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mercoledì 7 marzo 2018

Trattorie di Roma consigliate da PuntarellaRossa




di Sara Zucchini, 30 dic 2017

Le migliori trattorie tradizionali di Roma dove mangiare molto e spendere poco Per una volta uscite dalla girandola di nuove aperture – dai ristoranti gourmet agli asiatici fusion, dalle trattorie shabby chic ai vegani – e buttatevi a caccia della trattoria di una volta. Che non esiste, va da sé, perché una volta è passata, ma molto di buono si trova: non le bettole “tipiche“, acchiappaturisti. Lasciamo perdere anche i “classici” che erano buoni qualche decennio fa, dal Grottino del traslocatore, al Biondo Tevere fino ad Augusto a Trastevere. Vi parliamo di trattorie vere, vive, bujaccari, magari “ignoranti”, ma che uniscono quantità, qualità e prezzi stracciati, insieme a un vasto repertorio di umanità, facce scavate dalla vita, panze sballonzolanti, intonaci che hanno fatto storia e gricie e carbonare lussureggianti che ti cambiano la vita.

Betto e Mary – Torpignattara
Lasciate la cravatta voi ch’entrate, o sarete costretti a vedervela appendere alla parete a mo’ di trofeo. Betto e Mary è un’osteria popolare che non ha cambiato stile, menu e orientamento politico fin dalla sua apertura negli anni Settanta. I piatti sono quelli classici: antipasti di carne a 5 euro, primi con l’eccezionale pasta fatta in casa a 7-8 euro tra cui cacio e pepe, Amatriciana, Carbonara (anche nella versione vegetariana con le zucchine), secondi come la coda e l’abbacchio e uno sformato di verdure per i vegetariani che, meglio che lo sappiano in anticipo, verranno sicuramente presi di mira dal sarcasmo dei camerieri.

Betto e Mary, Via dei Savorgnan, 99. Tel.:06 64771096; aperto tutti i giorni dalle 12.30 alle 15 e dalle 20 alle 23.

Sora Margherita – Quartiere Ebraico
Probabilmente la trattoria più economica del Ghetto (e anche quella che regala più soddisfazioni). Si entra da una porticina su piazza delle Cinque Scole riconoscibile dalle luci di Natale dodici mesi l’anno e ci si infila in un locale stretto e lungo stipato di tavolinetti. L’atmosfera è casalinga e festosa, il volume delle voci altissimo e favorito dal rimbombo per via dei soffitti bassi. Consigliabile più per una cena tra amici che per un appuntamento romantico, ma dipende sempre dai gusti. I piatti, nonostante le porzioni generose, sono ricercati e presentati con cura, sia quelli di tradizione ebraica (come il carciofo alla Giudia) che romana (il bollito alla Picchiapò). Vasta la scelta dei primi per i vegetariani (fetuccine fatte in casa al pesto, al pomodoro e basilico, cacio e pepe e ricotta).

Sora Margherita, Piazza delle Cinque Scole, 30. Tel.: 06 6874216; aperto dal lunedì al sabato dalle 12.30 alle 15 e dalle 20 alle 23.30. Sito web.

Da Marcello – San Lorenzo
Il piatto migliore di San Lorenzo sono le fettuccine aglio, olio e baccalà con le nocciole di Marcello (9 euro), una composizione di cui il cuoco stesso va molto fiero. Non eravamo sicuri di far rientrare Marcello nella lista delle trattorie ruspanti, se non fosse che per i prezzi estremamente economici, perché nei piatti, dagli antipasti ai dolci, la cura, la presentazione, il bilanciamento dei sapori sono quelli di un ristorante di categoria superiore. Qualche chicca: lo sformatino di patate, cipolle e sesamo con fonduta di parmigiano (5 euro) e la millefoglie di melanzane, scamorza affumicata e pesto (6 euro).

Osteria da Marcello,Via dei Campani, 12. Tel.:06 4463311; aperto dal lunedì al sabato nei mesi invernali dalle 19.30 a mezzanotte e dal lunedì al venerdì nei mesi estivi (giugno-settembre) dalle 19.30 a mezzanotte. Pagina Facebook e Sito web.

Da Domenico – Pigneto
Una trattoria senza pretese ai confini del Pigneto, con una saletta interna e una all’aperto. I piatti del giorno sono scritti sulla lavagna e non sono previste richieste fuori menu: cacio e pepe, amatriciana, pasta al sugo, abbacchio e poca tolleranza per i vegetariani, ma le porzioni sono gigantesche, i prezzi più che popolari (5-6 euro a piatto) e il clima estremamente cordiale: no, per niente raffinato e sì, potete andarci anche con la tuta da lavoro o i vestiti sporchi di vernice se avete appena finito di imbiancare. Nessuno ci farà caso.

Da Domenico al Pigneto, Via Attilio Zuccagni Orlandini. Tel.: 06 295613; aperto dal lunedì al sabato dalle 12.15 alle 16 e dalle 19.30 alle 23.30. 

Il Timoniere – Garbatella
Difficile da trovare per caso, il Timoniere alla Garbatella è una trattoria rustica senza troppe smancerie (anche icani sono benvenuti) che non deve aver subito molte ristrutturazioni dagli anni Settanta, e per questo conserva il fascino “de na vorta“. L’ambiente è ruspante e il menù (che non esclude le opzioni vegetariane) riserva piacevoli sorprese: le alici fritte tra gli antipasti, la Carbonara ai fiori di zucca, i tonnarelli allo sgombro (primi tra i 10 e 12 euro), l’insalata all’arancia e aringhe e le torte fatte in casa.

Il Timoniere, F. O. da Pennabilli, 5. Tel.: 06 5110007 ; aperto dal lunedì al sabato dalle 12 alle 15 e dalle 19 a mezzanotte. 

