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domenica 2 febbraio 2020

La novità delle "ferie illimitate" nei contratti di lavoro...



Le ferie illimitate sono una novità rivoluzionaria per molti lavoratori. Ma come funzionano? Dagli Usa all’Europa, presto le «vacanze quando vuoi» arriveranno anche in Italia.

Teresa Maddonni, 29 gen 2020

Ferie illimitate: questa è la nuova frontiera del lavoro. Aumentano i contratti e quindi le aziende che permettono ai dipendenti di andare in vacanza quando vogliono.
Ovviamente dietro questa decisione si cela una logica ben precisa delle compagnie che scelgono di concedere ai propri dipendenti le ferie illimitate e che riguarda la produttività degli stessi.
Ma l’elemento eccezionale non sta tanto nelle ferie illimitate quanto nel fatto che queste siano normalmente retribuite. La tendenza parte dagli Usa e arriva in Europa con l’azienda belga Jonckers, con una sede anche in Italia, che ha concesso le ferie illimitate ai suoi dipendenti.
Considerata la tendenza all’aumento negli ultimi quattro anni dei contratti che permettono le ferie illimitate, i numeri sono destinati a crescere. Tra poco sarà una realtà anche in Italia. Abbiamo parlato di ferie non godute e quando vengono pagate, vediamo come funzionano le ferie illimitate e perché è possibile averle.

Ferie illimitate a lavoro: ecco come funzionano

Le ferie illimitate a lavoro stanno diventando sempre più una realtà, ma come funzionano nello specifico e soprattutto perché alcuni contratti lo prevedono?
Le ferie illimitate sono una scelta che le aziende americane prima e le europee ora, come dimostra l’esempio della società belga Jonckers, stanno adottando.
L’obiettivo principale è concedere un numero illimitato di vacanze, retribuite, che il dipendente può prendersi quando vuole per riposare ed essere più stimolato e attivo.
Chi lavora con un tipo di contratto che prevede ferie illimitate può concedersi quindi il riposo oltre alle 20 giornate (di media) previste e gli straordinari.
Un dipendente più felice, per i datori di lavoro che decidono di attivare questa formula, è un dipendente più produttivo. Il patto però è che questi non solo sia trasparente nel numero dei giorni di ferie extra che decide di godere, ma anche che porti a termine gli obiettivi di lavoro prefissati.
La scelta avviene principalmente oggi dal momento che le nuove tecnologie, l’essere sempre connessi, permettono al lavoro di travalicare l’orario ordinario e occupare anche serate o week end. Un pensiero costante al lavoro che porta inevitabilmente il fisico a richiedere maggior riposo.
Negli Stati Uniti negli ultimi quattro anni sono triplicati i contratti che prevedono ferie illimitate passando dallo 0,04% sul totale delle offerte di lavoro nel 2015 allo 0,13 % del 2019.
In particolare sono i lavori tecnologici nei quali si riscontra un maggior ricorso alle ferie illimitate per il maggiore stress che creerebbero. Esistono infatti al mondo dei lavori che sono più stressanti di altri.
Tuttavia secondo uno studio condotto dalla società di risorse umane Namely nel 2017 è affermata la tendenza da parte dei lavoratori americani che in media hanno 15 giorni di ferie, a godere solo di 13.
Inoltre il 13% dei dipendenti ammette di non lavorare in vacanza e lo stesso il 29% di coloro per i quali sono previste le ferie illimitate.
Pur avendo questa opportunità molti lavoratori potrebbero non volerne approfittare per evitare di sembrare pigri o poco produttivi. Per le aziende è il contrario: il dipendente riposato e che si concede le ferie quando vuole lavora meglio, non meno.

Vediamo quali sono le aziende, americane e non, che hanno già adottato le ferie illimitate per i lavoratori.

