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venerdì 6 dicembre 2019

Ristoranti di tendenza, a Roma...



di Paolo Dal Dosso, 30 nov 2019 

Per vedere e farsi vedere, ma soprattutto per mangiare bene. Abbiamo selezionato 5 ristoranti da non perdere a Roma.

Attori, attrici, calciatori e allenatori; politici, imprenditori, personaggi televisivi, della radio e del web. Insomma, tutti i professionisti di un mondo magico che si possono incontrare, in una città come Roma, al bar sotto casa mentre prendono un caffè o al tavolo vicino al nostro, mentre consumiamo un pasto veloce o ci attardiamo a degustare un bicchiere di vino. Ma non dappertutto: i personaggi pubblici sanno che dove vanno fanno tendenza e quindi scelgono posti di tendenza. Ne abbiamo selezionati alcuni nella gallery.

Trattoria da Neno


La carne occupa un posto speciale nel menu: dall'angolo del girarrosto, con la lenta cottura sopra il fuoco ardente per una rosolatura prolungata che ne mantiene il sapore mentre lo spiedo che gira cucina ogni parte a puntino; alle carni pregiatissime, appena scottate per esaltarne il sapore intrinseco facendola arrivare subito al tavolo.
Tra gli antipasti la tartare di fassona, le polpette di stracotto su crema di patate al lime o il taco di manzo in tartare con salsa cacio e pepe, il carpaccio marinato alle 5 spezie con salsa carbonara al tartufo o il pomodoro scottato ripieno di stracciatella, pesto di basilico e panzanella.


I primi guardano alla tradizione: la classica carbonara, i tonnarelli cacio e pepe e l'amatriciana; ma sono anche attenti alla modernità, come per gli spaghetti rossi al peperoncino con straccetti di orata, carciofi e pecorino o la vellutata di ceci, mazzancolle, stracciata di burrata e gamberi rossi crudi.

Antica fonderia


Dalla periferia al centro, la movida a Roma impazza soprattutto a Campo de' Fiori, sotto la statua di Giordano Bruno che con aria severa guarda centinaia di giovani che si divertono. Il ristorante Antica Fonderia, aperto tutti i giorni dalle 19 alle 23, è in via del Pellegrino 64, a pochi metri da Campo de' Fiori. Il proprietario, Cesare Bettozzi, viene da una famiglia legata alla ristorazione e per 30 anni opera a Portorico, poi decide di tornare in patria, a Roma, dove apre l'Antica Fonderia scegliendo per il locale solo il meglio.


«Il carbone e il fumo sono i nostri strumenti più potenti», scrivono sul sito per illustrare il menu, che evidenza un approccio ancestrale a quella che loro chiamano «la nuova cucina mediterranea»: tutti i loro piatti, dalle aragoste mediterranee all'agnello al forno, ricevono il tocco finale sulla fiamma viva.


Ci sono preparazioni complesse, come il Gambero rosso con burrata alle melanzane affumicate, composta di pomodoro e senape, e brut ma bon al pistacchio; o il Risotto con burro di Normandia, alici del Cantabrico e zenzero candito o il Controfiletto di cervo con cavolo pak-choi e patate al burro noisette. Ma anche piatti che mettono al centro il prodotto, come il caviale Calvisius, le ostriche o gli scampi alla brace di melo. Le carni sono tutte cotte su griglia argentina, a 4 diverse altezze e denotano un'idea innovativa di fondo, come nel caso della pluma iberica (uno dei tagli di maiale più pregiati, tra il lombo e il collo, e la sua forma ricorda una piuma) con verza alla cenere ed emulsione di tuorlo.


L'executive chef dell'Antica Fonderia è Alba Esteve Ruiz è spagnola, classe 1989, e vive a Roma da dieci anni. Cucina prima a Alicante, Valencia e Girona, a Roma divora libri nella Biblioteca Nazionale finché non ne trova uno dell'800 che parla della cucina italiana prima dell'arrivo dell'elettricità. Con una mano decisa e raffinata elabora piatti mediterranei, in perfetto equilibrio tra i sapori italiani e iberici. La sua brigata è composta da Daniele Mochi, Valentina Pacifici, Stefano Marinucci e Lorenzo Casani. La sala è diretta dal responsabile e sommelier Michel Vergari Magoni, aiutato da Marco Farina.

