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lunedì 19 aprile 2021

Gli effetti dello Smartworking sui Comuni in Italia

Da Money.it 

Il duro impatto dello smart working sui Comuni di cui nessuno parla

di Patrizio Messina, 15 ott 2020

Lo smart working ha un enorme impatto anche sui Comuni, dal fronte del gettito fiscale ai trasporti pubblici, dal fenomeno della migrazione a quello immobiliare e ambientale.

Dopo aver analizzato gli effetti dello smart working sui dipendenti e sulle aziende, oggi passiamo a fare un’analisi riguardo a come esso impatterà a livello comunale.

Perché è logico che un tale sconvolgimento delle abitudini lavorative e produttive non può non avere ripercussioni, anche profonde, sui diversi aspetti di una comunità.

Affrontiamo l’argomento suddividendo questo approfondimento in più paragrafi, ognuno dei quali va ad esaminare un diverso aspetto coinvolto nel processo.

1) Gettito fiscale

La diffusione del telelavoro, a livello di introiti comunali, prenderà due differenti pieghe: nei Comuni più piccoli di provincia sarà una vera manna dal cielo mentre per le grandi città sarà un problema molto grosso.

Lo smart working avvierà diversi cambiamenti nelle abitudini lavorative dei dipendenti e nella gestione delle aziende. Le persone tenderanno a spostarsi nei Comuni più piccoli e tranquilli lontano dai grossi centri urbani, mentre a livello aziendale inizierà un rimpicciolimento dei cespiti che potrebbe sfociare nella conclusione di tenere solo un ufficio ad ore in centro e tutto il resto alienato, oppure potrebbero optare per spostarsi lontano dalla città dove vi sono costi di gestione più bassi e tenere in centro solo un ufficio di rappresentanza.

Questo però si traduce in un calo vistoso del gettito fiscale delle città.

Se le aziende si spostano in provincia e le sedi cittadine si restringono, con essi si restringono anche le imposte e le tasse comunali che esse pagano. Inoltre, quando questo fenomeno diventerà consistente molti immobili saranno costretti a cambiare destinazione d’uso, che da uso ufficio passerà probabilmente ad uso abitativo.

Anche questo farà abbassare gli introiti fiscali comunali. Ma non finisce qui.

Il minor numero di lavoratori che frequenteranno la città renderanno superflue molte attività il cui core business prevedeva l’erogazione di servizi a quest’ultimi. Vedesi ad esempio i bar, fast-food, le trattorie e tutte quelle attività tipicamente frequentati da lavoratori in pausa pranzo, o mentre sono intende ad effettuare il trasferimento casa/lavoro.

Certo, qualcuno di loro modificherà l’attività per renderla attrattiva la sera. In pratica farà in modo di modificare il proprio pubblico target di riferimento, ma quelle dei quartieri più periferici difficilmente potranno riuscire nell’intento e, alla fine, in molti saranno costretti a chiudere, e con esso il Comune perderà una parte dei suoi proventi fiscali.

Dall’altro lato, però, i piccoli Comuni di provincia vedranno aumentare la popolazione e di conseguenza aumenterà anche la domanda di beni e servizi. Questo comporterà un probabile aumento delle dimensioni delle attività commerciali site in questi piccoli centri di provincia, nonché l’apertura di nuove attività, che come conseguenza avranno quella di aumentare il gettito fiscale comunale.

Inoltre, con l’introduzione del processo di digitalizzazione dei processi, l’abbattimento dei costi produttivi che si otterrà grazie all’avvio della quarta rivoluzione industriale permetterà di avviare tutta una serie di attività che mezzo secolo fa erano state sbattute fuori dal mercato dallo sviluppo delle PMI.

Queste attività saranno delle micro-aziende, quasi sempre a gestione familiare, che porteranno in auge una produzione estremamente geo-localizzata a filiera corta o cortissima ma che in ogni caso genererà un ulteriore gettito fiscale per i piccoli centri di provincia.

2) Costi dei servizi e trasporto pubblico

L’altra faccia della medaglia è rappresentato dalle spese che i Comuni devono sostenere per lo svolgimento delle varie attività comunali. Anche in questo caso la ripercussione sulle casse comunali sarà differente rispetto alle dimensioni del centro urbano.