Il Quagliaro – Quarticciolo
Tra la Togliatti e la Prenestina, nel quartiere del Quarticciolo, dagli anni Cinquanta c’è una trattoria di cui vi avevamo già parlato conosciuta principalmente per le quaglie. Il menu, però, è molto vario: si spazia dagli antipasti fritti e non (supplì al telefono, uova di quaglia e alici, involtini di melanzane e fagioli con le cotiche a 6 euro) alla pizza, ai piatti romani tradizionali (Matriciana, Carbonara, Cacio e Pepe a 7 euro, coda alla Vaccinara a 12 euro e trippa a 10) ma le quaglie, cucinate nel forno a legna con contorno di funghi, olive baresane e bruschetta di ciriola (15 euro) sono senza dubbio le protagoniste della “Quagliaro Experience”.

Il Timoniere, Largo Mola di Bari, 17/19. Tel.: 06 25210875; aperto dal lunedì al giovedì dalle 19.30 a mezzanotte, il venerdì e il sabato dalle 12.30 alle 14.30 3 dalle 19.30 a mezzanotte. Pagina Facebook e Sito web

Dar Bottarolo – Tor Marancia 
Se capitate in zona, e magari avete fatto il tour della street art di Tor Marancia, fermatevi a pranzo dar Bottarolo (ci sono altre tre sedi oltre a questa) e concedetevi un piatto abnorme della loro Carbonara rivisitata con l’aggiunta di salsiccia (la Bottarolata), di tonnarelli al sugo di maialino o di pasta e ceci, un abbacchio scottadito o una fettina panata, sempre che siate certi di avere molta fame. Consigliamo di non ordinare troppi piatti sulla scia dell’entusiasmo perché potreste essere costretti a lasciare qualcosa nel piatto diventando vittime delle provocazioni dei camerieri. Primo, secondo e dolce a 25 euro a persona vino compreso.

Dar Bottarolo, Via dei Lincei, 41/47. Tel.: 06 5125768 ; aperto tutti i giorni dalle 12.30 alle 16 e dalle 20 a mezzanotte.

Il Girasole – Garbatella 
Siamo a Garbatella, lontano dal lotto elegante, dei ristorantini chic e del Palladium. Siamo in uno spiazzone di via Garibaldi, che non è il Giuseppe fu ferito che conosciamo, ma Rosa Raimondi, madre dell’Eroe dei due mondi, che il Comune chissà perché, ha voluto ricordare. Proprio di fronte ci sono il parco Garbatella e gli orti per anziani. Tre tavolini fuori, e un paio di sale stile anni ’70, anche la data ufficiale di nascita del Girasole è 1981. Ci sono i grissini San Carlo, e questa è già una garanzia di fedeltà a uno stile retrò che non è artefatto. Ci sono le rosette, come non se ne trovano più nei cestini di pani artigianali con i semi più disparati. E c’è tutto quel che vi serve della romanità. A partire da una sontuosa carbonara. Con due particolarità: è gigantesca, tipo 200 grammi, e ultra low cost, solo 6,5 euro. Non è la migliore di Roma, ma ti colpisce come un cazzotto in faccia, con l’uovo aggressivo, al limite dello sfrontato, il guanciale che ti scrocchia sui molari e i bombolotti gagliardi. Un quartino di vino onesto te lo porti via a 1,5 euro, un filetto di baccalà anche a meno. Il bagno è un cesso alla turca, di quelli che vedevate a militare (ma più pulito). Sulla porta un cartello chiaro: “Spegnete la luce, che la paghiamo”.

Il Girasole, via Rosa Raimondi Garibaldi 26-28, Roma. Tel. 06 511 0408

Priscilla – Appia antica
Il parco regionale dell”Appia antica dicono abbia il 7 per cento del patrimonio archeologico mondiale. Del patrimonio fa parte, naturalmente, anche Priscilla, questa trattoria che deve il suo nome non alla regina transex del deserto dell’omonimo film, ma alla tomba adiacente della moglie di Tito Flavio Abascanto, che fu imbalsamata e non cremata. In un casale qui c’era l’Osteria dell’Acquataccio e in passato era usato anche per la stagionatura dei formaggi e come stazione di posta. Oggi alla trattoria, una saletta spartana e senza fronzoli, piena di tavoli, e un’altra micro, ti accoglie un simpatico cingalese che parla un romano decisamente affascinante. In sala e in cucina, invece, ci sono romani doc (Alessandro Ratini è il patron, la famiglia lo gestisce da 120 anni) che sfornano primi tipici (9 euro), pollo al limone, pappardelle al cinghiale. Affascinante anche il bagno, che si trova fuori dal locale, in uno spiazzo vicino. Uscendo nella notte, si può fermarsi a respirare e godere come non mai, guardandosi intorno e respirando aria di campagna: siamo a Roma, bellezze, ricordiamocelo sempre.

Da Priscilla, via Appia Antica 68, Roma. Tel. 06 513 6379

Amatrice – Fidene
Se avete voglia di staccare dai ritmi del centro ma senza uscire dal Raccordo, un’alternativa potrebbe essere ristorante Amatrice che, in un casale rustico dell’Ottocento, conserva un’atmosfera confortevole e festosa. Oltre ai primi e secondi tradizionali di carne (tra gli 8 e i 10 euro), offre una vasta scelta di piatti a base di pesce: linguine allo scoglio, spaghetti alle vongole, risotto agli scampi o alla pescatora, tonnarelli vongole e porcini (12 euro) e tra i secondi la spigola, l’orata, il rombo o la grigliata. Il parcheggio privato, l’ampia sala interna e la terrazza rendono il locale adatto alle rimpatriate e ai rinfreschi di ogni genere, specialmente in primavera e estate.

Ristorante Amatrice, Via Piteglio, 19,. Tel.: 06 8805131; aperto dal martedì alla domenica a cena, il martedì e il mercoledì chiuso a pranzo. Pagina Facebook e Sito web


domenica 18 settembre 2016

40 tipi di pizza... all'americana!















