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mercoledì 24 luglio 2019

Il mistero del leonardesco "Salvador Mundi"...



di John Burger, 18 lug 2019 

Venduto due anni fa per 450 milioni di dollari, da allora non se ne è più saputo niente




L’ultima volta che il dipinto di Leonardo da Vinci noto come Salvator Mundi è stato visto in pubblico è stata nel novembre 2017, quando è stato venduto all’asta per 450 milioni di dollari. L’acquirente è stato identificato come il principe Bader bin Abdullah bin Farhan Al Saud dell’Arabia Saudita, 32 anni, e in seguito è stato rivelato che aveva agito a nome del principe ereditario Mohammed bin Salman. 
Il dipinto è stato apparentemente acquistato per conto del museo Louvre di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti.

Il museo ha detto che progettava di esporre il dipinto nel settembre 2018, ma poi ha rimandato tutto senza fornire spiegazioni, e non ha rivelato dove si trovi l’opera o i progetti per il futuro. Gli esperti credono che il dipinto sia custodito a Ginevra, in un magazzino segreto esente da imposte. 
Alcuni sostengono anche che si trovi sullo yacht privato di Muhammad bin Salman. 

Nessuno sembra sapere perché il nuovo proprietario non offra spiegazioni. 
Il Salvator Mundi è circondato da un alone di mistero, come la più famosa Gioconda. 

Prosegue poi il dibattito sul fatto che l’opera sia stata davvero realizzata da Leonardo, e se è così perché sia stata restaurata e se il restauro nasconda qualcosa di significativo sul lavoro del genio. 

Del Salvator Mundi, che si ritiene sia stato dipinto per il re Luigi XII di Francia ed è stato posseduto dai re Carlo I e Carlo II, si sono perse le tracce per anni. 
Quando è ricomparso era gravemente danneggiato. Il quotidiano Guardian ha pubblicato un’immagine ad alta definizione di quando è stato restaurato dall’artista Dianne Dwyer Modestini. 

La CNN ha sottolineato che buona parte delle speculazioni sul motivo per cui il dipinto è rimasto nascosto si concentra sulla sua attribuzione. 
Per secoli, afferma la CNN, si è pensato che il Salvator Mundi fosse un’opera di uno degli assistenti di Leonardo o una copia. 
Quando i commercianti d’arte Robert Simon e Alexander Parrish, che lo hanno acquistato nel 2005 per meno di 10.000 dollari, lo hanno portato alla Modestini, era fortemente ritoccato. Nel 2011 la National Gallery lo ha incluso in un’esposizione dei dipinti di Leonardo, ma solo dopo che un nucleo di esperti l’aveva attribuito con sicurezza al genio. 
C’erano buone argomentazioni per farlo, ha sottolineato la CNN:
 - l’abile rappresentazione della mano di Cristo, sollevata in atto benedicente;
 - la tecnica pittorica sfumata usata sul volto;
 - l’uso di pigmenti e pannelli coerenti con l’opera del grande maestro. 

E poi c’è stato il “pentimento”, termine usato dagli storici dell’arte che indica un ripensamento. In questo caso ha riguardato il pollice della mano destra di Cristo. 
La Modestini aveva scoperto due pollici in uno. Apparentemente, l’artista l’aveva dipinta nuovamente in modo diverso. 
Per alcuni esperti è la conferma che si tratti di un lavoro originale di Leonardo, perché non c’è motivo per cui una persona che l’aveva copiata dovesse avere un ripensamento. 

Il dipinto è stato rivenduto nel 2013 per 80 milioni di dollari, e tre anni dopo per 400 milioni più 50 milioni di tasse – il prezzo più alto mai pagato per un’opera d’arte. 

Vari esperti teorizzano che Leonardo abbia lavorato al dipinto ma poco, e che per la maggior parte sia opera dei suoi assistenti. 
Se fosse così, il suo valore potrebbe essere di appena 1,5 milioni di dollari, secondo il critico Ben Lewis, autore del libro The Last Leonardo, uscito da poco e in cui specula che i proprietari attuali possano tenere l’opera lontana dal pubblico per evitare un ulteriore esame. 

Per Lewis, il Salvator Mundi è “il più bel punto interrogativo che sia mai stato dipinto”.

domenica 15 luglio 2018

Una impietosa analisi sul ruolo di Roma Capitale, in confronto a Milano...



