Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post

mercoledì 17 aprile 2019

Il cinema di fantascienza dopo il film "Matrix" (1999)





Era il 31 marzo del 1999 quando Matrix, il rivoluzionario film degli allora fratelli Wachowski cambiava per sempre la percezione del cinema fantascientifico.

di Giuseppe Grossi, 31 mar 2019

Matrix è ovunque, è intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L' avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.


Piovono rane, crollano palazzi, l'essere umano è ridotto a vegetale. Campi sterminati di corpi atrofizzati usati come pile per alimentare macchine senzienti.
Corre l'anno 1999 e il cinema sublima in modo più o meno inconscio l'avvento del nuovo millennio.
Un evento stimolante, che dietro la sua parvenza d'eccitazione nasconde inquietudini profonde come la Tana del Bianconiglio. E allora ecco le stranianti precipitazioni di Magnoliae lo spirito apocalittico di Fight Club. E poi lei: la disturbante allegoria dedicata alla presunta scissione tra l'Io reale e l'Io digitale profetizzata da quel capolavoro di Matrix.
Mentre lo spauracchio del Millenium Bug solletica timori collettivi, gli allora fratelli Wachowski si ispirano al Mito della Caverna di Platone per mettere in scena il binomio verità-virtuale in sala cyberpunk.

Da allora codici binari, pillole rosse e azzurre, occhiali da sole senza stanghette e abiti di pelle non saranno mai più gli stessi.
Piombato nell'immaginario collettivo con la stessa "grazia" di un meteorite, Matrix impatta nei nostri occhi con prepotenza strabiliante. Spaventa e affascina. Travolge e sconvolge.
Perfetto manifesto cinematografico del postmoderno e del postumanesimo, la distopica avventura di Neo supera la rigida dicotomia tra reale-virtuale per abbracciare un nuovo modo di concepire le nostre vite digitali. Non più off line contro on line, ma una rivoluzione raccontata da un film del 1999.
Dieci anni prima del boom dei social media, Matrix prevede il futuro attraverso un film profetico, lucido, leggibile a seconda del piano a cui lo spettatore preferisce scendere. Stratificato in più livelli di lettura, il cult delle sorelle Wachowski tanto trascinante nella sua scintillante veste di action movie quanto esistenziale quando rivela la sua profonda natura filosofica.


Succede tutto in un film che ridefinisce l'estetica e il peso iconico della fantascienza, costruendo una poderosa diga come fatto da Blade Runner tanti anni prima.
Perché c'è un prima e un dopoMatrix, un solco ben visibile nella storia del cinema.
Arrivano nelle sale americane il 31 marzo del 1999 (in Italia uscì a maggio), Matrix vinse 4 Premi Oscar, ma soprattutto ha reso sacra la sua laica trinità. Da allora Neo, Morpheus e Trinity sono diventati il simbolo di un capolavoro assoluto, di una profezia in cui siamo tutti ancora immersi sino al collo. Quello che è arrivato dopo diventa più piccolo al sol confronto. Anche i suoi sequel. Anzi, no. I sequel sono come cucchiai. Facciamo finta che non esistono.