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Da FoodRepublic.com

Avete mai provato questi 40 tipi di pizza?

di Jess Kapadia, 18 nov 2015


Benvenuti a Pizzaland, sede di 40 tipi diversi di pizza! 
Alcuni li conoscerete molto bene, altri sono specialità regionali (pubblicità per New Haven, St. Louis e, naturalmente, Chicago) e altri ancora sono esempi una tantum che in realtà esistono. 
Sareste fatica a trovare la pizza con crostini fritti scozzese al di fuori della sua terra natale, e le "fette jumbo" sono sicuramente una creazione della zona di Washington. 
Alcuni non sono nemmeno una pizza vera e propria - sushi, salmone affumicato messicana e sono più variazioni sul tema che tipi legittimi di pizza, e se calzone e stromboli appartengano o meno alla categoria pizza è oggetto di discussione (ma abbiamo voluto illustrarle, che diamine!). 
Sia che si faccia "Piega e Mangia", sia che si tagli educatamente con coltello e forchetta o che consumiate le vostre fette in altro modo tra i due, non c'è comunque modo sbagliato di mangiare queste 40 pizze!



lunedì 18 luglio 2016

Cibi per rinforzare la memoria


di Claudio Schirru, 6 giu 2016

Prendersi cura della propria memoria con 7 cibi amici del cervello. A pubblicare questa minilista di alimenti benefici è la Dott.ssa Elisabetta Menna, ricercatrice presso l’Istituto di neuroscienze del CNR e l’Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano).

In una nota inserita nella newsletter settimanale dell’IRCCS milanese la Dott.ssa Menna ha pubblicato un elenco di cibi amici della memoria:
Uova, germe di grano, arachidi, merluzzo, semi di girasole, caffè e cioccolato fondente sono alcuni dei cibi più amici del cervello e della memoria.
Gli effetti benefici per la memoria verrebbero garantiti in quanto tali cibi risultano, prosegue la Dott.ssa Menna:
Ricchi di colina, un coenzima essenziale ovvero una molecola importante per mantenere integra la struttura cellulare e le funzionalità del sistema nervoso.
Alcuni di questi alimenti della salute risulterebbero di particolare efficacia per quanto riguarda la memoria a lungo termine. Come sottolinea la Dott.ssa Menna:
Tra questi, cioccolato fondente e caffè sembra essere un buon abbinamento per il cervello. Se da una parte il cioccolato fondente contiene flavonoidi che rappresentano un valido aiuto per far fronte alla perdita di memoria, dall’altra il caffè migliora l’acutezza mentale grazie alla caffeina che, oltre a essere una fonte di antiossidanti che aiutano a mantenere il cervello in salute, aiuta anche a prevenire la depressione nelle donne.
Questi cibi, quando consumati regolarmente, aiutano a migliorare, insieme alla memoria a lungo termine, anche la funzionalità del sistema nervoso, la capacità di attenzione e partecipazione.
Dalla natura arrivano però anche altri aiuti per la salute del cervello, sottolinea la Dott.ssa Menna, come ad esempio:
Broccoli e altre brassicacee o crucifere come cavoli, cavolini, cavolfiori, che contengono vitamina C e acido folico e hanno un effetto positivo sulla memoria, la concentrazione e l’attenzione.
Altri ottimi rimedi naturali contro il declino cognitivo sono poi glispinaci, ricchi di luteina. Benefiche anche le noci grazie agli acidi grassi omega-3 e omega-6, e al loro contenuto di vitamina E e B6. Particolare attenzione va prestata anche a ulteriori due soluzioni, conclude la Dott.ssa Menna, come i mirtilli e la curcuma:
I mirtilli, ricchi di antocianine e cianidine ad azione antinfiammatoria, un valido alleato contro l’invecchiamento del cervello perché contrastano l’azione dei radicali liberi. Sempre in merito all’invecchiamento del cervello da alcuni studi sembra emergere che la curcumina contenuta nella curcuma possa fornire un valido aiuto nella prevenzione dell’Alzheimer.

martedì 5 aprile 2016

I cibi che aiutano a vivere più a lungo e meglio.



Alimenti che si comportano come farmaci, capaci di curare e proteggere l’organismo.  La «Smartfood» influenza i geni che presiedono alla durata della vita

di Giangiacomo Schiavi, 24 feb 2016

Per vivere a lungo dimenticate Pellegrino Artusi e i suoi pollastri ripieni, le uova frullate con il bacon e il tartufo, il lardo rosa e la salama da sugo; mettete da parte i sacri testi interrotti alla voce peso forma, con il combinato disposto di Weight Watchers, Scarsdale, Dukan, allargato al cibo dissociato, scombinato, a zona o a cronometro. Ignorate, se potete, la friggitoria sotto casa, la focaccia farcita e l’insidioso cannolo. Fate uno sforzo e leggete questo libro pensando ai vostri geni, alla relazione tra cibo e patrimonio ereditario, a come evitare di incattivirli con pietanze sbagliate, aizzandoli in una battaglia suicida contro se stessi. E quindi farsi del male.

Si può essere sani per scelta

Si può essere sani per scelta, allineando alla scienza e allo stile di vita un vero e proprio esercito della salvezza alimentare: i longevity smartfood. Sono il cibo di domani. Alimenti che attivano i geni della longevità. 
Scoperti dalla nutrigenomica, studiati nei laboratori e conosciuti dalla civiltà contadina, contengono molecole che hanno dimostrato di influenzare i geni che presiedono alla durata della vita. 
Con loro, si può mangiare senza accorgersi di farlo, si è a dieta senza esserlo, si digiuna senza fatica, si invecchia restando giovani nel corpo e nello spirito, come diceva Giovenale: mens sana in corpore sano. Fanno parte della dieta Smartfood, la prima con un marchio scientifico approvata dallo Ieo di Milano, una rivoluzione salutista trasformata in un affascinante viaggio nell’alimentazione da Eliana Liotta, giornalista infiltrata nell’avanguardia della genetica (La dieta Smartfood, Rizzoli, da giovedì in libreria).

