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mercoledì 25 aprile 2018

Una interessante visione sul dissesto dell'INPS in una lettera al Corriere...


Lettera a Italians, di Beppe Severgnini (Il Corriere):
"Le pensioni, la legge Fornero e il bilancio dell’INPS"

di Luigi Lenzini, 22 nov 2017


Caro BSev, 
in questi giorni si torna a parlare di pensioni e di correttivi alla legge Fornero. 
E, giustamente, molti evidenziano le due principali perversioni del nostro sistema previdenziale. 

La prima è che un sistema previdenziale autentico non paga le pensioni dei lavoratori di ieri con i contributi dei lavoratori di oggi (da cui l'argomentazione assurda che gli immigrati ci pagheranno le pensioni, vista la bassa natalità italiana). 
Dovrebbero essere due capitoli indipendenti. 
In teoria (e così succede nella previdenza privata) al lavoratore che va in pensione dovrebbero essere restituiti nel tempo statisticamente e mutualisticamente i sui stessi contributi versati quando lavorava, che l’ente ha opportunamente accantonato e investito per proteggerli dall’inflazione. 

Il secondo è che l’INPS è un ente pagatore sia di pensioni di previdenza che di tante altre cose, che si indicano complessivamente come servizi di “assistenza”. Tra questi le pensioni di invalidità, le pensioni sociali, la cassa integrazione, il rimborso alle aziende dei giorni di malattia dei lavoratori, etc ... 

I problemi dell’INPS e la confusione che regna sulla materia dipendono, in primis, dal fatto che i contributi accantonati dai lavoratori non ci sono più e le casse dell'INPS sono vuote, perché governi disinvolti li hanno spesi per pagare i servizi di assistenza (che invece dovrebbero andare in carico alla fiscalità generale) o addirittura per sanare buchi di bilancio dello Stato. 

In seconda battuta dal fatto che i servizi di assistenza sono pagati con gli attuali contributi di previdenza. Prima di tutto bisognerebbe dividere l’INPS in due enti con bilancio indipendente: “INPS Previdenza” e “INPS Assistenza” (il secondo finanziato dalla fiscalità generale) per avere una visione trasparente del fenomeno e decidere lucidamente cosa va fatto. 

Lo dicono in tanti da decenni, sia da parte dei sindacati, sia da parte di governanti, sia da parte di esperti del settore, ma non si fa. Perché?

Luigi Lenzini

giovedì 8 febbraio 2018

L'INPS e le pensioni: previdenza ed assistenza, due capitoli separati...


Le pensioni, la legge Fornero e il bilancio dell’INPS
Rubrica "Italians": lettera a Beppe Severgnini sul Corriere della Sera

L. Lenzini, 22 nov 2017


Caro BSev, 
in questi giorni si torna a parlare di pensioni e di correttivi alla legge Fornero. 

E, giustamente, molti evidenziano le due principali perversioni del nostro sistema previdenziale. 

La prima è che un sistema previdenziale autentico non paga le pensioni dei lavoratori di ieri con i contributi dei lavoratori di oggi (da cui l'argomentazione assurda che gli immigrati ci pagheranno le pensioni, vista la bassa natalità italiana). 
Dovrebbero essere due capitoli indipendenti. 
In teoria (e così succede nella previdenza privata) al lavoratore che va in pensione dovrebbero essere restituiti nel tempo statisticamente e mutualisticamente i sui stessi contributi versati quando lavorava, che l’ente ha opportunamente accantonato e investito per proteggerli dall’inflazione. 

Il secondo è che l’INPS è un ente pagatore sia di pensioni di previdenza che di tante altre cose, che si indicano complessivamente come servizi di “assistenza”. 
Tra questi le pensioni di invalidità, le pensioni sociali, la cassa integrazione, il rimborso alle aziende dei giorni di malattia dei lavoratori, etc ... 

