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lunedì 4 agosto 2014

Fotografia delle pensioni a due anni dalla Riforma Fornero...



di Rossella Cadeo, 30 lug 2014

Sulle pensioni il dibattito è sempre aperto, così come sulle misure necessarie per completare il percorso – avviato con la riforma Fornero di fine 2011 – per la messa in sicurezza del sistema previdenziale. Si torna a ventilare l'ipotesi di un contributo di solidarietà sugli assegni più alti (3,5-4mila euro) da inserire nella prossima legge di Stabilità, si lavora sull'opportunità di includere anche i pensionati tra i beneficiari del bonus Irpef di 80 euro (sempre che si trovi la dote finanziaria che permetta di renderlo strutturale), si cercano nuove strade per allargare la platea dei salvaguardati e reinserire categorie di lavoratori esclusi, allentando i requisiti fissati con il primo intervento del 2011.


Il quadro

E se la spesa pensionistica oggi si attesta al 16,3% del Pil (avendo scongiurato il rischio che si superasse il 18%) per un importo complessivo Ivs di 170 miliardi (190 incluse le prestazioni assistenziali), è anche vero che le prestazioni vigenti sono circa 14,5 milioni (oltre 18 compresi autonomi e altre gestioni) e che il rapporto tra contribuenti e pensioni si è ridotto da 129,1 a 126,4 dal 2012 al 2013.
Intanto si prevedono assegni meno ricchi con un costante calo dei tassi di sostituzione (effetto dell'innalzamento del requisito anagrafico, del passaggio al sistema contributivo ma anche della congiuntura economica) e da più parti – tra le ultime voci che si sono levate, quella del commissario straordinario dell'Inps Vittorio Conti, in occasione della Relazione annuale a Montecitorio – si sottolinea la necessità di un rilancio delle adesioni alla previdenza complementare.



Bilancio

A fronte di questa situazione in continua evoluzione e da tenere sotto controllo è comunque possibile fare un primo bilancio sull'andamento e la distribuzione territoriale degli assegni pensionistici da prima a dopo la riforma.
Secondo le elaborazioni effettuate dal Sole 24 Ore sugli ultimi dati Inps, le anzianità (ora sostituite dalla "anticipata") sono passate dai 2,7 milioni del 2003 ai circa 4 milioni attuali, quasi raddoppiando in poco più di dieci anni, ma salendo solo del il 4,4% nell'ultimo triennio. Gli assegni di vecchiaia (i più numerosi) si mantengono da anni intorno ai 5 milioni, con un incremento inferiore al 2% dal 2003 ad oggi, ma segnando addirittura un calo dell'1,1% dal 2011 al 2013. In ridimensionamento anche i prepensionamenti: oggi sono circa 295mila mentre nel 2003 sfioravano quota 400mila (-25%), con una diminuzione del 7% nell'ultimo triennio.
Quanto agli importi, i più elevati si individuano nel segmento anzianità/anticipata e nei prepensionamenti (1.500 euro al mese la media segnalata dall'Osservatorio Inps) mentre la vecchiaia si aggira sui 670 euro, per una media totale di circa 1.100 euro.



Sul territorio

Più articolato il quadro territoriale delle pensioni (che, si ricorda, non corrispondono ai soggetti percettori, ma al numero di assegni erogati dell'Inps).
A livello complessivo (si veda la tabella «Pensioni totali» a fianco che include vecchiaia, anzianità e prepensionamenti) si nota che nelle province del Nord e del Centro Nord le prestazioni "coprono" da un quarto a un quinto della popolazione, a fronte di una media pari al 16%: ai massimi si trovano realtà di media grandezza, come Biella, Ancona, Ferrara (con un rapporto assegni/residenti intorno al 25%) e nella top ten si contano cinque piemontesi. Ben posizionate le realtà di maggiori dimensioni, come Torino, Bologna e Milano (sul 21%).


