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mercoledì 22 febbraio 2017

L'invecchiamento della forza lavoro in Italia

Da Il Corriere della Sera

Occupazione: il lavoro che invecchia. L’età media in Italia sale a 44 anni

Dal 2008 l’occupazione è cresciuta in media di 4-6 mesi l’anno. Gli under 35 al lavoro? Sono crollati dal 41% al 22% degli occupati. Il Fmi prevede che nel 2020 uno su cinque avrà più di 55 anni. La ricetta per far ripartire la produttività? Istruzione e formazione
di Federico Fubini, 21 feb 2017

Qualche tempo fa Marco Palmieri, 51 anni, si è imbattuto in un problema che non aveva previsto quando nel 1987 iniziò a produrre borse e valigie: come collegarle alla Rete. 
Se voleva crescere ancora con la sua Piquadro, doveva integrarle all’Internet delle cose e farle interagire con un’icona sullo schermo di uno smartphone.

Marco Palmieri, patron di Piquadro 

Palmieri si rivolse a un studio di ingegneri suoi coetanei, e questi gli illustrarono molte funzioni digitali. Tutte inutili. Nessuna faceva funzionare meglio uno zaino di pelle o una valigia in un aeroporto. 
L’impasse stava diventando così frustrante che un giorno in azienda Palmieri si sfogò alla macchinetta del caffé con alcuni dipendenti fra i 20 e i 30 anni. 
Fu la svolta: in poco tempo quei ragazzi idearono una App per allucchettare le valigie e un sistema di sensori collegati allo smartphone per pesarle o segnalarne la posizione. Non erano specialisti del digitale. Erano, semplicemente, giovani al lavoro.

L'innovazione che manca nelle aziende

Il problema dell’Italia degli ultimi vent’anni, e ancor più dei prossimi venti, è che storie del genere diventano rare. Nei luoghi in cui si genera la ricchezza del Paese stanno venendo meno le principali fonti di innovazione: i giovani. Una ricerca del «Corriere della Sera» sulla base della banca dati dell’Istat mostra come la demografia del lavoro in Italia stia subendo uno smottamento sotterraneo, quasi unico in Europa per intensità. Oggi essa è alla radice di buona parte del letargo dell’economia italiana e spiega un bel po’ della lentezza con cui la produttività del lavoro avanza rispetto alla media dell’area euro (dall’inizio del secolo, del 12% in ritardo). L’invecchiamento negli uffici e nei piani fabbrica è così veloce che obbliga a ripensare al più presto a come in Italia si studia, ci si aggiorna e ci si organizza in azienda. Del resto non esiste altro modo di far emergere i punti di forza nascosti in quella che, lasciata a se stessa, diventa ormai la grande debolezza del Paese.

Lavoratori sempre più vecchi

I numeri, a prima vista, non perdonano. Non c’è solo l’aumento medio di quasi sei anni dell’età media degli occupati in Italia nell’ultimo quarto di secolo, da 38 a quasi 44 anni. Colpisce di più come questo stia accelerando: a partire dal 2008 l’età media dei 21 o 22 milioni di persone al lavoro nel Paese aumenta in certe fasi di sei mesi ogni anno, o poco meno; solo gli sgravi alle assunzioni e il Jobs act sembrano contrastare un po’ la deriva.

Su dinamiche del genere conta la pura e semplice demografia: in Italia vive la popolazione dall’età mediana più alta al mondo (45,1 anni) dopo la Germania e il Giappone. Incide però anche l’ultima riforma delle pensioni, che dal 2011 ha allungato la permanenza dei più anziani al lavoro per riequilibrare il sistema dopo decenni di promesse insostenibili. Pesa poi soprattutto l’emarginazione dei giovani: il tasso di occupazione per chi ha fino a 24 anni è appena del 17% (studenti ovviamente esclusi).

Emarginati i giovani

Così nell’ultimo quarto di secolo i luoghi del lavoro in Italia hanno subito una trasformazione antropologica, che prosegue. Sono sparite 3,6 milioni di persone di meno di 35 anni (erano quasi 9 milioni, sono poco più di cinque). Sono apparse 4,2 milioni di persone in più la cui età supera i 45 anni; il numero dei lavoratori attivi fra i 55 e i 64 anni è raddoppiato da due a quattro milioni, tanto che il Fondo monetario internazionale stima che in Italia nel 2020 un quinto degli occupati sarà in questa fascia e nel 2015 lo sarà quasi un occupato su quattro.


