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mercoledì 7 marzo 2018

Ricostruito il più grande albero genealogico della storia...

Da Wired



di Viola Rita, 2 mar 2018

Questo albero conta ben 13 milioni di individui, europei e americani, distribuiti su 11 generazioni, dai nostri giorni fino a 500 anni fa. E fotografa tutte le mifrazioni e i matrimoni, nonché il legame fra genetica e longevità, che non è così forte

Il più grande albero genealogico digitale è stato realizzato oggi da un gruppo di ricercatori statunitensi, che ha analizzato i profili pubblici di milioni di utenti registrati su una piattaforma dedicata, ricostruendone le linee familiari attraverso varie generazioni. Il set di dati ottenuto oggi dagli scienziati fornisce informazioni su matrimoni, migrazioni, rapporto fra legame genetico e longevità delle famiglie dell’America settentrionale per un periodo che va dai nostri giorni fino a ben 500 anni fa. Questo inedito risultato è stato pubblicato su Science.

I ricercatori hanno scaricato i dati dei profili di 86 milioni di persone, per l’85% cittadini europei e dell’America del Nord, registrati su Geni.com, uno dei più vasti network online al mondo sulla genealogia, ed hanno applicato algoritmi basati sulla teoria dei grafi, oggetti matematici formati da un insieme di punti, proprio come avviene nell’albero genealogico. Lo studio è stato possibile grazie ai dati pubblici condivisi da appassionati di genealogia, come sottolineano i ricercatori.

I risultati sono sorprendenti. I ricercatori hanno delineato il singolo albero familiare più esteso al mondo, che conta ben 13 milioni di persone – un numero leggermente maggiore della popolazione di Cuba o del Belgio – distribuite su 11 generazioni. Ma è ancora poco, secondo i ricercatori, dato che per arrivare al primo antenato si dovrebbe andare indietro di altre 65 generazioni. Insomma, ancora non siamo risaliti all’uomo preistorico, anche se questo studio fornisce un primo pilastro digitale per la genealogia: infatti, per la prima volta non ci si è basati sui dati provenienti dagli archivi ecclesiastici o dei registri dei decessi.

“La ricostruzione della genealogia mostra che siamo tutti collegati gli uni agli altri”, ha detto Peter Visscher, un genetista alla University of Queensland, che non ha preso parte allo studio. “Questo elemento è noto a partire dai principi storici delle popolazioni primordiali, ma ciò che gli autori hanno ottenuto è davvero notevole”. E la tecnologia non ha sbagliato, riproducendo dati conformi a quelli analogici: se i risultati sono stati poi validati confrontando un ampio sotto-campione con alcuni registri dello stato del Vermont.

I dati più interessanti riguardano l’andamento delle migrazioni e i matrimoni durante le generazioni, negli scorsi secoli. Ad esempio, a migrare e cambiare paese sono più spesso le donne rispetto agli uomini, anche se gli spostamenti avvengono a distanza ridotta e i paesi di destinazione sono spesso vicini, a differenza di quelli che riguardano il sesso maschile. Anche i matrimoni sono cambiati: prima del 1750, la sposa veniva scelta in media entro i 10 chilometri di distanza dal luogo di nascita, mentre 200 anni dopo, nel 1950, i chilometri sono diventati 100. Prima del 1850, inoltre, prima di sposarsi non si faceva tanto caso al grado di parentela, ad esempio era molto frequente che il matrimonio avvenisse fra cugini di quarto grado, mentre oggi – sempre tenendo conto del fatto che siamo tutti imparentati – avviene fra cugini di settimo grado. Evitare di sposarsi fra parenti è un elemento degli ultimi secoli, dovuto probabilmente al cambiamento delle regole sociali.

A partire dalla vasta quantità di dati disponibili, i ricercatori hanno potuto anche approfondire il legame fra genetica e la longevità. 
A partire da un sotto-campione di 3 milioni di individui, tramite algoritmi, gli autori hanno comparato la durata della loro vita col loro grado di parentela, gli autori dello studio hanno sviluppato un modello che ha consentito di capire qual è l’impatto dei geni sulla durata della vita. In base ai risultati, i geni sembrano contribuire per il 16% alla variazione della longevità, almeno stando ai dati analizzati. Inoltre, i geni in questione si esprimono in maniera indipendente l’uno dall’altro, senza interagire fra loro: ciò significa che, invece che unirsi, ciascun gene può modificare l’azione di un altro situato in un locus diverso dello stesso cromosoma. Questo fenomeno, chiamato epistasi, viene confermato anche dallo studio odierno basato su dati genealogici. 
Ma nonostante questa possibile interferenza, i ricercatori hanno individuato un collegamento lineare – seppure soltanto con un peso del 16% – fra la genetica e la longevità. In pratica, chi ha questi geni favorevoli, cioè associati a una maggiore longevità, potrebbe vivere in media circa cinque anni in più.“Non è tanto”, sottolinea Yaniv Elrich, co-autore dello studio, computer scientist alla Columbia University, “considerando che studi precedenti avevano dimostrato che il fumo toglie 10 anni di vita. Ciò significa che alcune scelte relative alle nostre abitudini potrebbero pesare molto di più della genetica”.

domenica 31 gennaio 2016

La discriminazione dei bagni pubblici...

