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domenica 10 giugno 2018

Un commento sulla situazione in Palestina...




di Chantal Meloni, giurista e studiosa di diritto penale internazionale, 16 mag 2018

Secondo i dati appena pubblicati dall’Onu, dal 30 marzo sono 104 i palestinesi che sono stati uccisi durante le manifestazioni a ridosso della barriera che circonda e imprigiona la Striscia di Gaza. Di questi, dodici erano minori, bambini. Altri dodici, inclusi due bambini, sono stati uccisi in altre circostanze correlate. 
L’impressionante numero di feriti si aggira intorno a 12.600, di cui la metà ricoverati in ospedale, tra cui molti mutilati in gravissime condizioni. Tra questi, il numero di persone che ha subito amputazioni (specie di una gamba) o la perdita di un arto, o ferite alla testa o al torace, è ancora imprecisato ma dai bollettini medici emergono dati scioccanti. Gli ospedali di Gaza chiamano la popolazione ad accorrere per donare il sangue.

Sordi a ogni richiamo, a ogni legge di umanità, prima ancora che ad ogni principio fondamentale di diritto internazionale e regole sull’uso della forza, i militari israeliani hanno innalzato il livello di violenza fino a portarlo a livelli inimmaginabili. Solo nella scorsa giornata di lunedì, 15 maggio, 60 persone di cui 8 bambini sono stati uccisi e quasi tremila feriti, oltre la metà colpiti direttamente da proiettili sparati dai cecchini israeliani.

Altri 166 Palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati feriti in manifestazioni tenutesi in Cisgiordania in commemorazione della Nakba, esacerbate dalla incommentabile, irresponsabile e illegale decisione di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Occorre ribadire chiaramente, di fronte a questi omicidi autorizzati ai massimi livelli, che in base al diritto internazionale l’uso della forza armata può essere giustificato solo per proteggere contro una minaccia letale o un grave pericolo imminente. Come invece documentato tra gli altri da Amnesty International – certamente non un’organizzazione che può essere considerata di parte in questo conflitto – “i militari israeliani hanno ucciso e mutilato manifestanti che non ponevano alcun pericolo per loro”.

Nel frattempo a causa del blocco imposto alla Striscia, Gaza è senza benzina, senza elettricità, senza acqua potabile, senza servizi di trattamento dei rifiuti, gli ospedali impossibilitati a lavorare, le scorte di emergenza quasi terminate. Nonostante tutto, il check point di Erez (che collega Gaza a Israele e dunque alla Cisgiordania e da lì alla Giordania e al resto del mondo) è rimasto ermeticamente chiuso. Rafah, il valico per l’Egitto, chiuso da mesi, è stato eccezionalmente aperto per i prossimi giorni e le autorità egiziane hanno permesso a 389 persone di lasciare Gaza per andare a curarsi, incluso (sembra ironico a scriversi) uno (su 12.600!) dei manifestanti feriti.

Osservo la crudeltà che va in scena a Gaza da lontano.

Sono qui all’Aia, in Olanda, da lunedì per partecipare all’annuale “Icc-Ngo roundtable” la tavola rotonda organizzata dalla Coalizione per la Corte penale internazionale che per una intera settimana mette a confronto e in dialogo le varie organizzazioni per i diritti umani con i funzionari della Corte penale internazionale, con la procuratrice in primis.

Quest’anno, ci sono circa 120 partecipanti tra gli esponenti delle Ong, internazionali e locali, dall’Uganda all’Afghanistan, daAmnesty International a Human Rights Watch. Io sono qui per conto del centro con cui collaboro a Berlino, Ecchr. Una piccola assemblea generale, variegata e colorata, informale ma molto composta e strutturata. Il nuovo edificio che ospita la Corte è davvero bello e imponente, comunica autorevolezza e serietà senza (troppo) intimidire.

