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venerdì 8 maggio 2020

Una critica artistica a Bansky...



di Cesare Alemanni, 7 mag 2020

Perfetto per un pubblico in cerca di ammaestramenti morali ma con un costante deficit di attenzione, non stupisce che la parabola dello street artist senza volto sia approdata da tempo a una retorica indistinguibile dal populismo più becero



A fine anni ’60 sui convogli della metropolitana di New York cominciarono ad apparire strane scritte. Dicevano semplicemente “TAKI 183, BARBARA 62, LEO 136”. Incuriosito dalla questione, un giornalista del New York Times riuscì a risalire all’identità di alcuni autori. Scoprì che erano adolescenti, spesso appartenenti a minoranze etniche o culturali, e che vivevano in aree periferiche dei five boroughs newyorkesi. Alla domanda su cosa li spingesse a scrivere il proprio nome (e numero civico) dappertutto rispondevano cose come “sento di doverlo fare”, oppure che non capivano perché le loro piccole firme facessero tanto scalpore quando l’inquinamento visivo di pubblicità e manifesti elettorali era già ovunque. Nel giro di mesi il fenomeno si diffuse a macchia d’olio. Da semplici scritte, i pittogrammi si fecero via via più complessi fino a diventare vere e proprie opere in cui, abdicando al loro ruolo di significanti, le lettere si disarticolavano in astrazioni di puri segni. Era nato il writing, ovvero il costante pomo della discordia tra fautori del decoro e frange della gioventù urbana.

Come ho scritto nel mio libro Rap: una storia, due Americhe: “Non è un caso se i vagoni delle metropolitane sono stati una delle prime superfici a essere prese di mira dai graffiti. Attraversando le città di quartiere in quartiere, i treni erano una galleria semovente che portava in mostra i nomi di giovani periferici anche laddove i loro corpi non erano tra i più benvenuti. Come scrisse Norman Mailer in un saggio pubblicato da Esquire nel 1974: i primi writer di fatto non dipingevano altro che «promozioni» di loro stessi. Se Warhol aveva detournato la pubblicità di massa in arte d’avanguardia, il writing trasformò un’arte antica come il graffito in una pubblicità d’avanguardia di singoli individui”. 

Proprio il mondo che gravitava intorno a Warhol fu tra i primi ad accorgersi del fenomeno. A fine anni ’70, il writing ottenne così il lasciapassare per il salotto buono dell’arte di Downtown Manhattan. Nel giro di pochi mesi, ragazzi poco più che adolescenti si videro commissionare pezzi per collezionisti tedeschi o italiani, gallerie svizzere o giapponesi, ”a cifre più alte di quelle che le loro famiglie guadagnavano in un anno. Il tutto mentre curatori e critici, intristiti da troppi white cube, facevano a gara per celebrare quell’arte insieme così pop e primitiva” (sempre da Rap). Durò poco: l’eccesso di esposizione bruciò rapidamente l’ossigeno intorno ai writer, e il lascito più significativo di quel periodo restano i lavori di due artisti che, appropriandosi in maniera lucida e consapevole dei codici spontanei dei writer, li tradussero in poetiche più commensurabili al sistema dell’arte: Basquiat e Haring.

Per oltre vent’anni il writing tornò così a ingaggiare, nelle strade e nelle metropolitane di mezzo mondo, la propria battaglia con le autorità municipali. 

Fino a quando, all’alba del nuovo millennio, una nuova generazione di ventenni non riscoprì le intuizioni proprie di Haring e le cooptò in un movimento in cui grafica, pastiche culturali, riferimenti al pop o addirittura ai grandi maestri dell’arte, anziché restare su carta venivano riversati in strada. Per distinguerla dal puzzo di vandalismo del writing e dei grafitti, la critica cominciò a chiamarli street-artist. L’idea era che l’arte non potesse rimanere confinata in un museo o in una galleria. L’arte non potesse avere dei custodi: curatori e critici. L’arte non potesse essere troppo algida e concettuale. Insomma: l’arte doveva comunicare. Doveva essere pubblica e immediata. Raggiungere la gente. Portare il bene dell’arte alla gente. Per paradosso, proprio alcuni custodi, nonché gallerie e musei dove normalmente ci si reca per Hans Haacke e John Baldessari, finirono coll’abbracciare la street art. Cosa che non dispiacque peraltro a molti suoi esponenti. In Italia, uno dei più entusiasti sostenitori del fenomeno fu per esempio Vittorio Sgarbi, che dedicò alla scena italiana una mostra al Pac di Milano.

