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giovedì 5 luglio 2018

Il punto sulla direttiva europea sul copyright


A pochi giorni dalla sua approvazione da parte della Commissione giuridica del Parlamento europeo facciamo il punto sulla direttiva europea sul copyright

CC 4.0 International License / Saveyourinternet.eu 

di Niccolò Caranti25 giu 2018 

Alcuni giorni fa 70 “padri della rete” (fra cui il creatore del World Wide Web Tim Berners-Lee, il co-fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, etc.) hanno inviato una lettera al presidente del Parlamento europeo, l’italiano Antonio Tajani, per dire che la proposta di direttiva europea sul copyright minaccia internet per come la conosciamo.

La questione è tecnicamente complessa e probabilmente per questo ha ricevuto scarsa attenzione dai media generalisti. Proviamo quindi a capirla cominciando dall’inizio.

Storia

La storia inizia nel 2016 quando la Commissione europea ha proposto un pacchetto che includeva una proposta di direttiva sul copyright nell’ambito della Strategia europea per il Mercato unico digitale. Come prevede la procedura legislativa dell’Unione europea la proposta - avanzata dalla Commissione - è stata assegnata ad una commissione del Parlamento, in questo caso la Commissione giuridica. Il relatore è dal 2017 l’eurodeputato tedesco Axel Voss. Il 20 giugno 2018 la Commissione giuridica del Parlamento europeo ha votato la proposta di direttiva.

A questo punto il testo dovrà essere negoziato con il Consiglio dell’UE, che detiene il potere legislativo insieme al Parlamento. Sarà la plenaria del PE a decidere, fra il 3 e il 5 luglio, se questo negoziato dovrà essere condotto dalla Commissione giuridica o dal Parlamento stesso. Secondo EDRi , organizzazione europea per i diritti digitali, la negoziazione con il Consiglio potrebbe finire a ottobre, e a dicembre-gennaio ci potrebbe essere il voto finale dell’assemblea.

Critiche

Uno dei punti più controversi è l’art. 13 che - oltre a generare incertezza perché formulato in maniera poco chiara - prevede che le piattaforme online che ospitano grandi quantità di contenuti caricati dagli utenti debbano monitorare il comportamento degli utenti e filtrare i loro contribuiti per identificare e prevenire violazioni di copyright. L’articolo è stato soprannominato “macchina della censura” da alcuni contrari, come EDRi , Index on Censorship e la parlamentare europea del Partito Pirata Julia Reda .

Finora la Direttiva sul commercio elettronico prevede che le piattaforme che permettono agli utenti di caricare contenuti non siano responsabili di tali contenuti. Questo non significa che contenuti illegali possano rimanere online, ma che la piattaforma ha l’obbligo di rimuoverli a posteriori, e non di bloccarne e priori la pubblicazione.

La nuova normativa imporrebbe l’utilizzo di tecnologie di riconoscimento dei contenuti, che però sono costose e non infallibili. Il rischio quindi è che a parte poche grandi aziende, le altre piattaforme minori, i blog, i piccoli editori, etc. non siano in grado di far fronte a questa novità e potrebbero essere costrette a chiudere. In più si teme che questi algoritmi, ancora imperfetti, potrebbero bloccare anche contenuti legittimi.

La principale spinta che ha condotto all’attuale proposta sembra arrivare dall’industria musicale, che la vorrebbe vedere applicata a piattaforme come YouTube. Tuttavia, la nuova direttiva andrebbe a toccare anche altre siti, come Wikipedia, che è scritta dagli utenti. Secondo i critici, la libertà di internet diventerebbe una “libertà vigilata”. Inoltre, secondo il Max Planck Institute for Innovation and Competition ci sono anche dei dubbi sulla compatibilità con la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, in particolare con la protezione dei dati personali, la libertà di espressione e informazione, e la libertà d’impresa.

Altro punto controverso è l’art. 11, che prevederebbe che chi pubblica snippet (“frammenti”) di contenuto giornalistico online debba prima ottenere una licenza dall’editore. La norma, soprannominata “tassa sui link” si applicherebbe ad esempio a Google, Facebook, etc., che nell’anteprima di una pagina vi mostrano anche alcune righe di testo. Attualmente tutte le principali normative nazionali sul copyright prevedono che la citazione di brevi passaggi di un testo protetto sia libera.

C’è un precedente in Spagna: una legge del 2014 aveva introdotto una norma simile, che si sarebbe applicata in sostanza a Google News. Ma Google ha preferito chiudere il servizio (provate ad andare su news.google.es ). Da segnalare che all’ultimo momento gli editori dei giornali avevano provato - senza riuscirci - a impedire che il sito venisse chiuso , forse rendendosi conto che ci avrebbero rimesso anche loro. Una norma quindi che rischia di danneggiare tutti: siti/aggregatori che diventerebbero meno utili, lettori che perderebbero un servizio, giornali che invece di guadagnarci in royalties rischiano di perdere visitatori.