Gaza è lontana, fisicamente migliaia di chilometri lontana, ma allo stesso tempo vicinissima. È inevitabile parlarne. L’attuale crisi non era tra le priorità all’ordine del giorno, fissato diverso tempo fa, ma non fa che riemergere. Riemerge negli interventi di organizzazioni come Amnesty International, nelle risposte della Procuratrice, nei discorsi a latere dei vari partecipanti. Le organizzazioni palestinesi purtroppo sono minimamente rappresentate.

I Gazani non possono muoversi e anche dalla Cisgiordania occupata il viaggio è davvero complicato. Al Haq ha un suo ufficio qui all’Aia e la giovane avvocatessa palestinese che rappresenta la più antica organizzazione per i diritti umani della Palestina è ammirevole per come riesce a gestire tanta pressione.

Il senso di sgomento è comune e condiviso. Lo sdegno enorme. La Corte sa di dovere fare la sua parte. La sensazione che la tanto attesa indagine sui crimini commessi in Palestina si avvicini è forte. Se sarà davvero così lo vedremo nei prossimi mesi. Le inimmaginabili pressioni politiche e i veti incrociati rendono talvolta il (de)corso della giustizia penale internazionale una penosa e lentissima camminata ad ostacoli. Ma siamo in molti ancora a crederci. E, del resto, quale sarebbe l’alternativa? Ancora violenza in risposta alla violenza? Come su piccola scala il diritto penale dovrebbe servire ad evitare la vendetta privata, su larga scala quello internazionale dovrebbe segnare il superamento dei conflitti (armati, dell’uso della forza militare. È un errore madornale continuare a fare sentire i Palestinesi indifesi, abbandonati a se stessi, quasi irrilevanti per gli organismi internazionali. L’attuale situazione non può che generare mostri. E su questo tutti dovremmo sentirci chiamati in causa.

Oggi Gaza si è fermata a piangere i suoi morti ed è stata una giornata relativamente tranquilla; tranquillissima anzi rispetto a quello che ci si attendeva nel giorno della commemorazione della Nakba, con decine di migliaia di manifestanti annunciati. Ma le manifestazioni andranno avanti.

Come mi scrive oggi Raji Sourani, il direttore del Palestinian centre for Human rights, da Gaza: “Siamo dalla parte giusta della Storia. Non abbandoneremo. Dignità e libertà sono troppo preziose per essere compromesse. Siamo le pietre della valle e nessuna forza o potere potrà portarci via da qui. Fino all’ultimo respiro noi resisteremo. Pace e amore da Gaza”.

domenica 15 marzo 2015

I termini del conflitto israelo-palestinese



Hamas, Iron Dome e Protective Edge: tutto quello che c’è da sapere sulla crisi

di Francesca Paci, 13 lug 2014


Bombardamenti di Israele sulla Striscia di Gaza



Striscia di Gaza  
La parte di territorio palestinese che confina con Israele per 59 km e con l’Egitto per 13 km (è uno dei primi insediamenti umani della storia del mondo). Ha una popolazione di oltre 1,800 milioni stretta in 360 km quadrati (una delle maggiori densità del mondo), il 43% degli abitanti ha meno di 14 anni, ogni donna fa in media 4,5 figli, la disoccupazione è intorno al 50%. Dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 passò all’amministrazione egiziana, fu ripresa da Israele con la guerra del 1967 e tra il 1994 e il 1999 (dopo gli accordi di Oslo) fu trasferita formalmente sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Israele, che di fatto la occupava dal 1967, si è ritirato unilateralmente nel 2005 smantellando tutte le colonie e le infrastrutture ma mantenendo il controllo marittimo, aereo e quello dei valichi. Dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 2006 le frizioni con il gruppo rivale Fatah sono aumentate fino alla guerra fratricida del 2007 al termine della quale Fatah (il partito di Arafat alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese) è stato cacciato da Gaza che è rimasta nelle mani di Hamas. Da allora si ripetono vani tentativi di riconciliazione nazionale, l’ultimo è quello di poche settimane fa. 

