martedì 22 gennaio 2019

Il rapido movimento del Polo Nord Magnetico



di Luigi Bignami, 15 gen 2019


Google Maps

Qualcosa di strano, anche per gli scienziati, sta succedendo in cima al mondo. 
Il Polo Nord Magnetico della Terra si sta allontanando dal Canada e si muove verso la Siberia, guidato dal movimento del ferro liquido che si trova all’interno del nucleo esterno del nostro pianeta. 
Ma quel che è particolarmente strano è il fatto che il Polo Nord Magnetico si muove così velocemente da costringere gli scienziati di geomagnetismo a compiere una mossa rara. 
Il prossimo 30 gennaio(sarebbe dovuto essere il 15 gennaio, ma è slittato in seguito ai problemi all’interno del governo americano) si riuniranno per aggiornare il World Magnetic Model,ossia i dati dell’attuale campo magnetico terrestre che sono molto importanti per tutta la moderna navigazione,dai sistemi a bordo delle navi fino a Google Maps sugli smartphone. 
La versione più recente di questi dati è stata pubblicata nel 2015 e avrebbe dovuto avere valore fino alla 2020, ma il campo magnetico terrestre sta mutando così rapidamente che i ricercatori devono correre ai ripari prima del dovuto.


Movimenti del Polo Nord Magnetico. Nature

Spiega Arnaud Chulliat, geomagnetista all’Università del Colorado Boulder e al NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration): “L’errore sta aumentando velocemente e il problema è da ricercare sia in prossimità del polo geografico sia nelle profondità del pianeta”. 
 Il responsabile primo del campo magnetico terrestre sono i movimenti che avvengono all’interno del nucleo esterno del pianeta, che è liquido, dove i le risalite e le discese di grandi quantità di ferro liquido (come bolle di acqua calda in un pentolino sul fornello) creano correnti elettriche che a loro volta producono il campo magnetico terrestre.

Non è solo il Polo Nord Magnetico a creare problemi. 
Nel 2016 il campo magnetico sotto il Sud America settentrionale e sotto l’Oceano Pacifico orientale ha avuto un picco di intensità. Il fenomeno è stato seguito con estrema precisione attraverso satelliti come lo Swarm dell’Agenzia Spaziale Europea. L’insieme di tutto ciò ha fatto sì che confrontando i dati che venivano raccolti quelli del World Magnetic Model ci si è accorti che le discrepanze nel 2018 erano notevoli e che il modello era così impreciso che stava per superare il limite accettabile per gli errori di navigazione. 
“Cosa sta succedendo? Ci siamo detti di fronte a questa interessante situazione”, spiega Chulliat.

La risposta per fortuna è meno inquietante di quel che si potrebbe pensare: per prima cosa infatti, va detto che l’impulso geomagnetico del 2016 sotto il Sudamerica è arrivato nel momento peggiore, cioè subito dopo l’aggiornamento del 2015 del World Magnetic Model e questo ha destabilizzato immediatamente il modello stesso. 
Come secondo elemento poi, vi è il movimento del Polo Nord Magnetico che ha peggiorato la situazione. 
Il Polo infatti, vaga in modo imprevedibile da molto tempo, un fatto che ha affascinato gli esploratori e gli scienziati già da quando James Clark Ross lo misurò per la prima volta nel 1831 nell’Artico canadese. A metà degli anni ’90 la velocità di movimento è aumentata da 15 chilometri all’anno a circa 55 chilometri all’anno. 
Nel 2001 il Polo Nord Magnetico entrò nell’Oceano Artico e nel 2018 ha attraversato la linea della data internazionale nell’emisfero orientale. Attualmente si sta muovendo in Siberia.

Ma qual è la causa di tutto ciò? Al momento vi sono solo ipotesi. Gli impulsi geomagnetici come quello avvenuto sotto il Sud America nel 2016, potrebbero essere ricondotti a “onde idromagnetiche” che sono avvenute nel profondo del nucleo e il movimento veloce del Polo Nord Magnetico potrebbe essere collegato ad un getto ad alta velocità di ferro liquido proprio sotto il Canada.

lunedì 21 gennaio 2019

Un interessante articolo sui numeri primi...



di Fabio Fantoni, 7 gen 2019

Se state leggendo questo articolo, molto probabilmente dovreste essere appassionati di numeri o quantomeno averne una certa familiarità.
A differenza del solito, in questa occasione non ci si servirà dei numeri per rappresentare un fenomeno, bensì si proverà ad approfondire un ambito piuttosto affascinante della materia, vale a dire i numeri primi.

Se i numeri sono gli elementi base di tutta la matematica, i primi sono di fatto gli ingredienti per creare qualsiasi altro numero visto che ogni cifra può essere ottenuta moltiplicando numeri primi e, da definizione, un numero primo è un numero naturale strettamente maggiore di uno che sia divisibile solo per sé stesso o per uno.

I primi studi relativi a questi numeri risalgono ai tempi dell’Antica Grecia quando Euclide diede un grande contributo alla materia dimostrando che i numeri primi sono infiniti.
Per farlo si chiese se esistesse un numero finito di numeri primi che moltiplicati tra loro potesse produrre tutti gli altri numeri e come primo tentativo prese in esame il due, il tre e il cinque.

Dalla loro moltiplicazione si ottiene trenta, e il colpo di genio di Euclide fu quello di sommarvi uno in modo da ottenere il trentuno, numero non divisibile né per due, né per tre né per cinque, rendendolo a sua volta primo.

Anche aggiungendo il trentuno alla lista dei numeri primi, Euclide poteva ripetere lo stesso trucco dell’aggiunta di un’unità all’infinito e per quanti numeri ci fossero sulla lista, poteva dimostrare che ce n’erano sempre dei mancanti, a dimostrazione della loro infinità.
Anche a dispetto di questa prima grande intuizione, Euclide non fu in grado di prevedere con quale frequenza questi numeri si disponessero e, ad oggi, il modo in cui si presentano resta uno dei misteri più enigmatici di tutta la matematica.

Nell’infografica sono rappresentati i primi mille numeri primi colorati in modo da farli risaltare all’interno dell’insieme che li contiene fino al numero 7919 e che li ordina dall’alto a sinistra (1) fino in basso a destra (7919).
In aggiunta viene fornita sia il loro conteggio ad intervalli di centinaia (1-80) sia la loro distribuzione in funzione della loro ultima cifra alla quale è stato assegnato un colore che li contraddistingue anche nel grafico principale.



Osservandone la disposizione risulta impossibile trovare una frequenza o un pattern con il quale appaiano tra tutti gli altri numeri: a volte sono separati per poche unità, mentre in altri casi ci sono “buchi” molto più vasti come ad esempio nella parte finale del grafico tra 6491 e 6521.

