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sabato 2 giugno 2018

Uno sguardo sui fatti politici italiani ed europei di questi giorni...



Le dichiarazioni di Guenther Oettinger hanno scatenato una polemica politica in Italia. 
Il commissario Ue non ha fatto altro che svelare una triste verità.

di Raffaele Iannuzzi,  30 mag 2018 

Guenther Oettinger (Lapresse)
Friedrich Schiller: "Lo storico è un profeta che guarda all'indietro". Thomas Babington Macaulay: "In ogni epoca gli esempi più vili della natura umana si possono trovare tra i demagoghi". Finalmente: contra factum non valet argumentum. I tedeschi ai vertici della Commissione europea sono discepoli di Nietzsche, perché Hegel non funziona più, lo sappiamo (sarebbe troppo lucidamente a favore della politica, non c'è dubbio), e dunque non esistono fatti, ma solo interpretazioni.

Ecco il fatto: "I mercati insegneranno agli italiani a votare nella maniera giusta". Ossia, a non votare 5 Stelle e Lega. Firmato: il commissario europeo al bilancio Guenther Oettinger (tedesco), intervistato dalla Tv tedesca Deutsche Welle. Con buona pace del tweet diffuso dal giornalista che ha intervistato cotanto personaggio, che riportavano appunto le parole di cui sopra, il tecnocrate del bilancio Ue ha smentito. Ma le smentite da parte dei commissari europei, dopo sortite di questa natura, sono ormai diventate un genere letterario, un lungo romanzo d'appendice scritto sempre in tedesco e tradotto, con i sottotitoli in francese (dubito, oggi, in inglese), mai in italiano.

Ogni fatto ha la sua genesi: tre giorni fa, Oettinger, intervistato dal Berliner Morgenpost, aveva detto a chiare lettere che "un'Italexit non è affatto improbabile, con una nuova crisi dell'euro, l'Italia non sarebbe fuori, ma nel bel mezzo di tutto, i mercati stanno già reagendo, i titoli di stato italiani stanno diventando più costosi, l'euro si sta indebolendo". Corollario finale: "I criteri del nuovo debito e del debito totale devono essere rispettati, in caso contrario, avremo confronti duri". 

A parte i toni insopportabili da feldmaresciallo bismarckiano in congedo, con il solito zelo paraluterano - marchio di fabbrica e combinato disposto di questa Ue a trazione pericolosamente e antidemocraticamente tedesca -, Oettinger ha il merito oggettivo di parlar chiaro e buttar giù a calci e testate l'altarino dell'ipocrisia da manuale cortigiano modello Baltasar Gracian dal quale vengono tratte le pillole di "saggezza" pelosa all'indirizzo dell'Italia.

Tutto chiaro: i mercati comandano. Il mercato è una realtà strutturale e impersonale, qualcosa che serve a dare un'unità di misura universale e astratta di quella variabile dotata di incalcolabili fattori, tutti allineati sul terreno dell'umano che produce, crea e genera, definita "ricchezza". Bene, allora, prendiamo sul serio e fino in fondo quest'affermazione, portandola alle estreme conseguenze.

Primo corollario: se il mercato, da unità di misura e variabile economica ed econometrica (non più antropologica) diventa il criterio universale per determinare il fattore "politica", allora ciò significa che, da questo momento in poi, la nostra crisi diventa anche la loro (leggi: dei tedeschi) e, di conseguenza, anche la loro politica sarà a sua volta determinata da ciò. Perché non sfugge a chiunque abbia ancora uno sguardo limpido sulla realtà che i mercati sono integrati e non governabili con la mera leva fiscale o finanziaria. Si pensi ai consumi, alla domanda interna, alla demografia, alle istituzioni. 