Hamas (Harakat al-Muqāwama al-Islāmiyya, Movimento islamico di resistenza)  
Movimento palestinese fondato durante la prima intifada del 1987 dallo sceicco Yassin, da Abd al Aziz al Rantisi e Mahmud al Zahar anche grazie agli auspici di Israele che sperava così di indebolire l’Olp di Arafat. Nasce come braccio palestinese dei Fratelli Musulmani e cresce di importanza per la sua intransigenza rispetto a qualsiasi accordo con Israele (a partire da Oslo) fino a imporsi anche attraverso attentati kamikaze durante la seconda intifada del 2000. Come i Fratelli Musulmani Hamas lavora creando consenso con programmi sociali, il suo statuto prevede la cancellazione dello Stato d’Israele, ha vinto le elezioni politiche del 2006 (e quelle amministrative), dal 2007 è in controllo della Striscia di Gaza, è stato dichiarato organizzazione terroristica da Canada, Stati Uniti e Unione Europea. La sua leadership è divisa tra la diaspora, a capo della quale c’è Khaled Meshal (prima ospite di Damasco e poi dopo il 2011 riparato in Qatar), e i capi storici al governo a Gaza (che però da almeno un paio d’anni, e soprattutto dalla deposizione dell’amico presidente egiziano Morsi,controllano sempre meno la Striscia, infiammata dalla pressione di gruppi ancora più oltranzisti come la Jihad Islamica). Il suo braccio armato è le Brigate Ezzedin al Qassam . 

Fatah (in arabo “giovane”)  
è un’organizzazione fondata da Yasser Arafat nel 1959 all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Fino al 2006 è stata la maggiore organizzazione palestinese (grazie alla quale c’è un seggio palestinese alla Lega Araba), ma sin dagli anni Novanta, anche a causa della gestione corrotta del potere, vede la sua popolarità calare a favore di Hamas (che ha vinto le elezioni del 2006 provocando il blocco dei finanziamenti europei e di altre istituzioni al governo palestinese). 

Brigate dei Martiri al Aqsa  
gruppo militare palestinese vicino a Fatah (deriva dalla sua fazione Tanzim), emerso durante la seconda intifada del 2000. Dal 2002 le Brigate sono considerate organizzazione terroristica da Stati Uniti e Unione europea. 

Brigate Ezzedin al Qassam  
braccio armato di Hamas nato nel 1992 (anche contro Oslo) sotto la direzione dell’ingegnere Yahya Ayyash e messosi in luce tra il 1994 e il 2000 per il grande numero di attentati. Sono nella lista delle organizzazioni terroristiche di Unione europea, Stati Uniti, Australia e Regno Unito. 

Accordi di Oslo  
Gli Accordi di Oslo, siglati in Norvegia il 20 agosto 1993 e annunciati ufficialmente a Washington il 13 settembre 1993 alla presenza del presidente Bill Clinton e del premier israeliano Rabin, portano la firma di Yasser Arafat per conto dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e Shimon Peres per conto dello Stato d’Israele. Oslo corona un processo di incontri e intese segrete iniziate alla Conferenza di Madrid del 1991. 

