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venerdì 13 aprile 2018

Il recente studio dell'OCSE sulle disuguaglianze economiche...



OECD Tax Policy Studies: 



Il rapporto Ocse sulla tassazione della ricchezza nei Paesi Occidentali certifica che l'Italia è uno degli Stati in cui la crisi ha fatto sentire di più i suoi effetti penalizzando la fascia bassa della popolazione. 

In Italia aumentano le disuguaglianze
Per questo, per l’Ocse sarebbe bene che il governo pensasse ad imporre una patrimoniale. Secondo il rapporto Ocse sulla tassazione della ricchezza nei Paesi Occidentali, l’Italia è infatti uno degli Stati in cui la crisi ha fatto sentire di più i suoi effetti penalizzando la fascia bassa della popolazione



“I dati comparati di sei Paesi Ocse indicano che, sin dall’inizio della crisi, la concentrazione della ricchezza nelle fasce abbienti della popolazione è aumentata in quattro Stati” spiega l’organizzazione internazionale. Fra questi l’Italia, ma anche l’Olanda, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. 

“Contemporaneamente ovunque è aumentata la disuguaglianza fra i più poveri con l’unica eccezione della Gran Bretagna” prosegue il rapporto che sottolinea come il 43% della ricchezza sia in mano al 10% della popolazione


Così, secondo gli esperti dell’organizzazione internazionale di Parigi, sarebbe auspicabile una patrimoniale che è uno dei modi più veloci per ridurre più i divari di ricchezza. Non a caso di recente, come evidenzia l’Ocse, “alcuni Paesi hanno mostrato un rinnovato interesse per le imposte sul patrimonio come un modo per aumentare le entrate e affrontare le disuguaglianze” economiche nella popolazione. 



Il tema però non piace affatto a Confindustria. “Noi viviamo in un Paese in cui le patrimoniali le hanno già messe sui fattori di produzione – ha evidenziato il numero uno dell’associazione degli industriali, Vincenzo Boccia – Ci sono tasse come l’Irap e l’Imu che pesano sui capannoni industriali di chi dovrebbe fare impresa”. Per il presidente di Confindustria meglio sarebbe che il futuro esecutivo si concentrasse invece su “una riforma fiscale che aiuta chi produce, il mondo del lavoro, i lavoratori e le imprese, non sui patrimoni delle persone”. Sul tema patrimoniale, secondo Boccia “dobbiamo fare molta attenzione per evitare che, siccome le imprese non votano, qualcuno pensi di mettere altre tasse sulle aziende rendendole meno competitive. Faremmo un capolavoro a favore degli altri”.

A fare da eco al presidente di Confindustria anche Confedilizia secondo cui “nel nostro Paese una patrimoniale c’è già: si chiama Imu-Tasi, vale 21 miliardi di euro l’anno e ha già provveduto ad annientare il settore immobiliare, favorendo la chiusura di imprese, la perdita di posti di lavoro e la contrazione dei consumi”. 
Inoltre, secondo Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica, una patrimoniale che pure “non si può escludere in una situazione di emergenza (…) creerebbe problemi di liquidità”. Detta in altri termini, se la patrimoniale si configurasse come una nuova generalizzata stangata sul mattone o sulla successione, potrebbe mettere in difficoltà gli italiani che hanno investito in immobili. Non a caso anche l’Ocse nel suo rapporto precisa che le ragioni di una patrimoniale “non possono essere valutate in maniera isolata, ma dipendono dal sistema fiscale e dallo scenario complessivo economico e sociale del Paese”


Di seguito la pubblicazione Ocse integrale:



giovedì 12 aprile 2018

Anche la CGIL licenzia senza giusta causa?




di Franco Genzale, 30 mar 2018
Provate a mettervi nei panni di tre persone, tre irpini, tre dirigenti storici della Cgil della provincia di Avellino, tre padri di famiglia con mogli e figli a carico, che un bel giorno, all’improvviso, a quanto pare senza una benchè minima motivazione d’una qualsiasi consumata o consumabile indegnità, si vedono recapitare la lettera di licenziamento - non dal solito datore di lavoro brutto, sporco e cattivo – ma da un “padrone” atipico dal quale mai e poi mai ti saresti aspettato una cosa dal genere: un “padrone” che ha le sembianze del segretario generale della Cigl irpina, Franco Fiordellisi


Buongiorno, amici e lettori di Orticalab. 
Secondo voi, le cose virgolettate che leggerete da qui a due righe potrebbe mai averle dette – chessò – un Sergio Marchionne (Fiat Chrysler), un Vincenzo Boccia (Confindustria nazionale), oppure, per restare dalle nostre umili parti, un Pino Bruno (Confindustria irpina)?