Inoltre, benchè possa essere facile pensare che la maggior parte dei numeri primi si concentri principalmente all’inizio della sequenza, fatta eccezione per il primo centinaio che contiene venticinque primi ed il secondo che ne conta ventuno, proseguendo con la divisione a blocchi di cento è possibile notare come la distribuzione sia piuttosto aleatoria senza presentare alcun tipo di andamento regolare.

Tenendo a mente che l’ultimo centinaio (80) non è completo visto che l’ultimo numero è il 7919, ci sono comunque diversi casi di blocchi successivi che presentano una differenza significativa come ad esempio tra il cinquantanovesimo ed il sessantesimo nei quali si registrano rispettivamente sedici e sette occorrenze.

Quando poi si passa ad esaminare l’ultima cifra che compone i primi mille numeri primi, ci si accorge che analogamente non esiste uno schema distributivo.
Comprensibilmente il due e il cinque compaiono solo una volta a testa perché sono esclusi dalla lista tutti i numeri pari – ad eccezione del due stesso – e tutti i multipli del cinque che finiscono appunto per cinque se sono dispari, visto che quelli che terminano per zero sono già esclusi in quanto pari.

Per lo stesso motivo non si trova traccia di quattro, sei e otto, mentre tra le uniche cifre rimaste si riscontra un sostanziale equilibrio senza però alcun cenno di simmetria, spaziando dalle 254 occorrenze del sette fino ad arrivare alle 245 dell’uno, il meno gettonato per l’insieme considerato, intervallati dal tre (253) e dal nove (246).

Contributi Storici

Nel corso degli anni sono stati molteplici gli studiosi che si sono cimentati nel campo dei numeri primi, con nomi illustri quali Fermat ed Eulero, ma un vero punto di svolta nell’approccio alla tematica si è presentato grazie a Carl Friedrich Gauss sul finire del diciottesimo secolo.

Grande appassionato di numeri primi, specialmente grazie una raccolta di tavole matematiche ricevute come regalo per il suo quindicesimo compleanno, Gauss capì che era impossibile prevedere quando sarebbe apparso un numero primo, pertanto come spesso accade per i grandi pensatori, cercò di pensare in modo più creativo e spostò la sua attenzione su un altro punto di vista.

La domanda che si pose non era più quali fossero i numeri primi, bensì quanti fossero.
Se Euclide aveva dimostrato che erano infiniti, Gauss – che a quanto si dice fosse in grado di scomporre in fattori primi mille numeri nell’arco di quindici minuti – cominciò a quantificare quanti ce ne fossero in determinati intervalli.

Notando che all’aumentare del conteggio, i numeri primi diventavano sempre più rari, Gauss si chiese se ci fosse un sistema per predire in che modo diminuissero visto che apparentemente non pareva esserci alcuna parvenza di regolarità.

Per farlo, il matematico (ma anche astronomo e fisico) tedesco fece ricorso alla probabilità e scoprì che la probabilità di incontrare un numero primo diminuiva in maniera regolare in funzione della grandezza dell’intervallo considerato.

Il testimone virtuale lasciato da Gauss venne raccolto da Bernhard Riemann, altro matematico tedesco formatosi anch’egli a Gottinga, considerata all’epoca la capitale europea della matematica.

La sua più grande scoperta fu la cosiddetta funzione Zeta dalla quale è ottenibile un grafico con il quale Riemann comprese che era possibile affinare le teorie di Gauss grazie al posizionamento degli “zeri” (non banali, a parte reale immaginaria positiva), vale a dire i punti in cui la funzione presentava valori pari a zero.

Grazie a questa intuizione, se Gauss aveva raggiunto una stima approssimativa della quantità dei numeri primi, Riemann fu in grado di correggerla in modo che si potesse ottenere il numero corretto dei numeri primi man mano che si procede nel conteggio.

Benchè straordinaria come intuizione, la scoperta non venne mai dimostrata, venendo denominata pertanto “ipotesi di Riemann”, ed è a tutt’oggi uno dei problemi aperti della matematica per i quali c’è in palio un milione di dollari destinato a chi riuscirà a risolverlo.

Natura e applicazioni nella vita quotidiana

Curiosamente, per quanto enigmatici possano essere, in natura ci sono diversi esempi di quanto fantastici possano essere i numeri primi.

Su tutti, il più famoso è il caso di due specie di cicale del Nord America, le Magicicada, che per tredici o diciassette anni (rispettivamente denominate tredecim e septendecim) vivono sottoterra in forma di ninfa nutrendosi dei fluidi delle radici, emergendo poi in superficie per sei settimane durante le quali si accoppiano con l’obiettivo di procreare la nuova generazione, salvaguardandola dagli attacchi periodici dei predatori naturali.

Il fascino di questi due cicli vitali è ancora maggiore se si pensa che, essendo due numeri primi, il tredici ed il diciassette garantiscono alle due specie la sicurezza di dover condividere lo stesso habitat solo una volta ogni 201 anni (13×17 = 201), abbassando così drasticamente la possibilità di una competizione eccessiva per il territorio.

Sempre in tema di sicurezza, ma in questo caso digitale, l’utilizzo dei numeri primi è la base fondante delle transazioni operate con carta di credito.

Il sistema per occultare il numero delle carte di credito è basato sulla combinazione di due numeri molto grandi – uno dei quali è appunto il prodotto di due numeri primi a loro volta composti da molte cifre (svariate decine) – e con cui si procede alla cifratura.

Benchè questo numero sia pubblico (la cosiddetta chiave pubblica), essendo composto anche dalla moltiplicazione di due numeri primi, un’eventuale decifratura implicherebbe la necessità da parte di un hacker di doverli individuare, cosa che diventerebbe un problema intrattabile proprio per via della grandezza con la quale sono stati scelti i numeri primi.