In sostanza i lavoratori più giovani, energici e innovativi si sono rarefatti dal 41% al 22% della popolazione produttiva; quelli più anziani sono aumentati da un terzo alla metà. Una parte devono averla le preferenze culturali nel Paese per persone più esperte, o più ricche di rapporti sociali, perché il numero degli occupati di oltre 65 anni è esploso: oggi questi lavoratori anziani sono oltre mezzo milione, più 41% in 25 anni.

Due milioni di lavoratori in più in vent’anni

Naturalmente questa non è una torta immutabile — non è un gioco a somma zero — perché oggi lavorano in Italia quasi due milioni di persone in più rispetto vent’anni fa (22,9 contro 21 milioni). Nell’economia attiva può esserci spazio per tutti. Ma una composizione così squilibrata delle età del lavoro ha conseguenze. Uno studio dell’Fmi del dicembre scorso («The Impact of Workforce Ageing on European Productivity») mostra che l’Italia, con la Grecia, è la più esposta a perdite di produttività proprio perché gli occupati invecchiano: da due decenni questo fenomeno sotterraneo sta limando via uno 0,2% l’anno dalla capacità di far crescere il valore generato in un’ora di lavoro; sono differenze impercettibili nel breve, ma corrosive per profitti e salari quando si accumulano nel tempo. Secondo lo studio dell’Fmi l’invecchiamento erode le capacità nei lavori più fisici e in quelli meno ricchi di conoscenze; non ha effetti su addetti alle vendite, impiegati di banca o periti elettronici; e l’accumulo di esperienza addirittura aumenta la produttività per funzioni dense di conoscenza come quelle di docenti, avvocati, medici, giudici o manager. Il problema dell’Italia è che la sua quota di laureati e diplomati è fra le più basse d’Europa: deve farla salire in fretta per affrontare il giorno, vicino, in cui l’età media degli occupati arriverà al mezzo secolo o più.

A Gaggio Montano in provincia di Bologna, la Piquadro di Palmieri forse ha trovato una soluzione. Da qualche tempo in azienda si aggira un ex dirigente pensionato della Miroglio. Il suo nome è Antonio Colantuoni. Il suo compito è parlare un po’ con tutti, specie i più giovani, per capire cosa pensano dell’azienda, del mondo e di se stessi. «Li aiuto a tirare fuori i problemi, a capire e sviluppare il loro potenziale», dice. Questo è un metodo che Colantuoni ha messo a punto in 35 anni di lavoro alla Miroglio, e funziona. Fa girare meglio le imprese. «Lo avessi capito prima, mi sarei fatto del bene — ammette —. Ma c’è un valore nell’età che avanza».

giovedì 3 settembre 2015

Modelli di Business ed Innovazione



di Stefano Mizio, lug 2013


Da decenni si discute dell’inerzia che caratterizza le aziende di successo destinate, spesso, a soccombere nel lungo periodo a causa di fenomeni esterni legati all’introduzione e commercializzazione di nuove tecnologie, a cambiamenti sociali o crisi economiche. 
La speranza di vita del genere umano negli ultimi 75 anni è cresciuta in modo significativo passando da 61 anni (per uomini e donne) nel 1937, a 77,5 anni nel 2012.  Nello stesso periodo la vita di un ‘azienda si è ridotta da 75 anni a 15 anni (elenco S&P 500). 
In questo mondo le grandi aziende sono percepite – per parafrasare un noto libro – “too big to innovate”, perché progettate esclusivamente per fare efficienza, cust cutting ed innovazione incrementale dei propri servizi e prodotti, assillate dalla paura di cannibalizzare le fonti di ricavo e di profitto attuali. 
Contemporaneamente sull’onda dei successi planetari di Google, Facebook e della mitologia che avvolge il mondo delle startups americane, l’innovazione sembra essere esclusivo appannaggio di startup agili, veloci, aggressive che senza la zavorra di processi ed infrastrutture organizzative pesanti sono in grado di innovare in modo “disruptive. L’elemento di assoluta novità è la democratizzazione della tecnologia che ha permesso, a poco più che ventenni, di costruire nei garage delle loro abitazioni prodotti e servizi dirompenti e che ora minaccia la sopravvivenza delle stesse startup. Nel 1998 Google era il 18simo contendente nel mercato dei motori di ricerca ed ha avuto tutto il tempo per consolidare la propria posizione di mercato. Oggi Groupon deve confrontarsi con centinaia di competitors che hanno velocemente replicato la piattaforma tecnologica su cui Groupon stessa ha costruito il suo iniziale successo. In questo contesto dove i cicli di sviluppo e di vita dei nuovi prodotti e servizi si riducono in maniera vertiginosa, innovare i propri modelli di business può costituire una strategia efficace soprattutto se perseguita da aziende con asset importanti che possono trovare modi nuovi – incrementali e/o disruptive - di generare valore per i propri clienti facendo leva su risorse “difficili da replicare” da giovani startup. Oggi si parla di “Corporate Garage” per caratterizzare quella che viene definita una nuova “era” nella quale le grandi aziende possono riconquistare un ruolo centrale nei modelli e nei processi di innovazione. 

