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sabato 28 giugno 2014

Mondiali di calcio: le colpe della nostra sconfitta...



di Mattia Losi, 25 giu 2014

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Chiariamo subito un paio di cose: l'arbitro Rodriguez non ha arbitrato bene, anzi ha commesso alcuni errori gravi. Mario Balotelli non ha giocato come tutti speravamo potesse giocare e non è riuscito a trascinare la Nazionale oltre il traguardo degli ottavi di finale. 
Ma se pensiamo di essere usciti da questo Mondiale per colpa dell'arbitro e di Balotelli stiamo commettendo un errore clamoroso. Stiamo guardando il dito che indica la Luna, senza vedere la Luna che viene indicata.

Iniziamo da Balotelli, osannato dopo la partita contro l'Inghilterra e precipitato all'inferno dopo quella con la Costa Rica. 
È vero, ha giocato male e in tutto il mondiale ha tirato verso la porta solo quattro volte: due con gli inglesi (un gol e un salvataggio sulla linea) e due con la costa Rica (pallonetto sbagliato e tiro dalla distanza parato dal portiere). 

Un bilancio scarso, ma la domanda è: quante volte è stato servito in modo decente per tentare la via del gol? 
Risposta: due. 
Perché nel caso del pallonetto contro l'Inghilterra e del tiro da fuori con la Costa Rica l'occasione se l'è creata da solo. 
E un attaccante, se non lo servi, resta isolato dal gioco come in effetti è accaduto anche a Ciro Immobile, pure lui costretto dai compagni a navigare nel nulla della metà campo avversaria.

È facile dare tutte le colpe a Balotelli, ma forse il primo errore è stato quello di credere che potesse reggere da solo il peso dell'attacco italiano: non è mai stato una prima punta e ha sempre giocato partendo da dietro. Scommettere su un Balotelli centravanti unico è stato un azzardo, non certo colpa sua. La verità è che tutti vorremmo che Balotelli fosse Pelè, invece è Balotelli: un giocatore capace di improvvisazioni straordinarie e di partite inguardabili. E forse, se la smettessimo di caricargli sulle spalle il peso di tutti i mali del mondo, riuscirebbe a fare un po' meglio.

Balotelli è diventato il capro espiatorio, scaricato dai compagni subito dopo la partita: che Buffon e De Rossi si riferissero a lui parlando di giovani che fanno le figurine invece di agire sul campo era chiaro anche ai sassi. Le colpe di Balotelli sono imperdonabili? 

Al di là della scarsa eleganza nel far volare gli stracci in pubblico, cosa mai vista nella storia della Nazionale e raramente in quella dello sport, c'è qualcosa da aggiungere. 
Le prediche vengono da due giocatori che nel loro passato hanno episodi non proprio edificanti: Buffon con la vicenda dei simboli nazisti sulla maglia (ma lui era autorizzato a ignorarne il significato) e con fiumi di denaro buttati in scommesse (ma lui è libero di fare quello che vuole con i suoi soldi). 

De Rossi con una gomitata che gli è costata quattro turni di squalifica al Mondiale del 2006, condita da altri gesti analoghi in carriera (ma lui ha diritto all'oblio). 

Perchè a qualcuno si perdona sempre e a Balotelli mai? 
Tirare freccette ai ragazzini delle giovanili del City e prendere multe a raffica con la macchina è forse peggio di quello che hanno fatto i suoi compagni?

La seconda finta colpa è quella dell'arbitro: l'espulsione di Marchisio è stata eccessiva, ma che fosse almeno fallo da ammonizione non ci sono dubbi. Per di più l'episodio è accaduto proprio sotto gli occhi di Rodriguez che, come spesso accade all'estero, ha applicato con estrema durezza il regolamento (avendo visto l'accaduto, era a mezzo metro). Marco Tardelli, sul cui attaccamento alla Nazionale non possiamo avere dubbi, è stato prontamente zittito quando ha tentato di far capire che tutto sommato, a ben guardare, il rosso non era poi una bestemmia. 

Lo stesso arbitro non ha poi visto il morso di Suarez a Chiellini: che l'attaccante uruguagio sia un giocatore viscido e recidivo non ci sono dubbi, che l'arbitro e gli assistenti possano non aver visto dato che la palla era altrove è purtroppo nella logica delle cose. 