giovedì 29 novembre 2018

Un interessante articolo sul lavoro di Karl Popper


Da UniBocconi

Il falsificazionismo di Popper
di Carlo Veronesi, 30 mar 2011

Premessa
Secondo Popper la scienza si distingue dalle altre forme di sapere in quanto conoscenza falsificabile. Questa idea, anche se contraria ad un’opinione corrente che vede nella scienza un modello di conoscenza indiscutibile, è tuttavia dotata di una sua forza persuasiva ed è quasi diventata, almeno per le persone culturalmente informate, un nuovo senso comune.
L’epistemologia di Popper e il suo criterio di demarcazione della scienza sono molto conosciuti anche perché apparentemente semplici e facilmente divulgabili. Ad un’analisi appena ravvicinata, tutto il discorso di Popper, che muove da alcune intuizioni giovanili a cui egli (pur con aggiustamenti e integrazioni) volle restare sempre fedele, dà però origine ad una proliferazione di problemi e di sottoproblemi dei quali era consapevole lo stesso Popper e che sono ancora oggetto di critiche e di discussioni.
La genesi del criterio di demarcazione
Il criterio di demarcazione di Popper, che fa coincidere la scientificità delle teorie con la loro falsificabilità, nasce – come ricorda Popper stesso – sotto l’impressione del grande rivolgimento portato nella Fisica dalla teoria della relatività di Einstein. La teoria della gravitazione di Newton (basata sull’azione a distanza delle masse) che aveva conosciuto grandi successi per più di due secoli, trovando conferme nella caduta dei gravi, nel moto dei pianeti e delle maree, nelle misure di Cavendish con la bilancia di torsione, nella scoperta del pianeta Nettuno, fu soppiantata all’inizio del Novecento dalla Fisica relativistica.
Le spedizioni nell’emisfero australe, organizzate dall’astronomo inglese Sir Arthur Eddington durante l’eclissi di Sole del 1919, in cui fu constatato che i raggi luminosi delle stelle, pur privi di massa in senso classico, incurvano la loro traiettoria quando passano in prossimità della grande massa del Sole, costituirono l’evidenza più rilevante per la confutazione della teoria della gravitazione di Newton in favore di quella di Einstein. Non si può dunque escludere che ogni teoria, indipendentemente dalla affidabilità che sembra possedere, possa andare incontro al rischio della confutazione. Anche la Fisica relativistica potrebbe essere a sua volta confutata e lo stesso Einstein ne era consapevole.
L’anno 1919, fondamentale per l’affermazione della relatività generale, fu anche un anno cruciale per la formazione del pensiero di Popper. In quello stesso anno Einstein tenne una conferenza a Vienna, a cui il giovane Popper ebbe modo di assistere e da cui confessa di essere rimasto sbalordito, sia per il fatto che fosse venuta alla ribalta una nuova teoria della gravitazione che sembrava un reale miglioramento rispetto a quella di Newton, sia per il fatto che Einstein non avesse presentato la sua teoria come definitiva (cfr. [4], pp. 39-40). In effetti, in un’opera pubblicata nel 1916, cioè qualche anno prima delle spedizioni britanniche di cui abbiamo detto, Einstein aveva già scritto che in base alla sua teoria un raggio di luce avrebbe dovuto subire una deflessione passando accanto ad un corpo celeste e che, durante un’eclisse di sole, sarebbe stato possibile controllare la “correttezza o non correttezza di questa deduzione” ([7], p. 101). Einstein aveva individuato anche un’altra conseguenza controllabile della relatività generale: “uno spostamento dello spettro della luce proveniente dalle grandi stelle, in confronto a quello della luce prodotta sulla terra in maniera analoga (cioè da corpi della stessa struttura molecolare)” (ibid., p. 122). Anche questo effetto sarebbe stato confermato negli anni successivi ma già nel 1916 Einstein aveva scritto esplicitamente che, “se non esistesse lo spostamento delle righe spettrali verso il rosso a opera del campo gravitazionale, allora la teoria della relatività generale risulterebbe insostenibile” (ibid., p. 140). 
Fu questo atteggiamento di Einstein, disposto a prendere in considerazione situazioni che avrebbero potuto sia sostenere che confutare la sua teoria, ad impressionare Popper, specialmente se messo a confronto con l’atteggiamento dei seguaci di teorie che pure aspiravano alla qualifica di scienze come il marxismo, la psicanalisi di Freud e la psicologia individuale di Adler. Popper aveva familiarità con queste dottrine, essendo stato membro di una associazione di studenti socialisti delle scuole secondarie e avendo collaborato con lo psicologo Alfred Adler in un progetto di orientamento sociale per ragazzi dei quartieri operai di Vienna (cfr. [4], p. 35; [2], pp. 62-63). E tuttavia ad un certo punto si convinse che questi sistemi teorici sembravano come impermeabili ai fatti: i loro sostenitori vedevano conferme delle loro credenze praticamente in ogni avvenimento e in ogni notizia ma non avrebbero saputo specificare situazioni in cui queste teorie sarebbero cadute in difetto. Proprio il confronto fra questa diversità di atteggiamenti tra Einstein e i seguaci del marxismo e della psicanalisi portò Popper alla conclusione che per la scienza fosse essenziale un atteggiamento critico, diverso dall’atteggiamento dogmatico, proprio perché non va alla ricerca di verifiche delle proprie teorie ma piuttosto di situazioni che possano eventualmente confutarle (cfr. ancora [2], p. 90). Dunque, secondo Popper, un sistema teorico deve essere considerato scientifico soltanto se fa asserzioni che possono entrare un conflitto con i fatti e con le osservazioni. Altrimenti deve essere trattato come una dottrina metafisica o una pseudoscienza.
L’idea che la falsificabilità debba essere una caratteristica essenziale delle teorie scientifiche può nascere anche per motivi puramente logici, cioè dalla constatazione di un’asimmetria logica fondamentale fra la verifica e la confutazione di una teoria. Se da una legge segue un fatto f, l’occorrenza di non garantisce la verità di L: la regola

sarebbe una fallacia dal punto di vista logico (fallacia dell’affermazione del conseguente). Invece, dalla falsità di posso inferire la falsità di L. Lo schema deduttivo:

è una regola di inferenza corretta, il modus tollens. Questa asimmetria, a cui “siamo costretti dalla logica” ([5], p. 201), è evidente se pensiamo che le leggi di natura sono generalmente asserti universali del tipo “Tutte le orbite dei pianeti sono ellittiche” oppure “Ogni carica elettrica è multipla della carica elementare” o “Tutti i cigni sono bianchi” (l’esempio ornitologico preferito da Popper). L’osservazione di un numero qualsiasi, ma finito, di cigni bianchi non può servire secondo Popper a formulare o a giustificare con un procedimento di induzione una legge universale, cioè valida per un insieme potenzialmente infinito di casi. L’osservazione di un cigno che non sia bianco, l’osservazione per esempio di un cigno nero proveniente dall’Australia, può invece falsificarla.
Karl Popper