Anche l’hype della street art però lentamente sfumò e a inizio anni ‘10 quasi tutti i suoi esponenti tornarono a livelli di quotazione decisamente più blandi. Tutti tranne uno che aveva le carte in regola per restare. Innanzitutto: il mistero che circondava la sua figura, perfetto alimento per la curiosità dei tabloid. E poi: la capacità di impiastricciare i muri di Londra con un’ironia sfocata da post-Young British Artist. Nonché il fiuto di intuire e canalizzare una serie di sentimenti molto diffusi nella controcultura della City anni Zero. Che è poi la marmellata, decisamente locale e iper-specifica, da cui tuttora scaturisce tutta la sua retorica: in particolare un generico rigurgito anti-sistema di cui già si erano nutriti molti tra i più sterili movimenti no global; la denuncia delle iniquità sociali e degli eccessi orwelliani della Big Society; la nostalgia per una idealizzata umanità emotivamente più sostenibile. Tematiche nette che ben si sposavano con l’altrettanto netto outline – i giochi tra pieno e vuoto, tra bianco e nero – dei suoi stencil. Che infatti si sedimentarono rapidamente nell’immaginario contemporaneo, prendendo a circolare come proto-meme in un internet pre-memetico. Del resto l’incauta spettacolarizzazione delle ambivalenze che veicolavano si confaceva a un pubblico in cerca di ammaestramenti morali; l’immediatezza sintetica dei paradossi che proponevano era straordinariamente adatta ad affascinare milioni d’individui in costante deficit di attenzione. Le corde finto-umaniste che toccavano erano le stesse della cosiddetta folk politics ormai dominante nel discorso culturale e politico della sinistra. Il senso comune che sobillavano era quello che sostiene che il bene e il giusto siano sentimenti che albergano spontaneamente nella pancia e non idee che il cervello si forma con fatica ed esperienza.

"Fu così che Banksy smise di essere considerato un vandalo o un artista di strada e diventò semplicemente un artista, anzi un grande artista, anzi forse il più grande artista vivente"

Fu così che Banksy smise di essere considerato un vandalo o un artista di strada e diventò semplicemente un artista, anzi un grande artista, anzi forse il più grande artista vivente. Che molte delle provocazioni a buon mercato (o, più spesso, sulla pelle di contesti in cui il concetto di buon mercato non è contemplabile) che aveva proposto nel corso degli anni fossero scivolate fuori da qualunque discorso progressista per affluire nel patrimonio di un populismo sempre più becero, irriflessivo ed esacerbato non parve particolarmente rilevante. Quantomeno non sufficiente a invitare a un riesame del contenuto delle immagini con cui, riempiendo le strade, aveva riempito la rete e da lì le idee di milioni di persone. 

Non sorprende quindi che, nel mezzo della più grave crisi sanitaria in oltre un secolo, la parabola da pubblicitario più noto al mondo di Banksy approdi a un’immagine che non è solo indistinguibile dall’inquinamento visivo contro cui TAKI 183 intendeva ribellarsi, ma è anche identica alla retorica politica più reazionaria intorno all’emergenza. Con quel richiamo, talmente facile e semplicistico da essere stato rigettato da molti dei diretti interessati, al supposto eroismo di persone che in realtà sono prima di tutto cittadini e professionisti. Ai quali, spesso e in molti contesti, sono mancate attrezzature basilari per svolgere il proprio lavoro in condizioni di sicurezza. Un’immagine che gioca (in questo caso letteralmente) con il sublime di bassa lega degli assoluti universali – qui: l’infanzia e il ricordo – per amplificare il volume emotivo del presente, anziché mettere in discussione le condizioni in cui esso si verifica per tendere verso un più alto orizzonte etico ed estetico. Ma questo è quel che ti aspetteresti dal lavoro di un artista. È forse troppo da chiedere a un propagandista.


martedì 10 dicembre 2019

La banana di Maurizio Cattelan: è vera arte?