Leggiamo insieme.
  1. “Sono ben consapevole che oggi per voi e per le vostre famiglie non è un giorno felice come invece dovrebbe essere (è il Primo Maggio 2017, ndr)….La scelta della K -Flex di chiudere la procedura e mandare lettere di licenziamento è una dimostrazione di arroganza ma anche di impotenza da parte del Governo e del Mise…Saremo con voi domani e dopodomani e finché ci sarà da lottare per trovare una soluzione. Rinsaldiamo questo legame e questa promessa”. (Primo Maggio 2017).
  2. “Le crisi aziendali sono tante e sono di aziende importanti….Qualunque caso prendiamo, sono le prime crisi in cui misuriamo gli effetti della legge delega sul lavoro, che avendo tolto gli ammortizzatori determina che questi processi partano direttamente con i licenziamenti collettivi senza la possibilità di costruire tempi e processi, organizzazione, riconversione per i lavoratori senza dargli prospettive”. (14 ottobre 2014).
  3. “Non abbiamo mai fatto mistero di voler abolire il Jobs Act, però io credo che il tema sia la prospettiva. Noi abbiamo presentato una proposta che è la carta universale dei diritti del lavoro e crediamo che quella sia la direzione. Avere dei diritti in capo alle persone che lavorano, qualunque sia il loro contratto e la loro condizione di dipendenza. Più le divaricazioni sono nel lavoro e più la distanza tra i cittadini e la politica diventerà esplicita”. (24 marzo 2018).

No, no, amici e lettori di Orticalab. 
Quelle tre cose non possono averle dette né Marchionne, né Boccia, né Bruno. Quelle tre cose le ha dette, con tanto di motivazioni ideologiche e ideali annesse, una Signora di Sindacalista che si chiama Susanna Camusso, leader della Cigl. La quale può piacere o meno, può essere con divisibile o non, ma di sicuro è una che fermamente crede in ciò che dice.

Tanto premesso, provate a mettervi nei panni di tre persone, tre irpini, tre dirigenti storici della Cgil della provincia di Avellino, tre padri di famiglia con mogli e figli a carico, che un bel giorno, all’improvviso, a quanto pare senza una benchè minima motivazione d’una qualsiasi consumata o consumabile indegnità, si vedono recapitare la lettera di licenziamento - non dal solito datore di lavoro brutto, sporco e cattivo – ma da un “padrone” atipico dal quale mai e poi mai ti saresti aspettato una cosa dal genere: un “padrone” che ha le sembianze del segretario generale della Cigl irpina, Franco Fiordellisi.

Non era mai accaduto prima in Italia. Di provvedimenti disciplinari estremi ce ne sono stati anche in casa Cgil. Ma quando si è verificato, si è certamente trattato di sanzioni inevitabili per la gravità dei fatti accertati. Mai a causa della “necessità di riorganizzazione interna” dovuta alle “mutate condizioni del mercato del lavoro nonché della conseguente riduzione dei tesserati e quindi delle entrate”.

Per carità: se i conti non tornano, qualche provvedimento bisogna pure assumerlo. Ma perché – viene spontaneo chiedersi – quando in questo stato di necessità si trovano i “padroni” propriamente detti” si alzano le barricate, si grida allo scandalo, si sfoglia con la puzza sotto il naso il Capitale d’un tal Karl Marx, e invece tutto diventa burocraticamente normale, politicamente corretto, quando il sindacato, la Cgil in particolare, è “parte” e non “controparte”?

La lettera di “licenziamento per giustificato motivo oggettivo” reca la data del 7 marzo 2018. E’ un preavviso: 90 giorni prima come da norma. Tutt’e tre i licenziati, veterani della Cgil, fanno parte dell’”Area Politica non Elettiva”. Mai nessuna ombra – vale sottolinearlo – sulla estrema correttezza e dedizione del loro impegno lavorativo. Tre dirigenti storici, con famiglie a carico, due dei quali monoreddito.

Per di più, tutt’e tre in età “critica”: non più giovani per aspirare ad inserirsi con qualche seria probabilità di successo nel mondo del lavoro, non anziani abbastanza per potersi traghettare verso il pensionamento con il supporto di validi ammortizzatori sociali. Un dramma nel dramma, insomma, che molto probabilmente avrà come epilogo una dura vertenza sindacale all’interno del sindacato.

Fa specie leggere, nel preavviso di licenziamento, espressioni come questa: “...Dunque l’impossibilità per la scrivente di potere far fronte alla sensibile riduzione dell’entrate, ha determinato la necessità di dover procedere in via definitiva alla soppressione della Sua figura, aal solo fine di evitare ulteriori disagi nella organizzazione del lavoro, non potendola collocare in mansioni diverse”.

“Soppressione della Sua figura...”. Fa un certo effetto, bisogna convenire, leggere un’espressione del genere in una lettera firmata da un sindacalista. Certo, lo impone il burocratese. Ma quanta durezza in quel sostantivo così lontano da una pur labile concessione di speranza: soppressione, un colpo alla tempia, qui e subito. Tre famiglie sul lastrico sono roba da poco. O no?