Le aziende con ferie illimitate: presto anche in Italia

Sono molte le aziende che negli ultimi anni hanno deciso di concedere le ferie illimitate ai propri lavoratori. Tra queste si annoverano le società tecnologiche Usa, le start-up della Silicon Valley quali Netflix, Dropbox, Groupon, Virgin, ma anche General Electric.
Non solo in America perché una delle ultime aziende che ha lanciato la sfida delle ferie illimitate a lavoro è la Jonckers ed è belga. La società si occupa di traduzione e interpretariato e che ha sedi in tutto il mondo. L’azienda ha concesso intanto questo beneficio ai dipendenti che si trovano nell’uffico in Repubblica Ceca.
L’obiettivo dell’azienda però è quello di concedere questa possibilità anche ai dipendenti delle altre sedi.
Joncker ha una sede anche in Italia, precisamente a Bologna, e questo fa ben sperare che presto le ferie illimitate saranno una realtà anche nel nostro Paese.
La speranza è che anche in Italia altre aziende potranno decidere di concedere ferie illimitate ai propri dipendenti e renderli così più felici e produttivi.

lunedì 22 aprile 2019

Il divario retributivo nelle Aziende



Il caso-limite di Elon Musk alla Tesla, che però ha beneficiato di una assegnazione speciale legata agli obiettivi. Warren Buffett è più parco e si ferma a sette volte. In Italia il multiplo retributivo tra ad e operai è di nove volte

16 apr 2019


Prendete una compagnia con cento dipendenti e incolonnateli in base al loro stipendio, poi tirate una riga per dividere la colonna esattamente in due gruppi di cinquanta. La cifra corrispondente a quella riga sarà il loro stipendio mediano. Poi prendete la busta paga del capo-azienda e provate a indovinare quante volte lo stipendio "mediano" sta dentro il guadagno del boss. Volete qualche esempio? Lo offre il Financial Times: il guru della finanza, Warren Buffett, si ferma a sette volte lo stipendio mediano di un dipendente della sua conglomerata Berkshire Hathaway. Elon Musk, il vulcanico inventore della Tesla, arriva a quota 40.668.

In linea di massima, secondo un'analisi della società che si occupa di consulenza sul mondo retributivo Equilar, il rapporto tra la paga di un amministratore delegato e i dipendenti è di 254 a 1, un dato maggiore del 235 a 1 che si registrava nel 2017, quando solo due terzi delle compagnie oggi tracciate svelavano i loro dati.


Alzare il velo su questi rapporti di forza (finanziaria) è un'eredità della cultura post-crisi finanziaria, che Trump ha provato a picconare. In alcuni casi, come a Portland, si è passati dalle buone intenzioni di equità ai fatti, arrivando a imporre balzelli ad hoc per quelle compagnie che hanno ratio troppo squilibrate. Una condizione nella quale dovrebbe ricadere Nike, che proprio in Oregon ha la sua casa, e il cui ceo Mark Parker guadagna 379 volte quello che va in tasca ai suoi dipendenti.

Spiega il quotidiano della City che Equilar ha analizzato le paghe delle 100 maggiori compagnie che avevano pubblicato i dati prescritti entro l'inizio di Aprile. La lista verrà dunque aggiornata in futuro, ma intanto emerge che di questi 100 ceo ben 11 hanno vantato stipendi mille volte superiori il valore mediano che si trova nella loro azienda. Clamoroso il caso di Manpower, la società che fornisce lavoro temporaneo, che vede il capo azienda Jonas Prising guadagnare 2.508 volte la mediana dello staff. Nella classifica di Equilar trovano posto nella top ten anche Bob Iger di Walt Disney o Kevin Johnson di Starbucks.

A dire il vero, poi, il caso di Musk è particolare e infatti non è incluso nella classifica di Equilar. Il pay ratio di 40.668 a 1 si spiega infatti con gli otre 2,2 miliardi legati a un premio di risultato che verrà conferito in caso del raggiungimento di alcuni obiettivi-simbolo, come i 650 miliardi di dollari di capitalizzazione. Solo 56mila dollari sono "garantiti" e Musk ha rifiutato.