L'insipienza di questi funzionari del catasto dell'Unione europea è perfino più imbarazzante della loro arroganza. Non hanno ancora capito che azzerare la politica significa mandare all'aria quel contesto che inevitabilmente si porta innanzi ogniqualvolta si debba dialogare e negoziare in sede europea. Perfino una personalità non ostile all'assetto tecnocratico europeo come il Prof. Cottarelli dovrebbe - ipotesi di scuola, la mia, ovviamente - porsi sul piano politico. 

La rilettura di un economista di innegabile grandezza come Röpke aiuterebbe non poco i padroni del laboratorio tecno-nichilistico europeo. Ma temo che la questione non sia accademica o di scuola: continuano, costoro, ad alimentare la peggiore e la più sterile demagogia, anche (soprattutto) in Italia.

Secondo corollario: il pensiero critico anti-Ue si dice in molti modi, come l'essere, secondo la metafisica di Aristotele. Il "ceppo" del mio pensiero critico pesca la sua linfa nell'ultimo Bettino Craxi che, da sconfitto, ha capito tutto del destino dell'Italia in Europa: "L'Europa sarà un inferno". Quindi, non ho bisogno né di 5 Stelle né della Lega a guida salviniana per condurre un rigoroso esercizio critico, interamente politico, nei confronti dell'Ue.

D'altra parte, che 5 Stelle sia il vuoto pneumatico più evidente lo dimostra la reazione di Di Maio nei confronti della dichiarazione di Oettinger. Egli si è rivolto a Juncker per ottenere una smentita: se la cosa non fosse ben oltre il comico, sarebbe perfino drammatica. Dopo aver chiesto l'impeachment per il Presidente della Repubblica, con sommo sprezzo del ridicolo, ora ha fatto l'ultimo passo verso l'abisso. Non male, prendo nota, performances così non sono da tutti.

Dimostrazione ordine geometrico demonstrata dell'assenza più che ventennale di autentica politica in questo Paese: 5 Stelle e Lega sono i due "campioni" di questo nichilismo demagogico che altro non fa che portare acqua al mulino della tecnocrazia tedesca al comando a Bruxelles. Masaniello non è mai stato uno statista. Al più, poteva accedere a corte, per questuare favori e pane, dopodiché, uscito dalla camera dei bottoni, chi di dovere apriva le finestre per arieggiare l'ambiente, infestato da aromi non proprio gradevoli. Oggi, invece, il "plebeismo" alla Masaniello è entrato nei palazzi della politica e tutto è mutato: il peggio del peggio.

L'assenza di politica genera sempre mostri, al pari dell'assenza della ragione. Quindi, se la tecnocrazia di Bruxelles è insipiente, ottusa e inaccettabile, la demagogia vuota, becera e violenta che le si oppone a ogni piè sospinto è il frutto amaro della cattiva dialettica Ue vs cosiddetto "populismo" e ritorno. Del resto, il "populismo" è talmente storicamente determinato o, secondo altra lettura, seriamente da considerare, che non può essere attribuito né al clan degli amici di Rousseau, padre della "democrazia totalitaria" (Jacob Talmon), né ai nuovi "vichinghi" urlanti nelle piazze, salvo mantenersi ben stretti nomine e poltrone anche a Bruxelles.

Terzo corollario: per entrambi - tecnocrati Ue e demagoghi in servizio effettivo permanente -, vale la boutade del Gaber d'annata: "La politica è schifosa e fa male alla pelle". Per i primi, essa deve essere annientata dai mercati, per i secondi, ci devono pensare le piazze che, in passato, hanno anche eletto quel certo cancelliere austriaco che ha causato qualche serio problema al mondo intero. La politica non è solo risultato elettorale, esito delle urne sbandierato come una performance sportiva. Se non riesci ad aiutare i tuoi elettori a diventare soggetti politici e non sei in grado di raccontare loro verità anche scomode, sei solo un demagogo, non un politico.