E tutti i discorsi della buona tradizione culturale cigiellina, che fine hanno fatto. E quelle parole di Susanna Camusso agli operai della K – Flex il Primo Maggio 2017: “Saremo con voi domani e dopodomani e finché ci sarà da lottare per trovare una soluzione”?

Fa specie anche l’ultimo passaggio di quella lettera di preavviso: “...Si ricorda che la soppressione delle mansioni quale presupposto del licenziamento rientra nelle prerogative datoriali in merito alla gestione dell’organizzazione aziendale. Nel caso specifico, peraltro, si ribadisce che la riorganizzazione è stata determinata dall’andamento negativo del mercato del lavoro e del tesseramento...La ringraziano della Sua collaborazione...”.

Proprio così: arrivederci e grazie. Fosse una lettera firmata da Marchionne, da Boccia o da Bruno, nessuna meraviglia: il cinismo è la “valuta” del capitale. Ma scritta dalla Cgil, diciamolo, fa un certo effetto.

mercoledì 11 giugno 2014

La fiducia nella ripresa futura può aiutare, l'euforia no...



di Fabrizio Forquet, 5 giu 2014


È tempo di dare un freno alla garrula euforia che sembra essersi diffusa nel Paese - non da parte del premier - dopo il «40%» conquistato da Matteo Renzi alle elezioni europee. 
Il consenso è una benzina importante per fare le riforme. 
Ma la rincorsa dei laudatores e l'ottimismo fatuo di queste giornate non risolvono neppure uno dei gravi problemi che il Paese ha di fronte.

Non sovvertono certamente il dato di una caduta di produzione in Italia del 25% dal 2000 ad oggi contro un incremento del 36% nel resto del mondo. Con picchi drammatici in quelli che erano i settori di punta dell'industria italiana, dal meno 48% del tessile al meno 52% degli autoveicoli. Una fotografia inesorabile, quella scattata dal Centro studi di Confindustria diretto da Luca Paolazzi, della contrazione economica che il Paese sta vivendo. 
Tanto più che non si vedono segnali di una inversione di tendenza. I dati sulla produzione industriale di maggio parlano di un modestissimo +0,2% mese su mese. 

La variazione congiunturale acquisita per il secondo trimestre è praticamente nulla. L'Istat evidenzia in maggio, per la prima volta dalla fine dello scorso anno, un peggioramento dei giudizi sugli ordini delle imprese. Per non parlare dell'andamento dell'occupazione, che ha registrato ad aprile la perdita di altri 68mila posti di lavoro.



Con questi segnali la possibilità che il Pil possa accelerare in modo significativo rispetto al -0,1 per cento registrato nel primo trimestre diventa remota. L'andamento del prodotto è poco più che piatto e l'obiettivo pur modesto del +0,8% a fine anno fissato dal governo è già irrealistico. C'è da auspicare che il bonus in busta paga possa in tempi brevi produrre i suoi effetti, ma le valutazioni critiche di ieri della Corte dei conti non aiutano ad essere ottimisti in questo senso.


La bassa crescita renderà poi più problematico far tornare i conti già nel 2014. La commissione europea ha evitato di chiedere esplicitamente una manovra correttiva, e ha fatto bene, ma a questo alludeva nel parlare di rafforzamento delle misure in corso d'anno. Una cosa è certa: una nuova manovra avrebbe un effetto ulteriormente depressivo sulla crescita facendo avvitare l'Italia in una spirale senza uscita. Va quindi evitata ad ogni costo. Tanto più che già la prossima legge di stabilità dovrà individuare per il prossimo anno coperture per almeno 15 miliardi solo per confermare il bonus di 80 euro e per finanziare spese inderogabili come le missioni internazionali.

Sembra un rebus irrisolvibile. 
Soprattutto se ci aggiungi una pressione fiscale sulle imprese che è del 50% superiore alla media europea, come ha denunciato ancora ieri la Corte dei conti, un costo del lavoro che continua a crescere del tutto slegato dalla produttività, un settore sommerso dell'economia che viaggia al 21%. Eppoi il nodo della legalità, che diventa sempre più un allarme nazionale. Sembra che non ci sia grande appalto che non affondi tra avvisi di garanzia ed arresti. Forse è davvero questa la prima emergenza: perché corrotti e corruttori distruggono il mercato, espellendo l'impresa sana e bruciando la fiducia che è il primo capitale dell'iniziativa economica.

Questa è la realtà che oggi Renzi ha di fronte. Non è lui, evidentemente, ad esserne responsabile. Ma è lui che deve trovare la soluzione. Il 40% dei consensi elettorali non sono ancora la soluzione, la soluzione sono le riforme in Italia e in Europa. Quegli 11 milioni di elettori ti possono dare una spinta, aiutano a superare i tanti veti e le tante resistenze di chi non vuole cambiare, ma i problemi per ora restano tutti lì. Così come le riforme da fare. 
La fiducia può aiutare, l'euforia no.