Le grandi città, che fino ad oggi hanno visto una concentrazione di attività lavorative e commerciali nel loro territorio, hanno anche sviluppato adeguati sistemi di trasporto pubblico che permettessero ai lavoratori di recarsi nei loro posti di lavoro, nonché tutta una serie di servizi necessari per sorreggere in loco una grande mole di cittadini.

In realtà questa affermazione andrebbe calibrata all’effettiva realtà dei fatti, in quanto molte città, che pur hanno un volume di pendolari enorme hanno un’offerta di mezzi pubblici e di servizi alla cittadinanza a dir poco carente. Le città hanno un sistema di trasporto pubblico e di servizi, seppur sottodimensionato, sicuramente di dimensioni tali da differenziarsi ampiamente dai centri urbani di provincia.

Questi servizi hanno un costo di gestione notevole che viene ammortato, spesso solo parzialmente, dalla vendita di biglietti e abbonamenti nel caso del trasporto pubblico, oppure mediante un costo calmierato per gli altri servizi.

Le grandi città, che hanno anche i sistemi di trasporto più ramificati e costosi da gestire, vedendosi ridurre di molto il volume dei passeggeri subiranno una contrazione notevole degli incassi, un grosso problema per le casse comunali. Dovranno continuare a manutenere tutto l’arredo urbano, il verde pubblico e quant’altro ma potendo usufruire di un gettito fiscale inferiore rispetto a prima.

Ma questo che cosa comporterà?

In futuro si noterà quasi sicuramente un abbassamento del livello dei servizi, come ad esempio dei mezzi pubblici con una frequenza inferiore, arredo urbano che tenderà a degradarsi e non essere più manutenuto, eccetera.

Di conseguenza, questo porterà ad un aumento del traffico veicolare dovuto a quei dipendenti che per vari motivi lavorano in aziende che non applicano lo smart working ma che troveranno via via meno pratico usare i mezzi pubblici o avranno timore di girare a piedi.

Se non si interverrà con un apposito trasferimento di risorse finanziarie dal livello statale a quello comunale che va ad appianare il calo dei gettito fiscale locale la situazione potrebbe scappare di mano come in quelle città americane stile Detroit, diventate nel tempo un vero e proprio inferno.

Di contro, le piccole località di provincia aumenteranno il proprio gettito fiscale. Avranno sì un aumento delle spese di gestione, ma spesso questo aumento sarà inferiore all’aumento degli incassi. Detto più semplicemente: da un lato avranno un aumento del gettito fiscale ma dall’altro aumenteranno anche alcune spese che devono affrontare, come quelle necessarie per predisporre un maggior numero di asili, scuole elementari, maggiore manutenzione dell’arredo urbano, eccetera. Tuttavia, le spese che aumentano potrebbero essere inferiori rispetto ai potenziali maggiori incassi che otterranno, e questo comporta un miglioramento economico nella gestione dei flussi di cassa.

In un certo qual senso, più il Comune è piccolo migliori saranno i conti pubblici nel loro futuro.

3) Migrazioni

Ovviamente, il ridimensionamento delle imprese se non addirittura lo spostamento fisico in un’altra zona della nazione provocherà automaticamente una migrazione dei cittadini residenti nelle grandi città verso i Comuni della provincia o verso il Sud.

Se fino ad ora tutti cercavano di vivere il più vicino possibile ai grossi centri urbani in modo da ridurre il disaggio di trasferta casa/lavoro, adesso le cose tenderanno a ribaltarsi.

Le città che prima erano quelle che possedevano un maggior numero di attività economiche vedranno nel tempo un drastico calo dei residenti. Si sta già notando questo fenomeno in città come Londra, New York e Parigi, ma sicuramente il fenomeno inizierà presto anche nelle grandi città italiane.

Addirittura nella grande mela si stima che ci sia, al momento, una migrazione verso i piccoli centri e verso gli Stati del Sud stimata in 100 mila abitanti all’anno. Sono tantissimi ed è una cosa che non accadeva più dalla depressione degli anni ’30.