I problemi dell’INPS e la confusione che regna sulla materia dipendono, in primis, dal fatto che i contributi accantonati dai lavoratori non ci sono più e le casse dell'INPS sono vuote, perché governi disinvolti li hanno spesi per pagare i servizi di assistenza (che invece dovrebbero andare in carico alla fiscalità generale) o addirittura per sanare buchi di bilancio dello Stato. In seconda battuta dal fatto che i servizi di assistenza sono pagati con gli attuali contributi di previdenza. 
Prima di tutto bisognerebbe dividere l’INPS in due enti con bilancio indipendente: “INPS Previdenza” e “INPS Assistenza” (il secondo finanziato dalla fiscalità generale) per avere una visione trasparente del fenomeno e decidere lucidamente cosa va fatto. 

Lo dicono in tanti da decenni, sia da parte dei sindacati, sia da parte di governanti, sia da parte di esperti del settore, ma non si fa. Perché?

lunedì 3 ottobre 2016

Le prossime future novità pensionistiche...



di Davide Colombo, 8 set 2016

I primi giorni di agosto l'Ufficio parlamentare di Bilancio (UpB) in un focus sulla flessibilità pensionistica lo ha spiegato chiaramente: per evitare che l'Ape, l'anticipo pensionistico allo studio del Governo, impatti sull'indebitamento netto dei prossimi anni dovranno essere rispettate tre condizioni. La prima: le norme non dovranno prevedere alcun obbligo per i lavoratori interessati, le banche o le assicurazioni coinvolte nel meccanismo del prestito assicurato. Due: lo Stato non dovrà assumere direttamente alcuna funzione assicurativa diretta (né sull'ipotesi di pre-morienza né per i casi di insolvenza dei beneficiari). Infine il sostegno pubblico previsto per i pensionati più bisognosi non dev'essere incondizionato ma sottoposto a verifiche annuali.

Una rendita prima della pensione 

Aumentare la flessibilità di uscita senza toccare i requisiti di legge (e quindi la spesa pensionistica) impone il massimo di creatività. Ed è per questo che oltre all'anticipo pensionistico con finanziamento bancario assicurato rimborsabile in vent'anni, l'Ape appunto, si metterà in campo anche Rita, la rendita integrativa temporanea anticipata, che consentirà di percepire la rendita prima della pensione obbligatoria. Si partirebbe dai lavoratori rimasti senza contratto e che a gennaio hanno i requisiti per l'accesso all'Ape, ovvero 63 anni e almeno 20 di contributi versati. Ma la misura è stata annunciata come stabile, una sorta di prestito ponte cui i lavoratori che hanno aderito a un fondo pensione possono accedere per garantirsi un reddito nei due o tre anni di attesa della pensione di base.

Le agevolazioni fiscali 

L'anticipo con Rita sarebbe agevolato fiscalmente, visto che il prelievo sostituivo è del 15% massimo e del 9% minimo (con un decalage dello 0,3% l'anno per ogni anno di adesione al fondo pensione superiore ai 15 anni). Attualmente se un lavoratore chiede un anticipo della rendita ha un prelievo del 23% se la motivazione è diversa da quella per cure sanitarie o il finanziamento dell'abitazione principale (casi in cui la tassazione è al 15%). Mentre se la rendita complementare si prende con la pensione di base la tassazione è quella Irpef e dipende dallo scaglione di reddito di appartenenza. Morale: arriva una flessibilità anche sul secondo pilastro che rende più conveniente, per chi ancora non lo ha fatto, optare per un'adesione a un fondo.

Facciamo un esempio: se un lavoratore ha ancora 10 o 15 anni davanti prima dei requisiti di pensionamento può decidere a questo punto di destinare il suo Tfr a un fondo negoziale sapendo che potrà avere la rendita anticipata su cui contare in caso scegliesse un ritiro anticipato di un paio di anni o tre.

Le altre novità in vista 

In attesa delle conferme di questa Rita stabile in legge di Bilancio, entro i primi di ottobre dovrebbero arrivare altre due novità interessanti per i lavoratori che non hanno mai fatto la scelta di aderire a un fondo complementare. Nel ddl Concorrenza all'esame del Senato ci sono due misure sul tema: 1) la possibilità di accedere in via anticipata alla rendita per i disoccupati di lungo corso (almeno 24 mesi); 2) la facoltà di destinare anche solo una parte del Tfr alla previdenza complementare sulla base di intese collettive.