Difesa dei diritti digitali

Ma oltre a quello che c’è, il problema della direttiva è anche quello che manca.

La normativa sul copyright è inadeguata e ci sarebbe bisogno di modifiche. Fra le richieste, avanzate ad esempio da Wikimedia Italia , quella di una regolamentazione a livello europeo della “libertà di panorama ”: oggi in paesi come Francia e Italia non è possibile pubblicare liberamente fotografie di monumenti recenti e quindi protetti da diritto d’autore. Se andate a Parigi ad esempio fate attenzione se fate fotografie alla Torre Eiffel di notte: l’illuminazione è soggetta a diritto d’autore !

In più, anche se il nome completo della direttiva parla di “mercato unico digitale”, non viene fatto nulla per combattere l’attuale frammentazione delle leggi sul copyright dei 28 paesi membri dell'UE in modo da favorire effettivamente il mercato unico.

Contro la direttiva, attivisti e organizzazioni in difesa dei diritti digitali e per un sistema internet aperto, sono attivi da mesi. Save Your Internet, si concentra sull’eliminazione dell’art. 13 ed è sostenuta fra gli altri da organizzazioni come la Electronic Frontier Foundation, Creative Commons, Civil Liberties Union for Europe. La campagna Save the Link ha messo in piedi un sistema per contattare telefonicamente in modo gratuito i propri europarlamentari e spingerli a prendere posizione contro i punti critici della nuova direttiva. La Mozilla Foundation ha reso disponibile il servizio anche in italiano. Oltre alla società civile, forti critiche sono arrivate anche dai parlamentari stessi: a inizio giugno un centinaio di parlamentari europei in tutto lo spettro politico (ma quasi nessuno membro del Partito popolare europeo) in una lettera ha dichiarato la propria opposizione alla direttiva, in particolare all'articolo 11.

Per approfondire
Il Resource Centre per la libertà di stampa in Europa presenta alcune risorse per approfondire il tema del copyright e le implicazioni per gli utenti del web. Ad esempio, il report del Centre for Democracy and Law, analizza il tema nell’ottica della libertà di espressione, mentre un comunicato della European Federation of Journalists pone l’accento sulla tutela dei diritti d’autore dei giornalisti, soprattutto in relazione agli editori.
Il QuoteFinder , strumento creato nell'ambito del progetto EDJNet , permette di monitorare le parole chiave del dibattito parlamentare europeo su Twitter. Lo strumento permette di verificare quali europarlamentari discutono della direttiva copyright e come.

Questa pubblicazione/traduzione è stata prodotta nell'ambito del progetto Il parlamento dei diritti, cofinanziato dall'Unione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea.


domenica 10 giugno 2018

Un commento sulla situazione in Palestina...




di Chantal Meloni, giurista e studiosa di diritto penale internazionale, 16 mag 2018

Secondo i dati appena pubblicati dall’Onu, dal 30 marzo sono 104 i palestinesi che sono stati uccisi durante le manifestazioni a ridosso della barriera che circonda e imprigiona la Striscia di Gaza. Di questi, dodici erano minori, bambini. Altri dodici, inclusi due bambini, sono stati uccisi in altre circostanze correlate. 
L’impressionante numero di feriti si aggira intorno a 12.600, di cui la metà ricoverati in ospedale, tra cui molti mutilati in gravissime condizioni. Tra questi, il numero di persone che ha subito amputazioni (specie di una gamba) o la perdita di un arto, o ferite alla testa o al torace, è ancora imprecisato ma dai bollettini medici emergono dati scioccanti. Gli ospedali di Gaza chiamano la popolazione ad accorrere per donare il sangue.

Sordi a ogni richiamo, a ogni legge di umanità, prima ancora che ad ogni principio fondamentale di diritto internazionale e regole sull’uso della forza, i militari israeliani hanno innalzato il livello di violenza fino a portarlo a livelli inimmaginabili. Solo nella scorsa giornata di lunedì, 15 maggio, 60 persone di cui 8 bambini sono stati uccisi e quasi tremila feriti, oltre la metà colpiti direttamente da proiettili sparati dai cecchini israeliani.