Mito, fantasy, fiaba nera: il futuro è una vecchia storia

Di giorno l'alienato signor Anderson, comune programmatore di software relegato alla propria grigia scrivania. 
Di notte Neo, abile hacker in grado di aggirare qualsiasi protocollo di sicurezza. Sembra la classica doppia vita da supereroe (e non a caso impererà a volare), ma Matrix è molto più complesso di così. Andando alle fondamenta della sua storia, Matrix tocca tantissimi archetipi narrativi. Il primo è senza dubbio quello della fiaba oscura dalle derive fantasy, con un eroe chiamato a lasciare il suo mondo per addentrarsi in una realtà parallela da salvare (Narnia vi dice qualcosa?). 
Come una moderna Alice, Neo segue il suo Bianconiglio per addentrarsi nell'oscura menzogna che ha sempre vissuto, per scoprire un mondo disperato dove la meraviglia non è stata invitata. Proprio come all'interno di una saga fantasy, Neo è eletto a salvatore supremo da una profezia, dovrà parlare con un oracolo e soprattutto sarà temprato dal classico mentore. Senza Morpheus, vero e proprio faro illuminante (capace di temprare l'allievo sia nello spirito che nel corpo), nulla sarebbe accaduto. Il sommo maestro, poi, si porta addosso un nome non casuale, visto che nella mitologia greca Morfeo era il Dio del Sonno. Per contrappasso, le Wachowski lo trasformano in un ambasciatore del risveglio, in colui che scuote Neo da un pesante torpore. Il tutto senza dimenticare il richiamo per certi versi cristologico nemmeno alla figura del messia, tradito dal Giuda di turno (il mellifluo Cypher), destinato a salvare l'umanità. Ecco come, con grande maestria e senza mai cadere nel miscuglio confusionario di immaginari troppo distanti tra loro, Matrix è stato capace di raccontarci il futuro attraverso la storia più vecchia del mondo.

Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo.

Tra occhiali da sole e bullet time: l'impatto estetico


Non di sola, profonda sostanza è fatto Matrix. 
Se vent'anni dopo siamo qui a celebrarne il mito, è anche merito di un'estetica affascinante e funzionale al racconto. 
Un'estetica capace di imporsi sull'immaginario cinematografico grazie all'abilità con cui le Wachowski hanno ridefinito il cinema action e la fantascienza. E anche in questo caso ci troviamo davanti a più livelli di lettura. C'è lo strato più superficiale e glamour, che ha reso irresistibili per anni gli occhiali da sole e gli abiti di pelle dei nostri ribelli. C'è l'atmosfera immersiva in cui Matrix ti abbraccia (o meglio, affoga) ogni volta che lo vedi. Grazie alle sue città anonime e impersonali che potrebbe essere ovunque e al sotterraneo tormento della vita vera, in cui i corpi umani sono dotati di spinotti e ogni piacere o vezzo umano è bandito. Impossibile non citare la fotografia livida, dove il verde domina sovrano, e soprattutto la vincente intuizione del bullet time, ovvero quell'effetto rallentyaccompagnato a un movimento circolare della macchina da presa, poi ripreso, citato, imitato da centinaia di altri film e videogame come Max Payne. Quelle scene d'azione, così spettacolari, ben coreografate e leggibili, hanno davvero ridefinito tutto quello che arrivato dopo.




Questa è... scrittura


Come si può creare un cult in grado di essere sia una perla d'azione sci-fi che una raffinata metafora esistenziale?
Se Matrix è un felice abbraccio di intrattenimento e riflessione intellettuale è soprattutto grazie a una scrittura sapiente.
Pur essendo complesso, Matrix non è complicato: svela le sue carte e ti racconta il suo mondo perverso grazie a dialoghi profondi ma sempre comprensibili. Attraversi i lunghi monologhi affidati ai personaggi di Morpheus e dell'agente Smith, il film sbroglia la sua matassa grazie a parole evocative, penetranti e accessibile. Senza mai sfociare nel criptico o nel cervellotico, Matrix si specchia di una distopia torbida dove è tutto trasparente e facilmente leggibile. Per tutta la durata del film noi ci sentiamo al fianco di Neo, perché siamo il signor Anderson: inconsapevoli, confusi, presi per mano e poi gettati dentro qualcosa di più grande di noi. Qualcosa che sconvolgerà per sempre le nostre vite (di spettatori). Matrix ci fa vivere l'esperienza del disorientamento e poi quella della consapevolezza. E se ci esaltiamo ogni volta che vediamo Neo trasformarsi nell'eletto, è anche merito di battute più disimpegnate e ficcanti, simili a quelle di un fumetto. Tra lo "schiva questo" di Trinity e il "mi chiamo Neo" sussurrato in metropolitana, ecco che Matrix svela anche il suo lato più essenziale e pop.