Il critico del New York Times spiega perché l'ultima opera – una banana appesa al muro con lo scotch, poi venduta per 120mila dollari – è arte e non solo uno scherzo



Lun, 9 dic 2019


comedian di Maurizio Cattelan, Art Basel Miami, 6 dicembre 2019 (Cindy Ord/Getty Images)














 
Da giorni si parla di Comedian (Comico), un’opera d’arte di Maurizio Cattelan esposta alla fiera d’arte contemporanea Art Basel Miami. L’opera è una banana vera attaccata al muro con uno spesso nastro adesivo grigio, venduta per 120 mila dollari (circa 108mila euro). Sabato la banana era stata mangiata da David Datuna, un visitatore a sua volta artista, che l’ha staccata dal muro e si è fatto filmare mentre la mangiava. Datuna ha spiegato che anche la sua era un’esibizione artistica: Hungry artist, cioè Artista affamato.


L’opera è la prima di una serie di tre, e anche la seconda è stata venduta a un prezzo simile. Farebbe riferimento alla battuta di un personaggio della serie tv Arrested Development, Lucille Bluth, sui ricchi che non sanno quanto costa una banana; Cattelan ha spiegato di averla comprata a un mercato locale di Miami pagandola circa 30 centesimi di dollaro. Domenica mattina l’opera è stata ritirata dalla fiera a causa del clamore e della folla eccessiva che si assiepava e ci si fotografava davanti. Come accade spesso, le irriverenti invenzioni di Cattelan provocano sconcerto e indignazione – come può una banana attaccata al muro essere considerata arte? come può qualcuno pagarla 120mila dollari? – e lo stesso gesto di Datuna è difficile da inquadrare come scherzo, riflessione artistica o semplice auto-promozione.

Il critico d’arte del New York Times Jason Farago ha provato a fare un po’ di chiarezza o perlomeno a raccontare il punto di vista di un esperto, in quella che ha definito una «difesa (a denti stretti) della banana da 120mila dollari».

Comedian (EPA/RHONA WISE/ANSA)

Per prima cosa Farago liquida Datona: «Non ho molto da dire sul tizio che si è mangiato la banana di Cattelan: continua una lunga tradizione di gente che prende le cose alla lettera e a cui piace riportare sulla Terra l’arte concettuale dal regno delle idee. Molti artisti si sono liberati in Fountain, l’urinatoio capovolto di Marcel Duchamp e si racconta che nel 1966 John Lennon avesse preso una mela alla prima installazione di Yoko Ono e le avesse dato un morso. Si conobbero così».

Il fatto che la banana appesa sia stata mangiata, peraltro, non significa che l’opera sia stata distrutta. L’opera è l’idea, non la banana materiale in sé. «Se compri un’opera luminosa di Dan Flavin [artista famoso per le installazioni realizzate con lampade e neon, ndr] e un suo bulbo fluorescente inizia a sfarfallare, lo cambi con uno nuovo», spiega Farago. Con la banana è ancora più facile e lo stesso Cattelan aveva preparato le istruzioni, consigliando di cambiare il frutto una ogni sette-dieci giorni.

«E quindi, è arte?», chiede Farago. «Questa banana non è soltanto una banana ed è anche un contorto commento sulla sessualità maschile, sulle monocolture genetiche o sulla geopolitica centroamericana? […] Lasciate che vi rassicuri, non siete degli ottusi conformisti se trovate tutto un po’ fuori di testa. La follia e la sensazione avvilente che una cultura che un tempo incoraggiava la bellezza sublime e che oggi permette solo giochetti ebeti sono gli strumenti da lavoro di Cattelan. Forse apprezzerete meglio il suo lavoro se considerate due cose: una formale, una sociale».

Per prima cosa, infatti, l’opera non è soltanto una banana ma una banana appesa al muro con del nastro adesivo, che da anni è una delle cifre stilistiche di Cattelan. L’operazione è più complessa di quella che facevano i dadaisti a inizio secolo, quando prendevano un oggetto comune e lo dichiaravano arte, e si inserisce all’interno della decennale riflessione di Cattelan sulla tecnica della sospensione, che «rende l’ovvio ridicolo, sgonfia e sconfigge le pretese dell’arte precedente». Fanno parte di questo filone l’opera Novecento (1997), un cavallo imbalsamato appeso con delle imbracature al barocco soffitto del castello di Rivoli, come fosse un candelabro – «fa collassare sia la pomposità marziale del fascismo sia la futilità dell’arte moderna» – e La Rivoluzione Siamo Noi (2000), una miniatura di Cattelan che penzola da un appendiabiti «come un cosciotto di prosciutto». Anche la sua retrospettiva al Guggenheim nel 2011 venne allestita appendendo le opere al soffitto del museo, «come panni stesi ad asciugare».