Altri 166 Palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati feriti in manifestazioni tenutesi in Cisgiordania in commemorazione della Nakba, esacerbate dalla incommentabile, irresponsabile e illegale decisione di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Occorre ribadire chiaramente, di fronte a questi omicidi autorizzati ai massimi livelli, che in base al diritto internazionale l’uso della forza armata può essere giustificato solo per proteggere contro una minaccia letale o un grave pericolo imminente. Come invece documentato tra gli altri da Amnesty International – certamente non un’organizzazione che può essere considerata di parte in questo conflitto – “i militari israeliani hanno ucciso e mutilato manifestanti che non ponevano alcun pericolo per loro”.

Nel frattempo a causa del blocco imposto alla Striscia, Gaza è senza benzina, senza elettricità, senza acqua potabile, senza servizi di trattamento dei rifiuti, gli ospedali impossibilitati a lavorare, le scorte di emergenza quasi terminate. Nonostante tutto, il check point di Erez (che collega Gaza a Israele e dunque alla Cisgiordania e da lì alla Giordania e al resto del mondo) è rimasto ermeticamente chiuso. Rafah, il valico per l’Egitto, chiuso da mesi, è stato eccezionalmente aperto per i prossimi giorni e le autorità egiziane hanno permesso a 389 persone di lasciare Gaza per andare a curarsi, incluso (sembra ironico a scriversi) uno (su 12.600!) dei manifestanti feriti.

Osservo la crudeltà che va in scena a Gaza da lontano.

Sono qui all’Aia, in Olanda, da lunedì per partecipare all’annuale “Icc-Ngo roundtable” la tavola rotonda organizzata dalla Coalizione per la Corte penale internazionale che per una intera settimana mette a confronto e in dialogo le varie organizzazioni per i diritti umani con i funzionari della Corte penale internazionale, con la procuratrice in primis.

Quest’anno, ci sono circa 120 partecipanti tra gli esponenti delle Ong, internazionali e locali, dall’Uganda all’Afghanistan, daAmnesty International a Human Rights Watch. Io sono qui per conto del centro con cui collaboro a Berlino, Ecchr. Una piccola assemblea generale, variegata e colorata, informale ma molto composta e strutturata. Il nuovo edificio che ospita la Corte è davvero bello e imponente, comunica autorevolezza e serietà senza (troppo) intimidire.

Gaza è lontana, fisicamente migliaia di chilometri lontana, ma allo stesso tempo vicinissima. È inevitabile parlarne. L’attuale crisi non era tra le priorità all’ordine del giorno, fissato diverso tempo fa, ma non fa che riemergere. Riemerge negli interventi di organizzazioni come Amnesty International, nelle risposte della Procuratrice, nei discorsi a latere dei vari partecipanti. Le organizzazioni palestinesi purtroppo sono minimamente rappresentate.

I Gazani non possono muoversi e anche dalla Cisgiordania occupata il viaggio è davvero complicato. Al Haq ha un suo ufficio qui all’Aia e la giovane avvocatessa palestinese che rappresenta la più antica organizzazione per i diritti umani della Palestina è ammirevole per come riesce a gestire tanta pressione.

Il senso di sgomento è comune e condiviso. Lo sdegno enorme. La Corte sa di dovere fare la sua parte. La sensazione che la tanto attesa indagine sui crimini commessi in Palestina si avvicini è forte. Se sarà davvero così lo vedremo nei prossimi mesi. Le inimmaginabili pressioni politiche e i veti incrociati rendono talvolta il (de)corso della giustizia penale internazionale una penosa e lentissima camminata ad ostacoli. Ma siamo in molti ancora a crederci. E, del resto, quale sarebbe l’alternativa? Ancora violenza in risposta alla violenza? Come su piccola scala il diritto penale dovrebbe servire ad evitare la vendetta privata, su larga scala quello internazionale dovrebbe segnare il superamento dei conflitti (armati, dell’uso della forza militare. È un errore madornale continuare a fare sentire i Palestinesi indifesi, abbandonati a se stessi, quasi irrilevanti per gli organismi internazionali. L’attuale situazione non può che generare mostri. E su questo tutti dovremmo sentirci chiamati in causa.

Oggi Gaza si è fermata a piangere i suoi morti ed è stata una giornata relativamente tranquilla; tranquillissima anzi rispetto a quello che ci si attendeva nel giorno della commemorazione della Nakba, con decine di migliaia di manifestanti annunciati. Ma le manifestazioni andranno avanti.

Come mi scrive oggi Raji Sourani, il direttore del Palestinian centre for Human rights, da Gaza: “Siamo dalla parte giusta della Storia. Non abbandoneremo. Dignità e libertà sono troppo preziose per essere compromesse. Siamo le pietre della valle e nessuna forza o potere potrà portarci via da qui. Fino all’ultimo respiro noi resisteremo. Pace e amore da Gaza”.