L’antiinduttivismo estremo di Popper
Secondo Popper, il metodo induttivo non può servire in nessuna fase dell’impresa scientifica. In primo luogo non serve nel contesto della scoperta. La scienza non ricava le proprie leggi partendo dall’osservazione ripetuta di fatti puri; una serie di osservazioni è sempre preceduta da una ipotesi, da una aspettativa almeno inconscia. Popper sostiene che l’atto del concepire o inventare una teoria scientifica non è di natura logica. Può essere frutto di un “elemento irrazionale” o di una “intuizione creativa” nel senso di Bergson o, per dirla ancora con le parole di Einstein, di una sorta di “immedesimazione” con gli oggetti di esperienza (cfr. [1], p. 11). Il processo misterioso attraverso cui gli scienziati arrivano a formulare nuove ipotesi riguarda più la psicologia che la logica della scienza. Più tardi Popper avrebbe scritto che, avendo insegnato Logica e metodo scientifico, era stato professore di una disciplina inesistente (cfr. [5], p. 35). Seguendo quest’ordine di idee, la stessa sua opera principale – Logica della scoperta scientifica Logic of Scientific Discovery nell’edizione inglese del 1959 – sarebbe stata intitolata impropriamente perché il metodo della scoperta non è suscettibile di analisi logica. (Il titolo dell’edizione originale tedesca Logik der Forschung (1935), letteralmente “Logica della ricerca”, non sarebbe molto migliore).
Ma il compito dello scienziato – chiarisce Popper – non è solo quello di scoprire teorie. È anche quello di metterle alla prova. Perciò la teoria sviluppata nella sua opera fondamentale può essere descritta come un’analisi dettagliata dei metodi dei controlli deduttivi (cfr. ancora [1], p. 9 e p. 13). Le ipotesi scientifiche, ovviamente, possono essere controllate soltanto dopo che sono state proposte. Tuttavia, secondo Popper, l’induzione non può servire nemmeno a questo scopo, cioè nel cosiddetto contesto della giustificazione. La scienza, come già detto, è interessata a proposizioni universali del tipo “Ogni carica elettrica è multipla della carica elementare” o “Tutti i cigni sono bianchi”. Per rendere più chiaro il fatto che un’asserzione universale non può mai essere provata, cioè verificata in modo conclusivo, dalle osservazioni particolari, per quanto elevato sia il loro numero, Popper ricorre ad un’equivalenza della Logica classica. L’asserzione “Ogni carica è multipla della carica elementare” equivale a “Non esiste una carica che non sia multipla
della carica elementare”. L’asserzione universale “Tutti i cigni sono bianchi” è logicamente equivalente a ”Non esiste un cigno non-bianco” o “Non esiste un cigno scuro” (in simboli ∀x (C(x) => B(x)) è equivalente ¬ x (C(x) ^ ¬ B(x)), dove C(x) sta per “è un cigno”, B(x) sta per “è bianco”, ¬ B(x) sta per “è scuro”). Dunque, un’affermazione universale affermativa è logicamente equivalente a un’affermazione esistenziale negativa. Ma un’affermazione esistenziale negativa – argomenta Popper – è un’affermazione di non-esistenza. Mentre l’esistenza può essere verificata in modo conclusivo e la ricerca di un cigno scuro può giungere a una conclusione, l’inesistenza non può essere provata: non posso setacciare tutto l’universo spazio-temporale per affermare che una certa cosa, cioè un cigno scuro, non esiste, non è esistita o non esisterà mai (cfr. [1], pp. 54-56). A questo punto, anche se si può essere d’accordo con Popper sul fatto che gli esempi a favore non possano stabilire con certezza la verità di una asserzione universale, sembra tuttavia ragionevole pensare che la probabilità di una legge, in assenza di esempi negativi, cresca con il numero degli esempi positivi trovati. Popper nega anche questa ulteriore possibilità: in un universo infinito la probabilità di una legge universale dovrà risultare sempre zero, se si parte dall’idea che le prove favorevoli non possano essere altro che in numero finito, mentre le prove possibili della legge o delle sue conseguenze sono potenzialmente infinite (cfr. ancora [1], p. 407 e segg.).
Pertanto, Popper non crede che l’induzione possa fornire in alcun modo il metodo della scienza. Tuttavia ritiene che questo non debba spingere allo scetticismo riguardo alla possibilità della scienza empirica. Esiste, infatti, un “tipo di inferenza strettamente deduttiva che proceda, per così dire nella «direzione induttiva»; cioè da asserzioni singolari ad asserzioni universali” ([1], p. 23) e questo è il modus tollens. Questo principio, come tutta la logica deduttiva, secondo Popper, è “fuori discussione” (ibid., p. 25). Proprio dalle possibilità che ci offrono la logica deduttiva (di ricercare i punti deboli di una teoria che generalmente si trovano nelle sue conseguenze logiche più remote) e il modus tollens (di falsificare una legge generale) parte tutta l’elaborazione di Popper. Si potrebbe anche dire che il manifesto programmatico di Popper è quello di esplorare i confini estremi a cui si può giungere nell’analisi dell’impresa scientifica facendo soltanto uso della logica deduttiva classica.
Problemi della corroborazione
Popper, ritenendo che gli esempi a favore non possano rendere né vera né probabilmente vera una teoria scientifica, deve comunque trovare un modo per indicare almeno il suo grado di accettabilità provvisoria. Per dare una stima di come una teoria ha retto ai controlli e ai tentativi di confutazione, Popper usa il termine corroborazione (e non conferma, onde evitare connotazioni verificazioniste). Secondo il suo punto di vista, gli esempi favorevoli non possono rendere più probabile una teoria universale, ma le confutazioni fallite possono aumentare il suo grado di corroborazione. Tuttavia si potrebbe subito obiettare che anche una confutazione fallita è pur sempre una verifica, un esempio a favore. Dunque un problema dell’elaborazione di Popper è quello di precisare in cosa un tentativo fallito di confutazione sia diverso da un esempio favorevole puro e semplice.

E.L. Kirchner, Cinque donne per strada (1913)