In 360 pagine ricche di esempi e spiegazioni, viene dato un filo e un percorso accessibile agli studi di Pier Giuseppe Pelicci e Lucilla Titta, direttore della ricerca e nutrizionista dello Ieo. 
E si smaschera finalmente il cibo amico, quello che contiene antocianine (arance rosse, cavoli, ciliegie, frutti di bosco, melanzane, patate viola, prugne nere, radicchio, uva nera), capsaicina (paprika piccante e peperoncino), la curcumina, l’epigallocatechingallato (tè verde e tè nero), la fisetina (cachi, fragole, mele), la quercetina (asparagi, capperi, cioccolato fondente, cipolle, lattuga), resveratrolo (uva).

Mixate a piacere, senza scrupoli

Mixate a piacere, senza scrupoli. Questa non è una dottrina, avverte l’autrice. È un invito a considerare la scienza come un alleato in grado di farci vivere meglio. 
Una scienza che fa venire l’appetito: sciogliete un quadratino di cioccolato in bocca e l’esistenza si allunga, assaporate una fragola e sposterete il crepuscolo. Andate anche oltre con aglio, cereali integrali, frutta secca, legumi, semi, olio d’oliva: sono nostri alleati, in grado di diminuire l’incidenza delle malattie. Liotta esplora la frontiera della nutrigenomica, quella che troverà posto nei laboratori del futuro del dopo Expo, se non ci saranno intoppi: la scienza del cibo, che combatte i chili di troppo, previene il cancro, le patologie cardiovascolari, metaboliche, neurodegenerative. Ricordate la massima di Mario Soldati, scrittore, regista e longevo gourmet? «In cucina la povertà diventa ricchezza». È questa povertà, che si traduce in semplicità e più ancora in qualità, che piace soprattutto ai nostri geni, decrittati e compresi,anche nei gusti. Bisogna accontentarli. Inserire nel menù le varianti longevity food. Sono trenta e ammettono qualche strappo. Ci sono slot nei quali infilare (senza esagerare) pane, pasta, pesce, uova e formaggi. La dieta Smartfood è un inno alla libertà, spiega Liotta. Mangiare è un piacere. Anche per i geni. Lasciamoli invecchiare in pace. 

(#dietasmartfood)





lunedì 25 gennaio 2016

La classifica delle paninoteche italiane...




di: Andrea Soban, 20 feb 2014


Leggenda vuole che il panino gourmet nasca a Milano, città di michette e pranzi veloci. Fatto sta che accanto al fenomeno hamburger, e alla dilagante mania di lordarsi le mani con il grasso gocciolante dello street food, gli italiani di adesso hanno sviluppato dipendenza dal paninaro evoluto, quello che il pane sì ma solo se di grano duro, il prosciutto okay ma che almeno sia asciugato dalla brezza di Langhirano.

Ragione per cui Dissapore si è messo alla ricerca delle migliori paninoteche nazionali finendo col proporre questa top 20, che ha inevitabilmente lasciato fuori alcuni indirizzi degni di menzione:
  • Da Panino a Modena,
  • Paninart, Ginger, Baguetteria del Fico, Otbred, Mastrogusto e il chiosco Re del Panino a Roma,
  • Mediceo a Pisa,
  • L’arte del panino a Genova, Scheggi a Firenze, Chiù, Crocetta, Quadronno, Durini, Paninoteca a Buenos Aires a Milano,
  • le catene Panino Giusto e De Santis, Gusto Giusto a Piacenza.

Ecco la Classifica:

#FuoriClassifica  Ape Romeo – Roma


Chiamiamola così: postazione mobile del bistrot romano Romeo. Ecco, la suddetta postazione è la prima in Italia a offrire panini gourmet en plein air, mentre l’ape diPizza & Mortazza e Mozao propongono cose diverse, al pari di queste altre). I panini sono tutti idee di Cristina Bowerman, chef stellata del Romeo (peraltro stasera sarà ospite di Masterchef) incluso ovviamente il migliore, con il pastrami di lingua.



#20 Ai Nomboli – Venezia


Mangiare a Venezia non deve costare per forza come una manovra economica. Ai Nomboli, nella calle omonima, ci si nutre con buona soddisfazione scegliendo tra un centinaio panini farciti con gusto e fantasia, specie quelli a base di carne (musetto, manzo, etc…). Bonus ulteriore, a parte gli ottimi spritz della casa, la possibilità di provare i caratteristici tramezzini veneziani, ingiustificatamente ignorati fuori della laguna.

Prezzi: dai 5 ai 6 euro

Ai Nomboli – San Polo 2117c | Calle dei Nomboli, Venezia


#19 Clinica del panino – Parma



Il pronto soccorso per gli studenti della vicina università lo garantisce “il Walter della Clinica” con oltre 100 panini dalla taglia generosa (anche a due strati) e ingredienti insoliti tipo gli arrosti con carne di cavallo. Non si viene dimessi dallaClinica se non si è provato il carrè farcito, ancora una volta con carne di cavallo condita.

Clinica del panino – Borgo Palma 4/d, Parma


#18 Golden Egg – Varese


Non è un posto per fighetti, semmai un caso di pionerismo del panino gourmet. Sono trent’anni che il Golden Egg è ai vertici dell’offerta varesina, merito soprattutto del pane, realizzato dal panificio Famlonga, lungo almeno 80 centimetri e con la mollica insolitamente compatta. Classici del locale sono l’omonimo Golden Egg, un panino con cuore di palma, asparagi, uova sode e maionese, o il Palmito con prosciutto crudo, cuore di palma, pomodori, paté e salsa rosa.