L'acino brillo


Cucina italiana, di pesce e soul food. Cibo per l'anima, così si definiscono quelli dell'Acino brillo, unendo cucina creativa e piatti della tradizione in un'esplosione di colore nel cuore della Garbatella, in piazza sant'Eurosia 2b, dove l'atmosfera è senza tempo. L'Acino Brillo propone piatti di alta qualità legati alla stagionalità, curati e preparati con passione ed un pizzico di trasgressione, da abbinare ad una selezione di circa 100 etichette di vini italiani e birre artigianali


Imperdibili le specialità di pesce freschissimo, il pane sfornato al momento, le paste all'uovo ripiene e i dolci fatti in casa.


Tradizione e modernità non mancano, come nella cacio e pepe con pistacchi alla torta di mele con ricotta di bufala, dal salmone affumicato con mozzarella di bufala e tartufo agli spaghettoni gamberi e fiori di zucca.

Belive eat!


«Siamo un'azienda giovane, energica e dinamica, nel nostro percorso lo sguardo è rivolto al futuro». Lo chef e proprietario Aureliano Procacci ha studiato al Gambero Rosso e dopo aver perfezionato la tecnica in ambienti internazionali inizia, nel 2016, la sua prima avventura imprenditoriale propria al Beliveat. Si divide tra sala, bancone e cucina con Armida Grimaldi, che approda al locale con una laurea in giurisprudenza e con la specializzazione in pasta fresca. Il locale è in via Braccio da Montone 7 al Pigneto, quartiere romano che ormai fa tendenza.


Il menu, come scrive chef Procacci, non è solo una lista di piatti ma descrive chi lo crea, la sua vita, il suo amore per il cibo e le trasformazioni. È quel che viene in mente guardando prima di assaggiarlo il tortino di zucca e taleggio, o lo scamone di agnello brasato al vino rosso servito con un carciofo alla romana: antipasti che sono il biglietto da visita dello chef, che apprezza soprattutto ciò che è semplice ma estremamente appetitoso.


La tradizione continua al Beliveat con le paste fatte in casa con ingredienti semplici e d'eccellenza, soprattutto per quel che riguarda le farine come per gli gnocchetti purè e fonduta o per gli spaghetti di rape, palamita e guacamole o i ravioli ripieni di amatriciana con guanciale di Norcia e salsa cacio e pepe.


Nei secondi chef Procacci parte dalla precisione e dalla tecnica per arrivare, con allenamento e ricerca, all'eccellenza che nel caso del Beliveat è avanguardia culinaria. La troviamo nel polpo croccante cotto a bassa temperatura su crema di patate, lime e zenzero; nel maialino stracotto con pelle croccante, zucca fondente, patate e cipolline dolci in salsa delicata alla senape.

Menabò vino e cucina


Due fratelli: un cuoco e un oste. La cucina, il bancone e il vino. Daniele e Paolo Camponeschi vengono da una famiglia di ristoratori da generazioni e hanno deciso di aprire questo locale in periferia in via delle Palme 44, a Centocelle, la nuova frontiera della tendenza a Roma dopo il Pigneto. Tavoli ben distanziati, il bancone per degustazioni e aperitivo, l'arredamento essenziale con la lavagna del menu fatta girare da Daniele tra i tavoli mentre Paolo è in cucina: è un'osteria, come quelle di una volta, con la carta dei vini e la mescita al banco.


Il benvenuto è incoraggiante, una crema di finocchio all'olio d'oliva con pane carasau. Per antipasto va bene il carciofo in pasta matta con patate e una fonduta di pecorino.


I primi piatti sono quelli della tradizione romana, anche fuori menu, ma non mancano le novità, come la minestra di pasta mista con patate e polpo rosticciato.


