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mercoledì 6 agosto 2014

L'analisi di Alberoni sul vuoto di ideali, speranze e creatività in Europa...

Da IlGiornale

I miti sono morti e anche noi non stiamo bene

La fine delle ideologie in Italia si è trasformata in un vuoto ideale e di speranza

di Francesco Alberoni, 28 lug 2014

È come se l'Europa fosse coperta da una caligine e i suoi abitanti presi da sonnolenza. 
Le élite sono rigide, apatiche. Per tre secoli l'Europa è stata il centro propulsivo del mondo. La società era pervasa da un'energia collettiva che spingeva i singoli individui a tentare nuove avventure in tutti i campi, nella scienza, nella politica, negli affari, nell'arte.

Non c'erano allora università con mezzi sterminati, era l'individuo con la sua scoperta che cambiava il mondo, come Jenner che inventa il vaccino, Stephenson la locomotiva, Siemens il telegrafo, Pacinotti la dinamo, Marconi la radio, Mendel la genetica. In questo clima di ottimismo vulcanico emergono personalità straordinarie, eccessive. In politica Marx, Lenin, Bismarck, o grandi avventurieri come Cecil Rhodes. E lo stesso avveniva nella musica, nella pittura, nell'architettura


Poi tutto si spegne. Ma non si spegne a causa delle spaventose guerre mondiali. L'attività creativa è continuata fra le due guerre ed anche dopo. 
No, il collasso culturale dell'Europa, è avvenuto negli anni settanta e ottanta.

Cosa è successo di fatale in quel periodo? 
Gli intellettuali hanno rifiutato le nostre tradizioni e creduto in quattro miti. 

Prima quello di MaoTze-tung e Che Guevara, un rigurgito di marxismo che ha preceduto la sua morte avvenuta nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. 

Il secondo ci è arrivato dagli Usa, come rivoluzione sessuale e libertaria finito in droga e anarchia emotiva. 
Il terzo prometteva la democrazia in tutto il mondo ed è morto in Iran, in Irak, in Afghanistan, nelle primavere arabe. 
L'ultimo è il sogno dell' Europa come nazione nascente, diventata invece un condomino amministrato da puntigliosi burocrati.

Ne è rimasto un vuoto ideale e di speranza che in Italia sta trasformandosi in lotta di tutti contro tutti, in cecità di fronte ai terribili pericoli che incombono. 

Un grave momento storico in cui possiamo solo sperare che si affermi un'élite di audaci riformatori che non si fa fermare da nessuno e scuota il paese dal suo sonno mortifero, rimettendo in moto la capacità di vivere e di rinnovarsi.

martedì 5 agosto 2014

Il pensiero di Alberoni sulla funzione educativa della televisione (e dei libri)

Da IlGiornale

Non andate a ripetizione dalla televisione

La cultura si veicola solo coi libri. 
Il piccolo schermo non insegna.

di Francesco Alberoni, 21 lug 2014

Quando ero a Catania c'era un programma di formazione detto delle 150 ore ed io venivo spesso chiamato a tenere conferenze nei paesi circostanti, ad Acireale, Giarre e Riposto, con un pubblico popolare che amava la cultura e voleva sapere.

Oggi la cultura viene erogata dalla televisione che, con centinaia di canali, ti dà infinite cose interessanti, ma crea un rapporto totalmente diverso rispetto a quello che aveva il conferenziere che parla a te personalmente, a cui tu fai domande, con cui hai un rapporto umano che poi ricorderai per anni. 

La televisione mostra, racconta, diverte, emoziona, informa; ma non insegna. 
Per insegnare ci vogliono due cose apparentemente opposte. 

La prima è l'autorità, il prestigio, il credito personale dell'insegnante. 
Il rapporto fra maestro e allievo è squilibrato. 
Uno sa più dell'altro e questa superiorità gli viene riconosciuta nel rapporto faccia a faccia.