Il Garage, infatti, rimanda al luogo fisico dove il mito delle startup statunitensi le colloca: un luogo frugale pieno di attrezzi che, nel caso delle medie e grandi aziende, possono essere la brand reputation, i canali commerciali, le risorse fisiche e finanziarie, la capacità di stringere partnerships,l’ eccellenza nei processi. 
Alle organizzazioni è chiesto di ricombinare queste risorse e di cercarne di nuove anche all’esterno delle stesse imprese, creando allo stesso tempo un contesto che non penalizzi la sperimentazione e la ricerca di nuove occasioni per creare valore. Un modello di business è la storia di come un’organizzazione crea, distribuisce e cattura valore; è il modo in cui i ”pezzi” del business si incastrano tra di loro. Apple, Starbucks, Amazon, Nespresso (Nestlè) sono solo i casi più famosi di come aziende consolidate siano andate oltre la semplice innovazione di prodotto seguendo un approccio olistico all’innovazione e spesso sfruttando innovazioni tecnologiche già esistenti (il caso dell’iPod di Apple: nel 2001 i lettori musicali erano già presenti sul mercato ma Apple è stata la prima computer company ad includere la distribuzione della musica tra le sue attività). 
Il caso Amazon è emblematico di come un’azienda sia riuscita a sfruttare alcuni suoi asset – canali di distribuzione - per entrare in un mercato – quello degli e-reader (Kindle) – senza avere competenze dirette di dispositivi elettronici. Nel 2007 nessuno avrebbe mai immaginato che Amazon o Barnes&Noble con il suo Nook, sarebbero diventate leader nel mercato degli e-reader. Sfruttare asset esistenti per innovare, anche in modo incrementale, il proprio modello di business è ciò che ha fatto McDonald’s con l’iniziativa McCafè. 
I suoi clienti tradizionali vogliono un pasto veloce, precotto e secondo menù rigidi. L’obiettivo dell’azienda è servire il maggior numero di clienti nel minor tempo possibile. L’innovazione con McCafè è consistita nel pensare a clienti che invece hanno voglia di sedersi e gustare un caffè (da ordinare) assieme ad una torta, un dolce (preparato) in un’area separata – ma all’interno di spazi già esistenti. Quindi una nuova offerta di valore per i propri clienti ma anche per chi non era mai entrato in un McDonald’s, sfruttando risorse (la location) e competenze (preparazione di cibo) esistenti ,semplicemente guardando ai “non clienti” di McDonald’s (consumatori desiderosi di gustare con calma una tazza di caffè alla “ Starbucks”). 