Per argomentare a favore del fatto che le verifiche banali non contano, Popper utilizza anche il paradosso della conferma di Hempel. L’asserzione “Tutti i cigni sono bianchi” è logicamente equivalente a “Se una cosa non è bianca, allora non è un cigno”In simboli: ∀x ( C(x) => B(x)) è equivalente a ∀x (¬ B(x) => ¬ C(x)). Ora l’ultima asserzione può essere positivamente esemplificata da un cormorano nero, da una rosa rossa o da un’auto blu. Ma allora un cormorano nero e una rosa rossa dovrebbero essere esempi a favore anche dell’affermazione che tutti i cigni sono bianchi. Questo tipo di esempi confermanti, imbarazzanti e paradossali per i sostenitori della logica induttiva, non crea nessun disagio a Popper che anzi ne ricava un argomento a favore delle sue tesi antiverificazioniste: “un verificazionista coerente dirà che anche l’osservazione di un cormorano nero fornisce un sostegno all’osservazione che tutti i cigni sono bianchi” ([5], p. 250).
Gli esempi confermanti suggeriti dal paradosso di Hempel sono ”troppo a buon mercato” per contare qualcosa per la corroborazione, non essendo in generale il risultato di seri tentativi di confutazione. Per la stessa ragione Popper ritiene, come detto, che ai fini della corroborazione generalmente non serva nemmeno un esempio favorevole, a prima vista più serio, come l’osservazione di un cigno bianco. Tuttavia, in particolari circostanze, sia l’osservazione di un cigno bianco, sia l’osservazione di un cormorano nero, possono entrambe sostenere la tesi che tutti i cigni siano bianchi. “Così se, ad esempio, abbiamo delle buone ragioni per pensare – alla luce di teorie precedentemente accettate – che la cosa in questo stagno è un cigno nero, allora il fatto di scoprire che si tratta di un cigno bianco o di un cormorano nero potrebbe realmente fornire sostegno alla teoria che tutti i cigni sono bianchi” (ibid.). Ai fini della corroborazione non conta tanto il numero delle verifiche, quanto il loro “peso”: gli esempi a favore diventano “dati corroboranti” se sono il risultato di previsioni rischiose o se possono essere presentati come il risultato di controlli severi, cioè di tentativi seri, benché falliti, di confutazione (cfr. [2], pp. 66-67). Un controllo conta quanto più è severo e la severità di un controllo si collega al verificarsi di un evento inaspettato: se si verifica un evento che non dovremmo attenderci in assenza della teoria L, allora il fatto corrobora positivamente L. La previsione che la distanza angolare fra due stelle fisse in posizioni opposte rispetto al disco del Sole, se misurata di giorno, dovesse essere diversa da quella ottenuta con misurazioni del cielo notturno sarebbe stata del tutto impensabile senza la teoria della gravitazione di Einstein (che prevedeva che la luce dovesse essere attratta dal Sole esattamente come i corpi materiali). La posizione delle due stelle, inosservabile di giorno a causa dell’eccessivo splendore del Sole, fu fotografata proprio durante l’eclisse del 1919 e il confronto fra le diverse posizioni – notturna e diurna – delle due stelle permise di confermare la deviazione prevista dalla teoria einsteniana. Questa previsione, incompatibile con i risultati che tutti si sarebbero aspettati prima di Einstein, conteneva secondo Popper un elemento di rischio impressionante e il suo successo, difficilmente attribuibile a una coincidenza casuale, aumentò enormemente il grado di corroborazione (cfr. [2], p. 66; [5], p. 261). Dunque, un controllo è corroborante se scaturisce da una previsione rischiosa o – come dice Popper per rendere più preciso il concetto – dalla previsione di un fatto improbabile rispetto alla sola conoscenza di sfondo, cioè alla conoscenza non illuminata dalla teoria sotto controllo. Il grado di corroborazione fornito a una legge da un fatto viene definito, in prima approssimazione, a partire dalla differenza p(f, L γ) - p(f, γ) o, con notazione più usuale, p(f/L^γ) - p(f/γ). Il primo termine della differenza indica la probabilità di in presenza della legge e del resto della conoscenza γ; il secondo termine indica la probabilità di data la sola conoscenza di sfondo γ. Si noti che, nel caso che sia una conseguenza logica di e γ, risulta p(f/L^γ) = 1 e che la corroborazione è alta se la seconda probabilità della differenza è bassa. Il successo di previsioni vaghe e imprecise, come quelle di indovini e astrologi, ha scarso potere corroborante perché la mancanza di precisione si accompagna usualmente a un’alta probabilità dei fatti previsti (cfr. ancora [5], p. 261). Tuttavia queste probabilità sono difficili da stimare e anche la corroborazione risulta difficile da definire o formalizzare, come dimostrano le tre appendici alla Logica della scoperta scientifica ad essa dedicate e le successive precisazioni di Popper sull’argomento. Il concetto di corroborazione è problematico non solo dal punto vista formale, ma anche da quello filosofico. Popper, infatti, afferma che il grado di corroborazione di una teoria è un resoconto valutativo dei controlli superati, delle prove passate, che non dice nulla sulla sua “affidabilità” cioè sulla sua idoneità a sopravvivere ai controlli futuri (cfr. [3], p. 38). Se affermasse il contrario, Popper potrebbe essere accusato a ragione di far uso a sua volta, nonostante il conclamato rifiuto, di una inferenza di tipo induttivo. Tuttavia Popper ritiene che una teoria altamente corroborata possa almeno candidarsi ad essere una buona approssimazione della verità o ad essere più vicina alla verità di una teoria con un minor grado di corroborazione. “Se due teorie rivali – scrive Popper – sono state criticate e controllate nel modo più completo possibile, con il risultato che il grado di corroborazione di una è maggiore di quello dell’altra, avremo, in generale, motivo di credere che la prima è una migliore approssimazione alla verità della seconda” ([5], pp. 83-84). Ma anche questa tesi, a prima vista ragionevole ed anche fondata sul piano storico, è piuttosto impegnativa e sembra non sfuggire del tutto al rischio di ricadere nell’induzione.
Problemi della confutazione
Se è vero che sia la conferma, sia la più debole corroborazione, sono entrambe problematiche, le cose non vanno molto meglio per la confutazione.
Pierre Duhem

Prima di Popper, Pierre Duhem (1861-1916) aveva osservato che generalmente al vaglio dell’esperienza non viene sottoposta una legge fisica isolata ma tutto un insieme di ipotesi (cfr. [6], p. 211). Quando i fatti non si accordano con una teoria, il modus tollens non ci dice quale parte della teoria debba essere rigettata. Solo il “bon sens” dello scienziato riesce talvolta a individuarla. Seguendo Duhem, si può vedere che il modus tollens potrebbe non essere conclusivo per la refutazione se la teoria sotto controllo si accompagna ad ipotesi ausiliarie Hi e a condizioni iniziali Ci:

La falsità di implica la falsità della congiunzione (L^H1^….^Cne questa può essere falsa non solo se è falsa la legge sottoposta a controllo, ma anche se lo è qualcuna delle ipotesi ausiliarie o delle condizioni iniziali. Si può imputare la falsità di alla falsità di solo se si è certi che le Hi e le Ci sono vere, cosa non sempre scontata. Se, per fare ancora lo stesso esempio, sottoponiamo a controllo la teoria della gravitazione di Newton con osservazioni astronomiche, è probabile che vengano usati telescopi o altri strumenti che presuppongono quantomeno le leggi dell’Ottica. Perciò le osservazioni che non si accordano alla teoria di Newton potrebbero trovare spiegazioni che non mettono in dubbio la teoria stessa.
Per chiarire il discorso, si può ricordare che John Flamsteed (1646-1719), astronomo di Greenwich, comunicò a Newton una tabella di dati sul moto lunare che mostrava come le teorie newtoniane fossero errate. Newton lo invitò a rifare i calcoli tenendo conto dell’effetto della rifrazione dei raggi di luce lunari nell’atmosfera terrestre. In questo modo i calcoli tornarono e l’anomalia sparì. Un’altra anomalia storica della teoria newtoniana emerse qualche secolo dopo relativamente all’orbita di Urano, settimo pianeta del sistema solare. Qualche decennio dopo la sua scoperta, era stato notato che il nuovo pianeta deviava dall’orbita prevista ricavabile dalla Meccanica celeste di Newton e dalle condizioni iniziali accettate fino a quel momento, cioè che i restanti pianeti fossero sei. Tuttavia, se si fosse postulata l’esistenza di un ulteriore pianeta, la deviazione di Urano si sarebbe potuta spiegare salvando la teoria newtoniana. J.C. Adams (1819-1892) e U.J. Le Verrier (1811-1877) giunsero entrambi, in modo indipendente l’uno dall’altro, alla soluzione del problema individuando massa e posizione di un nuovo pianeta sconosciuto. La ricerca dell’ottavo pianeta ebbe successo e portò alla scoperta di Nettuno. L’anomalia del perielio di Mercurio, osservata successivamente, diede ancora luogo a ricerche di un nuovo pianeta che sarebbe stato chiamato Vulcano, ma questo pianeta non fu mai scoperto. Nel 1915 Einstein riuscì a spiegare l’anomalia dell’orbita di Mercurio sulla base della sua teoria della relatività generale e senza ricorrere ad ipotesi supplementari. E questa fu realmente una prima evidenza che portò a scalzare la teoria di Newton a favore di quella di Einstein.
Popper riconosce che la falsificazione può essere difficoltosa e che in effetti sono generalmente i sistemi di teorie ad essere sottoposti al controllo dell’esperienza, più che singoli asserti isolati da un contesto. L’attribuzione della falsità ad un singolo asserto nell’ambito di un sistema teorico è sempre estremamente incerta e l’intuito dello scienziato gioca un grande ruolo nell’indirizzare la confutazione verso una parte o un’altra del sistema. Questo anche se Popper ritiene che generalmente si riesca a individuare quali parti delle teorie implicate in un controllo siano più rischiose e più esposte alla confutazione e quali invece si possano trattare come una sorta di “conoscenza di sfondo”, relativamente non problematica. Comunque le difficoltà della falsificazione empirica delle teorie - aggiunge Popper - non possono toccare la falsificabilità logica. Il fatto che “non tutto sia logico” nell’impresa scientifica non deve impedirci di usare la logica per gettare su di essa la maggior luce possibile (cfr. [5], pp. 204-205).
Alle difficoltà della falsificazione empirica si deve aggiungere il fatto che una teoria può sempre essere salvata dalla confutazione mediante l’aggiunta di opportune ipotesi ausiliarie. Per fare un esempio vicino ai casi storici che abbiamo citato, la perturbazione dell’orbita di un pianeta rispetto a quella calcolabile con le leggi di Newton potrebbe essere attribuita alla presenza di un pianetino perturbatore p’; se però questo nuovo pianetino non fosse scoperto nella posizione prevista, lo scienziato newtoniano potrebbe pensare che i telescopi non siano abbastanza potenti da osservarlo. Se nemmeno un telescopio di nuova costruzione e più potente dei precedenti riuscisse ad osservare il pianetino, il fisico newtoniano potrebbe ipotizzare che una nube di polvere cosmica nasconda il pianeta sconosciuto. Se fosse lanciato un satellite artificiale a cercare la nube e se questa non fosse trovata, si potrebbe ancora pensare che gli strumenti del satellite siano disturbati da un campo magnetico nelle vicinanze della nube. Dunque, si potrebbe decidere di inviare un altro satellite per una nuova ricerca e così via. Questo esempio immaginario (cfr. [8], pp. 174-175) dovuto a Imre Lakatos, l’allievo più noto di Popper, spesso polemico con il suo maestro, illustra in modo colorito come possano essere adottate molte strategie di salvataggio nei confronti di una teoria scientifica. Di fronte a questa possibilità, la raccomandazione di Popper è che le ipotesi aggiuntive non siano ipotesi ad hoc, cioè non siano ipotesi che si fermino alla spiegazione del solo fatto contrario, ma che aumentino il contenuto empirico della teoria. “Per quanto riguarda le ipotesi ausiliarie, – scrive Popper – decidiamo di enunciare la regola secondo cui sono accettabili soltanto quelle la cui introduzione non diminuisce il grado di falsificabilità o di controllabilità del sistema in questione, ma al contrario l’accresce” ([1], p. 72). 
Problemi della demarcazione
Popper ritiene che le critiche viste nel precedente paragrafo non possano scalfire né la fondamentale asimmetria logica fra verifica e confutazione, né il criterio di demarcazione della scienza che si basa su di essa. Ma a questo punto si può osservare che proprio il criterio di demarcazione, basato sulla falsificabilità, rischia di essere al tempo stesso troppo forte troppo debole. Troppo forte perché, per esempio, esclude dalla scienza, in quanto non falsificabili, gli asserti strettamente esistenziali: infatti, per falsificare un asserto esistenziale, cioè per escludere che una certa cosa esista, si dovrebbe riuscire a scandagliare tutto l’universo spazio-temporale e questa impresa è manifestamente impossibile. In questo modo si escludono dalla scienza sia asserti screditati come “Esiste l’araba fenice”, sia asserti banalmente veri come “Esiste un cigno bianco”, sia un enunciato come “Esiste un elemento con numero atomico 72” che, oltre che vero, è considerato da tutti genuinamente scientifico (cfr. [1], p. 56). Il criterio di demarcazione di Popper può anche sembrare troppo debole perché rischia di includere tutte le leggi che sono state dimostrate false: se una teoria è stata falsificata, è certamente falsificabile e perciò è scientifica. E questo dovrebbe riguardare sia teorie grandiose come la Meccanica newtoniana, sia le falsità più banali.
Popper risponde in vario modo a queste obiezioni. Il suo criterio di demarcazione esclude dalla scienza solo gli asserti esistenziali “isolati”. Anche un asserto esistenziale può essere falsificato, se è parte integrante di un sistema teorico: l’asserzione che esiste un elemento con numero atomico 72 è scientifica perché non è isolata, ma è stata avanzata all’interno di una teoria che permise di specificare come trovare questo elemento (cfr. [5], p. 195). Inoltre l’asserto strettamente esistenziale, cioè l’asserto isolato “Esiste un cigno bianco”, anche se vero, non è interessante per la scienza a causa del suo scarso contenuto informativo. Il fatto che esista un cigno bianco da qualche parte è un’affermazione poco impegnativa e per esempio è logicamente più debole dell’affermazione singolare “Il cigno che osservo in questo luogo e in questo momento è bianco”. Anche questa proposizione fattuale elementare, che è sia verificabile sia falsificabile, non fa parte secondo Popper della scienza teorica ma soltanto della sua “base empirica”. A differenza degli asserti universali, che hanno rilevante potere esplicativo (in correlazione a condizioni iniziali, possono spiegare eventi o asserti singolari) gli asserti esistenziali sono troppo deboli per spiegare qualcosa e quindi non sono interessanti per lo scienziato (cfr. ancora [5], p. 200).
E.L. Kirchner, Potsdamer Platz (1914)