L'altro elemento è la possibilità di chiedere chiarimenti, di far ripetere e di dissentire. In televisione queste condizioni mancano entrambe. 
Nel dibattito televisivo tutti quelli che discutono sullo schermo hanno la stessa autorevolezza, possono avere tutti ragione. 
Tu, partecipando da casa, ti consideri uno di loro, ma la tua è una illusione di appartenenza, in realtà sei fuori, non puoi parlare, non conti nulla. 
E se non conti nulla, se non puoi obbiettare, dire la tua, non puoi nemmeno imparare. 
Non puoi imparare nemmeno quando c'è uno che insegna come fa Daverio in Passepartout. 
Perché corre veloce sui quadri, sui monumenti, ma non ti chiede se hai capito, non puoi chiedergli di ripetere ciò che ti interessa. E così non ricordi niente.

Perché invece il libro insegna? Perché lo leggi e ritorni sul letto, sottolinei, scrivi una critica, prendi appunti, pieghi una pagina e tutto questo resta sul testo, che diventa così un libro vissuto, riscritto, commentato, corretto da te. 
Per questo impari, perché la lettura è un dialogo, un dibattito che puoi riprendere in seguito insistendo sulla tua tesi o cambiando idea. 
Impari perché il libro è un pensiero che elaborate insieme tu e l'autore. Invece davanti alla tv sei solo uno spettatore.

Il pensiero "divergente" di Alberoni sull'Europa...

Scandinavi e mediterranei,
l'Europa come l'Irak

Popoli diversi tenuti insieme artificialmente. Inevitabile una lotta culturale

di Francesco Alberoni, 7 lug 2014

L'Irak è stato costruito artificialmente da inglesi e francesi in una zona in cui vivevano al nord i curdi, una popolazione indoeuropea con una propria lingua, al centro gli arabi sunniti e al sud gli arabi sciiti. 
Queste tre popolazioni sono state unificate a forza da Saddam Hussein e, quando gli americani lo hanno sconfitto e ucciso, si sono di nuovo divise ed ora sono in lotta.

Ho portato l'esempio di questo mostro geopolitico perché anche l'Europa è stata unificata mettendo insieme Paesi etnicamente e linguisticamente diversi e per di più profondamente divisi dalla riforma protestante. 
L'Europa è una babele di lingue. Non si fa una comunità culturale ed emotiva senza una lingua comune perché non si possono esprimere le proprie emozioni, i propri sentimenti, le proprie recondite intenzioni e, usando una lingua vicaria come l'inglese, tutto resta piallato, astratto, straniero.

Aggiungiamoci la differenza fra Paesi di cultura protestante e cattolica, che è enorme. I protestanti sono passati istantaneamente dal rigorismo sessuale più assoluto alla più sfrenata licenza, ma conservano la mentalità cupa e rigorista in altri campi, sul denaro per esempio. L'austerità tedesco-scandinava è protestante e, nel profondo, è intenzionalmente punitiva verso i Paesi mediterranei, che ai loro occhi sono Paesi-vacanza, dove la gente anziché lavorare fa la movida.

Sono stati folli gli europei a darsi regole immodificabili perché basate sul principio delle decisioni all'unanimità. 
Per paura di dividersi hanno impedito ogni cambiamento, ogni separazione, ogni divorzio, ogni uscita. 
Il risultato è che sta nascendo un orientamento euroscettico distruttivo che aumenta il cinismo e il pessimismo. 

Ha fatto bene Renzi a parlare di ideali e di principi anziché di interventi economici dettagliati, perché è sul piano dei valori, dei principi ispiratori che può nascere la riforma della gabbia europea. 
È forse giunto il momento di pensare a due zone distinte, come già avviene adesso con la Gran Bretagna, magari con presenze mediterranee. 

In ogni caso bisogna volare alto per uscirne, perché altrimenti ci si sfracella contro le pareti della gabbia.