Novecento di Maurizio Cattelan esposto al Blenheim Palace,
Woodstock, Regno Unito, 12 set 2019 
(Leon Neal/Getty Images)




La sospensione resa attraverso il nastro isolante ha una storia nell’arte di Cattelan, e forse l’antecedente più importante è A Perfect Day (1999), esistita per poche ore durante l’inaugurazione di una mostra, quando Cattelan appese il suo gallerista Massimo De Carlo a un muro bianco con il nastro adesivo «in una grottesca ma non meno impressionante crocifissione».


L’altro punto da considerare, secondo Farago, è che Cattelan rivolge queste prese in giro al mondo dell’arte dall’interno, e non dal di fuori in modo cinico e semplicistico: «La sua intera carriera è un manifesto sul desiderio impossibile di creare arte in modo sincero, districandosi dal denaro e dai suoi stessi dubbi». In questo Cattelan è l’opposto di Banksy, il più noto artista di graffiti al mondo, critico e sprezzante verso il mondo dell’arte, i suoi meccanismi e la sua mercificazione. Banksy raffigurò la vendita di un quadro con sopra scritto solo: «Non posso credere che voi coglioni compriate (ma anche “crediate a”) questa merda», e nel febbraio del 2019 nel momento in cui un suo quadro venne battuto all’asta da Sotheby’s per 1,8 milioni di euro si attivò un meccanismo che lo tagliò a strisce e lo distrusse parzialmente, cosa che ne aumentò il valore.

Una nota opera di Banksy, in cui è messo in vendita un quadro con scritto:
«Non posso credere che voi tonti compriate (ma anche “crediate a”) questa merda» (Banksy)

Secondo Farago l’atteggiamento di Banksy asseconda la convinzione diffusa che gli artisti siano tutti impostori, e che i musei, i collezionisti e i critici siano tonti o truffatori: è per il comportamento «fraudolento» – ma la parola italiana più adatta, per quanto volgare, sarebbe “paraculo” – di gente come Banksy che il pubblico crede che sia stato lo stesso Cattelan a rubare il suo water d’oro dal palazzo inglese, a settembre scorso.

«I veri artisti non ti ingannano. Quello che rende Cattelan un artista avvincente e quello che invece rende Banksy un buffone noioso e culturalmente irrilevante è precisamente la volontà di Cattelan di inserire se stesso nel sistema economico, sociale, riflessivo che struttura quello che vediamo e come lo valutiamo. Ha senso che un artista trovi questi sistemi scoraggianti e che la banana attaccata con lo scotch e il cavallo sospeso testimonino il suo e il nostro essere confinati nel mercato e nella storia. Per questo il titolo, Comico, è ironico: per Cattelan, come per tutti i migliori clown, è la tragedia a rendere le nostre certezze scivolose come una buccia di banana».







venerdì 2 agosto 2019

L'intelligenza artificiale per creare opere d'arte con i selfie...

Da Wired

di Gabriele Porro23 lug 2019 


Ai Portraits offre su internet la possibilità di ottenere un proprio ritratto nello stile dei grandi maestri del passato partendo da un selfie

Passato il trend di invecchiare grazie a FaceApp è giunto il momento di concedersi il lusso di un dipinto classico realizzato, partendo da un proprio selfie, dall’intelligenza artificiale di un sito internet. Per ottenere un ritratto pittorico nello stile che più vi aggrada è necessario andare sul sito AI Portraits Art.


A questo punto basterà selezionare un selfie, anche brutto e sfocato va bene, per caricarlo sul sito e lasciar agire l’intelligenza artificiale che farà comparire in men che non si dica il ritratto da lei creato.

Gli stili del database di Ai Portraits si ispirano ad alcuni dei più grandi maestri della pittura, da Rembrant a Tiziano o Van Gogh.
Ai Portraits Ars è stato creato utilizzando i Gan model, ossia reti neurali generative avversarie, una tipologia molto diffusa nell’ambito dell’intelligenza artificiale basata su reti neurali addestrate a generare nuovi contenuti. 

“Dopo aver visto per milioni di volte una collezione di circa 45mila dipinti accuratamente selezionati, il modello genera uno spazio Z, chiamato spazio latente, che contiene in sé la descrizione di tutti i possibili ritratti che i grandi maestri avrebbero potuto dipingere. Ai Portraits Ars spinge ad esplorare lo spazio Z e il volto diventa il modo per pilotare questa navigazione“, spiega a Repubblica Mauro Martino, uno dei tre italiani del team di sviluppo dietro all’intelligenza artificiale del sito. 