Tutta appannaggio delle province meridionali la coda della graduatoria, dove Napoli è ultima con il 7,6% mentre altre dieci realtà del Sud (tra cui sette siciliane) non arrivano al 10% nell'incidenza delle pensioni sulla popolazione. Un divario, quello dello scenario post-lavorativo, che non poteva non rispecchiare quello economico-occupazionale.
Anche nelle classifiche che danno lo spaccato territoriale della «Vecchiaia» e della «Anzianità» (a pagina 3) si osserva un'analoga ripartizione: le pensioni di vecchiaia sono diffuse nel 9% della popolazione italiana, ma la percentuale supera il 15% ad Ancona (seguita da Imperia, Trieste, Savona e Alessandria) e scende intorno al 5% a Napoli e in tre siciliane (Siracusa, Catania, Caltanissetta).

Biella, con il 15,4%, seguita da Ferrara e tre piemontesi spicca nelle anzianità, mentre qui è Crotone a scivolare all'ultimo posto preceduta da Napoli, entrambe sul 2,2%, indice pari a un terzo rispetto alla media Italia (6,7%).
Roma – che per "densità" si colloca sotto la media in tutte le tre classifiche – per gli importi occupa invece il primo posto, seguita da Milano: entrambe con circa 1.400 euro al mese nella classifica «Pensioni totali» e oltre 2.000 nelle «Anzianità». Napoli si prende una rivincita salendo sul podio nella categoria «Vecchiaia», dopo la solita coppia. Ma anche negli importi resta ampio il divario tra Nord e Sud, con Catanzaro fanalino di coda nelle classifiche «Totale» e «Anzianità» e la sorpresa di Ancona ultima nella «Vecchiaia».

sabato 28 giugno 2014

La riforma del Catasto e le commissioni censuarie...



di Saverio Fossati e Giovanni Parente, 22 giu 2014

Riforma del Catasto al via con il rischio di nuovi rincari. 
Il riordino è partito venerdì con l'approvazione del decreto attuativo sulle commissioni censuarie in Consiglio dei ministri. 
Le nuove rendite allineate ai valori di mercato sono destinate a crescere in alcune città fino a dieci volte rispetto ai valori attuali e questo può trasformarsi in un ulteriore aumento del prelievo fiscale sugli immobili. 

Tutto dipenderà da come i sindaci rimoduleranno aliquote e agevolazioni delle imposte una volta concluso il restyling. Nel frattempo, i pareri parlamentari saranno chiamati a fare chiarezza sulla rappresentanza delle associazioni di categoria nelle commissioni censuarie.

Invarianza di gettito. Tutta la riforma del Catasto ruota intorno a queste tre parole per assicurare che le nuove rendite (quasi sempre più alte delle attuali) non si trasformino automaticamente in aumenti delle tasse a carico dei proprietari degli immobili. A maggior ragione dopo il primo dei decreti attuativi della delega fiscale varato venerdì dal Governo e che ora dovrà essere esaminato dal Parlamento per i pareri. 

La bozza del provvedimento non garantisce, infatti, un posto sicuro ai rappresentati delle associazioni di categoria del settore immobiliare in ognuna delle 103 commissioni censuarie locali composte da sette membri ciascuna e chiamate, tra l'altro, a validare gli algoritmi che dovranno determinare i valori patrimoniali e le nuove rendite basate sui metri quadrati per 60 milioni di unità immobiliari. Spetterà, infatti, al prefetto proporre al presidente del Tribunale (che poi ne nominerà tre) i componenti indicati – solo indicati – da professionisti e associazioni di categoria. 

Con il risultato che quest'ultime potrebbero trovarsi escluse dalla composizione finale e, quindi, senza voce in capitolo sul meccanismo di costruzione delle funzioni statistiche per definire i nuovi importi.

Quanto sia delicato questo passaggio lo testimoniano le prime stime sugli effetti delle revisione delle rendite e della costruzione dei valori patrimoniali. In alcuni casi si potrà anche arrivare a importi addirittura dieci volte superiori a quelli attuali. 

Naturalmente, bisogna considerare che l'aumento in termini percentuali sarà tanto più elevato quanto più basso è il livello delle attuali rendite. Il progressivo allineamento dei valori patrimoniali a quelli del mercato delle compravendite e delle rendite agli importi delle locazioni dovrebbe portare a eliminare o almeno a ridurre le sperequazioni esistenti. 