Servizi scadenti, incuria, crescita culturale e creatività urbana ridotte a zero: la “città eterna” non regge più il confronto

di Raffaele Simone, 10 gen 2017

Roma è davvero (come diceva Cavour) «necessaria all’Italia»? 
E se invece ci decidessimo a portare la capitale a Milano? Il tema è antico, e non sempre sono state le menti più scelte a sollevarlo. Ma da qualche tempo è impossibile eluderlo. La catastrofe dell’amministrazione di Virginia Raggi, la voragine del debito e l’indegno abbandono in cui la Capitale versa da anni rendono inevitabile quella domanda.

Del resto, gli indicatori della Capitale sono ormai tutti in picchiata. Qualche settimana fa una ricerca ItaliaOggi-La Sapienza sulla qualità della vita nelle grandi città italiane ha declassato Roma all’ottantottesimo posto, dal già poco onorevole 69esimo dell’anno scorso. Pochi giorni dopo un’indagine analoga del Sole24Ore ha rincarato la dose: la prima città in Italia è Aosta, Roma la tredicesima, anche stavolta con una perdita di diverse posizioni. Non stiamo a chiederci come e perché le due classifiche siano così diverse. Quel che conta è che in quella del Sole la seconda della lista è… Milano.

Beffardo e feroce, il Corriere della sera ha girato il coltello nella piaga pescando un’icona ancora più bruciante: ha confrontato, con tanto di foto, le decorazioni natalizie della capitale con quelle di Milano. Che Roma a Natale fosse buia e dimessa fino allo squallore lo sapevamo da sempre, ma il confronto è umiliante: fantasia di disegno e di colori, vivacità di luci contro mestizia, banalità e micragna.

Classifiche o non classifiche, però, sta di fatto che Roma stride in modo cocente non solo con una quantità di capoluoghi italiani, ma con tutte le capitali dell’Europa occidentale, e anche centrale. E stride per quella che, col gergo dei meteorologi, si direbbe la sua “vivibilità percepita”, che se ne infischia di indicatori numerici e dice solo come si sente il cittadino che vive qui. Basta una visita mordi-e-fuggi a Praga e a Varsavia, e a Lisbona, per non parlare di Parigi, Berlino, Stoccolma, Madrid o Ginevra, per tornare increduli e frastornati dal vertiginoso crepaccio.

Non parlo solo di quel che salta agli occhi: pulizia (a Roma nulla da anni), polizia urbana (poca, inefficiente e villana), cura del verde (zero), trasporti pubblici (catastrofici), traffico (indisciplinato fino alla malvagità: il maggior numero di pedoni ammazzati all’anno), commercio abusivo (senza freno), finitura generale dell’habitat (pessima a Roma: buche, marciapiedi rotti, scritte sui muri, segnaletica scarsa, strutture in abbandono, orologi fermi, erbacce ovunque), intelligenza commerciale (scarsissima a Roma: decine di negozi uguali l’uno accanto all’altro), rispetto degli anziani e dei bambini (bassissimo) e così via. Da qualche tempo cresce anche la varietà di tipi inquietanti (ingrediente non riducibile in percentuali, ma cruciale per la vivibilità), di accattoni organizzati, di mariuoli in trasferta: da una giratina alla stazione Termini o, ancora meglio, alla Metro Flaminio o alla Stazione Anagnina si può tornare a casa coi brividi addosso.

È ancora peggio se guardiamo alle cose meno appariscenti. Ad esempio, Roma è una delle poche capitali al mondo senza impianti sportivi comunali. Esiste un assessorato allo sport, ma non si capisce cosa faccia. I ragazzi giocano a pallone per strada; chi vuole una piscina, una palestra, un corso di sport, deve cercare tra i privati. Chi vuole musica, può trovarla in due o tre teatri al massimo, tutti raccolti nella zona centrale, uno solo dei quali (quello di Renzo Piano) davvero presentabile.