Seguendo lo stesso ordine di idee si può rispondere anche alla seconda obiezione avanzata all’inizio di questo paragrafo, cioè che la scienza falsificabile debba includere anche leggi false a prima vista. Così come la scienza non è interessata a verità banali del tipo “Esiste un cigno bianco”, allo stesso modo non può comprendere teorie banalmente false. Perché una teoria sia accettata nella scienza occorre che superi controlli severi, serve cioè un po’ di corroborazione. Questo discorso viene sviluppato da Popper specialmente negli scritti a partire dal 1960: “se avessimo successo soltanto nel confutare le teorie e non nell’ottenere verifiche delle previsioni di nuovo tipo, dovremmo certo riconoscere che i problemi scientifici sono diventati per noi troppo difficili, perché la struttura del mondo (se ve ne è una) va oltre le nostre capacità di comprensione. (…) Credo, tuttavia, che dovremmo renderci conto che (…) sono essenziali entrambi i tipi di successo: il buon esito della confutazione delle teorie, e il successo di alcune di queste nel resistere almeno ad alcuni dei più risoluti tentativi di confutarle” ([2], p. 420). Quest’ultimo requisito è necessario non solo per eliminare le teorie banali, ma anche per una ragione non meno importante: lo scopo della scienza, attraverso congetture, confutazioni e corroborazioni, è quello di portare ad una sempre maggiore approssimazione alla verità. Allora “se è nostra intenzione rafforzare la verosimiglianza delle teorie, cioè avvicinarci alla verità, dovremmo aspirare non solo a ridurre il contenuto di falsità delle teorie, ma anche a rafforzarne il contenuto di verità” (ibid., p 421). Con questo discorso Popper cerca di precisare l’idea intuitiva di avvicinamento alla verità, o di “verosimiglianza”, a partire dal “contenuto di verità” (insieme delle conseguenze vere di una teoria) e dal “contenuto di falsità” (insieme delle conseguenze false), ma nello stesso tempo apre un nuovo fronte di difficoltà. Proprio partendo da questi contenuti, di verità e di falsità, Popper ritiene di poter confrontare formalmente la verosimiglianza di due teorie, anche se sono entrambe false, e di definire inoltre una misura della verosimiglianza di una singola teoria. Sfortunatamente alcuni critici hanno mostrato che le proposte di Popper non sono logicamente sostenibili e quindi non sono idonee a catturare l’idea intuitiva di avvicinamento alla verità. Popper riconosce l’insuccesso scrivendo di aver accettato le critiche alla sua proposta pochi minuti
dopo che gli furono presentate. Tuttavia si dice convinto del fatto che una definizione formale di verosimiglianza potrebbe non essere necessaria per parlarne sensatamente e che l’idea di verosimiglianza potrebbe essere usata nell’ambito della sua teoria come concetto non definito (cfr. [5], p. 25).
Osservazioni finali
A questo punto è lecito chiedersi se si possa trarre qualche conclusione da questa analisi dei problemi e delle difficoltà del falsificazionismo. Popper, anche negli scritti della maturità, ha sempre difeso la sua intuizione giovanile che nella scienza hanno diritto di cittadinanza solo quelle teorie che prestano il fianco alla falsificazione e possono essere accettate provvisoriamente solo quelle che sono passate indenni attraverso i tentativi di confutazione. Queste tesi di Popper sembrano molto ragionevoli. Così come sembra plausibile l’idea che la scienza, attraverso la sostituzione di congetture confutate con altre ancora confutabili, ma non allo stesso modo delle precedenti, porti a una sempre migliore approssimazione della verità. Ma abbiamo visto che molti aspetti dell’elaborazione di Popper sono stati criticati o giudicati impraticabili. Ovviamente è difficile dire se queste lacune siano fatali per l’impianto generale del suo pensiero. Molti ritengono che la concezione di Popper, nonostante le difficoltà, continui a gettare molta luce sull’impresa scientifica e che da essa ormai non si possa prescindere. Potrebbe essere ancora attuale un giudizio espresso da Lakatos all’inizio degli anni Settanta (cfr. [9], p. 177, n. 2) quando scrive di aver ripetutamente criticato la filosofia di Popper proprio perché convinto che essa rappresenti la filosofia più avanzata del nostro tempo e che qualsiasi progresso filosofico possa essere basato solo, anche se “dialetticamente”, sui suoi risultati.

BIBLIOGRAFIA
[1] Popper K.R., Logik der Forschung, Springer, Wien 1935, trad. ingl. The Logic of Scientific Discovery, Hutchinson, London 1959; trad. it. Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 1970.
[2] Popper K.R., Conjectures and Refutations, Routledge and Kegan Paul, London 1963; trad. it. Congetture e confutazioni, il Mulino, Bologna 1972.
[3] Popper K.R., Objective Knowledge, Clarendon Press, Oxford 1972; trad. it. Conoscenza oggettiva, Armando, Roma 1975.
[4] Popper K.R., Unended Quest. An Intellectual Autobiography, Fontana-Collins, London 1976; trad. it. La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, Armando, Roma 1976.
[5] Popper K.R., Realism and the Aim of Science, from the Postscript to The Logic of Scientific Discovery ; Hutchinson, London 1983; trad. it. Poscritto alla logica della scoperta
scientificaIl realismo e lo scopo della scienza, il Saggiatore, Milano 1984.
[6] Duhem P., La théorie physique: son objet et sa structure, Rivière, Paris 1906; trad. it. La teoria fisica: il suo oggetto e la sua struttura, Il Mulino, Bologna 1978.
[7] Einstein A., Über die spezielle und die allgemeine Relativitätstheorie (gemeinverständlich), Viewieg, Braunschweig 1916; trad. it. Relatività: esposizione divulgativa, Boringhieri, Torino 1967.
[8] Lakatos I., Musgrave A. (eds.), Criticism and the Growth of Knowledge, Cambridge University Press, Cambridge-London 1970; trad. it. Critica e crescita della conoscenza, Feltrinelli, Milano 1976.
[9] Lakatos I., The Methodology of Scientific Research Programmes: Philosophical Papers Volume I, Cambridge University Press, Cambridge 1978; trad. it. La metodologia dei programmi di ricerca scientifici: Scritti filosofici I, il Saggiatore, Milano 1985.

domenica 15 luglio 2018

Una impietosa analisi sul ruolo di Roma Capitale, in confronto a Milano...



Servizi scadenti, incuria, crescita culturale e creatività urbana ridotte a zero: la “città eterna” non regge più il confronto

di Raffaele Simone, 10 gen 2017

Roma è davvero (come diceva Cavour) «necessaria all’Italia»? 
E se invece ci decidessimo a portare la capitale a Milano? Il tema è antico, e non sempre sono state le menti più scelte a sollevarlo. Ma da qualche tempo è impossibile eluderlo. La catastrofe dell’amministrazione di Virginia Raggi, la voragine del debito e l’indegno abbandono in cui la Capitale versa da anni rendono inevitabile quella domanda.