Ai Portraits Ars permette a chiunque di utilizzare i Gan model per generare un dipinto, in cui le linee del viso sono completamente ridisegnate. L’algoritmo decide autonomamente quale stile utilizzare, sfruttando i dettagli del viso e dello sfondo che contribuiscono a indirizzarlo. Nel trasferimento dello stile, di solito c’è una forte alterazione dei colori, mentre le caratteristiche della foto rimangono invariate. 

Per quanto riguarda la privacy legata al caricamento e all’utilizzo delle foto, il sito specifica che il materiale caricato viene caricato dagli utenti sarà utilizzato solo per la creazione del dipinto assicurandone l’immediataa eliminazione dai server del sito. 

Il sito internet, vista l’improvvisa popolarità, sta subendo delle interruzioni dovute all’enorme traffico di utenti che lo visitano contemporaneamente.

martedì 21 novembre 2017

Le caratteristiche del Genio...

Cosa rende geniali? 

Walter Isaacson è CEO dell’Aspen Institute, è stato presidente e amministratore delegato della ‘CNN’ e caporedattore del ‘Time’, autore di ‘Benjamin Franklin: An American Life’, ‘Einstein: His Life and Universe’, ‘Steve Jobs and Leonardo Da Vinci’, da cui sono tratti i seguenti brani. 


Essere un genio è diverso che essere super-intelligente. Ha a che fare con la creatività, la capacità di applicare l’immaginazione praticamente a qualsiasi situazione. 

Prendete Benjamin Franklin: da autodidatta è diventato l’inventore più grande dell’Illuminismo americano, diplomatico, scienziato, scrittore e stratega negli affari. Inventò il parafulmine, le lenti bifocali, l’armonica a bicchieri e un tipo di umorismo unico.


Albert Einstein seguì un percorso simile. Fu lento ad imparare a parlare da piccolo, al punto che i genitori consultarono un medico. La domestica lo chiamava ‘il tonto’, un altro parente ‘quasi ritardato’. Albert nutriva una certa insofferenza per l’autorità, fu cacciato da un maestro e un altro gli disse che nella vita non sarebbe andato da nessuna parte. Queste caratteristiche resero Einstein il santo patrono degli scolari distratti ovunque nel mondo.

Ma il disprezzo per l’autorità lo portò ad interrogarsi sulla libertà in un modo che gli accademici non avevano mai contemplato, e il ritardo nel parlare gli permise di osservare con stupore ciò che gli altri davano per scontato. Rivoluzionò la nostra idea di universo e rivelò due pilastri della fisica contemporanea: teoria quantistica e della relatività. Oggi la sua faccia e il suo nome sono sinonimo di genio.


Poi c’è Steve Jobs. Come Einstein, che suonava Mozart con il violino quando voleva riconnettersi alle armonie del cosmo, Jobs credeva che la bellezza contasse e che le arti, le scienze e l’umanistica, dovessero connettersi. Mollato il college, Jobs fece lezioni di danza e calligrafia, prima di cercare illuminazione in India. Il che significa che ogni suo prodotto, dal Mac all’iPhone, aveva bellezza quasi spirituale in natura, diversa dai suoi competitor.




Credo che Leonardo da Vinci sia il genio più creativo della storia. 
E, di nuovo, non sembrava la persona più intelligente. Non aveva l’intelligenza teorica sovrumana di Newton o Einstein, o le capacità matematiche del suo amico Luca Pacioli. Ma sapeva pensare come un artista e uno scienziato, e questo gli diede una cosa preziosa: l’abilità di visualizzare i suoi concetti teorici. Pacioli ha espanso le teorie di Euclide per produrre influenti studi sulle prospettive matematiche e le proporzioni geometriche, ma furono le illustrazioni leonardesche a dare loro vita. Negli anni fece lo stesso nel campo della geografia e dell’anatomia, creando grandi opere d’arte.

Come Franklin, da Vinci era per lo più un autodidatta. Come Einstein, aveva un problema con l’autorità. Ignorò i dogmi medievali e la scolastica impolverata. A suo dire, fu discepolo dell’esperienza e dell’esperimento. Un approccio rivoluzionario, che anticipava il metodo scientifico sviluppato il secolo dopo da Francis Bacon e Galileo Galilei.