Si fa innovazione anche in mercati maturi o dove i propri prodotti sono delle commodity. Esempi? Starbucks. Cosa c’è di più commodity di una tazza di caffè? Eppure Starbucks ha innovato offrendo molto di più di un prodotto: un’esperienza per la quale si è disposti a pagare 4 euro. 
Eccellente servizio clienti, ambiente accattivante, sedie comode e wifi gratuito. Starbucks si è concentrata su tutto ciò che circonda il prodotto, piuttosto che sul prodotto stesso (la tazza di caffè). L’innovazione che può spazzare via il bisogno dei nostri prodotti può arrivare anche da settori lontani dal nostro, rendendo costosa e vana la competizione. Ma se il prodotto fosse “inserito” in un modello di business innovativo? Il già citato caso dell’iPod di Apple mostra quanto sia efficace “posizionare” il nostro prodotto all’interno di un modello di business. Qualcuno potrebbe arrivare sul mercato con un lettore MP3 migliore di quello di Apple, ma pochi dei milioni di clienti possessori di un iPods ed un account su iTunes sarebbero disposti a cambiare brand. Un modello di business fresco può creare e sfruttare opportunità di nuovi flussi di ricavi e profitti in modo da controbilanciare un modello che sta velocemente invecchiando legando l’organizzazione ad un ciclo di ricavi e profitti decrescenti. 

Un esempio: il mondo dell’editoria L’ingresso di Amazon nel settore degli e-reader e la diffusione dei tablet stanno modificando il mondo in cui operano i tradizionali player di settore, quello in cui il processo di pubblicazione e distribuzione di libri e riviste è rimasto sostanzialmente immutato per decenni. La sfida che si profila per i player esistenti è quella di trovare soluzioni per la crescente domanda di creazione e distribuzione di contenuti digitali su dispositivi portatili preservando, nello stesso tempo, e incrementando il valore legato ai flussi di ricavi e profitti tradizionali. 




Indirizzare la domanda di maggiori contenuti digitali comporta la necessità di aggiungere nuove attività a quelle che caratterizzano l’attuale modello di business (ad esempio la gestione e l’ottimizzazione del catalogo online con le associate attività di marketing). La relazione con partner quali Apple o Amazon per la distribuzione digitale: ad esempio la scelta se distribuire con un proprio dispositivo o con una delle soluzioni offerte da Amazon (Kindle) o Apple (iPad) e quindi facendo leva sulla loro forte posizione di mercato. Ed ancora più importante, con quale modelli di ricavi: una sottoscrizione singola con la quale scaricare tutti i libri digitali che si desidera? Contemporaneamente i player del settore posseggono una estesa rete di distribuzione con librerie e bookstore che costituiscono un asset straordinario ed un’opportunità per innovare la shopping experience. Gli store come luogo dove fare un’esperienza reale capace di lasciare il segno attraverso l’uso della tecnologia già oggi disponibile (ad esempio quella del digital signage). 

Lo store come il luogo dove i marchi potranno rinforzare una relazione con i propri clienti, vissuta attraverso più canali di acquisto (online, in mobilità e nel punto vendita). Guardare al proprio modello di business immaginando in che modo legare i diversi canali di fruizione dei servizi è un esercizio che può innescare opportunità nuove facendo leva su asset esistenti (le location, gli store, il brand) integrandoli con elementi di novità (si consideri come l’adozione dei Google Glass – gli occhiali di Google che permettono un’esperienza di navigazione senza mani – potrà modificare la fruizione di un trailer di presentazione di un libro mentre si osservano i volumi sullo scaffale magari somministrando della pubblicità al cliente che si trova dentro il bookstore e supportandolo nella ricerca dei libri – ricordando come una delle forze che hanno decretato il successo del bookstore online di Amazon è proprio il suo motore di ricerca e recommendation). 

Fornire una esperienza accattivante ed utile potrebbe riportare negli store chi oggi preferisce un click su Amazon perché non percepisce valore nel muoversi tra scaffali pieni di libri e riviste difficili da trovare e senza avere, in tempo reale, raccomandazioni e suggerimenti. Quali implicazioni per i modelli di business attuali? Quali relazioni con nuovi partner tecnologici (per lo sviluppo del software, la registrazione dei trailer di promozione di autori e libri)? Sarà sempre più importante immaginare ed implementare la tecnologia e la capacità di gestione di partnership, per spingere la vendita di libri cartacei e per portare più clienti, consumatori nei luoghi fisici - gli store - attratti da un’esperienza di fruizione diversa da quella tradizionale del semplice acquisto di un libro. 
Esiste il rischio che mentre si pedala la bicicletta del modello di business attuale, in un contesto in cui il mondo dei media e dell’intrattenimento è al centro di una tempesta perfetta, la crescente richiesta ed offerta di personalizzazione dei contenuti, possa spazzare via, ad esempio, i magazine tradizionali. 