I secondi riportano la mente ai piatti che i romani mangiavano a casa la domenica: la trippa con mentuccia e pecorino o il pollo alla cacciatora con olive e rosmarino, mentre il baccalà con pomodori infornati e ricotta guarda avanti.





venerdì 26 aprile 2019

Le differenti regole del Galateo nei vari paesi...

Da Oggi


17 mar 2016

Forchetta, cucchiaio o bacchette? Mancia sì oppure no? Ogni angolo di mondo ha le sue regole, abitudini, tradizioni. Ecco allora cosa fare e cosa evitare in cinque tra le destinazioni più complesse.

Le dritte su come destreggiarsi tra posate e quantità, senza rischiare brutte figure, arrivano da Secret Escapes, club di viaggi online specializzato in vendite flash per alberghi di lusso.

Francia – Mani avanti: i francesi apprezzano che, quando si sta seduti a tavola, si tengano le mani e i polsi (mai i gomiti) appoggiati alla medesima e non sulle ginocchia. Se le mani non sono in vista, non si vuole immaginare che cosa stia accadendo sotto la tovaglia. Il pane, poi, va appoggiato al tavolo e mai al piatto, mentre è consentito utilizzarlo per avvicinare il cibo alla forchetta. Altra cosa da evitare assolutamente è tagliare con il coltello le foglie della lattuga, che invece vanno piegate e mangiate esclusivamente con la forchetta.

Thailandia – La cucina thai è basata sulla condivisione: le pietanze vengono di solito servite tutte insieme e non suddivise per portate. Ciascuno può servirsi a volontà, anche in modo abbondante, ma è considerato scortese prelevare l’ultima porzione dal piatto comune senza prima essere stati autorizzati dagli altri commensali. La forchetta viene utilizzata solo per accompagnare il cibo verso il cucchiaio, unico utensile autorizzato. Solitamente non si usano le bacchette, a meno che non si stia mangiando un piatto Chinese-style, servito in una ciotola.

Giappone – Qui ci si deve per forza cimentare con le temibili bacchette, visto che anche i cucchiai sono piuttosto rari. Cercate di evitare di incrociarle e non leccatele e, soprattutto, non usatele per infirlzare il cibo: questo è il modo in cui il cibo viene offerto ai defunti nelle cerimonie buddhiste, porta sfortuna. Ugualmente non ci si deve mai passare il cibo utilizzando le bacchette, altra pratica tipica delle cerimonie funebri. Se il piatto da consumare è una zuppa o una ciotola di spaghetti in brodo, è buona pratica consumarli in modo “rumoroso”: un segno di apprezzamento. La mancia, invece, è considerata scortese.

India – Qui l’unico attrezzo utile per mangiare è la mano destra (quella sinistra è considerata impura). Le dita vengono usate anche per mischiare il cibo contenuto nel piatto e per avvicinarlo alla bocca mentre si abbassa la testa per raggiungere meglio il boccone, aiutandosi con il pollice per infilarlo in bocca. Fondamentale il ritmo, lentissimo, con cui si mangia. Finire tutto il cibo presente nel piatto è considerato cortese, sprecare il cibo è irrispettoso.

Cina – Qui lasciare una piccola quantità di ciò che si è ordinato nel piatto è un gesto educato, come per dimostrare che il padrone di casa ti ha donato più del necessario. Le mance invece non si usano (alcuni ristoranti riportano addirittura cartelli con scritto ‘no mancia’). È maleducato prendere qualcosa dal piatto degli altri, così come mangiare troppo velocemente e non vestirsi in modo adeguato. Infine, vai contro ogni forma di educazione occidentale e rutta: è il migliore dei complimenti nei confronti del cuoco. È invece considerato disgustoso soffiarsi il naso in pubblico.