Come in Einstein, il suo tratto distintivo fu la curiosità, e a dimostrarlo ci sono pagine e pagine di appunti zeppi di domande. La sua nobile ambizione era di conoscere tutto il conoscibile, incluso il cosmo e il nostro ruolo al suo interno. Non smise mai di osservare. Quando guardava il castello di Milano, mentre passeggiava, quando vedeva gli uccelli o i visi delle persone. Il suo uomo vitruviano, esattezza anatomica combinata a bellezza, divenne il simbolo della connessione fra arte e scienza.

Alcuni sono geni in ambiti precisi, tipo Leonhard Euler nella matematica o Wolfgang Amadeus Mozart nella musica, ma per me i geni più interessanti sono quelli che vedono schemi nelle infinite bellezze della natura. Nessuno unì anatomia, matematica, studio dell’universo, a dipinti come la Gioconda o L’ultima Cena. Da Vinci fu un genio, ma non perché era intelligente. Era, innanzitutto, il modello della mente universale, la persona più curiosa della storia.


sabato 1 aprile 2017

Un opera artistica... particolare





di Redazione Darlin, 24 nov 2016


Non ne sappiamo molto di questa opera d’arte intitolata Underwater Flatulence in 120 Fps.    Soltanto che l’autore si chiama Micky Zilbershtein e propone questo video come teaser di un progetto artistico ben più ambizioso che parlerà di liberazione e censura.

Aspettiamo con ansia il resto dell’opera.



lunedì 28 settembre 2015

Lungo le rive del Tevere, un'opera d'arte di Kentridge per il Natale di Roma 2016

Con l’opera di Kentridge il Tevere prende vita: sui muraglioni la storia di Roma.

20 set 2015

Un muro lungo 550 metri e alto fino a 10 metri che racconta la storia di Roma. Il 21 aprile 2016, in pieno anno giubilare e in occasione del Natale di Roma, sugli argini del Tevere, tra Ponte Mazzini e Ponte Sisto - tratto ribattezzato per l’occasione “Piazza Tevere” -, arriva un progetto di dimensioni eccezionali creato appositamente per la Capitale: Triumphs and Laments, la grande opera di arte contemporanea del celebre artista sudafricano William Kentridge. L’annuncio ufficiale è stato fatto al Macro dall’assessore capitolino alla Cultura Giovanna Marinelli e dall’Associazione Tevereterno Onlus fondata dall’artista Kristin Jones, che cura la direzione artistica del progetto.

Il fregio si compone di circa 80 figure, alte fino a 10 metri, e si snoderà sugli argini del fiume raccontando in ordine non cronologico 'trionfi e lamenti' della Capitale, dall'età antica fino a oggi, da Romolo che fonda Roma e uccide Remo, alla morte di Pasolini. Ma l’opera è destinata a durare solo quattro o cinque anni: "Il muro è ricoperto da una patina che lo rende scuro e copre il bianco del travertino", ha spiegato l'artista. "Non sarà un disegno su superficie, ma un'opera che emerge da questa patina per poi essere riassorbita dal muro”.

L'opera sarà inaugurata al tramonto del 21 aprile 2016, con uno straordinario evento musicale e teatrale gratuito (ripetuto quattro volte al giorno, anche il 22 aprile), con l'esecuzione di un lavoro inedito del musicista e compositore Philip Miller, concepito per l'occasione.

"Triumphs and Laments è un grande regalo per la nostra città", ha commentato Giovanna Marinelli, che ha sottolineato come questo sia un risultato importante per tutte le istituzioni che hanno collaborato: Roma Capitale (Assessorato Cultura e Sport, Assessorato all’Ambiente), Sovraintendenza Capitolina, Polo Museale Contemporaneo di Roma Capitale, Regione Lazio, Direzione Infrastrutture ambiente e Politiche abitative della Regione Lazio, Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Architettonici di Roma, MIBAC Ministero dei Beni Artistici e Culturali, Municipio I.


"Questa operazione non sarebbe stata possibile senza un sostegno privato”, ha detto la Marinelli. “Noi come Comune abbiamo limiti pressanti in questo momento ma la collaborazione pubblico-privato quando ben condotta dà risultati straordinari".

L'artista sudafricano William Kentridge



venerdì 22 maggio 2015

Pensiero veloce e pensiero lento: Einstein, e l'elogio della lentezza.