Essere l'eletto è un po' come essere innamorati. Solo tu sai di esserlo. Nessuno può dirti se lo sei o no...è un qualcosa che ti scorre nelle vene.

Filosofia postmoderna



Platone 2.0, filosofia cyberpunk, l'io liquido del pensiero postmoderno che trova il suo manifesto cinematografico.
Non basterebbero tesi di laurea e manuali di saggistica per vivisezionare come si deve il nucleo rovente di Matrix. Un film che dieci anni prima del boom di Facebook parlava già di identità fluida e cangiante, di immagine residua di sé, pronta a cambiare faccia a seconda del contenitore in cui veniva mostrata. Matrix prendeva atto dell'inevitabile cortocircuito tra reale e virtuale che avevamo scritto nel nostro destino, e lo faceva ponendoci una domanda atavica: cosa è reale? Scisso tra l'essenza della realtà e la beffarda percezione della realtà, Matrix è puro stimolo filosofico, ovvero perenne invito a fare della domanda la propria ragione di vita. Più delle risposte, sono i quesiti a renderci più umano dell'umano (tanto per citare un alto cult), sono gli interrogativi che fanno di noi persone (e utenti) più consapevoli. Le domande, insomma, a renderci meno signor Anderson e un po' più neo. Il tutto raccontato da un film meraviglioso, disturbante nella sua lucida visionarietà, laddove niente è ciò che sembra. Però, una certezza c'è: Matrix è un lugubre, profondo, folle incubo dal quale non vorremmo più risvegliarci. Per questa volta scegliamo la pillola azzurra. Perdonaci, Morpheus.

sabato 9 giugno 2018

Una lucida critica al film del 2002 "Il mondo di Amélie"



Di Sofia Torre, 8 mag 2018

Il favoloso mondo di Amélie, uscito nel lontano 2002, è stato accolto e celebrato da una platea di giovani ragazze desiderose di essere riconosciute “uniche”, come una sorta di inno all’innocenza e all’originalità. 
Non si capisce esattamente in cosa dovrebbe consistere “Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain”, dato che di favoloso non le succede quasi nulla. 



Amélie vive a Parigi, che nella prospettiva di Jean-Pierre Jeunet sembra essere un non luogo popolato di persone che non si rivolgono la parola e si scansano vicendevolmente quando si affiancano sul marciapiede. 
Amélie non ha amiche, non ha impulsi sessuali, non legge mai e nemmeno esce, neanche per bersi una birra e ricordarsi che, in fondo, abita in una delle città più belle del mondo. 



La grande colpa di Jean-Pierre Jeunet è quella di essere riuscito a trasformare quella che avrebbe potuto costituire una denuncia dell’estraniamento e della solitudine dell’individuo in un invito alle ragazze a ostentare un’espressione vacua e stralunata, a non esprimere desideri o pulsioni e a interagire poco, e nel modo più incomprensibile e fastidioso possibile. Occhi stralunati, sorriso sognante, quel taglio di capelli a scodella che stava bene solo a Audrey Tautou: Il favoloso mondo di Amélie ha lasciato un’eredità (non solo estetica) difficile alla generazione di ragazze che, poco dopo l’uscita del film, accorrevano in massa a fotografare le nuvole con addosso camicette a fiori e gonne colorate e svolazzanti.



Velleità pseudo artistiche, passività sessuale, vacuità e conversazioni con sconosciuti fondate su pregiudizi e antipatie istintive: questo è il retaggio del Favoloso mondo di Amélie nella mia generazione.

Amélie trascorre le sue giornate a servire caffè e piatti caldi agli avventori del Café des 2 Moulins di Montmartre. Sembra che nessuno le rivolga parola per più di due minuti e comunque mai per avviare una conversazione di spessore superiore a “Bella giornata!” (affermazione) e “Sì, davvero” (risposta). Sembrerebbe il perfetto incipit di una riflessione sull’atomizzazione nella società globalizzata e capitalistica e la solitudine dell’individuo, se non fosse che Amélie non sembra assolutamente soffrire per il vuoto relazionale incessante che colma le sue giornate. A parte gli scherzetti ai vicini di casa e le fotografie al nano da giardino del padre, la vita della giovane parigina è fatta di routine, percorsi da un punto all’altro della città e una quantità di tic angoscianti che lei definisce “piccoli piaceri della vita”.