In linea di massima, gli importi su cui si calcolano adesso Imu e Tasi presentano profonde differenze non solo tra le varie aree del Paese - e i numeri proposti in grafica dimostrano un livello più alto nelle città centro-settentrionali - ma tra le diverse zone della stessa città. 

Questo basterebbe a far capire quanto la presenza di chi conosce il mondo immobiliare, a fianco dei componenti istituzionali (oltre al presidente scelto tra magistrati ordinari, amministrativi o tributari ci saranno due componenti designati dalle Entrate e uno dall'Anci), possa risultare determinante per fotografare nel modo più fedele possibile la situazione reale ed evitare distorsioni poi sul prelievo fiscale a carico dei cittadini.

Sulla composizione delle commissioni censuarie una correzione di rotta è ancora possibile con i pareri parlamentari, che dovrebbero arrivare prima della pausa estiva in quanto la delega stabilisce un termine di 30 giorni dalla data di trasmissione (in teoria ci sarebbe l'eventualità anche di un tempo supplementare di 20 giorni da giustificare con la «complessità della materia»). 

 I tempi stretti non rendono semplice un ripensamento, così come bisognerà capire se le commissioni censuarie saranno investite del compito di esaminare le richieste dei contribuenti di revisione della rendita attribuita per ridurre il contenzioso tributario come sembrava dalla lettura della legge delega, mentre lo schema di decreto approvato dal Governo non ne fa menzione (si veda l'articolo in pagina).

Ma non è tutto. La questione centrale è se e come i prossimi decreti sul Catasto daranno attuazione al principio dell'invarianza di gettito, ossia alla previsione che le nuove rendite e i nuovi valori patrimoniali non dovranno trasformarsi anche in un ulteriore aumento della tassazione sui cittadini. La delega traccia la strada dell'intervento su aliquote, deduzioni dalla base imponibile o detrazioni d'imposta anche da parametrare al reddito familiare. 

Eppure senza un vincolo ancora più preciso (e penalizzazioni per chi non lo rispetti) che obblighi le amministrazioni comunali a restare nei limiti di quanto già incassato finora, le buone intenzioni della delega sulla revisione di rendite e valori patrimoniali rischiano di trasformarsi nell'ennesimo rincaro della tassazione sugli immobili a carico degli italiani. 

A meno che non si immagini che sia il cittadino a doversi attrivare impugnando al Tar la delibera comunale contraria alla legge.

La riforma della giustizia in Italia...

Da RaiNews

Ritorno del falso in bilancio e stretta sulle intercettazioni, in arrivo la riforma della giustizia

Primo punto da affrontare il "monte arretrati", con i 9 milioni di procedimenti ancora pendenti tra penali e civili. 

E poi riforma del Csm, introduzione della responsabilità dei magistrati e norme più dure per i boss



Il ministro Andrea Orlando
Riforma del Csm, nuove regole per le intercettazioni, nuovo falso in bilancio e responsabilità dei magistrati. Sono alcuni dei punti chiave della riforma della giustizia che il ministro Andrea Orlando ha presentato al premier Renzi e che lunedì prossimo arriverà in consiglio dei ministri. 
Un insieme di linee guida su cui lavorare ma, come lo stesso guardasigilli sottolinea, non si può non partire dall’ormai atavica lentezza dei processi italiani, con l’infinito pregresso di 9 milioni di processi pendenti tra penali e civili. Se non si parte da qui, ha sempre detto Orlando, non ci si raccapezza più.
 
Per questa riforma il presidente del Consiglio intende seguire la stessa via utilizzata per quella sulla pubblica amministrazione di Marianna Madia. Prima le “linee guida” e la discussione su queste. Poi le misure concrete, decreti o disegni di legge che siano. Sul fronte tempi, si ipotizza che gli interventi legislativi possano anche arrivare già dopo le ferie estive.
 