29 set 2014


Piero Biannucci


Quando aveva 16 anni e abitava a Milano in via Bigli, a un passo dal portone che sarà quello del Nobel per la letteratura Eugenio Montale, Albert Einstein sognò di cavalcare un raggio di luce avendo davanti a sé uno specchio. 
Come si sarebbe comportata la luce correndo alla sua stessa velocità? 
Il sognatore intuì che non sarebbe riuscito a vedersi riflesso nello specchio: perché ciò accadesse, avrebbe dovuto superare la velocità della luce. 

Qualche tempo dopo, studente al Politecnico di Zurigo, Einstein si rese conto che nelle quattro equazioni di Maxwell che descrivono l’elettromagnetismo la velocità della luce è una costante: il seme della nuova fisica, che avrebbe relegato Newton tra le anticaglie, era lì, sotto gli occhi di tutti, ma nessuno se n’era accorto. 
Nel mondo di Newton le velocità, compresa quella della luce, si possono sommare e sottrarre, in quello di Maxwell no. 
D’altra parte, già nel 1887 un esperimento di Morley e Michelson aveva dimostrato che non esiste il mitico etere e che la velocità della luce non subisce l’influsso del moto della Terra intorno al Sole.  

Einstein trasse le conclusioni di questa lunga preparazione interiore nel 1905, all’età di 26 anni, in un articolo intitolato “Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento”. 
Noi oggi abbiamo dimenticato quel titolo dimesso ma conosciamo bene la gloriosa teoria della relatività speciale (o ristretta, con aggettivo da tazzina di caffè) che l’articolo per la prima volta presentò al mondo. 

Rievoca il sogno di Einstein adolescente Lamberto Maffei nel suo ultimo libro, “Elogio della lentezza” (il Mulino, 146 pagine, 12 euro). 
Breve fu l’intuizione onirica, lunga l’elaborazione del problema. Forse di nuovo rapido l’andare insieme dei dati raccolti. 
Stiamo parlando dell’atto creativo di un genio, ma le due modalità, pensiero veloce, pensiero lento, sono qualcosa di molto più generale che riguarda anche chi genio certamente non è. 

Notizie, immagini, e-mail, tweet, sms viaggiano quasi alla velocità della luce da un capo all’altro del mondo ma la velocità del cervello è sempre la stessa. 
Abbiamo un pensiero veloce, che sia pure con fatica riesce a tener dietro alla tecnologia, e un pensiero lento, che invece ha tempi molto più lunghi. 
Il primo agisce addirittura prima di pensare. 
Come gli esperimenti dello psicologo americano Benjamin Libet hanno dimostrato, le nostre azioni partono tre decimi di secondo prima che ne abbiamo consapevolezza. Il ragionamento, l’elaborazione linguistica e artistica, l’analisi critica richiedono invece tempi lunghi. 
Che cosa succede quando la società lascia spazio solo al pensiero veloce ed emargina quello lento? 

E’ il problema attualissimo che Maffei –uno dei neuroscienziati più illustri, studioso della percezione visiva, professore emerito della Scuola Normale di Pisa e presidente dell’Accademia dei Lincei – analizza in un momento storico nel quale la velocità sembra essere l’unico valore.  

Il titolo, “Elogio della lentezza” anticipa le conclusioni. 
Dal punto di vista evolutivo, il pensiero veloce è il più antico, con il suo automatismo dà risposte efficaci ma poco flessibili e niente affatto creative. 
Il pensiero lento si è sviluppato più tardi, da quando, circa 200 mila anni fa, l’uomo moderno ha incominciato il cammino verso una civiltà sempre più complessa. 
Le sue risposte sono flessibili e innovative. La sopravvivenza nella foresta ha bisogno di pensiero automatico, e quindi veloce; la civiltà cresce invece grazie al pensiero lento. 

Con mano leggera che nasconde profondità di conoscenze neurologiche, Maffei delinea i rischi di una prevalenza del pensiero veloce nel mondo contemporaneo, ravvisandolo nella superficialità dell’informazione televisiva, nel consumismo bulimico, nella perdita della capacità di meditazione razionale.  

Molto stimolante è l’ultimo capitolo, dedicato alla creatività, dove incontriamo il fisico Einstein e il chimico Kekulé, scopritore (in sogno) della forma ad anello della molecola del benzene, ma anche artisti come Van Gogh, Munch e Pollock.  