Tunnel tra Gaza e l’Egitto  
Dopo il blocco imposto da Egitto e Israele a partire dal giugno 2007, la presa del potere di Hamas, l’economia della Striscia di Gaza ha iniziato a tracollare. L’Egitto (allora sotto Mubarak) e Israele hanno chiuso in gran parte le loro frontiere con muri di cemento e filo spinato e, sebbene Israele consenta l’ingresso di alcuni prodotti e di aiuti umanitari, il volume delle merci importate è diminuito notevolmente. Con il blocco è cominciata la costruzione di una rete di tunnel sotto la barriera che separa l’Egitto e Gaza, il corridoio Philadelphia passato dal controllo israeliano a quello dell’Autorità Palestinese a quello di Hamas, attraverso la quale è fiorito il contrabbando. La città di Rafah, al di sopra di tunnel, è prosperata negli anni grazie al commercio sotterraneo che ha visto prima l’importazione di generi alimentari e medicine e poi via via di tutto, macchine, trattori, motociclette, mogli, bestiame, armi. I tunnel arrivo fino a 15 metri di profondità e a 800 metri di lunghezza e sono di ampiezza variabile. Durante la guerra di Gaza del 2008-2009 i tunnel sono stati bersaglio dei raid aerei israeliani e si dice che alla fine dell’offensiva solo 150 degli allora 3.000 tunnel attivi fossero ancora funzionanti. Giorno dopo giorno i tunnel sono stati ricostruiti ed hanno continuato ad arricchire i proprietari e i supervisori di Hamas . Dopo la cacciata del presidente egiziano Morsi e il ritorno al Cairo dell’esercito l’offensiva contro i tunnel si è fatta durissima da parte egiziana (Hamas è considerato dai militari egiziani un alleato degli odiati Fratelli Musulmani) e l’attività si è molto ridotta (ma da lì sono continuati a passare soldi e armi dagli attori regionali interessati a Gaza, il Qatar, l’Iran, l’Arabia Saudita). 

Protective Edge (Margine di protezione)  
Il nome dell’operazione militare lanciata martedì scorso da Israele contro la Striscia di Gaza. Pare che sia il computer a “battezzare” gli interventi contro la parte di territori palestinesi controllata da Hamas che dopo il ritiro da Gaza nel 2005 si ripetono a cadenza regolare:  
28 giugno 2006 “Pioggia d’estate” (dopo il rapimento del soldato Ghilad Shalit),  
1/7 novembre 2006 “Nuvole d’autunno”,  
27 febbraio 2008 “Inverno caldo” (nel frattempo Hamas ha preso il controllo della Striscia e Israele ha dichiarato Gaza ’’entità ostile”),  
27 dicembre 2008 “Piombo fuso” (una delle più cruente, con circa 1400 palestinesi e 13 israeliani morti, i giornalisti vengono tenuti fuori da Gaza),  
14/21 novembre 2012 “Colonna di Nuvola” (iniziata dopo l’”omicidio mirato” del leader militare di Hamas Ahmed Jaabari e conclusasi con la mediazione dell’allora presidente egiziano Morsi)  

Iron Dome (scudo di acciaio)  
È un sistema di difesa molto sofisticato progettato dalla compagnia Rafael advanced defense systems nel 2011. Funziona 24 ore su 24 e in qualsiasi condizione atmosferica. Come? Attraverso dei radar Iron Dome intercetta i missili diretti verso zone molto popolate ne analizza la traiettoria e se costituisce una minaccia gli lancia contro un missile Tamir (ogni lancio di Tamir costa circa 60 mila dollari). Nel 2003 la Camera dei Rappresentanti Usa ha approvato un finanziamento di 205 milioni di dollari per lo sviluppo di Iron Dome. 

Omicidi mirati  
Secondo il diritto israeliano si tratta di assassini di persone ritenute responsabili di attacchi già avvenuti o imminenti ai danni di Israele, autorizzati quando si ritiene non esservi altro mezzo plausibile per fermare o arrestare quelle persone. Nel 2006 la Corte Suprema di Israele li ha giudicati ammissibili a determinate condizioni. Alcuni dei più noti omicidi mirati sono stati raccontati da Spielberg nel controverso (per Israele) film Munich. Tra i target maggiormente conosciuti ci sono il comandante di Hamas Ahmad Jaabari nel 2012, il leader del gruppo palestinese Settembre Nero Muhammad Yusuf al Najjar nel 1973, l’ingegnere di Hamas Yahya abd al Latif Ayyash nel 1996, una delle menti dell’attentato del 1972 a Monaco Ali Hasan Salama nel 1979, il capo spirituale di Hamas sceicco Ahmed Yassin nel 2004. 

lunedì 4 agosto 2014

Per cercare di comprendere meglio l'attuale situazione critica in Palestina...