E la prima verità scomoda da raccontare è la seguente: l'Italia è un Paese debole. Lo è da quando un'alleanza di estremisti da salotto - giudici e baroni della finanza mondiale - hanno deciso, nel biennio 1991-93, che il Bel Paese al quarto posto fra le economie mondiali proprio non andava: in meno di un mese hanno arrestato la migliore classe dirigente europea, figlia di quella che aveva risollevato le sorti della Nazione, dopo aver perso una guerra e avendo subito una dittatura per più di vent'anni. Il resto è stato reattività politica che ha creato quella cattiva dialettica sopra descritta. 


Cattiva dialettica di varia foggia e guisa, dal berlusconismo nazionalpopolare contro i comunisti al nuovo circo di demagoghi all'assalto del palazzo d'inverno di Bruxelles. In mezzo, defunta la politica. Oettinger, con quel piglio da padrone delle ferriere che disturba, bestemmia in chiesa, in quella chiesa senza altari e pieni di falsi devoti, i nuovi tifosi della "sovranità popolare", che rimasticano gli improperi a chi comanda, modello "perfida Albione" di mussoliniana memoria. Non a caso, questa solenne idiozia ideologica è stata ribattezzata con l'ennesimo "ismo": il "sovranismo". E dentro ci sono socialisti comunitaristi, ex di tutti gli ordini e gradi, neonazisti riciclati, analfabeti politici e non solo, frequentatori di centri sociali, gente che non ha lavorato neanche un giorno in vita sua. Il peggio di questo fantastico Paese, che sta rendendo un gigantesco servigio ai padroni di Bruxelles, i quali ringraziano sentitamente. Nell'età aurea della politica, l'etichetta era a disposizione: utili idioti.


P.S.: Le ultime notizie sulle elezioni addirittura il 29 luglio p.v., mai successo nella storia repubblicana; l'inevitabile rincaro dell'Iva al 24% (gli italiani sentitamente ringraziano); unitamente al rilancio, da parte di Salvini, di un nuovo "governo" 5 Stelle-Lega con il recupero di Savona (che, ripeto, non è la pietra dello scandalo, come ho già scritto, ma chi legge ha già capito che non è questo il punto), corroborano, se mai ve ne fosse bisogno, l'analisi di cui sopra. Anche stavolta: et de hoc satis.

mercoledì 7 marzo 2018

Una interessante visione sul Debito Pubblico italiano



Lo scrittore e filosofo Marco Bersani va controcorrente e smonta la narrazione prevalente: "E' una trappola ideologica per farci soccombere al liberismo"

di Paolo Pergolizzi, 1 mar 2018

Reggio Emilia – “Qualcuno dice che se non paghiamo il debito mandiamo in malora il risparmio dei cittadini. Oggi il debito pubblico è in mano per il 35 per cento a investitori esteri e per il 65 per cento agli italiani. Ma solo il 6 per cento di questo è delle famiglie. Se aggiungiamo i fondi pensione, si arriva al 13 per cento. Quel tredici sono per pagarlo domani mattina, ma l’altro 87 per cento sono per iniziare a discutere se pagarlo o meno”.




Lo ha detto Marco Bersani, scrittore e socio fondatore di Attac Italia, ieri alla Cgil, durante l’incontro su “La truffa e la trappola del debito pubblico”, il primo di una serie di dibattiti che si terranno alla Camera del lavoro in questi mesi su cultura, lavoro, attualità ed economia. 
Una teoria, quella di Bersani, controcorrente rispetto alla narrazione mainstream e per questo interessante. Per chi volesse approfondire l’economista ha anche scritto un libro, “Dacci oggi il nostro debito quotidiano”, su questo argomento.