Da IlPost


di Giulia Siviero, 30 gen 2016

Il New Yorker mette in discussione la separazione dei bagni pubblici, suggerendo che perpetui discriminazioni e paternalismo

Bagni
 Bagno pubblico di Manchester
(Christopher Furlong/Getty Images)
Il New Yorker ha pubblicato un articolo che ragiona sulla separazione dei bagni pubblici tra quelli per maschi e quelli per femmine. 
Il dibattito su questo argomento, scrive la giornalista Jeannie Suk, è da sempre piuttosto vivace: non ha semplicemente a che fare con la discriminazione che questa separazione comporta e con il conseguente riconoscimento dei diritti delle persone intersessuali, transessuali e transgender, ma anche con una visione paternalistica nei confronti delle donne. Le implicazioni di questa discussione quindi vanno ben oltre i bagni, avverte Suk. «I servizi igienici saranno nel prossimo futuro i nuovi campi di battaglia per le questioni di genere e sessualità». Qualche tempo prima, occupandosi dello stesso argomento, il New York Times aveva definito il 2015 “the Year of the Toilet”. La domanda che sempre più persone si fanno è, in breve: non potremmo usare tutti e tutte gli stessi bagni, donne e uomini? Non sarebbe ora di superare anche questo baluardo della segregazione sessuale?

Paura e sessismo

Gli argomenti più tenaci contro i servizi igienici inclusivi sono principalmente due: uno ha a che fare con le omo-lesbo-trans-fobie, l’altro con il sessismo.

«La vulnerabilità che la maggior parte delle persone prova in un bagno pubblico quando ha i pantaloni abbassati vicino ad altri è stata facilmente sfruttata e messa in relazione con la violenza sessuale», scrive Suk. La paura di quello che non è conforme alla norma ha portato a stabilire nel tempo un legame tutto pregiudiziale e irrealistico tra le persone transessuali e una loro innata propensione a molestare o a compiere violenza sessuale contro le persone nei bagni e negli spogliatoi. A Houston, lo scorso anno, con un referendum è stato abolito a maggioranza un decreto che permetteva, tra le altre cose, alle persone transgender di utilizzare i bagni pubblici in linea con la loro identità di genere: gli oppositori della legge sostenevano che avrebbe «permesso a ogni uomo, in qualsiasi momento, di entrare in un bagno per donne semplicemente affermando di sentirsi donna quel giorno», nonostante il pericolo che corrono i o le transgender nei bagni sia visto esattamente al contrario come motivo per sostenere il libero accesso al bagno che ritengono più adeguato. Nel 2006, per fare un esempio più vicino a noi, la deputata di Forza Italia Elisabetta Gardini aveva dichiarato di essere rimasta scioccata dall’incontro nei bagni della Camera con Vladimir Luxuria. 
La notizia arrivò fino alla BBC, che dopo aver raccontato la vicenda citava queste parole di Gardini: «L’ho vissuta come una violenza sessuale, mi sono veramente sentita male».

I simboli di un corpo femminile sulle porte dei bagni delle donne e quelli maschili ai bagni degli uomini, attraverso la loro ripetizione, confermano il binarismo sessuale e la corrispondenza sesso-genere, mentre la presenza di un corpo “differente” (proprio lì dove i corpi si dimostrano vulnerabili e “fluidi”) crea disordine e viene percepita come una trasgressione che mette in pericolo le norme che reggono la struttura eterosessuale stessa. È d’altra parte riconosciuto come le omo-lesbo-trans-fobie siano diverse dalle altre forme di paura: chi ha la fobia dei ragni distoglie lo sguardo dai ragni, chi ha paura di un corpo trans può reagire con l’evitamento, ma anche con comportamenti aggressivi. Il corpo dell’omosessuale è stato dunque a lungo percepito come un corpo perverso, sporco, immorale: la letteratura è sconfinata.

Il secondo argomento contro i bagni unisex ha invece a che vedere con una visione vittoriana del rapporto tra i sessi: donne con la gonna, uomini con i pantaloni, come nei simboli sulle indicazioni dei bagni. La donna continua a essere percepita come una creatura fragile che deve essere protetta, come un “angelo del focolare”, visione alla quale corrisponde una condizione giuridica limitatissima. E questa impostazione ha infatti avuto conseguenze giuridiche molto rilevanti. Nel 1873 Myra Bradwell sfidò uno statuto dell’Illinois che limitava solo agli uomini l’applicazione della legge sul lavoro libero, incluso il diritto di scegliere la propria occupazione. La Corte Suprema respinse la richiesta di Bradwell: i principi del lavoro libero non valevano per le donne, dal momento che la loro natura le aveva assegnate alla sfera domestica. La Corte, nella stessa sentenza, precisò anche come non fosse incostituzionale per uno stato negare alle donne l’ingresso al bar, sulla base del loro sesso, spiegando la decisione con una formula che è diventata emblematica dell’atteggiamento degli uomini nei confronti delle donne: «L’uomo è, o dovrebbe essere, protettore e difensore della donna. La naturale timidezza e delicatezza che appartiene al sesso femminile, le rendono evidentemente inadatte per molte delle occupazioni della vita civile».