Se Ape e Rita servono per finanziarsi un ritiro anticipato fino a 3-3,7 anni, le altre misure al vaglio dei tecnici e che verranno presentate in forma definitiva nei prossimi giorni ai sindacati potrebbero garantire uscite flessibili a platee con storie contributive diverse e complesse. Ricordiamole per sommi capi. 

Ricongiunzioni - Attualmente per chi ha versato i contributi previdenziali in più gestioni c'è la possibilità di ricongiungerli in una sola andando in pensione con le regole e il trattamento economico applicate dalla gestione in cui viene fatto confluire tutto. Operazione che però comporta oneri fino a 30-40mila euro per il lavoratore, sulla base di età, reddito e contributi da “spostare”. Il governo sta valutando l'ipotesi di renderla gratuita, sia per il trattamento di vecchiaia che per quello anticipato. Si tratterebbe di un'opzione con caratteristiche simili in parte al cumulo e alla totalizzazione già esistenti.


Precoci - La cancellazione della pensione di anzianità e l'adeguamento dei minimi contributivi e anagrafici introdotti nel 2012 hanno penalizzato i lavoratori precoci, quelli che hanno iniziato l'attività prima di aver raggiunto i 18 anni di età. L'intervento al quale sta lavorando il governo prevede il riconoscimento di un bonus sui contributi di 3 o 4 mesi per ogni anno di lavoro svolto da minorenni. A oggi questi lavoratori possono accedere alla pensione anticipata con regole standard che attualmente richiedono almeno 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne), indipendentemente dall'età.


Usuranti - Il governo, anche attraverso alcune semplificazioni, punta a rendere più facile l'accesso alla pensione per chi svolge attività particolarmente pesanti o lavora di notte (attività complessivamente indicate come “usuranti”). Per essi è possibile andare in pensione con il sistema delle “quote”, cioè la somma di età e contributi (quest'anno la quota dev'essere almeno di 97,6 con una soglia minima di 61 anni e 7 mesi e almeno 35 anni di contributi). I paletti da rispettare sono tali da disincentivare questa soluzione, anche perché a volte si arriva prima alla pensione anticipata “standard”.

lunedì 4 agosto 2014

Fotografia delle pensioni a due anni dalla Riforma Fornero...



di Rossella Cadeo, 30 lug 2014

Sulle pensioni il dibattito è sempre aperto, così come sulle misure necessarie per completare il percorso – avviato con la riforma Fornero di fine 2011 – per la messa in sicurezza del sistema previdenziale. Si torna a ventilare l'ipotesi di un contributo di solidarietà sugli assegni più alti (3,5-4mila euro) da inserire nella prossima legge di Stabilità, si lavora sull'opportunità di includere anche i pensionati tra i beneficiari del bonus Irpef di 80 euro (sempre che si trovi la dote finanziaria che permetta di renderlo strutturale), si cercano nuove strade per allargare la platea dei salvaguardati e reinserire categorie di lavoratori esclusi, allentando i requisiti fissati con il primo intervento del 2011.


Il quadro

E se la spesa pensionistica oggi si attesta al 16,3% del Pil (avendo scongiurato il rischio che si superasse il 18%) per un importo complessivo Ivs di 170 miliardi (190 incluse le prestazioni assistenziali), è anche vero che le prestazioni vigenti sono circa 14,5 milioni (oltre 18 compresi autonomi e altre gestioni) e che il rapporto tra contribuenti e pensioni si è ridotto da 129,1 a 126,4 dal 2012 al 2013.
Intanto si prevedono assegni meno ricchi con un costante calo dei tassi di sostituzione (effetto dell'innalzamento del requisito anagrafico, del passaggio al sistema contributivo ma anche della congiuntura economica) e da più parti – tra le ultime voci che si sono levate, quella del commissario straordinario dell'Inps Vittorio Conti, in occasione della Relazione annuale a Montecitorio – si sottolinea la necessità di un rilancio delle adesioni alla previdenza complementare.