Nella fenomenologia della creatività si riconosce una illuminazione veloce (che sembra improvvisa ma è preparata da un lungo lavorio inconscio) seguita da una elaborazione specifica del pensiero lento. 
Ma in queste pagine Maffei presenta anche un punto di vista originale: la creatività – dote che può essere del tutto sconnessa dall’intelligenza – sembra emergere da un rumore di fondo dell’attività cerebrale che in uno stato di bassa inibizione permette di riconfigurare, con associazioni e analogie insolite, emozioni, ricordi, immagini, concetti. Cosa possibile solo se concediamo al pensiero lento, all’otium, e magari alla noia, il tempo di cui hanno bisogno. 

lunedì 4 maggio 2015

I dieci musei più belli del mondo, secondo ArcSpace.com

Da Repubblica.it

I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo

6 ago 2014

Progettare un museo è un privilegio, oltre che una sfida, per ogni architetto. 

Punti di riferimento significativi di ogni metropoli che si rispetti, questi edifici rappresentano una vera e propria vetrina per chi deve misurarsi con la loro ideazione; e alcuni dei risultati sono davvero spettacolari. 

Partendo da queste considerazioni, la rivista on-line arcspace.com ha stilato una classifica (rilanciata su Twitter anche da Zaha Hadid) dei dieci musei più belli del mondo, prendendo in considerazione non le collezioni ma l'efficacia e la piacevolezza del design. 

Nella top ten premiato anche l'italiano MAXXI Museum di Roma.



I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
Kolumba Museum, Atelier Peter Zumthor - Colonia, Germania

I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
Eli & Edythe Broad Art Museum, Zaha Hadid Architects - East Lansing, Michigan, USA 

I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
MAXXI Museum, Zaha Hadid Architects - Roma, Italia 

I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
Danish National Maritime Museum, BIG - Helsingør, Danimarca

I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
Parrish Art Museum, Herzog & de Meuron - Water Mill, New York


I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
Teshima Art Museum, Ryue Nishizawa - Prefettura di Kagawa., Giappone

I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
Kiasma, Museum of Contemporary Art - Steven Holl Architects, Helsinki, Finlandia

I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
Inujima Seirensho Art Museum, Sambuichi Architects - Inujima, Higashi-ku, Okayama, Giappone

I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
21st Century Museum, SANAA - Kanazawa, Giappone


I dieci musei da vedere: sono i più belli del mondo
Langen Foundation, Tadao Ando - Neuss, Germania

mercoledì 22 aprile 2015

Christo è pronto a conquistare l’Italia

Da Arte Sky 

Il celebre artista bulgaro, noto per gli sbalorditivi impacchettamenti, ha annunciato oggi al MAXXI di Roma il suo nuovo progetto, tutto italiano:
un lungo ponte galleggiante sul Lago d’Iseo.


22 aprile 2015

Christo, The Floating Piers, foto André Grossmann © 2015 Christo

È stata presentato mercoledì 22 aprile, al MAXXI di Roma, l’incredibile progetto ideato da Vladimirov Yavachev Christo per uno dei laghi più suggestivi del Nord Italia. Con la curatela di Germano Celant, l’installazione dell’artista reso famoso dalla tecnica dell’impacchettamento ambientale vedrà la luce durante i mesi di maggio e giugno 2016.

Mostrato alla stampa internazionale grazie a una serie di proiezioni, The Floating Piers conferma la straordinaria ambizione che ispira da quasi quarant’anni il fare artistico di Christo. 
Per sedici giorni, una lunga passerella gialla coprirà una porzione del Lago d’Iseo pari a settantamila metri quadri. L’obiettivo è trasformare la superficie lacustre in un collegamento inedito tra la terraferma di Sulzano e Monte Isola.

Un sistema modulare di pontili galleggianti – alti 50 centimetri e larghi 16 metri – costituirà un percorso pedonale lungo circa tre chilometri. Chiunque potrà attraversarlo con estrema libertà, senza limitazioni o particolari direzioni da seguire, ma lasciandosi semplicemente guidare dal flutto delle onde, come indicato dallo stesso Christo.


L’effetto scenico verrà assicurato, soprattutto osservando dall’alto la maestosa opera che traduce in realtà l’attitudine dell’artista a cogliere lo spirito di un ambiente naturale.

Tutti i componenti dell’installazione rispetteranno l’ecosistema dell’area. I duecentomila cubi in polietilene ad alta densità, leggeri e resistenti all’acqua, agli agenti chimici e alla salinità, saranno rimossi al termine dell’intervento e smaltiti con un processo industriale di riciclaggio.

Il progetto, frutto di un lungo iter burocratico per la concessione dei relativi permessi, è interamente finanziato dalla vendita dei lavori di Christo.