».

Nel caso in questione, ciò non è accaduto e c'è stata una condotta «volta ad ostacolare il funzionamento dell'affido condiviso». Visto ciò e posta la più volte affermata «applicabilità d'ufficio del meccanismo sanzionatorio previsto dall'art. 709-ter cpc», il giudice ha applicato la misura dell'ammonizione, «invitando la parte ad una condotta improntata al rispetto del ruolo genitoriale dell'ex coniuge», e l'ammenda, «al fine di dissuaderla in forma concreta dalla protrazione delle condotte poste in essere, la cui persistenza potrà peraltro in futuro dare adito a sanzioni ancor più gravi compresa la revisione delle condizioni dell'affido».