Oltre che alle questioni viste prima, come l’impatto sul gettito fiscale comunale, sull’erogazione dei servizi e i costi annessi, un calo del numero di abitanti - per di più se esso avviene in tempi rapidi, - comporta uno sconquasso a livello sociale ed economico.

Cose simili non sono una novità e durante il XX secolo sono accadute più volte in più nazioni. Quello che accade è un crollo del reddito medio degli abitanti della città, che porta con sé un automatico aumento della micro-criminalità e la trasformazione di tutto il centro urbano in una specie di grosso ghetto.

L’esempio più lampante è la già citata città di Detroit, che ad un certo punto ha visto la chiusura di gran parte delle fabbriche e una drastrica riduzione dell’indotto legato al mondo dell’automobile, innescando una migrazione dei suoi abitanti verso altri lidi in cerca di fortuna.

Hanno abbandonato la città le persone più qualificate, che potevano facilmente ricollocarsi altrove, ma sono rimaste in loco tutta quella massa di persone che prima lavorava nelle posizioni lavorative di bassissimo profilo e che non ha alcuna possibilità di reinventarsi o ricollocarsi da altre parti.

A questo punto, andata via la parte più produttiva della città, i meno produttivi si sono ritrovati in condizioni economiche disperate e si sono dovuti adattare per sopravvivere. Cose di questo tipo potrebbero accadere, in prospettiva, negli attuali grossi centri urbani d’Italia.

Se noi consideriamo che i lavori che verranno maggiormente telematizzati sono quelli da ufficio e di concetto, e quindi a più alta concentrazione di qualifiche, e se aggiungiamo che le new-entry provenienti dall’estero sono semi-analfabete e clandestine, si può già fare una proiezione plausibile di cosa accadrà in futuro.

Ci ritroveremo con grossi centri urbani che piano piano si spopoleranno di persone qualificate e si popoleranno di persone di basso rango sociale e culturale. Queste ultime saranno impossibilitate a integrarsi in un mondo lavorativo fondato sulla digital economy, in quanto non sufficientemente qualificate a svolgere questo tipo di mansioni, ed inoltre sono anche tagliate fuori dall’apertura di micro-aziende locali di produzione artigianale o a filiera corta.

In pratica, l’essere giovani, virguti e possedere due braccia, in futuro, non servirà quasi a nulla perché tutta la produzione ruoterà intorno alle idee, alla cultura, all’automazione e all’ingegno.

4) Ambiente

Un calo della popolazione nei grossi centri porterà anche delle buone notizie. La principale sicuramente riguarda l’abbassamento dei tassi di inquinamento, che è notoriamente un problema legato ai grandi centri urbani.

Ricorderete sicuramente le vecchie strategie delle targhe alterne, l’uso del car pooling, l’abbassamento delle temperature degli edifici in inverno, eccetera.

Se diminuisce la popolazione si ottengono i medesimi benefici automaticamente. Meno persone significa meno spostamenti, così come meno ambienti da climatizzare. Si dovrebbe quindi notare un calo di emissioni di CO2 e delle pericolose polveri sottili tipicamente legate al riscaldamento domestico.

Tuttavia occorre anche considerare che le persone non spariscono nel nulla, e quindi tendenzialmente continueranno a inquinare, ma da un’altra parte. Se si spostano lungo tutto il territorio anche l’inquinamento si diluirà lungo tutto il territorio.

Occorre però considerare altri aspetti: innanzitutto molti lavori diventando telematizzati non necessiteranno più uno spostamento quotidiano, e quindi ci sarà sicuramente un calo di emissioni dovuto all’utilizzo delle automobili e anche per via del minor utilizzo dei mezzi pubblici.

Inoltre, vivere in centri urbani più piccoli permette di compiere molte mansioni domestiche quotidiane senza necessità di usare un’auto. Pensate ad esempio a fare la spesa, accompagnare i figli a scuola o andare in palestra. In piccoli centri urbani si può spesso fare tutto a piedi, o in ogni caso, in genere è sicuro spostarsi in bici anche considerando le distanze estremamente contenute.