“Debito, congeliamo il pagamento degli interessi per due anni”

Dice Bersani: “Se il debito è pubblico, tutti dobbiamo conoscerlo e sapere se è legittimo o illegittimo, se è odioso o meno. Queste sono categorie internazionali e il debito odioso può essere rimesso in discussione. Io dico: ‘Si faccia un’indagine sul debito pubblico nazionale e su quale parte è illegittima a e quale odiosa e poi si decida che farne’. Anche perché il pagamento del debito non può pregiudicare i diritti delle persone. Questo lo dice la Carta dell’Onu. Basterebbe che l’Italia, la Spagna, la Grecia dicessero che congelano il pagamento degli interessi per due anni. Questo per mettere tutti intorno a un tavolo e per discuterne. Non lo permette il fatto che il debito è diventato una trappola ideologica. Eppure questo è avvenuto più volte nella Storia. Il primo annullamento del debito di cui abbiamo conoscenza è del 2400 avanti Cristo nel regno di Hammurabi che proporrei come presidente della Unione europea”.

Il debito, una trappola ideologica

Ma perché il debito è diventato una trappola ideologica? Spiega Bersani: “Friedman diceva che lo choc serve per fare diventare politicamente inevitabile quello che è socialmente inaccettabile. Lui si riferiva al colpo di Stato di Pinochet in Cile dopo il quale hanno privatizzato tutto. Da noi non servono i carri armati, ma è sufficiente la finanza. Il debito è la trappola che serve. L’obbligo del pareggio di bilancio ha costituzionalizzato il modello liberista. La nostra Carta prima prevedeva, in teoria, qualsiasi tipo di modello economico, ma, con il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione, oggi è possibile solo il modello liberista. Interrompere questa narrazione diventa fondamentale, perché, in ogni lotta che facciamo, si deve inserire la questione del debito. La questione delle risorse deve entrare in ogni vertenza in atto, altrimenti le nostre lotte saranno inefficaci”.

“La favola liberista del benessere generalizzato non funziona più. Deve trasformarsi in un incubo”

Ma come siamo arrivati a questo punto? Dice Bersani: “Il modello liberista, per poter proseguire, deve attaccare tutte quelle che erano garanzie di qualità della vita delle persone. Non funziona più il discorso: ‘Lasciate fare al mercato che ci sarà benessere per tutti’. Questa, se ci pensate, è una forte debolezza del sistema capitalistico. Sono feroce, perché voi mi temete e la mia forza dura quanto dura il vostro timore. Non perché la pensate come me e perché vi ho convinti. La favola non funziona più. Non si può più dire: ‘Lasciate fare a noi, perché ci sarà un benessere generalizzato’. La favola deve trasformasi in un incubo. Devo spaventarvi con una narrazione che non vi convince da un punto di vista razionale, ma che mi fa ottenere la vostra rassegnazione. Il debito pubblico serve esattamente a questo”.

Il referendum sull’acqua pubblica

E fa l’esempio del referendum sull’acqua pubblica. “Nel 2011 noi in Italia abbiamo vinto un referendum sull’acqua pubblica. Questa è stata la cosa più antagonista che abbiamo fatto in 20 anni. Noi abbiamo detto che esistono dei beni comuni che vanno sottratti alle leggi del mercato. Il sistema ha risposto: ‘Bene, se privato non è bello comunque è obbligatorio e inevitabile. Non la pensate più come noi, ma noi dobbiamo andare avanti lo stesso. Dobbiamo andare avanti con la vostra rassegnazione’.
Se vi dico siamo in emergenza, c’è il default e il debito pubblico, c’è lo spread che si alza, voi vi spaventate. Se poi vi dico che questa è una crisi sistemica, vuol dire che non è passeggera e temporanea. E poi aggiungono (lo dicono dal 2007) che dall’inizio dell’anno prossimo si vedrà la ripresina. Se facciamo quello che ci dicono, prima o poi usciremo dalla crisi. Il debito pubblico serve a ottenere la nostra rassegnazione sul fatto che le politiche liberiste sono l’unica uscita dalla crisi”.