E in Italia? Il Salary Outlook da poco pubblicato dall'Osservatorio JobPricing ha ragionato sul cosiddetto "multiplo retributivo", che misura la distanza fra vertice e base della piramide aziendale. Per calcolarlo ha preso il 9° decile della curva retributiva media di un Amministratore Delegato rapportandolo al 1° decile della curva di profili con inquadramento Operaio. Il risultato è un indice pari a 8,1: la retribuzione del vertice aziendale (meglio retribuito nel mercato) è quindi oltre 8 volte superiore a quella dei profili con la retribuzione annua lorda più bassa. Il multiplo cresce ulteriormente arrivando a 9,6 se si considera l’intero pacchetto retributivo, comprensivo anche della retribuzione variabile percepita.

mercoledì 22 febbraio 2017

L'invecchiamento della forza lavoro in Italia

Da Il Corriere della Sera

Occupazione: il lavoro che invecchia. L’età media in Italia sale a 44 anni

Dal 2008 l’occupazione è cresciuta in media di 4-6 mesi l’anno. Gli under 35 al lavoro? Sono crollati dal 41% al 22% degli occupati. Il Fmi prevede che nel 2020 uno su cinque avrà più di 55 anni. La ricetta per far ripartire la produttività? Istruzione e formazione
di Federico Fubini, 21 feb 2017

Qualche tempo fa Marco Palmieri, 51 anni, si è imbattuto in un problema che non aveva previsto quando nel 1987 iniziò a produrre borse e valigie: come collegarle alla Rete. 
Se voleva crescere ancora con la sua Piquadro, doveva integrarle all’Internet delle cose e farle interagire con un’icona sullo schermo di uno smartphone.

Marco Palmieri, patron di Piquadro 

Palmieri si rivolse a un studio di ingegneri suoi coetanei, e questi gli illustrarono molte funzioni digitali. Tutte inutili. Nessuna faceva funzionare meglio uno zaino di pelle o una valigia in un aeroporto. 
L’impasse stava diventando così frustrante che un giorno in azienda Palmieri si sfogò alla macchinetta del caffé con alcuni dipendenti fra i 20 e i 30 anni. 
Fu la svolta: in poco tempo quei ragazzi idearono una App per allucchettare le valigie e un sistema di sensori collegati allo smartphone per pesarle o segnalarne la posizione. Non erano specialisti del digitale. Erano, semplicemente, giovani al lavoro.

L'innovazione che manca nelle aziende

Il problema dell’Italia degli ultimi vent’anni, e ancor più dei prossimi venti, è che storie del genere diventano rare. Nei luoghi in cui si genera la ricchezza del Paese stanno venendo meno le principali fonti di innovazione: i giovani. Una ricerca del «Corriere della Sera» sulla base della banca dati dell’Istat mostra come la demografia del lavoro in Italia stia subendo uno smottamento sotterraneo, quasi unico in Europa per intensità. Oggi essa è alla radice di buona parte del letargo dell’economia italiana e spiega un bel po’ della lentezza con cui la produttività del lavoro avanza rispetto alla media dell’area euro (dall’inizio del secolo, del 12% in ritardo). L’invecchiamento negli uffici e nei piani fabbrica è così veloce che obbliga a ripensare al più presto a come in Italia si studia, ci si aggiorna e ci si organizza in azienda. Del resto non esiste altro modo di far emergere i punti di forza nascosti in quella che, lasciata a se stessa, diventa ormai la grande debolezza del Paese.

Lavoratori sempre più vecchi

I numeri, a prima vista, non perdonano. Non c’è solo l’aumento medio di quasi sei anni dell’età media degli occupati in Italia nell’ultimo quarto di secolo, da 38 a quasi 44 anni. Colpisce di più come questo stia accelerando: a partire dal 2008 l’età media dei 21 o 22 milioni di persone al lavoro nel Paese aumenta in certe fasi di sei mesi ogni anno, o poco meno; solo gli sgravi alle assunzioni e il Jobs act sembrano contrastare un po’ la deriva.