Di contro, aumenteranno notevolmente gli acquisti online e di conseguenza le consegne di merci per posta, il che si traduce in furgoni dei corrieri che viaggiano in lungo ed in largo per tutta la rete stradale nazionale.
Questo produce un sicuro inquinamento, tuttavia un furgone che gira per diversi comuni a consegnare colli inquina meno rispetto a tutti i singoli acquirenti che autonomamente andavano a comprare i prodotti recandosi tutti in un centro commerciale.

Un altro aspetto da considerare è sicuramente quello dei riscaldamenti. Infatti, rimanendo più a lungo dentro casa aumenterà sicuramente la componente dell’inquinamento domestico. Se però da un lato è sicuramente vero che tale inquinamento aumenterà statisticamente in modo considerevole, anche per via degli immobili che fuori dai grossi centri sono dimensionalmente più grandi, occorre anche dire che gli immobili in zone meno urbanizzate si possono far diventare facilmente a impatto zero o comunque diminuirlo notevolmente.

Facile è installare pannelli solari fotovoltaici o termici, coibentare l’esterno con un cappotto termico, modificare gli interni installando riscaldamenti a parete o a pavimento, eccetera. Cose che teoricamente si possono fare anche negli alloggi in centro, ma siccome sono in genere condominiali non è mai una cosa così agevole avviare modifiche di questo tipo quando ci sono diversi punti di vista e diversi redditi tra gli abitanti nello stesso edificio.

5) Immobiliare

Vista l’importanza che riveste il possesso di immobili in Italia, come non focalizzarsi sul settore ed in particolar modo sull’investimento immobiliare in una società di lavoratori che via via verranno telematizzati.

In futuro osserveremo un calo della domanda di immobili, sia ad uso abitativo che ad uso lavorativo, che coinvolgerà tutti i grandi centri urbani. Questo si tramuterà in un calo delle quotazioni, che in alcuni casi spingerà i proprietari degli stessi a variarne la destinazione d’uso per attutire l’impatto economico negativo e recuperare il recuperabile.

Tuttavia, il potenziale rientro dei lavoratori telematici nei propri luoghi di origine farà aumentare il valore agli immobili dei piccoli paesi di provincia. Inoltre, molti potrebbero cercare case più comode fuori porta dando linfa ai costruttori edili che inizieranno a costruire gli immobili secondo le nuove esigenze.

Tale sccenario potrebbe rilanciare anche un’economia basata sull’adeguamento ecologico di vecchi immobili, oppure le attività legate al cambio di destinazione d’uso degli immobili cittadini o adeguarli alle nuove esigenze.

6) Università e studenti

Un ultimo aspetto è quello che riguarda l’impatto delle attività telematiche a livello universitario. Infatti, le grandi città sono in genere anche delle città universitarie ed hanno una parte considerevole dell’economia locale che ruota attorno agli studenti universitari.

Le Università vedranno, adesso, una spinta notevole verso la formazione a distanza. Non solo per via degli strascichi legislativi che lascerà la gestione della pandemia ma anche per via dei notevoli tagli che i governi dovranno effettuare sulle spese, il cui fine sarà quello di rientrare il prima possibile all’interno dei parametri europei per la stabilità economica.

Fra un po’ di tempo potremmo ritrovarci con gli studenti che dovranno scegliere tra continuare ad avere la possibilità di un’istruzione economica e alla portata delle famiglie italiane, ma che dovranno obbligatoriamente compiere la maggior parte del percorso a casa. Oppure, frequentare l’Università come in passato ma farlo privatamente, più o meno come accade negli Stati Uniti, dove le famiglie italiane saranno costrette a pagare delle rette che costerà non meno di 10 mila euro annui per le facoltà più economiche come quelle umanistiche e che potrà arrivare a 30 mila euro o più per alcuni indirizzi di ingegneria oppure per medicina.

Siccome in pochi si potranno permettere di spendere così tanto per l’istruzione, visto che qui non siamo negli USA che fin dalla culla i genitori mettono da parte i soldi per poi mandarli al college, quello che accadrà è che tutta un economia cittadina basata sugli studenti, evaporerà.