Del resto, gli indicatori della Capitale sono ormai tutti in picchiata. Qualche settimana fa una ricerca ItaliaOggi-La Sapienza sulla qualità della vita nelle grandi città italiane ha declassato Roma all’ottantottesimo posto, dal già poco onorevole 69esimo dell’anno scorso. Pochi giorni dopo un’indagine analoga del Sole24Ore ha rincarato la dose: la prima città in Italia è Aosta, Roma la tredicesima, anche stavolta con una perdita di diverse posizioni. Non stiamo a chiederci come e perché le due classifiche siano così diverse. Quel che conta è che in quella del Sole la seconda della lista è… Milano.

Beffardo e feroce, il Corriere della sera ha girato il coltello nella piaga pescando un’icona ancora più bruciante: ha confrontato, con tanto di foto, le decorazioni natalizie della capitale con quelle di Milano. Che Roma a Natale fosse buia e dimessa fino allo squallore lo sapevamo da sempre, ma il confronto è umiliante: fantasia di disegno e di colori, vivacità di luci contro mestizia, banalità e micragna.

Classifiche o non classifiche, però, sta di fatto che Roma stride in modo cocente non solo con una quantità di capoluoghi italiani, ma con tutte le capitali dell’Europa occidentale, e anche centrale. E stride per quella che, col gergo dei meteorologi, si direbbe la sua “vivibilità percepita”, che se ne infischia di indicatori numerici e dice solo come si sente il cittadino che vive qui. Basta una visita mordi-e-fuggi a Praga e a Varsavia, e a Lisbona, per non parlare di Parigi, Berlino, Stoccolma, Madrid o Ginevra, per tornare increduli e frastornati dal vertiginoso crepaccio.

Non parlo solo di quel che salta agli occhi: pulizia (a Roma nulla da anni), polizia urbana (poca, inefficiente e villana), cura del verde (zero), trasporti pubblici (catastrofici), traffico (indisciplinato fino alla malvagità: il maggior numero di pedoni ammazzati all’anno), commercio abusivo (senza freno), finitura generale dell’habitat (pessima a Roma: buche, marciapiedi rotti, scritte sui muri, segnaletica scarsa, strutture in abbandono, orologi fermi, erbacce ovunque), intelligenza commerciale (scarsissima a Roma: decine di negozi uguali l’uno accanto all’altro), rispetto degli anziani e dei bambini (bassissimo) e così via. Da qualche tempo cresce anche la varietà di tipi inquietanti (ingrediente non riducibile in percentuali, ma cruciale per la vivibilità), di accattoni organizzati, di mariuoli in trasferta: da una giratina alla stazione Termini o, ancora meglio, alla Metro Flaminio o alla Stazione Anagnina si può tornare a casa coi brividi addosso.

È ancora peggio se guardiamo alle cose meno appariscenti. Ad esempio, Roma è una delle poche capitali al mondo senza impianti sportivi comunali. Esiste un assessorato allo sport, ma non si capisce cosa faccia. I ragazzi giocano a pallone per strada; chi vuole una piscina, una palestra, un corso di sport, deve cercare tra i privati. Chi vuole musica, può trovarla in due o tre teatri al massimo, tutti raccolti nella zona centrale, uno solo dei quali (quello di Renzo Piano) davvero presentabile.

C’è poi un altro livello: la creatività urbana, le invenzioni escogitate per rendere ai cittadini la vita più facile e magari anche un po’ più divertente. Qui le città francesi, inglesi, spagnole, tedesche non vincono, ma stravincono. È in Francia che hanno inventato le biciclette a noleggio, le automobili elettriche, le spiagge sul fiume, le piscine pubbliche di design (a Parigi ce n’è perfino una che flotta sulla Senna), la metropolitana senza pilota, i mototaxi, il decoro urbano sempre reinventato. Roma, da anni gemellata senza merito con Parigi, ha copiato qualcosina, ma mestamente: le biciclette a nolo, riprese dalla ville-lumière, sono state tutte rubate, senza dire che usarle in città era quasi impossibile (piste riservate poche e malmesse, rispetto per i ciclisti nullo). A Roma il comune ha inventato un car sharing complicato, raro e antipatico, a cui è perfino laborioso iscriversi. È stato battuto in un batter d’occhio da due delle poche invenzioni che in questa città rendano il cittadino più felice, Enjoy e Car2Go, ovviamente private. E quanto alle architetture pubbliche, la discussa Nuvola dell’Eur non basta a reggere il confronto con la magnifica Fondazione Feltrinelli a Milano.

Ma dove si sente davvero pianto e stridor di denti è il Mondo Tre (come lo chiamava Popper), quello della cultura, dell’entertainment, o come altro volete chiamarlo. Si tratta, ovviamente, di business, non di opere benefiche; quindi di cose che, se ben fatte, potrebbero rendere ricco chi le promuove. Le invenzioni comunali a Milano si moltiplicano, a Roma sono prossime allo zero. La nuova giunta ha ribattezzato l’assessorato alla cultura, intitolandolo (chissà perché) alla “Crescita culturale”, ma in città non cresce niente. Non si può mettere il deserto Macro, le tristi Case del jazz, della traduzione e del cinema a petto del milanese Museo del Novecento, la romana Galleria Civica di arte moderna (ignota ai più) a confronto con la milanese Fondazione Prada; tra i musei comunali solo i Capitolini (fondati però nel 1734!) sono frequentabili. Ci sono anche indecifrabili crisi di personale: il Maxxi, la (mesta) Festa del Cinema, l’Auditorium Parco della Musica sono diretti da stranieri, che della città non sanno nulla. Roma non è dunque in grado di esprimere dirigenti culturali? Allo stesso modo, non è in grado di esprimere dirigenti politici: i capi delle municipalizzate e gli assessori della scombiccherata giunta Cinque Stelle sono stati raccattati qua e là: in Veneto, Campania, Lombardia…

Che cosa è successo nella Capitale? I ricchi di Milano contribuiscono allo sviluppo della città (vedi Fondazioni Feltrinelli e Prada), quelli di Roma alla speculazione edilizia. Perché a Roma non c’è una Fondazione Caltagirone? Dov’è finita la borghesia colta? Dove sono i giovani creativi? Insomma, di cosa è capitale la Capitale? Della Grande Bellezza? Macché. Ormai, si direbbe, della politica e della burocrazia, del commercio indisciplinato e abusivo, dei palazzinari e soprattutto dell’incuria.

Se è così, che si aspetta? Coraggio: a Milano, a Milano!