L’Anm, l’associazione nazionale magistrati, si riunirà oggi per discutere proprio della riforma e buttare giù le proprie linee guida da presentare al governo. Tra le novità nei piani dell’esecutivo alcune norme, come quella che riguarda la responsabilità dei magistrati o quella sulle intercettazioni, suscitano più d’una perplessità tra le toghe.
 
I processi troppo lunghi
Primo punto da affrontare, inevitabilmente, la lentezza della giustizia italiana. Per snellire questa realtà, e cercare di “smaltire” i 9 milioni di procedimenti arretrati, sono necessarie secondo Orlando cinque mosse: snellimento delle norme sia nel penale che nel civile con interventi sui codici di procedura penale e di procedura civile. E su questo sono al lavoro le commissioni Canzio e Berruti. Potenziamento della magistratura ordinaria e onoraria. Stretta sui tempi del Csm. Introduzione di  “punizioni” e responsabilità. Infine, certezza che i processi non cadano nel vuoto con la prescrizione.
 
Gli interventi sul codice penale
La riscrittura del codice è indispensabile per affrontare il problema della lentezza della giustizia e, tra i punti fondamentali per intervenire su questo aspetto, è l’intervento sulla prescrizione, con l’idea di fermarla al primo grado. Mannaia poi sulle impugnazioni, che verrebbero drasticamente ridotte, ed archiviazione per tutti i processi di lieve entità. Al lavoro infine anche sui tempi di iscrizione dei reati, con l’idea di renderli contestabili per le parti.
 
E quelli sul codice civile
Anche nel civile interventi per ridurre l’arretrato, con l’idea di “degiurisdizionalizzare” una serie di fattispecie con l’obiettivo di raggiungere un sempre minor ricorso al giudice a tutto vantaggio della negoziazione assistita e al giudizio di fronte a un arbitro. Entreranno a pieno titolo gli affidavit, la fase esecutiva del processo vedrà penalizzato il debitore che cerca di perdere tempo. Nascerà il tribunale della famiglia e della persona e si assesterà quello delle imprese.
 
Falso in bilancio e misure più dure per i boss
Novità per il falso in bilancio, che sarà punito fino a 5 anni, mentre si discute ancora sulla procedibilità a querela o d’ufficio (ma si propende per la seconda via). E novità anche per l’auto-riciclaggio (punito fino a 6 anni), e maggiori pene per il 416-bis (fino a 15). E poi misure d’esecuzione della pena più stringenti per i boss e nuove regole sul sequestro e la confisca dei beni.
 
Riforma del Csm
Orlando intende cambiare innanzitutto il sistema di voto del consiglio superiore della magistratura, introducendo un meccanismo di panachage (è possibile il voto disgiunto) che sconvolgerebbe gli equilibri delle correnti. Fondamentale nei piani del guardasigilli è poi intervenire sui tempi, lunghi, delle decisioni di palazzo dei Marescialli rendendoli più stringenti. Rivoluzione poi sul fronte della giustizia disciplinare: verrà creata una sezione autonoma del Csm per trattare i “processi” delle toghe e, invece del ricorso in Cassazione, i magistrati condannati potranno rivolgersi all’Alta corte tante volte sollecitata da Luciano Violante. Si tratterebbe di una Corte mista, che avrebbe competenza per tutte le magistrature, ma non ci sono indicazioni sulla sua composizione.
 
La responsabilità per i magistrati
Questo, insieme al punto sulle intercettazioni, è il capitolo che più preoccupa le toghe. Esclusa da parte dell’esecutivo la responsabilità diretta, cioè la versione del leghista Pini approvata alla Camera. Mentre è annunciato un intervento che limiterà l’attuale filtro e rimodulerà la rivalsa dello Stato sulle toghe fissandola al 50%. Su questo fronte non è però escluso che, alla fine, il governo invece di intervenire direttamente mandi avanti il ddl già in discussione al Senato.
 