Scomparirà il business dell’affitto camere per studenti, così come tutte quelle attività commerciali che vendevano libri, le edicole, i locali tipici di ritrovo per studenti, eccetera.

Tra l’altro, uno spopolamento delle città dovuto alla “scomparsa” degli studenti universitari significa, anche, un innalzamento dell’età media dei suoi cittadini.

Questo si tramuta in un cambio delle logiche economiche che sorreggono il centro urbano stesso, nonché un cambiamento del core business delle attività attrattive della città che ne subirà l’influenza dovendo adattarsi ad un pubblico sicuramente meno frizzante ed incline alla movida rispetto a quello universitario.

D’altro canto, in una città che vede trasformare i propri posti di lavoro per via dello smart working si innescherà un ulteriore problema a carico degli studenti: grosse difficoltà a trovare lavoretti da fare per mantenersi gli studi e a trovare aziende in cui fare degli stage per arricchire il curriculum.

Diventerà teoricamente più facile lavorare da studente vicino casa in provincia che non in città.


venerdì 14 ottobre 2016

I giovani che vivono e studiano all'estero: la nuova emigrazione che impoverisce l'Italia

Da Panorama

Storia di un padre e delle sue gemelle, Elena e Silvia, che studiano a Maastricht e in Scozia via da un Paese in cui è stato rubato loro il futuro

di Marco Ventura, 8 ott 2016

Mi dice Elena che lo scorso anno, all’appuntamento degli studenti italiani a Maastricht in Olanda erano in 20, quest’anno in più di 100. Statisticamente, il dato conta poco. Si tratta solo di una singola cittadina olandese. Ma Elena, mia figlia, 19 anni, al secondo anno di Studi internazionali all’University College di Maastricht (UCM), dal quale usciranno per metà diplomatici, per l’altra metà eurocrati, cioè funzionari europei, non rientra negli oltre 107 mila italiani espatriati nel 2015 e censiti dal rapporto Migrantes.
LEGGI, DI SEGUITO ALL'ARTICOLO, COSA DICE IL RAPPORTO
Temo che il numero sia di gran lunga superiore, considerando quanti ancora non si sono registrati. Elena è solo una goccia di quel fiume di italiani fuori dall’Italia che non sono la generazione Erasmus (6 mesi di scambio tra Università europee, poi di nuovo qui), ma generazioni di connazionali, di nostri figli, che mossi dal desiderio di maggiori opportunità lasciano la casa, la mia casa, la loro città, la mia città, il loro e mio paese. E vivono stabilmente fuori dai confini nazionali.
Elena mi racconta che il rettore della sua Università va la domenica in biblioteca a distribuire biscotti agli studenti che preparano gli esami. Due anni fa, insieme a Silvia, l’altra mia figlia (sono gemelle), Elena era andata all’orientamento della Sapienza di Roma, dov’era atteso il rettore. Che non si è fatto vedere.
Silvia, anche lei, ha lasciato l’Italia. Studia filosofia e psicologia a St. Andrews, in Scozia, e appena arrivata ha indossato il mantello rosso dell’Università e insieme a studenti di tutto il mondo ha fatto il “Pier Walk”, la camminata in cima allo stretto molo teso a strapiombo sul Mare del Nord come iniziazione alle tradizioni universitarie e ingresso nella comunità di studenti.