Di Stefano Consiglio, 1 ago 2014

Da ben 25 giorni Israele e Palestina stanno combattendo l'ennesimo conflitto che li vede contrapposti. In questo contesto, in cui la Striscia di Gaza è continuamente bombardata dall'aviazione israeliana, una domanda sorge spontanea: come funziona l'economia palestinese? Con quattro semplici quesiti cercheremo di rispondere a questo interrogativo.

1) Quanto è esteso il territorio della Palestina?

Per comprendere l'economia palestinese è necessario, anzitutto, stabilire quali territori debbano essere considerati parte della Palestina. Dal punto di vista giuridico la Palestina si qualifica come uno Stato dichiarato unilateralmente e non riconosciuto unanimemente a livello internazionale. 
La sua autonomia è stata rivendicata a seguito della dichiarazione dello Stato palestinese di Algeri del 15 novembre 1988 da parte dell'OLP. 
La sovranità dell'Autorità Nazionale Palestinese è stata riconosciuta di diritto a seguito degli Accordi di Oslo del 1993, tuttavia molti esperti di diritto internazionale dubitano della soggettività giuridica dello Stato palestinese. Ciò dipende da una serie di ragioni: anzitutto gli accordi di Oslo non hanno mai trovato piena attuazione. 
In secondo luogo i territori concessi all'ANP sono soggetti al controllo delle forze militari israeliane. 
L'ANP, infine, ha lo status di osservatore e non di membro presso l'Assemblea generale dell'Onu.


Detto questo, e prendendo come punto di riferimento gli accordi di Oslo del 1993, lo Stato palestinese comprende i territori della Cisgiordania (in inglese West Bank) e della Striscia di Gaza.



Una mappa raffigurante i territori di Israele e Palestina.
Una mappa raffigurante i territori di Israele e Palestina 
(Wikimedia Commons, PD)

La Striscia di Gaza è stata occupata nel 2007 dalle milizie di Hamas, uscite vincitrici alle elezioni politiche del 2006 con il 43% dei voti. 

In quel momento si creò una frattura tra l'Autorità Nazionale Palestinese, riconosciuta a livello internazionale come unica guida politica della Palestina, e Hamas. 
Nonostante la recente riconciliazione, realizzatasi nell'aprile del 2014 grazie ad uno storico accordo tra Abu Mazen e i leader di Hamas, la situazione di questi due territori appare assai differente sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista economico. 
Per questo motivo è utile, quando si parla di economia palestinese, distinguere la situazione esistente in Cisgiordania dalla politica economica seguita nella Striscia di Gaza.


2) Come funziona l'economia della Cisgiordania?

La situazione economica esistente in Cisgiordania dipende da una serie di fattori, interni ed esterni, la cui analisi disgiunta ne faciliterà la comprensione.