Si guardi a piattaforme come Flipboard o Pulse che aggregano e mostrano – gratuitamente – contenuti del Web su tablet e smartphone ad utenti che si aspettano esperienze ritagliate sui propri interessi. 



Investire sull’innovazione dei propri modelli di business è un processo che può svilupparsi partendo dalla fotografia di come oggi l’impresa genera valore verso i propri clienti. 

E’ possibile farlo sfruttando metodologie in grado di generare conversazioni strategiche per catturare l’insieme delle elementi che costituiscono un modello di business e le loro relazioni; con un processo di analisi dei suoi blocchi costituitivi, seguito da un’attività di studio e generazione di ipotesi di variazione, introduzione, eliminazione di elementi nella propria offerta (McCafè di McDonald’s con nuovi prodotti) o di sfruttamento di attività ed asset esistenti (le competenze di Amazon nella gestione della propria piattaforma tecnologica alla base del suo ingresso nel mondo della fornitura di servizi di Cloud computing). 
Il Business Model Canvas con i suoi nove blocchi è un potente strumento di sintesi visiva in grado di cogliere, in modo olistico, il modello di business di un’organizzazione 

L’esempio che segue riguarda la fotografia del modello di business di una media company. 


Dove in evidenza – blocchi in blu – si vedono gli elementi di novità generati dalle nuove tecnologie che impongono, ad esempio, di contemplare nella propria “value proposition” l’offerta di contenuti personalizzati (on demand) e tra le attività che l’organizzazione deve presidiare (Key activities), quella di governance dell’ecosistema di sviluppo dei contenuti o, ancora, l’introduzione di nuovi canali di vendita come smartphone e tablets (Channels). Ricercare innovazione nei propri modelli di business è come guardare la foresta piuttosto che i singoli alberi. 

Innovare il proprio modello di business è una priorità per tutte le organizzazioni, anche per quelle che attraversano una fase di crescita. 
La storia di Blockbuster e di Netflix è l’esempio recente di come un’azienda florida e ricca come Blockbuster non si sia accorta dell’ingresso di una piccola startup – Netflix – che ha sfruttato tecnologia esistente (DVD) e successivamente lo streaming video, per innovare un modello di business su cui Blockbuster aveva costruito il proprio successo. Il DVD aveva permesso a Netflix nel 1997 di distribuire i film – che venivano ordinati da casa dal cliente – attraverso un efficiente servizio di mailing evitando il viaggio presso lo store (modalità che un cliente di Blockbuster doveva invece seguire). 

Nel 1999 Netflix aveva introdotto un modello di sottoscrizione con una "flat fee", allontanandosi dal modello pay-per-rental di Blockbuster. 
Il resto è storia: nel 2010 Blockbuster è fallita mentre Netflix ha registrato ricavi superiori ai 2 miliardi di dollari. Blockbuster ha trascurato la minaccia di una nuova tecnologia e di un innovativo modello di business fino a quando non è stato troppo tardi per porvi rimedio. 


Un nuovo verbo ha fatto la sua comparsa nel vocabolario: netflix; netflixed per indicare la distruzione di un modello di business di successo o per spiegare il rischio di essere distrutti, rimpiazzati da un nuovo modello di business. 

Innovare il proprio modello di business o rischiare di essere netflixed?


Vedi anche il blog dell'autore: 

sabato 28 giugno 2014

Le novità presentate in casa Google...

Dal Corriere

Google lancia la sfida a Apple con smartwatch e Android Auto

Show a San Francisco per presentare la gamma di prodotti. La rivoluzione porta il nome di «Android L», sistema operativo che supporta anche la nuova Android Tv

di Martina Pennisi, 14 giu 2014

Quello tra Google e Apple è ormai un botta e risposta. I due colossi si fronteggiano su un numero sempre crescente di ambiti. 
La casa della Mela ha sparato le sue cartucce a inizio giugno, in occasione della Wwdc. Mercoledì sera, ora italiana, Google ha risposto durante l’evento di apertura della (sua) conferenza degli sviluppatori. Sempre da San Francisco.
Dall’auto al salotto, ma niente domotica
Una risposta di sostanza, che spazia dalle tecnologie indossabili alle automobili passando per l’intrattenimento da salotto. All’appello è mancata la domotica, da cui ci si aspettava qualche sorpresa in virtù dell’acquisizione di Nest dello scorso gennaio. Mountain View ha comunque messo sul tavolo alcune carte importanti partendo dai numeri snocciolati dal vice presidente di Android Sundar Pichai: il sistema operativo del robottino verde ha raggiunto quota 1 miliardo di utenti attivi al mese, con il download di applicazioni in crescita del 236%, e caratterizza il 62% dei tablet in circolazione. Ed è anche il protagonista della rivoluzione annunciata con il nome di Android L.