Poi ha conosciuto la sua “famiglia accademica”, composta da allievi del terzo anno che hanno il compito di introdurla al mondo universitario e cittadino. È continuo il suo contatto con il tutor, un professore, e col titolare della cattedra, e se supera i punteggi più alti le arriva una lettera del preside o rettore che si congratula e la incoraggia.
Per aprire un conto in banca ha vantaggi speciali, più sconti dappertutto, dai negozi ai musei, e l’edificio della Union, l’associazione studentesca, è un intero isolato nel quale trova assistenza per organizzare viaggi, spese, feste, studi, perfino il sabbatico, un anno di giro del mondo.
Lo studente è un re, a St. Andrews, perché è il futuro. E loscambio culturale è planetario, perché dall’America all’Asia passando per l’Europa l’offerta universitaria in Scozia attrae ragazzi di ogni lingua ed etnia.
A St. Andrews gli studenti dell’Unione europea non pagano la retta (a eccezione degli inglesi), solo vitto e alloggio. Alla fin fine, costa meno mantenere un figlio che studia nella prima Università scozzese (e terza assoluta in Gran Bretagna ma prima per molte materie) che non nelle migliori Università private italiane, comunque in basso nelle classifiche mondiali.
A Maastricht, l’UCM che pure è un Ateneo a numero chiuso, non costa di più. La sua sede è dentro un monastero e una chiesa sconsacrati, in biblioteca non si può accedere dall’ingresso principale dopo una certa ora ma soltanto da una porta laterale pernon disturbare nidi di uccelli e lucertole, e gli studenti se vogliono passeggiano nelle ore libere fuori in un parco, tra oche e cerbiatti.
Se sei studente dell’UCM e decidi di frequentare per 6 mesi un’altra Università con la quale c’è interscambio nel mondo, perdi punti perché l’UCM si considera la migliore. Quanto a St. Andrews, c’è un fiorire di società filosofiche, scientifiche, sociali, di scrittura creativa...
Per chi vuole intraprendere la carriera universitaria, la prospettiva è quella di cominciare a guadagnare dopo il baccalaureato, la laurea breve, e le mie figlie mi dicono che l’età media dei loro professori (molto quotati) è bassissima rispetto ai nostri ordinari. A trent’anni, se lo meriti, sei già un luminare. 
Quando la Gran Bretagna ha votato per la Brexit, a St. Andrews l’Ateneo ha mandato subito una lettera agli studenti stranieri per ribadire che è stato preso un impegno con loro, che le rette non saliranno e che non cambierà nulla. Perché gli studenti sono quanto di più prezioso ci sia nella società. L’assicurazione sul futuro. In fondo, si tratta per i britannici di mantenere anche un grande business. Nulla di ciò che fanno è in perdita. Anzi. 
Mi fa orrore pensare che tutto questo sia impensabile e impossibile da noi, e che i miei soldi debbano andare all’estero per sovvenzionare un sistema che trarrà dalla competenza delle mie figlie tutti i vantaggi, ma non per l’Italia. Perché io lo so già, che molto probabilmente Silvia ed Elena non torneranno più, non saranno messe nella condizione di tornare.
Vuoi per mancanza di opportunità nella ricerca, vuoi per scarsità di gratificazioni economiche. So che continueranno ad amare l’Italia, anzi sempre di più, ma sempre più da lontano. Come un sogno, un rifugio, una villeggiatura. Come la terra dei padri. Come da sempre per i nostri migranti in cerca di fortuna. In Italia, la mia generazione e le precedenti hanno rubato il futuro ai nostri, ai miei, figli. E non c’è perdono per questo “delitto perfetto”.
§§§