La prova televisiva farà giustizia.

Ma se l'arbitro avesse davvero voluto colpire la nostra Nazionale avrebbe fischiato un rigore a favore dell'Uruguay per il fallo di Bonucci su Cavani, che invece non ha visto. Possiamo incolparlo di essere scarso, non certo di essere ladro. Una tentazione ricorrente dato che tendiamo a giustificare con le colpe degli arbitri le nostre pessime prestazioni ai Mondiali: l'inglese Ashton nel 1962 in Cile, l'ecquadoriano Moreno nel 2002, adesso il messicano 
Rodriguez: Ma capita sempre a noi?

Rodriguez e Balotelli hanno le loro colpe, ma non è colpa loro se abbiamo battuto solo l'Inghilterra, che poi si è dimostrata insieme a noi la più scarsa del girone. Non è colpa loro se gli Azzurri non correvano, ma camminavano. Non è colpa loro se in tre partite agli attaccanti sono arrivati meno di dieci palloni giocabili, se abbiamo perso con la Costa Rica, se la nostra difesa ballava la danza dell'incertezza, se contro l'Uruguay l'unico pallone scagliato verso la porta è stato un calcio di punizione di Pirlo, se abbiamo preso gol su calcio d'angolo quindi in una situazione dove l'inferiorità numerica non conta nulla, se nell'azione del gol Bonucci non sta difendendo su nessuno e lascia Godin libero di saltare.

Non è colpa di Rodriguez e Balotelli seil calcio italiano più di quello che abbiamo messo in campo non riesce a esprimere e se nelle quattro semifinaliste di Champions c'erano giocatori di almeno una ventina di Paesi, ma nemmeno un italiano. Non è colpa loro se da anni non c'è un azzurro in corsa per il Pallone d'Oro e ci aggrappiamo disperatamente a Pirlo per dire che abbiamo un fuoriclasse.


Due anni fa Italia e Spagna si giocavano la finale dell'Europeo, l'anno scorso gli Azzurri erano terzi alla Confederations, battendo proprio l'Uruguay. Questa volta è andata male: nel 1966 fallì il Brasile di Pelè, può capitare anche a un'Italia che di Pelè non ha nemmeno l'ombra. Ma per favore non diciamo che è colpa di Balotelli e dell'arbitro. 

Mondiali di calcio: eliminati al primo turno (come nel 1966 e nel 1974)... Un segno dei tempi?



di Marco Onado, 26 giu 2014


Riusciremo a trasformare la débâcle brasiliana in occasione di riscatto del calcio italiano? 
La fiammella di questa speranza sembra alimentata dalla cabala: in almeno due altre occasioni siamo usciti dal mondiale al primo turno (il 1966 e il 1974) ma ai giochi successivi abbiamo primeggiato. 
I tempi sono però profondamente cambiati.


Il calcio di allora aveva una dimensione prevalentemente sportiva e le soluzioni erano solo tecniche, mentre oggi è un grande business globale, in cui l'Italia fatica seriamente a tenere il passo degli altri grandi. Se il calcio è una metafora del sistema Paese, l'insuccesso brasiliano è uno specchio di difficoltà ben più profonde. Intendiamoci: non è che altrove siano solo rose e fiori. 

L'Economist ha dedicato ai problemi del calcio una copertina con lo slogan: "un gioco bellissimo, un business orrendo". Ovviamente nel nostro caso, il primo termine si riferisce alla bellezza del gioco in sé, non certo alla qualità delle partite giocate dall'Italia in questo mondiale e neppure in quelle della stragrande maggioranza delle gare nel nostro campionato maggiore. 
Qui sta il primo nodo che l'Italia deve affrontare. Sul volo anticipato di ritorno in Europa siamo in buona compagnia, ma Spagna, Inghilterra e Portogallo possono vantare campionati di buon livello, stadi pieni e società gestite con oculatezza, almeno nei limiti in cui questo sostantivo viene interpretato nel mondo del pallone. Se aggiungiamo poi la Germania, che sembra destinata a fare molta strada in questo mondiale, abbiamo un ulteriore esempio di modelli cui ispirarsi. 