shadow carousel
Google, arrivano gli smartwatch e Android Auto
Nuova grafica
Disponibile da subito per gli sviluppatori, porta in dote 5mila nuove Api e prestazioni più spinte, punta su una nuova grafica che sbarcherà anche sul resto dell’ecosistema e sull’esperienza unificata su tablet, smartphone, smartwatch e computer portatili. Più reattive le notifiche, gestibili anche se lo smartphone è bloccato, e le applicazioni, che entrano in gioco dalla ricerca Web se quanto richiesto online è presente anche in un’app già installata. Alla durata della batteria è dedicata una funzione specifica per ottimizzare gli ultimi sgoccioli. Presente la funzionalità che riconosce l’identità del possessore del dispositivo se nei paraggi ce n’è un altro, precedentemente collegato via Bluetooth, e fa a meno dell’operazione di login. E l’altro può essere, e così è stato durante la presentazione, uno smartwatch.
Smartwatch
In rampa di lancio, basati su Android Wear, ce ne sono tre: il Samsung Gear Live, quinto (!) dispositivo da polso dei coreani, e il G Watch di LG, già pre-ordinabili. Per ora si conosce il cartellino del secondo: 200 euro. La commercializzazione del Moto 360 è invece in calendario per l’estate. Come detto, gli orologi dialogheranno con gli smartphone Android in base alla nostra posizione e risponderanno ai comandi vocali, salvando le informazioni dettate anche sul telefonino. La palla adesso è nelle mani degli sviluppatori, compreso il sensore per rilevare il battito cardiaco. Google ha mostrato come con l’app Eat24 si possa già ordinare e pagare, negli Stati Uniti ovviamente, una pizza con qualche rapido tocco sullo smartwatch. E si è anche tolta lo sfizio di fare una dimostrazione legata a Lyft, applicazione per chiamare auto con conducente che fa concorrenza alla (praticamente sua) Uber. Un nuovo convinto passo, insomma, verso le tecnologie indossabili, anche se i piccoli schermi sembrano ancora un po’ troppo affollati.
iWatch
L’altro campo in cui la sfida con Apple, che il suo iWatch ancora non l’ha svelato, si sta facendo appassionante è quello delle automobili. Android Auto salirà effettivamente a bordo di una delle vetture dei circa 40 nuovi marchi partner, da Audi a Fiat passando per Volvo e Alfa Romeo, entro la fine di quest’anno. Anche in questo caso tutto si può gestire con la voce e il dialogo con lo smartphone è assicurato con la visualizzazione del suo contenuto sulla plancia.
Android Tv
Con Android Tv Google lancia (di nuovo) un messaggio chiaro sia ad Apple sia ad Amazon. A Seattle nello specifico ha replicato con un analogo sistema di ricerca vocale all’interno della piattaforma, che risponde con il film o la serie tv richiesta ma anche con informazioni sul cast, e puntando con la stessa convinzione sul lato ludico. Si potrà giocare sullo schermo del televisore e gestire tutte le funzioni con l’ausilio degli altri dispositivi, orologi compresi. Prima di inizio 2015, con i box di Asus e Razer da collegare a qualsiasi tv e gli schermi già pronti di Sony e Sharp, però non se ne parla.
eBook
Spazio anche ai Chromebook, anche in questo caso all’insegna della comunicazione fra device. Anche sui portatili sbarca la funzione di sblocco con lo smartphone nelle vicinanze e le app del robottino verde sono quasi pronte a debuttare in questo contesto. Il messaggio di Google è chiaro: Android L ci accompagnerà durante tutti i nostri spostamenti e in tutte le nostre interazioni con oggetti di svariato genere. Elettrodomestici, c’è da giurarci, compresi: sul tavolo rimane sempre almeno una carta coperta.