Questi stessi principi dell’età vittoriana (riassumibili nella parola “paternalismo”) hanno portato allo sviluppo, tra le altre cose, di ambiti distinti in base al sesso e alla designazione di alcuni spazi fisici riservati alle donne, inclusi i bagni dei locali pubblici: spazi sicuri e nascosti in un mondo in cui le donne erano e continuano a essere oggetti da proteggere. «La nostra società», dice Suk, «sta vivendo una recrudescenza di questa stessa preoccupazione paternalistica che continua a considerare le donne come creature vulnerabili». Suk dice anche di non essere a conoscenza di statistiche affidabili che indichino che i bagni pubblici siano più pericolosi per quanto riguarda le aggressioni sessuali rispetto ad altri posti. E non sarà di certo un cartello con l’indicazione “uomini” o “donne” ad allontanare gli eventuali aggressori.

Un nuovo campo di battaglia, di porcellana

E dunque: il bagno è l’ultimo baluardo della differenza sociale di genere? «Quando uomini, gay o etero possono stare tranquillamente fianco a fianco negli orinatoi, perché donne e uomini non possono condividere lo stesso bagno, soprattutto in luoghi chiusi che rispettino la loro privacy?», scrive il New Yorker. Le donne hanno certamente dei bisogni igienico-sanitari specifici, ma questi bisogni giustificano uno spazio totalmente separato?

Lo scorso dicembre, durante un comizio in Michigan, il candidato Repubblicano alle primarie americane Donald Trump ha preso in giro Hillary Clinton perché la sera del dibattito televisivo era arrivata in ritardo sul palco a causa del bagno per donne che era occupato: «Non vedendola, ho pensato che avesse rinunciato. Dov’era andata? Dove se ne era andata Hillary? Hanno dovuto cominciare senza di lei. E io so dov’era andata: è disgustoso, nemmeno ne voglio parlare». Era semplicemente andata in bagno.

Il bagno pubblico è l’istituzione sociale più evidente e diffusa in cui la separazione per sesso è ancora la norma e disfare questa separazione potrebbe avere un significato che va oltre la questione dei bagni. Se una donna trans può usare il bagno delle signore il messaggio implicito è che sì, è accettata come donna. Se un uomo trans può usare il bagno degli uomini, vale la stessa cosa. Perché, si chiede il New York Timesschierandosi a favore di un bagno per tutte e tutti, Hillary Clinton non ha riconosciuto pubblicamente che il suo ritardo era dovuto a un’ingiustizia? Il bagno riservato alle donne era – ed è ancora molto spesso – scomodo, spesso c’è la fila, ed è il simbolo di molte verità su quanto possa essere difficile, quando si è una donna, vivere in un mondo costruito a misura d’uomo. «Che succederebbe se una donna dicesse tutta la verità sulla sua vita? Il mondo finirebbe in pezzi», scriveva la poeta Muriel Rukeyser. E perché, meglio ancora, sfidando le norme, Hillary Clinton non è andata nel bagno degli uomini?

Le ordinanze sui bagni

Lo scorso dicembre il senatore dell’Indiana Jim Tomes ha presentato una proposta che, se approvata, renderebbe un reato utilizzare bagni, docce, spogliatoi riservati a un sesso da parte di persone di sesso diverso da quanto indicato nel certificato di nascita. Se il proprio sesso alla nascita non corrisponde a quello della targhetta del bagno, la pena potrebbe comportare fino a un anno di carcere e una multa di cinquemila dollari.

Ordinanze sui bagni simili a quelle dell’Indiana sono state proposte in diversi altri stati americani (Arizona, Texas, Florida e Kentucky, tra gli altri) e vogliono contrastare una tendenza contraria: quella che prevede di estendere le protezioni ai transgender e che permette di conseguenza alle persone transgender di accedere a una serie di servizi che corrispondono alla loro identità di genere. Lo scorso anno il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha pubblicato nuove linee guida che raccomandano ai datori di lavoro di consentire ai e alle dipendenti transgender di usare il bagno che ritengono più adatto a sé. Lo scorso aprile la Casa Bianca ha aperto la sua prima “gender-neutral toilet” (si trova nell’Eisenhower Executive Office, l’edificio che ospita uffici e dipendenti dell’amministrazione). Si sono adeguati in questi mesi anche musei come il Whitney e l’American Folk Art Museum di New York e anche diverse università; c’è anche una app che fornisce una mappa dei bagni unisex in tutto il mondo.