Come si è formato davvero il debito pubblico

Ma come si è formato il debito pubblico? Spiega Bersani: “A noi hanno raccontato che si è formato perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Tutti ci raccontano che il debito in Italia è esploso per l’aumento spropositato della spesa pubblica. Dal ’60 all”81 è stato sotto al 60 per cento in rapporto al Pil, un rapporto che viene considerato dai tecnocrati di Bruxelles come sano. Dall”81 al ’94 è schizzato al 120 per cento. Cosa è successo nel 1981? Avviene un divorzio fra la Banca d’Italia e il ministero del Tesoro. E avviene con due lettere. Non c’è stata nemmeno una ratifica parlamentare. Cosa comporta? Che lo Stato, quando si deve finanziare, non può più contare sul ruolo di compratore di ultima istanza che svolgeva la Banca d’Italia che acquistava a un interesse basso, prefissato, i titoli che lo Stato non vendeva. Così non si alzavano i tassi di interessi. Per renderli allettanti, dopo questo divorzio, si sono dovuti alzare i tassi di interesse e questo è uno degli elementi principali che ha portato al raddoppio del rapporto fra debito e Pil”.

“Dovremmo avere un Pil del 4 per cento annuo per ridurre il debito, per la dinamica degli interessi”

Bersani offre anche la controprova. 
“La controprova sta nel fatto che nello stesso periodo la spesa pubblica del nostro Paese è stata costantamente inferiore alla media della spesa europea. Questo proprio nel periodo in cui il debito pubblico è raddoppiato. Dal ’90 il nostro bilancio si è chiuso per 26 volte su 28 in avanzo primario, quindi le entrate sono state superiori alle uscite. Noi siamo indebitati perché ogni anno sul nostro debito paghiamo interessi che, per diversi anni, sono stati di 80-90 miliardi l’anno. Sono calati, grazie a Draghi, sui 48-60 miliardi l’anno. La questione del debito è quindi una trappola ideologica. Sul debito di 2.250 miliardi noi abbiamo pagato dall’80 ben 3.400 miliardi di interessi. Quando io sento i politici che esultano perché il Pil è passato dall’1.2 all’1.3 per cento mi metto a ridere. Noi dovremmo avere un Pil del 4 per cento annuo per ridurre il debito, per la dinamica degli interessi. Quanti politici hanno il coraggio di dirlo? Questo circolo vizioso è un nodo scorsoio che ci mettiamo intorno al collo e non ne usciremo se continuiamo così. Chi ha pagato le tasse, dal ’90 ad oggi, ha dato allo Stato 750 miliardi in più di quello che ha ricevuto in termini di servizi. Ma, allora, chi è in debito con chi?”.

“Il nostro Paese ha 9.000 miliardi di ricchezza e 2.000 miliardi di debito”

E quindi a cosa serve il debito? 
Risponde Bersani: “Il debito serve a dire che ogni rivendicazione che facciamo, nel mondo del lavoro o sociale, si deve trovare di fronte il mantra che dice c’è il debito pubblico e l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Il nostro Paese ha 9.000 miliardi di ricchezza e 2.000 miliardi di debito, ma ogni imprenditore sa che un’azienda che ha un fatturato quattro volte superiore al proprio debito è un azienda sana. Perché non è un paese florido l’Italia? In parte perché questi soldi sono tutti della ricchezza privata, ma questo è il meno. Il fatto è che sono tutti orientati a servire interessi particolari. Noi siamo riusciti a privatizzare tutto il sistema bancario e finanziario. Nel ’92 la Germania aveva il 62 per cento di controllo pubblico e oggi il 51 per cento, la Francia il 36 per cento e oggi il 31 per cento. Noi avevamo il 74,5 per cento e oggi abbiamo lo zero per cento. Abbiamo privatizzato tutto il sistema bancario finanziario. Come la facciamo la riconversione ecologica della produzione? Se la Fiat, come accadrà prima o poi, non produrrà più auto per gli spostamenti delle persone, ma per un’altra mobilità chi determinerà questa riconversione? Come facciamo a riconvertire le aziende nell’interesse generale?”.