Intercettazioni
Punto forse più delicato di tutto il pacchetto giustizia, sulle intercettazioni il ministro Orlando si muove seguendo due linee guida: evitare che le telefonate finiscano subito nelle ordinanze di custodia cautelare, dove le intercettazioni verrebbero invece riassunte; e vietare di darne copie alle parti prima dell’udienza stralcio. Gli avvocati potrebbero solo ascoltare le registrazioni. 

mercoledì 11 giugno 2014

La fiducia nella ripresa futura può aiutare, l'euforia no...



di Fabrizio Forquet, 5 giu 2014


È tempo di dare un freno alla garrula euforia che sembra essersi diffusa nel Paese - non da parte del premier - dopo il «40%» conquistato da Matteo Renzi alle elezioni europee. 
Il consenso è una benzina importante per fare le riforme. 
Ma la rincorsa dei laudatores e l'ottimismo fatuo di queste giornate non risolvono neppure uno dei gravi problemi che il Paese ha di fronte.

Non sovvertono certamente il dato di una caduta di produzione in Italia del 25% dal 2000 ad oggi contro un incremento del 36% nel resto del mondo. Con picchi drammatici in quelli che erano i settori di punta dell'industria italiana, dal meno 48% del tessile al meno 52% degli autoveicoli. Una fotografia inesorabile, quella scattata dal Centro studi di Confindustria diretto da Luca Paolazzi, della contrazione economica che il Paese sta vivendo. 
Tanto più che non si vedono segnali di una inversione di tendenza. I dati sulla produzione industriale di maggio parlano di un modestissimo +0,2% mese su mese. 

La variazione congiunturale acquisita per il secondo trimestre è praticamente nulla. L'Istat evidenzia in maggio, per la prima volta dalla fine dello scorso anno, un peggioramento dei giudizi sugli ordini delle imprese. Per non parlare dell'andamento dell'occupazione, che ha registrato ad aprile la perdita di altri 68mila posti di lavoro.



Con questi segnali la possibilità che il Pil possa accelerare in modo significativo rispetto al -0,1 per cento registrato nel primo trimestre diventa remota. L'andamento del prodotto è poco più che piatto e l'obiettivo pur modesto del +0,8% a fine anno fissato dal governo è già irrealistico. C'è da auspicare che il bonus in busta paga possa in tempi brevi produrre i suoi effetti, ma le valutazioni critiche di ieri della Corte dei conti non aiutano ad essere ottimisti in questo senso.


La bassa crescita renderà poi più problematico far tornare i conti già nel 2014. La commissione europea ha evitato di chiedere esplicitamente una manovra correttiva, e ha fatto bene, ma a questo alludeva nel parlare di rafforzamento delle misure in corso d'anno. Una cosa è certa: una nuova manovra avrebbe un effetto ulteriormente depressivo sulla crescita facendo avvitare l'Italia in una spirale senza uscita. Va quindi evitata ad ogni costo. Tanto più che già la prossima legge di stabilità dovrà individuare per il prossimo anno coperture per almeno 15 miliardi solo per confermare il bonus di 80 euro e per finanziare spese inderogabili come le missioni internazionali.

Sembra un rebus irrisolvibile. 
Soprattutto se ci aggiungi una pressione fiscale sulle imprese che è del 50% superiore alla media europea, come ha denunciato ancora ieri la Corte dei conti, un costo del lavoro che continua a crescere del tutto slegato dalla produttività, un settore sommerso dell'economia che viaggia al 21%. Eppoi il nodo della legalità, che diventa sempre più un allarme nazionale. Sembra che non ci sia grande appalto che non affondi tra avvisi di garanzia ed arresti. Forse è davvero questa la prima emergenza: perché corrotti e corruttori distruggono il mercato, espellendo l'impresa sana e bruciando la fiducia che è il primo capitale dell'iniziativa economica.

Questa è la realtà che oggi Renzi ha di fronte. Non è lui, evidentemente, ad esserne responsabile. Ma è lui che deve trovare la soluzione. Il 40% dei consensi elettorali non sono ancora la soluzione, la soluzione sono le riforme in Italia e in Europa. Quegli 11 milioni di elettori ti possono dare una spinta, aiutano a superare i tanti veti e le tante resistenze di chi non vuole cambiare, ma i problemi per ora restano tutti lì. Così come le riforme da fare. 
La fiducia può aiutare, l'euforia no.