In una logica economica, le società di calcio italiane sono lo specchio deformante di tutti i problemi. Perché sono troppe, perché hanno legami pericolosi, perché non sono abbastanza attente all'equilibrio economico. Sono innanzitutto troppe perché le società delle serie minori hanno lo stesso modello giuridico di quelle maggiori. E così l'Italia ha più società di calcio con fini di lucro delle tre grandi leghe Usa messe assieme.

La separazione, anche nei modelli societari, fra business e sport è invece la prima condizione per alimentare la qualità delle serie minori ed evitare che queste siano lo specchio (quasi sempre in peggio) dei mali dei livelli superiori. Hanno poi legami pericolosi, perché molte (troppe) hanno rapporti stretti con la malavita organizzata o semplicemente con frange di ultrà violenti, come ha denunciato Raffaele Cantone in un libro di un paio di anni fa. Affrontando questo problema solo nell'ottica dell'ordine pubblico, si è arrivati all'assurdo che le persone per bene devono fare code estenuanti per introdurre allo stadio pericolosi bimbi di sei anni, mentre sugli spalti esplodono bombe carta e ci si accoltella dentro e fuori. Non è forse un caso se il giorno più brutto della nazionale coincide con la morte di un innocente che aveva l'unica colpa di voler vedere una partita di calcio.
Come insegna il caso inglese degli anni Ottanta, i primi controllori della violenza sono le società, se non altro come contropartita dei milioni di euro che gravano ogni domenica sul contribuente per un servizio di ordine pubblico degno di una sommossa nazionale. E poi c'è il problema della gestione economica delle società, dunque dell'equilibrio fra costi e ricavi. I secondi sono esplosi grazie agli introiti televisivi. 

L'Economist stima che le prime venti società mondiali si spartiscono una torta di 5,4 miliardi di euro, la maggior parte dei quali assicurati dai diritti televisivi. 
Ma l'Italia, proprio per la caduta della qualità dello spettacolo offerto, è sempre più in affanno per mantenere la sua quota nel mercato globale ed è sempre più lontana dalla Premier inglese che raggiunge 643 milioni di famiglie. Ancora più che in altri paesi la pioggia d'oro dei diritti televisivi è stata sperperata in spese crescenti, quasi sempre per riconoscere alti ingaggi a giocatori di terzo livello, che appaiono come meteore nei nostri stadi, lasciando penosi ricordi nei tifosi e buchi grandi come sbadigli nei bilanci. Come ricordava ieri su questo giornale Marco Bellinazzo, le società italiane hanno un rapporto fra costi dei giocatori ed entrate totali di quasi tre quarti, contro poco più della metà di quelle tedesche. Quello sì è un modello da guardare attentamente e da imitare soprattutto perché spesso (vedi Bayern Monaco) l'equilibrio economico è andato di pari passo con l'attenzione per i vivai e per i giocatori nazionali.
Tutto questo poco o nulla ha a che vedere con la costruzione di nuovi stadi che invece sembra essere considerata da molti dirigenti come la soluzione taumaturgica di tutti i mali. Ammesso che sia necessario, si deve trattare del punto di arrivo di un processo di risanamento ad ampio raggio, più che del punto di partenza. Non mancano quindi né le diagnosi dei problemi né i modelli stranieri da imitare. Riuscirà il mondo del calcio italiano a fare tesoro delle prime e a cercare di imitare i secondi? A livello di società e di organi federali, i segnali di rinnovamento (a cominciare da quello delle persone che siedono sulle principali poltrone) sono finora assai poco incoraggianti. 

Ma è ormai chiaro che per il calcio italiano l'epoca d'oro dei ricavi crescenti è finita ed è stata in parte sperperata. 
O riusciamo a rimanere al passo nel mercato mondiale, oppure rischiamo una spirale negativa fra ricavi e qualità del gioco di cui faranno le spese tutti i club, prima ancora della nazionale. Il processo di rinnovamento deve essere immediato e profondo, nell'interesse del calcio e dei milioni di veri appassionati, sempre più preoccupati di vedere rovinato, per dirla nei termini raffinati di Javier Marías, il "rito domenicale del ritorno alla fanciullezza".