Tuffare la mano in sacchi di legumi che non le appartengono sembra la sua principale occupazione. Memori e motivate da questo insegnamento sulle gioie del tatto, le mie compagne di scuola accarezzavano moquette luride come fossero gattini e poi andavano al bar a infilare le dita nelle ciotole di salatini, irritando me e i germofobici di tutto il mondo. Poco interessata a costruirsi una carriera, una sensata rete di relazioni umane o anche solo un hobby banale, Amélie si aggira con espressione vacua per Parigi, producendo in un esercito di adolescenti e tardoadolescenti affamate d’attenzione la pericolosa convinzione che l’innocenza e l’ingenuità a tutti costi non sia solo la piacevole e naturale condizione delle ragazze che altrove definiremmo “affette da disturbi dell’apprendimento”, ma che sia anche irresistibilmente sexy.



Amélie non è neppure degna della migliore amica macchietta senza una vita propria, accessorio irrinunciabile di tutte le eroine partorite nelle commedie romantiche: il falso mito del necessario protagonismo femminile, delle donne che non potrebbero mai essere gli Amici Miei di Monicelli. L’amicizia fra donne è infatti spesso (per non dire sempre) ridotta a valvola di sfogo per raccontare le gesta e i soprusi degli uomini, almeno nel cinema pastello, eternamente eteronormato e patriarcale fino alla nausea. Nel Favoloso mondo di Amélie, però, la gravità della situazione si accresce, per almeno due diverse ragioni. La prima è che Amélie non sembra venire minimamente sfiorata dalla mancanza di un rapporto, paritario o ridicolo che sia, con un’altra ragazza: zero interazioni con donne in vista, se togliamo le altre cameriere del Café des 2 Moulins e la tabaccaia impiegata di fronte, che viene prontamente accoppiata con uno squilibrato. Forse Amélie ha causato un femminicidio, chissà. La seconda è che appena una donna – nella fattispecie la sua vicina – cerca di diventare sua amica e di metterla a parte dei suoi ricordi e dei suoi pensieri, Amélie decide di manovrarla e consegnarla ai suoi stessi meccanismi consolatori da mondo fittizio, facendole credere che il marito traditore in realtà l’aveva sempre amata. Morale: non guardare in faccia la realtà e non rifarti una vita. Fai come me, vivi su un altro pianeta, che è meglio.



Il favoloso mondo di Amélie ha contribuito ad annullare anni di rivendicazioni femministe fornendo una rappresentazione completamente falsa e passiva della sessualità e del desiderio femminile. Amélie ha le stesse pulsioni sessuali di un tostapane: quando qualcuno decide di accenderla, lei si scalda, anche se la proposta “non è all’altezza delle sue aspettative”. Quando si trova ad avere a che fare con il sesso, in cui sembra essersi imbattuta senza particolare volontà e senza un desiderio tutto suo, Amélie guarda in camera con un sorrisino, invece di proporre qualcosa di diverso al suo partner, di imporsi nell’atto o anche solo di intimargli di andarsene. Poi, un bel giorno, Amélie si imbatte in un ragazzo carino di cui non sa il nome ed è vittima di un immediato colpo di fulmine, anche se non si sono mai scambiati una parola e magari il suo quasi principe azzurro è un pedofilo, un fan di Baywatch o un pedofilo fan di Baywatch. Un corteggiamento in cui Amélie si annulla, inseguendolo con lo sguardo, senza apparentemente avvertire il bisogno di una conversazione o un contatto fisico, rimanendo vittima passiva della casualità e di eventi sparsi che non la vedono mai consapevole. Dopo aver conosciuto Nino, Amélie sogna di essere la moglie casalinga e amorevole che prepara il suo “famoso pasticcio di verze” al premuroso consorte che si reca trotterellando al negozio sotto casa per comprarle il lievito. Questa scena, allo stesso tempo copertina di Good Housekeeping e prequel di Shining di Stanley Kubrick, non solo fa venire il voltastomaco, ma contribuisce a normalizzare e istituzionalizzare la presunta originalità e la simulata indipendenza di Amélie, che evidentemente non vive da sola per scelta, ma in attesa del principe azzurro.