Prezzi: 4,50 euro

Golden Egg – via Belforte 116, Varese


#17 Bar Moderno – Salice Terme (Pv)


Vanta più clienti delle vicine terme. Non perché i suoi clienti abbiano sviluppato una particolare immunità alle malattie, il merito è delle leggendarie ciabattine e degli altri panini preparati al Moderno, annunciati rigorosamente a voce e serviti dalle sbrigative cameriere. Da provare il panino coppa, rucola e olio tartufato. In estate è meglio predisporsi alla pazienza, le file per un tavolo sono particolarmente lunghe.

Prezzi: 5 euro a panino, indipendentemente dagli ingredienti

Bar Moderno – via delle Terme, fraz Salice, Godiasco (Pv)


#16 Panino LAB alla Ferramenta – Milano


Pochi ingredienti ma eccezionalmente raffinati come il prosciutto crudo di Normandia, la burrata di Andria o ancora la bottarga di muggine proveniente dalla stagno sardo di Cabras. In zona Tortona a Milano, nei locali di una ex ferramenta con ancora gli utensili alle pareti, eccelle tra gli altri il panino con la mortadella del salumificio Bonfatti, l’olio al tartufo bianco d’Acqualagna e la crema di pistacchi.

Prezzo medio: 8 euro

Panino LAB alla Ferramenta – via Montevideo 8, Milano


#15 Il Panino Italiano – Genova


Ognuno dei tre punti vendita genovesi garantisce 120 panini dalle notevoli farciture, tra queste ben 8 presidi Slow Food (capicollo, maiorchino, spalla cruda…). Ma si può ulteriormente personalizzare scegliendo tra diversi tipi di pane: la classica papera, la ciabattina integrale o la ciabatta di grano duro.

Prezzi: da 3 a 5,50 euro (qualcosa in più per le correzioni)

Il Panino italiano – Via XX Settembre 68R, in Via Roccatagliata Ceccardi 30R, in Largo San Giuseppe 23 – Genova


#14 – 200 Gradi – Roma


Lo chef Christian Milone, volto noto de La prova del Cuoco, termina la cottura del pane usato per i panini, una deliziosa ciabattina, nel forno del locale a 2oo°C (ecco spiegato il nome). Il menu è anche l’occasione per un ripasso della geografia romana, con l’Ara Coeli che svetta su tutti: puntarelle, pecorino di Pienza, alici di Cetara e glassa di aceto balsamico.

Prezzi: 6 euro (7 al tavolo)

200 Gradi – piazza Risorgimento 3, Roma


#13 Sfilatino – Milano


Dodici panini d’autore ideati dallo chef stellato Nino di Costanzo (Il mosaico di Ischia) per un’inedita combinazione gusto-salute. Ci sono panini anti-colesterolo, anti-ossidanti, anti-infiammatori e via masticando. Altro elemento di distinzione: volendo i panini si ordinano online, Sfilatino provvede a consegnarli a domicilio, infiocchettati in belle confezioni modaiole.

Sfilatino – via P. Sarpi 53, Milano


#12 Zia Rosetta – Roma


Chiamarlo tempio potrebbe ingenerare confusione. Il locale del rione Monti è piccolino, ma tempio della rosetta lo è senz’altro, grazie alle 15 fantasiose declinazioni del tipico panino romano. Nel menu anche centrifughe, insalate e rosti di patate all’occorrenza recapitati a domicilio. Da segnalare il pane artigianale, il lardo di colonnata fornito dalla larderia Mafalda, i formaggi del caseificio irpino Granese di Montella.

Zia Rosetta – via Urbana 54, Roma


#11 Mica, michetteria milanese – Milano


Forse non tutti sanno che (cit.) la michetta è il pane dei milanesi, tanto tipico che si è pensato di tutelarne la produzione attraverso una De.Co. (denominazione comunale). Da Mica si scelgono gli affettati per imbottire il panino, oppure ci si affida al menu dove brilla il panino Enzo Jannacci (sic!) con mortadella e gorgonzola.

Prezzi: dai 4,50 euro in su a seconda dei salumi richiesti

Mica – Corso di Porta Ticinese 50 | Via Baracchini, Milano


#10 Adone – Viareggio


Non si può dire di essere stati a Viareggio se non si sono provati uno o più dei 60 generosi panini del mitico Adone, alcuni decisamente a prova di dieta, vedi il Poldo con porchetta, frittatina di cipolle e salsa verde. Per gli incontentabili anche ingredienti rari e preziosi come il burro al tonno, l’aringa affumicata o il vitellone stufato.

Prezzi: fino a 7,50 euro

Adone – corso Garibaldi 85, Viareggio


#9 Gb Bar – Milano


La vista è spettacolare. Non solo quella del Duomo, che è a due passi, ma la vista sul banco dei panini con una varietà infinita di pani (classico francesino, panfocaccia, arabo, integrali) e ingredienti rari come il formaggio vanzanghello, le polpette di cinta senese, il prosciutto crudo irpino di Nusco. Panini preferiti: con il manzo affumicato, o con il cavolo cappuccio rosso alla mantovana (saltato con balsamico e acciughe).

Gb Bar – via Agnello 18, Milano


#8 Caffe dei Parodi – Alessandria


I Parodi dell’insegna sono due fratelli a cui va riconosciuto il merito di aver puntato sul panino gourmet prima che diventasse moda. Nel bar alle porte di Alessandria il trucco consiste nel farsi consigliare da Marcello (in console, cioè all’affettatrice) l’abbinamento del giorno tra i tanti disponibili, alcuni con ingredienti cucinate (pollo, manzo, etc.). Da provare: il panino con pollo, zucchine grigliate, formaggio asiago che fonde e maionese bbq. Aperto solo a pranzo.