Bilancio

A fronte di questa situazione in continua evoluzione e da tenere sotto controllo è comunque possibile fare un primo bilancio sull'andamento e la distribuzione territoriale degli assegni pensionistici da prima a dopo la riforma.
Secondo le elaborazioni effettuate dal Sole 24 Ore sugli ultimi dati Inps, le anzianità (ora sostituite dalla "anticipata") sono passate dai 2,7 milioni del 2003 ai circa 4 milioni attuali, quasi raddoppiando in poco più di dieci anni, ma salendo solo del il 4,4% nell'ultimo triennio. Gli assegni di vecchiaia (i più numerosi) si mantengono da anni intorno ai 5 milioni, con un incremento inferiore al 2% dal 2003 ad oggi, ma segnando addirittura un calo dell'1,1% dal 2011 al 2013. In ridimensionamento anche i prepensionamenti: oggi sono circa 295mila mentre nel 2003 sfioravano quota 400mila (-25%), con una diminuzione del 7% nell'ultimo triennio.
Quanto agli importi, i più elevati si individuano nel segmento anzianità/anticipata e nei prepensionamenti (1.500 euro al mese la media segnalata dall'Osservatorio Inps) mentre la vecchiaia si aggira sui 670 euro, per una media totale di circa 1.100 euro.



Sul territorio

Più articolato il quadro territoriale delle pensioni (che, si ricorda, non corrispondono ai soggetti percettori, ma al numero di assegni erogati dell'Inps).
A livello complessivo (si veda la tabella «Pensioni totali» a fianco che include vecchiaia, anzianità e prepensionamenti) si nota che nelle province del Nord e del Centro Nord le prestazioni "coprono" da un quarto a un quinto della popolazione, a fronte di una media pari al 16%: ai massimi si trovano realtà di media grandezza, come Biella, Ancona, Ferrara (con un rapporto assegni/residenti intorno al 25%) e nella top ten si contano cinque piemontesi. Ben posizionate le realtà di maggiori dimensioni, come Torino, Bologna e Milano (sul 21%).


Tutta appannaggio delle province meridionali la coda della graduatoria, dove Napoli è ultima con il 7,6% mentre altre dieci realtà del Sud (tra cui sette siciliane) non arrivano al 10% nell'incidenza delle pensioni sulla popolazione. Un divario, quello dello scenario post-lavorativo, che non poteva non rispecchiare quello economico-occupazionale.
Anche nelle classifiche che danno lo spaccato territoriale della «Vecchiaia» e della «Anzianità» (a pagina 3) si osserva un'analoga ripartizione: le pensioni di vecchiaia sono diffuse nel 9% della popolazione italiana, ma la percentuale supera il 15% ad Ancona (seguita da Imperia, Trieste, Savona e Alessandria) e scende intorno al 5% a Napoli e in tre siciliane (Siracusa, Catania, Caltanissetta).

Biella, con il 15,4%, seguita da Ferrara e tre piemontesi spicca nelle anzianità, mentre qui è Crotone a scivolare all'ultimo posto preceduta da Napoli, entrambe sul 2,2%, indice pari a un terzo rispetto alla media Italia (6,7%).
Roma – che per "densità" si colloca sotto la media in tutte le tre classifiche – per gli importi occupa invece il primo posto, seguita da Milano: entrambe con circa 1.400 euro al mese nella classifica «Pensioni totali» e oltre 2.000 nelle «Anzianità». Napoli si prende una rivincita salendo sul podio nella categoria «Vecchiaia», dopo la solita coppia. Ma anche negli importi resta ampio il divario tra Nord e Sud, con Catanzaro fanalino di coda nelle classifiche «Totale» e «Anzianità» e la sorpresa di Ancona ultima nella «Vecchiaia».