Il modo in cui Amélie, dopo aver affrontato peripezie inesistenti, corre tra le braccia del ragazzo manifestando benessere e appagamento non è dissimile dalla prima notte di nozze dell’Ottocento, quando le donne si trovavano, accettato a scatola chiusa il proprio destino sessuale, a passare dal primo bacio alla deflorazione nel giro di poche ore, senza aver diritto alla scoperta e alla sperimentazione della propria sessualità. È inevitabile che una storia d’amore divenuta cult per una generazione di ragazze decise a prendere la parigina coi capelli a scodella come modello di vita tende a plasmarne la visione dei rapporti di coppia, se non indissolubilmente almeno in maniera evidente. Noi, la Generazione Amélie, non appena incontriamo un ragazzo senza manie o disturbi psicologici troppo palesi e abbastanza carino da poter diventare “la persona giusta”, diamo per scontato che ci sia un sogno d’amore da coronare, senza chiederci se fare parte di una coppia tradizionale è quello che vogliamo davvero. Non appena si trova l’apparente dolce metà ci si butta a capofitto con interi salumifici sugli occhi, finendo per arrivare completamente impreparate alle inevitabili delusioni quando gli uomini non si comportano come vorremmo, o quando si va a sbattere contro i numerosi spigoli della realtà.

Con i suoi rapporti disfunzionali spacciati come segni del destino e i suoi sorrisi a mezza bocca guardando in camera, Amélie non ha solo rotto la crosta alla crème brûlée. La tendenza lanciata dalla protagonista dell’opera di Jean-Pierre Jeunet ad attaccarsi a consolazioni effimere e discutibili dei piccoli piaceri della vita rischia di farci dimenticare che abbiamo diritto anche a quelli grandi, che però non cadono dal cielo come la signora suicida sulla madre di Amélie.

Segui Sofia su The Vision

sabato 30 gennaio 2016

Le classifiche dei film, secondo gli incassi...

Da IlPost



Tra cui il film che ha incassato di più di sabato, quello che ha fatto più soldi nella storia e quello che li avrebbe fatti se non ci fosse l'inflazione

30 gen 2016

incassi-cinema
"The Wolf of Wall Street"

Fino a qualche giorno fa si è parlato e scritto molto di Star Wars: Il risveglio della forza. Il film era attesissimo, è stato molto pubblicizzato e ha incassato tantissimi soldi:quasi due miliardi di dollari in tutto. Star Wars: Il risveglio della forza non ha ancora finito di incassare perché in molti paesi è ancora in programmazione ai cinema. Nel frattempo sono però arrivati altri film e il grosso degli incassi è fatto: è stato abbastanza per battere molti dei record d’incassi della storia del cinema, ma non tutti. Avatar resta per esempio il film che ha fatto più soldi in assoluto in tutto il mondo. Lo dicono i dati di Box Office Mojo, la fonte più affidabile e precisa sugli incassi dei film.

Su Box Office Mojo ci sono però molte altre classifiche, alcune piuttosto curiose e dai risultati inattesi. Abbiamo raccolto i film primi in 18 di quelle classifiche (dove non è specificato che i dati si riferiscono a tutto il mondo li si deve considerare relativi al mercato cinematografico del Nordamerica, il più grande e rilevante del mondo). Si deve poi tenere conto di un fatto: i prezzi dei biglietti sono cambiati – aumentando – nel corso degli anni e i film in 3D (ce ne sono alcuni) portano più incassi perché chiedono più soldi ad ogni spettatore.