Prezzi: standard la il panino intero ‘misto a 5,50 euro, il mezzo a 3 euro

Caffè dei Parodi – via A. De Gasperi 16, Alessandria tel. 329.2038159


#7 Pepen – Parma


A Parma, città di salumi, il panino imbottito è una cosa serissima. Pepen firma da 25 anni lo spuntino gourmet della città accompagnato da un bicchiere di buon rosso. Alla voce “imperdibili” vanno citati lo Spaccaballe, moderatamente piccante, con arrosto di maiale, insalata, pomodoro, maionese, ketchup e peperoncino fresco, e il Carciofa. Il pane, a cui si toglie la mollica, viene prima leggermente piastrato e poi farcito.

Pepen – borgo S. Ambrogio 2, Parma


#6 Il Cernacchino – Firenze


Esempio di fiorentinità da manuale. Locale piccolo e centralissimo amato (vabbè da Dissapore idolatrato) per i panini, le bruschette o le torte dolci. Superclassico il panino con la finocchiona, i pomodorini secchi e il pecorino, ottimo anche quello con rape e ceci. Senza dimenticare lo scenografico panino a scodella, svuotato della mollica, quindi farcito con lampredotto, peposo (stufato di manzo) o polpette rifatte.

Prezzi: 2,50 euro piccolo, 5 euro grande

Il cernacchino – via della condotta 38, Firenze


#5 Gran Ristoro – Genova


Minuscolo eppure esemplare spaccio di panini dalle infinite varianti nel centro storico di Genova. Trattandosi di un’istituzione cittadina è ovviamente conosciuto dai genovesi, anche se non tutti se la sentono di affrontare le lunghe file che si formano, per quanto scorrevoli. Da provare il classico Minestrone, con olive verdi e prosciutto crudo.

Gran Ristoro – via di Sottoripa 27, Genova


#4 Gaudeo – Roma


Il pane di Roscioli, uno tra i migliori fornai romani, abbinato a materia prima raffinatissima. Ecco la combinazione esplosiva dei panini gourmet di Gaudeo che mette sul menu gli ottimi salumi emiliani di Spigaroli (Antica Corte Pallavicina), il baccalà alla veneziana, la mozzarella di bufala del caseificio La perla, lo spettacolare prosciutto crudo di Laghirano di Fedogni e tutta una serie di eccellenti artigiani italiani.

Prezzi: dai 5, 50 ai 13 euro (possibile ordinare anche la versione mignon)

Gaudeo – via del Boschetto 112, Roma


#3 Tricolore Panini – Roma


Riaperto da poco, Tricolore ha perso il suffisso Monti e anche i corsi di cucina, ma non la pratica di confezionare panini spettacolari pur a prezzi elevati. A parte il grandioso hamburger, da segnalare obbligatoriamente una serie di panini: con pane di grano duro, lattarini e salsa tartara, con la guancia di fassona cotta a bassa temperatura, con il fegato grasso di oca scottata. Tutto, dal pane alle salse, è fatto in casa.

Tricolore Panini – via Urbana 126, Roma


#2 Specialità da Marino – Noci (BA)


Orgoglio di PierMarino Notarnicola e della locale condotta di Slow Food, questa piccola ma meravigliosa bottega a due passi da Alberobello ha nel pane di Altamura fatto con farina di grano duro Senatore Cappelli e cotto a legna il suo primo segreto. Anche la farcitura lascia il segno con i prodotti della masseria di Notarnicola: scamorze affumicate, capocolli di Martina Franca, chips vaporizzate al vino primitivo, filetti di maiale e salse di agrumi.

Specialità da Marino – via C.B conte di Cavour, Noci (Ba)


#1 ‘Ino – Firenze


Il prototipo della paninoteca gourmet insediato da Alessandro Frassica, già selezionatore di salumi per la bottega online Esperya, nella centralissima via dei Georgofili, a due passi dagli Uffizi. Una rapida carriera approdata di recente al primo libro (il Pan’Ino, Guido Tommasi editore) e alla stretta collaborazione con Oscar Farinetti di Eataly. I panini del panificio Cirri appena riscaldati per essere perfettamente croccanti vivono di abbinamenti che esaltano la toscanità (prosciutto, finocchiona, pinoli, formaggi) e le produzioni locali italiane, vedi il Cetara con scamorza, zucchine e alici di Cetara.

Prezzi: da 5 (i semplici) a 9 euro

‘ino. in Via dei Georgofili 3r-7r. Firenze. Telefono +39 055.219208


[Credits immagini: Andrea Soban, Provincia di Varese, Foodspotting/linda, Grazia.it, 2spaghi, Nelso, Sweet Milan, Vanity Fair, Le cupcake quotidien, Hisonlyness, Scatti di Gusto, Gaudeo]



giovedì 21 gennaio 2016

Cibo "sano", o cibo "nutriente"?



Come la comunicazione delle aziende alimentari ci inganna su quello che mangiamo, chiamandolo "raffinato" o "arricchito"

di Michael Ruhlman (Washington Post), 20 gen 2016


Di recente, ho visto in un supermercato una donna che sistemava un cartone di latte scremato magro sul nastro della cassa. «Posso chiederle perché compra del latte magro?», le ho chiesto: il termine “magro” fa riferimento al contenuto di grassi nel latte. La donna mi ha risposto: «Perché non ci sono grassi, no?». «E sa con cosa sostituiscono i grassi?», le ho chiesto. La donna quindi ha sollevato il cartone, per leggere sull’etichetta quale fosse il secondo ingrediente dopo il latte scremato: «Mmm… Sciroppo di glucosio». Mi ha guardato perplessa e ha rimesso il cartone sul nastro con il resto della spesa.

Evidentemente non aveva neanche pensato di porsi la domanda, accettando piuttosto l’idea comune secondo cui i grassi – elemento essenziale della nostra dieta – debbano essere evitati quanto più possibile. E perché mai avrebbe dovuto mettere in dubbio questo concetto, dal momento che lasciamo che siano aziende alimentari, pubblicitari e ricercatori alimentari a pensare al nostro posto? Negli anni Settanta, nessuno dubitava del fatto che le uova fossero un fattore di rischio per gli infarti, come sostenuto dai nutrizionisti. Oggi sono diventate un alimento così amato che negli Stati Uniti molte persone allevano le proprie galline ovaiole. Ci sono molti altri esempi simili di confusione e disinformazione sul tema del cibo.