C’è poi un altro livello: la creatività urbana, le invenzioni escogitate per rendere ai cittadini la vita più facile e magari anche un po’ più divertente. Qui le città francesi, inglesi, spagnole, tedesche non vincono, ma stravincono. È in Francia che hanno inventato le biciclette a noleggio, le automobili elettriche, le spiagge sul fiume, le piscine pubbliche di design (a Parigi ce n’è perfino una che flotta sulla Senna), la metropolitana senza pilota, i mototaxi, il decoro urbano sempre reinventato. Roma, da anni gemellata senza merito con Parigi, ha copiato qualcosina, ma mestamente: le biciclette a nolo, riprese dalla ville-lumière, sono state tutte rubate, senza dire che usarle in città era quasi impossibile (piste riservate poche e malmesse, rispetto per i ciclisti nullo). A Roma il comune ha inventato un car sharing complicato, raro e antipatico, a cui è perfino laborioso iscriversi. È stato battuto in un batter d’occhio da due delle poche invenzioni che in questa città rendano il cittadino più felice, Enjoy e Car2Go, ovviamente private. E quanto alle architetture pubbliche, la discussa Nuvola dell’Eur non basta a reggere il confronto con la magnifica Fondazione Feltrinelli a Milano.

Ma dove si sente davvero pianto e stridor di denti è il Mondo Tre (come lo chiamava Popper), quello della cultura, dell’entertainment, o come altro volete chiamarlo. Si tratta, ovviamente, di business, non di opere benefiche; quindi di cose che, se ben fatte, potrebbero rendere ricco chi le promuove. Le invenzioni comunali a Milano si moltiplicano, a Roma sono prossime allo zero. La nuova giunta ha ribattezzato l’assessorato alla cultura, intitolandolo (chissà perché) alla “Crescita culturale”, ma in città non cresce niente. Non si può mettere il deserto Macro, le tristi Case del jazz, della traduzione e del cinema a petto del milanese Museo del Novecento, la romana Galleria Civica di arte moderna (ignota ai più) a confronto con la milanese Fondazione Prada; tra i musei comunali solo i Capitolini (fondati però nel 1734!) sono frequentabili. Ci sono anche indecifrabili crisi di personale: il Maxxi, la (mesta) Festa del Cinema, l’Auditorium Parco della Musica sono diretti da stranieri, che della città non sanno nulla. Roma non è dunque in grado di esprimere dirigenti culturali? Allo stesso modo, non è in grado di esprimere dirigenti politici: i capi delle municipalizzate e gli assessori della scombiccherata giunta Cinque Stelle sono stati raccattati qua e là: in Veneto, Campania, Lombardia…

Che cosa è successo nella Capitale? I ricchi di Milano contribuiscono allo sviluppo della città (vedi Fondazioni Feltrinelli e Prada), quelli di Roma alla speculazione edilizia. Perché a Roma non c’è una Fondazione Caltagirone? Dov’è finita la borghesia colta? Dove sono i giovani creativi? Insomma, di cosa è capitale la Capitale? Della Grande Bellezza? Macché. Ormai, si direbbe, della politica e della burocrazia, del commercio indisciplinato e abusivo, dei palazzinari e soprattutto dell’incuria.

Se è così, che si aspetta? Coraggio: a Milano, a Milano!

venerdì 7 ottobre 2016

La competitività in Italia che non cresce...



di Vittorio Da Rold, 27 set 2016

Il punteggio della competitività italiana nel consueto rapporto del World Economic Forum è migliorato, ma più lentamente rispetto ad altri, e per questo l’Italia scivola di una posizione nella classifica generale al 44esimo posto rispetto al 43esimo dell’anno scorso. A pesare di più è l’elevato grado di tassazione, la debolezza dei mercati finanziari (banche in particolare) e del lavoro e una digitalizzazione ancora poco diffusa.

È il giudizio del Global Competitiveness Report 2016-2017 dell'organizzazione di Ginevra, che conferma Svizzera, Singapore e Usa nei primi tre posti della classifica mondiale e mette in guardia sulle prospettive globali nell'era della Brexit e dei grandi trattati di liberalizzazione commerciale finiti nel congelatore: «Il calo dell'apertura delle economie a livello globale sta minacciando la crescita», ha avvertito il fondatore e presidente esecutivo del Wef , Klaus Schwab. E i maxi-interventi monetari, dal Giappone all'Europa agli Usa, non riescono a sostenere la crescita senza riforme.