I rapporti con Israele. 
È bene ricordare che gran parte della Cisgiordania è occupata da Israele, che ha invaso queste terre durante la guerra dei sei giorni del 1967. 
A seguito degli accordi di Oslo del 1993, lo Stato di Israele ha diviso la Cisgiordania in tre settori: l'area A, che corrisponde al 17% di territorio della Cisgiordania; l'area B, equivalente al 24%; l'area C, la più estesa, che copre il 59% dei territori di questa regione. 
È importante sottolineare che il 96% dei palestinesi vive nelle aree A e B, mentre l'area C è occupata quasi totalmente da coloni israeliani. 
Questa divisione è importante non soltanto da un punto di vista politico-amministrativo ma anche considerando le connesse implicazioni economiche. Le parti A e B, infatti, corrispondono a territori poveri di risorse naturali a differenza dell'area C, che avendo accesso al Mar Morto, offre ottime opportunità sia nel settore dell'estrazione mineraria sia in quello del turismo. Secondo un recente studio compiuto dalla World Bank, 3,4 miliardi di dollari potrebbero essere aggiunti all'economia della Cisgiordania qualora alla popolazione palestinese fosse garantito il pieno controllo dell'area C.
La situazione in Cisgiordania è ulteriormente complicata dalla così detta barriera di separazione israeliana, un muro lungo circa 700 km che separa la Cisgiordania dallo Stato di Israele. Il tracciato di questa barriera è irregolare, per questo motivo diversi palestinesi hanno visto la loro proprietà bloccata al di là del muro. Gli agricoltori che utilizzavano queste terre per il loro sostentamento, sono stati costretti a chiedere un'autorizzazione al Governo Israeliano, la cui disponibilità a rilasciare visti sembra assottigliarsi con il passare del tempo. Nella città di Akaba, ad esempio, nel 2011 gli israeliani hanno rilasciato il 49% dei permessi richiesti, mentre nel 2012 tale valore è sceso al 20% .
Quanto detto non deve far dimenticare, tuttavia, che circa 87mila palestinesi che vivono in Cisgiordania, su un totale di circa 2 milioni di abitanti, lavorano per Israele. La manodopera palestinese è utilizzata nei settori delle costruzioni, della manifattura e nel settore agricolo. Secondo un sondaggio compiuto dalla Palestinian General Federation of Trade Unions, tuttavia, i lavoratori palestinesi ricevono una paga nettamente inferiore rispetto ai loro omologhi israeliani e il 65% di essi viene utilizzato per lavori pericolosi, in particolare mansioni che li espongono a gas tossici.

I principali settori economici. 
Nonostante il fatto che le autorità palestinesi controllino solamente il 41% del territorio della Cisgiordania, i lavoratori della Palestina sono attivi in diversi settori tra cui il più importante è quello agricolo. 
Secondo i dati forniti dal Council for European Palestinian Relations, il settore agricolo impiega in modo regolare il 13,4% dei palestinesi, un dato che sale al 90% se aggiungiamo i lavoratori assunti illegalmente. Questo settore, sebbene rimanga ancora la principale fonte di occupazione per la popolazione palestinese, è fortemente in declino.
Una serie di concause stanno determinando il collasso dell'agricoltura, tra cui l'occupazione militare delle terre da parte di Israele, la divisione della Cisgiordania , la creazione della barriera di protezione e, infine, la carenza di acqua. 
La quasi totalità delle risorse idriche del paese, consistenti essenzialmente nel fiume Giordano e nella falda acquifera che passa sotto Israele e Cisgiordania, vengono infatti controllate da Israele. Ciò, ovviamente, ha un chiaro effetto sugli agricoltori palestinesi, sovente costretti ad acquistare l'acqua da Israele a prezzi decisamente maggiorati. L'enorme consumo di acqua da parte di Israele, inoltre, sta riducendo il livello della falda acquifera, il che a sua volta sta determinando l'infiltrazione di acqua salmastra, estremamente dannosa per i raccolti. 


Il settore turistico in Cisgiordania è stato fiorente fino all'occupazione militare del 1967. Negli anni successivi vi è stato un costante declino che si è tuttavia interrotto con gli accordi di Oslo del 1993. Quando nel 2000 è esplosa la seconda intifada questo settore ha subito un crollo pari al 90% da cui la regione si è lentamente ripresa nel corso degli anni.
Oggi la Cisgiordania ospita siti turistici importanti come Betlemme e Gerico, visitati ogni anno da milioni di turisti e pellegrini. Il numero di turisti ha registrato, negli ultimi anni, un trend positivo. Nel 2010, infatti, 4,6 milioni di persone avevano visitato i territori palestinesi contro le 2,6 milioni di persone del 2009.
Occorre tuttavia precisare che la maggior parte di questi visitatori si reca nei territori palestinesi della Cisgiordania solamente per una breve visita, scegliendo di risiedere all'interno di strutture israeliane. Le autorità palestinesi e il ministro del Turismo israeliano hanno cercato di cooperare onde incentivare il turismo in Cisgiordania, ma senza successo. L'attuale conflitto, infine, sta assestando un duro colpo al settore turistico. Dal 23 luglio, infatti, le principali compagnie aeree europee e americane hanno sospeso i voli diretti a Tel Aviv. 
L'industria manifatturiera e tessile è, anch'essa, diffusa in tutta la Cisgiordania dove vengono venduti oggetti di ceramica, vetro, legno di olivo, varie tipologie di tessuti e, infine, la pietra, ricavata attraverso processi di estrazione e rifinitura portati avanti dalle circa 650 aziende operanti nella regione. 