Su dinamiche del genere conta la pura e semplice demografia: in Italia vive la popolazione dall’età mediana più alta al mondo (45,1 anni) dopo la Germania e il Giappone. Incide però anche l’ultima riforma delle pensioni, che dal 2011 ha allungato la permanenza dei più anziani al lavoro per riequilibrare il sistema dopo decenni di promesse insostenibili. Pesa poi soprattutto l’emarginazione dei giovani: il tasso di occupazione per chi ha fino a 24 anni è appena del 17% (studenti ovviamente esclusi).

Emarginati i giovani

Così nell’ultimo quarto di secolo i luoghi del lavoro in Italia hanno subito una trasformazione antropologica, che prosegue. Sono sparite 3,6 milioni di persone di meno di 35 anni (erano quasi 9 milioni, sono poco più di cinque). Sono apparse 4,2 milioni di persone in più la cui età supera i 45 anni; il numero dei lavoratori attivi fra i 55 e i 64 anni è raddoppiato da due a quattro milioni, tanto che il Fondo monetario internazionale stima che in Italia nel 2020 un quinto degli occupati sarà in questa fascia e nel 2015 lo sarà quasi un occupato su quattro.


In sostanza i lavoratori più giovani, energici e innovativi si sono rarefatti dal 41% al 22% della popolazione produttiva; quelli più anziani sono aumentati da un terzo alla metà. Una parte devono averla le preferenze culturali nel Paese per persone più esperte, o più ricche di rapporti sociali, perché il numero degli occupati di oltre 65 anni è esploso: oggi questi lavoratori anziani sono oltre mezzo milione, più 41% in 25 anni.

Due milioni di lavoratori in più in vent’anni

Naturalmente questa non è una torta immutabile — non è un gioco a somma zero — perché oggi lavorano in Italia quasi due milioni di persone in più rispetto vent’anni fa (22,9 contro 21 milioni). Nell’economia attiva può esserci spazio per tutti. Ma una composizione così squilibrata delle età del lavoro ha conseguenze. Uno studio dell’Fmi del dicembre scorso («The Impact of Workforce Ageing on European Productivity») mostra che l’Italia, con la Grecia, è la più esposta a perdite di produttività proprio perché gli occupati invecchiano: da due decenni questo fenomeno sotterraneo sta limando via uno 0,2% l’anno dalla capacità di far crescere il valore generato in un’ora di lavoro; sono differenze impercettibili nel breve, ma corrosive per profitti e salari quando si accumulano nel tempo. Secondo lo studio dell’Fmi l’invecchiamento erode le capacità nei lavori più fisici e in quelli meno ricchi di conoscenze; non ha effetti su addetti alle vendite, impiegati di banca o periti elettronici; e l’accumulo di esperienza addirittura aumenta la produttività per funzioni dense di conoscenza come quelle di docenti, avvocati, medici, giudici o manager. Il problema dell’Italia è che la sua quota di laureati e diplomati è fra le più basse d’Europa: deve farla salire in fretta per affrontare il giorno, vicino, in cui l’età media degli occupati arriverà al mezzo secolo o più.

A Gaggio Montano in provincia di Bologna, la Piquadro di Palmieri forse ha trovato una soluzione. Da qualche tempo in azienda si aggira un ex dirigente pensionato della Miroglio. Il suo nome è Antonio Colantuoni. Il suo compito è parlare un po’ con tutti, specie i più giovani, per capire cosa pensano dell’azienda, del mondo e di se stessi. «Li aiuto a tirare fuori i problemi, a capire e sviluppare il loro potenziale», dice. Questo è un metodo che Colantuoni ha messo a punto in 35 anni di lavoro alla Miroglio, e funziona. Fa girare meglio le imprese. «Lo avessi capito prima, mi sarei fatto del bene — ammette —. Ma c’è un valore nell’età che avanza».