«La competitività dell'Italia è migliorata ma più lentamente degli altri», e così il Paese «scivola di un posto ed è 44esimo» scalzato dalla Russia di Vladimir Putin. Il rapporto annuale sulla competitività vede nella crisi delle banche il principale tallone d'Achille italiano: le riforme hanno migliorato la situazione, ma pesano la burocrazia, la fuga dei talenti e i tempi lunghi necessari perché funzioni il jobs act.

La fotografia del Wef in sintesi per la situazione italiana è la seguente:

  • l’Italia ottiene il miglior punteggio di sempre e piano piano sta chiudendo il gap con le altre principali economie europee; a differenza di Spagna e Francia, il livello di competitività italiano è al di sopra del livello pre-crisi economica del 2007;
  • Tuttavia, altri Paesi emergenti stanno facendo meglio, come l'India, causando il calo di una posizione nel ranking. (succede anche alla Germania, che perde anch’essa una posizione in classifica generale);
  • come è cambiata la competitività italiana negli ultimi 10 anni? Innovazione e infrastrutture in miglioramento, finanza in peggioramento. Mercato del lavoro ed efficienza delle istituzioni in crescita negli ultimi due anni (grazie alle riforme del governo Renzi, dice il Wef).

«L’implementazione delle riforme negli ultimi anni ha migliorato la competitività per le imprese - si legge nel report - ma la corruzione (+14), ai fini delle prestazioni del settore pubblico rimane ancora elevata, con la burocrazia troppo pervasiva e un sistema giudiziario altamente inefficiente». Il mercato del lavoro in Italia, sempre secondo il Wef, è diventato più efficiente, licenziamenti e assuzioni sono diventati più flessibili mentre la contrattazione sui salari è stata decentrata. Tutte queste riforme, secondo gli esperti del think tank ginevrino, richiederanno tempo per dispiegare i loro effetti, mentre serviranno più relazioni cooperative e meno conflittuali tra datori di lavoro e dipendenti.

Nel frattempo l'Italia continua a sperperare le sue risorse: nel sud del paese solo una donna su tre lavora (dati Istat), il tasso di occupazione femminile nell’Italia meridionale era pari al 30,6 per cento (nel 2015), mentre la riforma al sistema pensionistico introdotta nel 2012, anche se necessaria, ha bloccato ulteriormente il mercato del lavoro ai giovani.



Ma è lo sviluppo del sistema finanziario (nell’accesso al credito l’Italia è 122esima su 138) il vero anello debole del nostro Paese: il settore bancario è carico di crediti in sofferenza, e alcune istituzioni necessitano di ricapitalizzazioni. Recenti scandali bancari hanno ulteriormente ridotto la fiducia dei risparmiatori, mentre alcune questioni cruciali, tra cui il forte legame con le fondazioni locali, sono state portate a soluzione dal governo solo parzialmente.
























L’Italia ha rafforzato la sua posizione macroeconomica, ma il debito pubblico resta ancora elevato anche a causa della bassa inflazione. Il rapporto ricorda, infine, che «l'innovazione e la sofisticazione del business rimangono tra i punti di forza dell'economia e l'Italia ha continuato a migliorare la dimensione della preparazione digitale, come si vede nel Rapporto Mondiale del Forum'sGlobal Economic Information Technology 2016».

«C'è qualche segnale incoraggiante, come la maggiore efficienza del mercato del lavoro grazie alle riforme e anche i miglioramenti sul fronte dell'etica», osserva, Attilio Di Battista, economista del World Economic Forum. Ci vorrà tempo, comunque, prima che si vedano i pieni benefici delle riforme e serviranno anche relazioni più collaborative tra le parti sociali, rileva lo studio. Anche se è migliorata, secondo il Wef, la percezione delle aziende sulla corruzione, la performance della pubblica amministrazione resta scarsa, la burocrazia dilagante e il sistema giudiziario inefficiente (136mo, cioè terzultimo posto quanto a risoluzione di controversie). Bocciatura secca anche per gli sprechi nella spesa pubblica (130esimo posto).

Insomma ci salva la nostra creatività, ma ci frena la nostra poca capacità di affrontare nel tempo i nostri punti deboli di sistema, quali il debito, la burocrazia, l’imposizione fiscale eccessiva e la corruzione.