Secondo il rapporto Migrantes si sono trasferiti all'estero nel 2016 oltre 100mila connazionali: un flusso in crescita che riguarda soprattutto i giovani

Sono 107.529 i connazionali espatriati nel 2015 secondo l'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire): un numero superiore a 6.232 unità rispetto all'anno precedente, per un incremento del 6,2%.
A fare  le valige sono soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni , 39.410 persone, e il 36,7%) dei nuovi emigranti.
La meta preferita rimane  la Germania (16.568), che precede in termini di numero di italiani residenti la Svizzera, la Francia, l'Argentina (oltre 700 mila italiani residenti, +26%), il Brasile, ilBelgio, mentre tra le regioni che hanno subito un  travaso più consistente di emigranti verso i Paesi stranieri, ci sono - anche per ragioni demografiche - la Lombardia - con 20.088 unità nel 2015 - e il Veneto, con 10.374 persone che hanno scelto di andarsene.
Ma sono soprattutto le regioni meridionali quelle che, in rapporto alla popolazione, conoscono il travaso più consistente: sono meridionali il 50% degli italiani residenti all'estero.  
Il rapporto si chiama Italiani nel mondo 2016 ed è stato presentato oggi a Roma dalla Fondazione Migrantes: un rapporto che è - secondo gli estensori della ricerca - la spia di un depauperamento progressivo del nostro Paese che riguarda - a differenza delle grandi ondate migratorie degli inizi del 900- tutte le fasce sociali, dagli studenti ai ricercatori fino ai tradizionali lavoratori manuali, ma principalmente i millenials, i giovani nati nel nuovo secolo che, spesso, quando l'emigrazione è dovuta a ragioni di studio, scelgono come meta preferita la Gran Bretagna.
C'è un altro fenomeno inedito però che riguarda gli italiani emigranti: quello dei “doppi migranti”,  coloro che sono arrivati in Italia da altri Paesi, si sono fermati almeno dieci anni acquisendo la cittadinanza e poi decidono di partire per cercare fortuna altrove. Per lo più sono persone originarie del Bangladesh. La loro meta prediletta è ancora il Regno Unito.
Nel complesso, il conteggio dei connazionali residenti all'estero ha raggiunto al 31 dicembre 2015 quasi quota cinque milioni, un dato che rispetto all'anno precedente è più alto del 3,7 per cento. Significa che poco più di un italiano su 12 è emigrato. Un dato cui deve aggiungersi un'altra percentuale di chi parte per non tornare più: il saldo migratorio tra chi rimpatria e chi parte, che era rimasto quasi costante nel primo decennio del millennio, sta subendo una brusca virata in negativo. Un altro elemento che fa temere un progressivo impoverimento del nostro Paese.


martedì 5 maggio 2015

L'innovazione entra nelle scuole, grazie a Google

Da Agi.it

Google: arriva Drive for Education, lo 'zaino' per gli studenti del futuro

30 set 2014

Drive si trasforma in uno strumento per la scuola. 
In poco piu' di due anni e' diventato lo spazio di archiviazione cloud e la soluzione di condivisione per oltre 190 milioni di persone nel mondo, che regolarmente lo usano a casa, a lavoro e a scuola. 
Per oltre 30 milioni di studenti e insegnanti che usano Google Apps for Education, Drive sta arrivando a rimpiazzare il classico zaino. 
Perche' portarsi dietro chili di libri e raccoglitori pieni di fogli quando ogni tipo di documento o file puo' essere recuperato dal piu' vicino Chromebook, tablet, smartphone o browser? 

All'inizio di quest'anno Google ha lanciato Drive for Work - una versione premium di Google Apps for Work - e ora sta portando quelle stesse potenzialita' al mondo delle scuole.

Drive for Education e' lo zaino del 21mo secolo, senza alcun limite di spazio, ultrasicuro e completamente gratuito. Drive for Education sara' disponibile per tutti i clienti Google Apps for Education senza costi aggiuntivi e comprendera':
  • Archiviazione illimitata: non bisognera' piu' preoccuparsi di quando spazio rimane ne' di quale utente necessita di piu' gigabyte. Drive for Education supporta file singoli di dimensioni fino a 5TB e sara' disponibile nelle prossime settimane.
  • Vault: Google Apps Vault, la nostra soluzione per la ricerca e il reperimento di dati per rispondere requisiti di conformita', diventera' gratuito per tutti gli utenti Apps for Education entro la fine di quest'anno. 
  • Servizi di monitoraggio potenziati: sono in arrivo nuovi strumenti di reporting e di auditing e una API dedicata che permetteranno di monitorare facilmente l'attivita' di ciascun file.

Tutte queste nuove funzioni saranno accompagnate dallo stesso livello di sicurezza che protegge tutti gli utenti Drive. 
Ciascun file caricato su Google Drive viene criptato, non solo dal dispositivo dell'utente verso Google e nel transito tra i vari data center Google, ma anche in tutti gli altri server Google. 

I dati che gli istituti scolastici e gli studenti caricheranno sui sistemi saranno da considerarsi di loro proprieta'. Classroom, recentemente messo a disposizione degli utenti Google Apps for Education, rende l'utilizzo di Drive nelle scuole ancora piu' efficace, permettendo di organizzare automaticamente nelle cartelle di Drive tutti i compiti e i progetti salvati in Classroom. 
E Google Apps for Education rimarra' gratuito per gli istituti scolastici pubblici, senza l'inserimento di alcun messaggio pubblicitario.