«Gli Stati Uniti non avranno mai una filiera alimentare sana», ha detto Harry Balzer, analista di NPD Group (una società che si occupa di ricerche di mercato) e critico bonario dei consumatori alimentari americani. «Mai. Perché non appena qualcosa diventa popolare, troveranno un motivo per dire che non è sano». Balzer ha usato il termine più pericoloso di tutti, “sano”. Tutti, dai medici ai nutrizionisti, passando per riviste alimentari e giornali, ci dicono di mangiare cibo sano. Diamo per scontato che un’insalatona sia sana e un Big Mac con le patatine non lo sia. Vi rivelerò un segreto: le nostre amate insalatone non sono “sane”. Ma noi crediamo che lo siano, confondendoci. Non sono sane: sono nutrienti. Possono essere deliziose se preparate bene, e forse le foglie di insalata nei campi sono state coltivate in modo sano. Ma l’insalata nel vostro piatto non è sana, e descriverla come tale fa passare in secondo piano il fatto più importante: la vostra insalata è ricca di nutrienti di cui il vostro corpo ha bisogno. Non è però solo una questione di terminologia. Se mangiaste solo insalata, vi ammalereste. La terminologia è il punto di partenza.

«Il termine “sano” è abusato», dice Roxanne Sukol, specialista di medicina preventiva al Cleveland Clinic, direttrice medica di Wellness Enterprise e nutrizionista autodidatta («Alla scuola di medicina non ci hanno insegnato niente sull’alimentazione»). «Il cibo non è sano. Noi siamo sani. Il cibo è nutriente. Faccio sempre caso alle parole: sono fondamentali per dare alle persone gli strumenti giusti per capire cosa mangiano. Siamo tutti molto confusi». Lo scorso marzo la Food and Drug Administration degli Stati Uniti (FDA) – l’ente governativo che si occupa di cibo e farmaci – ha inviato una lettera a un’azienda produttrice di barrette di frutta secca, in cui si sosteneva che l’uso della parola “sano” sulle confezioni dei suoi prodotti rappresentasse una violazione (troppi grassi nelle mandorle). L’azienda ha risposto con una petizione firmata da diversi cittadini che chiedevano all’FDA di rivalutare la definizione del termine.

Riformulando le parole di Sukol: gli alimenti non sono sani, lo saremmo noi se mangiassimo cibo nutriente. Le parole hanno un peso, e quelle che usiamo per il cibo hanno un peso ancora maggiore. Le sottilette non possono essere definite formaggio, ma piuttosto “alimento a base di formaggio” o “prodotto a base di formaggio”. Le “patatine” in sacchetto dovrebbero essere chiamate “snack”. Oggi i prodotti alimentari confezionati possono essere etichettati quasi indiscriminatamente come “naturali” o “100% naturali” (e quale sarebbe la differenza, poi?). Una parola che crediamo di capire è “proteine”. Le proteine fanno bene, no? Fanno sviluppare muscoli forti, e hanno effetti positivi per la salute. È per questo che i “beveroni proteici” sono un business multi-miliardario. Gli affettati in genere, invece, non hanno una connotazione positiva in termini di salute perché crediamo abbiano un alto contenuto di grassi. Ma possono essere un veloce spuntino proteico.

Visto come è facile trasformare il linguaggio legato al cibo, non sorprende che i consumatori siano confusi. Sappiamo davvero cos’è la “carne separata meccanicamente”, un ingrediente comune negli hamburger di tacchino e würstel di pollo, resa popolare dal nostro amore per i prodotti con pochi grassi? «Sa che cos’è?», mi ha chiesto un proprietario di un negozio di alimentari. «In sostanza, sono carcasse di pollame buttate in una specie di centrifuga per insalata gigante». Tutto ciò che rimane nel cestello della centrifuga insieme alla carne – pezzi di cartilagine (proteine!), nervi (mi bastano i miei, grazie), vasi sanguigni, frammenti di ossa – viene raschiato via e aggiunto agli altri ingredienti. Un’altra parola critica in campo alimentare è “raffinato”. Di solito è usata in riferimento all’aspetto, a modi e gusti eleganti e colti, o a qualcosa privo di impurità. Eppure, il termine è stato usato dalle aziende alimentari per definire la farina di grano da cui sono eliminati l’endosperma e la crusca, e dove rimane solo amido puro, privo delle fibre, oli, ferro e vitamine che rendono il grano nutriente. Non è raffinato, «è svuotato», dice Sukol. «Farina svuotata da tutti gli elementi nutritivi che la rendono preziosa per il nostro corpo, ma che ne riducono la permanenza sugli scaffali». E dal momento che è stata svuotata, ora dobbiamo “arricchirla”. “Arricchita”: è una cosa buona, giusto? Aggiungere, migliorare. Le aziende alimentari aggiungono il ferro che hanno eliminato durante il processo di raffinazione, ma non in quantità sufficienti. «La farina raffinata era carente di vitamina B e ferro», racconta Sukol, «Quindi, ci hanno aggiunto vitamine e ferro. E come la definiscono? Arricchita. Peccato solo che fino agli anni Novanta si siano dimenticati di aggiungere l’acido folico e la vitamina B9». Secondo Sukol, però, non conosciamo gli effetti a lungo termine di queste aggiunte – per non parlare di digliceridi e solfati, combinati con la carenza di fibre – sul nostro metabolismo. Ad oggi, ha detto Sukol, ci sono stati casi di diabete e sindrome metabolica.