Gli aiuti internazionali
L'economia palestinese dipende fortemente dagli aiuti economici internazionali. Ciò è stato ampiamente dimostrato nel 2013 quando il PIL della Palestina è precipitato a causa di una netta diminuzione negli aiuti umanitari forniti dagli Stati Uniti. Ad oggi gli USA rimangono i principali finanziatori della Palestina, seguiti da Unione Europea, Regno Unito, Svezia, Germania e Francia.
È interessante notare che gli Stati Uniti sono anche i principali finanziatori di Israele, a cui fornisce 3 miliardi di dollari l'anno in finanziamenti diretti. Gli aiuti internazionali corrispondono a circa il 30% del PIL palestinese, e vengono utilizzati dall'Autorità Nazionale Palestinese anche per pagare i suoi circa 140 mila dipendenti. Questi finanziamenti, che hanno un valore annuale che si aggira intorno ai 2 miliardi di dollari, garantiscono servizi essenziali a circa metà della popolazione palestinese. 


Le autorità palestinesi.
Secondo i dati forniti dalla Coalition for Integrity and Accountability, un'organizzazione palestinese che si occupa di verificare il livello di corruzione degli organi di Governo, questo fenomeno è assai diffuso nelle istituzioni palestinesi. Secondo un sondaggio compiuto nel 2012, il 40% degli abitanti della Palestina ha ammesso di aver corrotto dei funzionari pubblici allo scopo di ottenere servizi necessari per se o per la propria famiglia.
Diverse aziende farmaceutiche vendono ai palestinesi farmaci o alimenti scaduti, che vengono tuttavia accettati dalla bisognosa popolazione palestinese rendendo molto difficile l'identificazione di questi episodi. L'evasione fiscale, infine, è incredibilmente elevata. Secondo i dati forniti da questa organizzazione, tale fenomeno avrebbe un valore pari al 40% delle entrate complessive ottenute dal Governo palestinese grazie alla tassazione. 

3) Qual è la situazione economica nella Striscia di Gaza?

Se la situazione economica esistente in Cisgiordania appare complicata, nella Striscia di Gaza la popolazione sta letteralmente lottando per sopravvivere. Anche prima dell'ultimo attacco lanciato da Israele contro la Striscia, che ha causato finora 1456 morti tra la popolazione palestinese, l'economia di questa regione era caratterizzata da una flessione negativa.
A partire dal giugno del 2007, cioè dall'occupazione della Striscia di Gaza da parte di Hamas, Egitto e Israele hanno imposto un embargo strenuamente supportato dagli Stati Uniti. Le Nazioni Unite invece, pur condannando la conquista della Striscia da parte di Hamas, hanno ripetutamente criticato questo embargo, sostenendo che esso non trova alcuna conferma nelle risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza, in primis nella risoluzione 1860 del 2009. Per cercare di aggirare questo blocco economico, una serie di tunnel sono stati costruiti da Hamas allo scopo di collegare la Striscia di Gaza con l'Egitto, corridoio di ingresso di armi, medicinali e viveri, molti dei quali provenienti dall'Iran.