Saremo sani se mangiamo cibo nutriente. Il cibo può essere nutriente o non esserlo. Noi siamo sani o non sani. Se mangiamo cibo nutriente, potremmo migliorare il nostro stato di salute.
Non si tratta di un giudizio sulle vostre scelte alimentari. Se avete voglia di cibo spazzatura, fate pure: io lo adoravo da bambino. Ma cercate di essere informati su quello che mangiate. Comprate pure latte magro, se vi piace. Sappiate però cosa state mettendo nel vostro corpo e perché. Perché – e qui arriva il giudizio – grasso non è male. Stupido, è male. E finché non avremo informazioni più complete e un linguaggio condiviso chiaro per definire cosa mangiamo, scegliere in modo intelligente sarà sempre più difficile.

©The Washington Post 2016

lunedì 16 novembre 2015

Il pasto in busta: Joylent...



di Luca Sofri, 16 nov 2015

Anni passati a cercare di capire se c'era un approccio innovativo e originale nel giornalismo del Post, e alla fine l'abbiamo trovato


Quando nacque il Post, quasi sei anni fa, eravamo cinque: siamo cresciuti di numero nel tempo, ma abbiamo mantenuto un’abitudine complice a stare molto insieme, e per esempio andare quasi sempre a pranzo tutti insieme: quando in uno dei locali del quartiere, quando facendo la spesa e ricavando un angolo dove sbriciolare in redazione, quando su una panchina del parco.
Così era almeno fino a qualche mese fa, prima dell’estate.

Secondo alcune ricostruzioni è stato il crescente numero di persone e collaboratori occasionalmente in redazione a far saltare l’unanimità di menù: mettersi d’accordo in dieci-dodici diventa più complicato.
Secondo me, invece, è stato il Joylent. Quella del Post è infatti probabilmente la prima redazione giornalistica alimentata a Joylent. Anni passati a cercare di capire se c’era un approccio innovativo e originale nel giornalismo del Post – facciamo cose abbastanza tradizionali, cercando di farle bene – e alla fine l’abbiamo trovato: la prima redazione giornalistica alimentata a Joylent.


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È cominciato tutto quest’estate. In realtà avevamo discusso del Joylent – nella sua versione americana che si chiama Soylent – quando era stato raccontato in un lungo articolo del New Yorker del 2014 intitolato “La fine del cibo?“. Come il Post ha spiegato poi in un articolo di inizio agosto, il Soylent è 
un prodotto alimentare sostitutivo dei normali pasti. Il Soylent è una specie di beverone composto da acqua e sostanze nutrienti che con pochi sorsi soddisfa i bisogni nutrizionali ideali quotidiani di una persona.
Il Soylent è una bevanda formata da acqua e sostanze come carboidrati, zuccheri, proteine e grassi sciolti dentro. Secondo chi la produce – e anche la grandissima parte dei nutrizionisti interpellati – è un valido sostituto degli altri cibi: è stato pensato e progettato per soddisfare tutti i requisiti nutrizionali di una dieta sana.

Ad agosto la redazione milanese del Post si svuota un po': chi va in vacanza, chi lavora da luoghi alternativi, quest’anno a ferragosto in via Bertani erano in tre, tutti maschi, età tra i 24 e i 31. E hanno letto che in Olanda era stata commercializzata una versione europea del Soylent – il Joylent, appunto – che a differenza del prodotto americano poteva essere ordinato e spedito nei paesi europei.
Ad agosto anche il ciclo delle notizie rallenta, e chi resta al Post costruisce una più robusta solidarietà da sentinelle del baluardo desolato, e insomma uno di loro – ignoro chi – ha proposto di provare il Joylent: lo ordiniamo, e per una settimana ci nutriamo solo di quello. Vediamo come va.

Lo hanno fatto. Il racconto della loro esperienza è stato l’argomento di conversazione principale man mano che rientravano tutti dalle vacanze. 
Si erano fatti recapitare uno scatolone pieno di buste variopinte di polverine da sciogliere in acqua per ottenere i beveroni ai gusti cioccolato, banana, fragola o vaniglia. Cioccolato ha prevalso. Niente pranzo, niente cena, solo beverone. Reazioni diverse all’inizio, chi più convinto, chi più affamato, ma dopo una settimana tre su tre soddisfatti e abituati. Io l’ho assaggiato un giorno senza pregiudizi e sapeva di Nesquik ma più diluito: e ho lasciato perdere. Altri del Post hanno rifiutato indignati anche di assaggiarlo, esibendo un armamentario retorico di variazioni intorno al “dove andremo a finire” e “io non ce la farei mai”. Invece alcuni, soprattutto i più giovani, si sono lasciati tentare, e si sono uniti a un gruppo di cinque o sei che oggi si nutrono di Joylent con grande frequenza. Nuovi ordini, scatoloni di Joylent in cui inciampiamo spesso muovendoci in redazione, maledicendone i clienti come se fossero la setta di Guilty Remnants di Leftovers.

Perché?, direte voi.
Cito le risposte ricevute: perché solleva dall’impegno del pranzo, che non è ogni giorno un festoso baccanale di manicaretti, ma spesso una necessità di affamati da soddisfare con quel che si trova nei bar della zona; perché fa risparmiare tempo (non necessariamente reinvestito in lavoro: anche a fare una passeggiata nel parco, o persino una partita di pallone, qualche giorno fa); “perché mi nutro meglio di come farei col cibo solido e sono sazio senza quella sensazione di pesantezza di quando ci si alza da tavola”. E infine per una ragione non da poco per dei ventenni al primo stipendio, affitti da pagare e costi della vita milanesi: per risparmiare. 
Un pasto costa neanche due euro, meno di qualunque alternativa.



Il che apre riflessioni interessanti sugli usi che si potrebbero fare di prodotti di questo genere in regioni o situazioni con crisi o emergenze alimentari. 
“La fine del cibo”, insomma, non era un titolo così assurdo. E non stiamo parlando di futuri fantascientifici o americanate da Silicon Valley: credetemi, che son qui che pranzo da solo al giapponese.