Allo stato attuale circa l'85% della popolazione della Striscia di Gaza vive al di sotto della soglia di povertà. 
Questo territorio ha una popolazione complessiva di circa un milione e seicentomila abitanti, concentrati maggiormente nella città di Gaza, situata nella parte nord orientale della Striscia. Prima dell'imposizione dell'embargo, circa 25 mila abitanti della Striscia di Gaza si recavano ogni giorno in territorio israeliano per lavorare. 
Il settore turistico era in sviluppo così come il settore agricolo e quello manifatturiero, nonostante la produzione economica avesse subito una battuta d'arresto tra 1992 e il 1996. 


Attualmente il blocco economico imposto sulla Striscia di Gaza, unitamente alla chiusura delle frontiere con Israele, impediscono alla popolazione Palestinese di prestare i propri servizi all'interno dei territori israeliani. 
L'agricoltura è anch'essa in declino a causa del forte inquinamento, nella sovrappopolazione e della scarsità d'acqua il cui controllo, come detto in precedenza, è saldamente nelle mani dei politici israeliani.
Il settore turistico è praticamente inesistente, gli alberghi attualmente presenti a Gaza vengono utilizzati quasi esclusivamente da giornalisti, operatori ONU o membri di altre organizzazioni nazionali o internazionali. La decisione dell'Egitto di chiudere le numerose gallerie che collegano la Striscia di Gaza con il Sinai sta incrementando ulteriormente la povertà già ampiamente diffusa tra la popolazione palestinese. I prezzi dei prodotti contrabbandati attraverso i tunnel non fanno che aumentare, tanto che un sacco di farina può costare anche più di 60 dollari. 

4) Esiste qualcosa in comune tra Israele e Palestina?

Le differenze esistenti tra l'economia israeliana e quella Palestinese sono enormi. Basti pensare che il PIL pro capite di Israele è pari a circa 32 mila dollari mentre quello della Palestina è di 1200 dollari. Il tasso di disoccupazione di Israele è pari al 6,9% contro il 26,2% dello Stato palestinese.
Esiste dunque qualcosa che questi due popoli hanno in comune? la risposta è sì: la moneta. Sia palestinesi che israeliani, infatti, utilizzano il Nuovo Siclo Israeliano (abbreviato in NIS, sigla di New Israeli Shekel ). Il problema è che anche la valuta, condivisa da questi due popoli, non fa altro che peggiorare la situazione economica palestinese.
Questa moneta, infatti, viene emessa esclusivamente dalla Banca Centrale Israeliana, relegando la Palestina in uno Stato di totale dipendenza economica. L'uso del NIS da parte della popolazione palestinese è stato ufficializzato con il protocollo economico firmato a Parigi nel 1994. Questo documento ha garantito un totale controllo di Israele sull'economia palestinese, attraverso la regolamentazione di tutte le esportazioni e importazioni.
Il governo di Tel Aviv, infatti, ha il potere di stabilire i documenti necessari al transito delle merci, l'entità delle tasse doganali e ogni altra procedura da seguire. In questo modo Israele facilita il transito dei propri prodotti all'interno dei territori palestinesi, obbligando la popolazione locale ad acquistarli. Secondo Basel Natsheh, professore di economia all'Università di Hebron, l'80% della frutta e della verdura mangiata dai palestinesi proviene da Israele o da colonie israeliane.


La condivisione di una moneta, che dovrebbe simbolicamente rappresentare l'unione di popoli, è stata dunque trasformata in un meccanismo di controllo. Auspicando una rapida cessazione del conflitto attualmente in corso, qualunque negoziato di pace tra Palestina e Israele dovrà andare ben oltre gli accordi siglati a Parigi nel 1994.  Sia che venga seguita la così detta "soluzione dei due Stati" sia che si adottino nuovi modelli, la predisposizione di obiettivi e ideali comuni è l'unica strada possibile se si vuole finalmente giungere alla pace.



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