Il resto del mondo… – Se in Italia chiedere del parmigiano da spolverizzare sul proprio pasto può essere considerato un passo falso, in Portogallo quello che non bisogna proprio chiedere sono sale e pepe (è considerato un insulto allo chef). Una mancia del 10% accomuna i due Paesi. In Germania, è buona norma schiacciare le patate con la forchetta, anziché tagliarle con il coltello (vorrebbe dire che sono troppo crude). A una cena tradizionale in Georgia, meglio aspettare i brindisi per bere il vino. E, in Corea, una pietanza offerta da una persona più anziana va accettata sempre con due mani.

venerdì 20 gennaio 2017

Intervista all'uomo designato il più grande chef del mondo: Massimo Bottura


LO CHEF


Lo chef: «È un ragazzo colpito da una rara sindrome genetica, mi insegna i veri valori. La dote degli italiani è saper maneggiare l’irrazionalità»

di Aldo Cazzullo, 19 nov 2016

«A volte non riconosco più il mio Paese. Persone che si azzuffano per un parcheggio. Risse al bar per il cappuccino. Una tensione pronta a esplodere in ogni momento. Giovani che non hanno fiducia in se stessi e nel futuro», dice lo chef Massimo Bottura. 
«Poi incontro gli allevatori, i contadini, i pescatori: gli eroi del nostro tempo. Mi rendo conto di essere seduto su secoli di tradizione, su un territorio unico al mondo; e posso fare come Ai Wei-Wei, che manda in pezzi un vaso di duemila anni, per poi ricostruirlo. Mi considerano un avanguardista; in realtà faccio la cucina più tradizionale che ci sia». 

Qualche dato oggettivo: quest’anno Massimo Bottura è stato designato il più grande cuoco del mondo. La rivista del New York Times, sotto il titolo «The Greats», annuncia le interviste a Michelle Obama, Lady Gaga, e a lui. In copertina c’è lui.

Gli inizi

«Mio padre commerciava petrolio. Una vita d’inferno. Ore a discutere per guadagnare una lira su un carico di cherosene. Sono l’ultimo di cinque figli: ingegneri, commercialisti. Io dovevo fare l’avvocato. Con papà fu una rottura insanabile. Mia madre capì che dovevo seguire le mie passioni: la musica, l’arte. La cucina. La prima trattoria l’ho comprata da un ex elettrauto, in campagna; mamma veniva a preparare le tagliatelle e le torte. Poi mi sono preso una pausa e sono andato a New York». 
«Un giorno entro a Soho al “Caffè di nonna”, un locale aperto da un italoamericano, Roy Costantini, un ex parrucchiere. Vedo che manca personale e mi offro: “Si comincia domani” è la risposta. Il giorno dopo, l’8 aprile 1993, al bancone trovo un’altra neoassunta, un’attrice dai capelli rossi che deve arrotondare i magri introiti del teatro: Lara. Ora è mia moglie. Abbiamo due figli, Alexa, che studia a Washington, e Charlie, che mi ha salvato». 
«È Charlie che mi aiuta a stare con i piedi per terra. Nostro figlio ha una sindrome genetica rarissima. Non sappiamo cosa sia. Disformismi, difficoltà di apprendimento. Passo dopo passo sta crescendo, sta imparando tante cose. Anche a fare i tortellini a mano, in un’associazione di Modena che si chiama appunto il Tortellante, dove le nonne insegnano ai ragazzini. Per anni ho sognato che al telefono mi dicesse: “Ciao papà, come stai?”. Ha fatto molto di più. Quando mi hanno proclamato il migliore al mondo, al telefono mi ha detto: “Papà, sarai anche il numero uno, ma per me sei sempre un gran babi”, il mio fessacchiotto. È Charlie che mi insegna ogni giorno i veri valori della vita».

La politica e l’Expo

«Il referendum è una questione culturale prima che politica. Se vince il No, mi viene voglia di mollare tutto e andare all’estero: ringrazio il mio Paese che mi ha dato moltissimo, chiudo e riapro a New York. Il punto non è Renzi, o Grillo. È la logica per cui “in Italia non si può fare”. Se passa questa logica, è finita. Purtroppo molti giovani si arrendono prima di combattere. Abbiamo detto no alle Olimpiadi, rinunciando a due miliardi di dollari del Cio. Se è per questo, volevamo dire no pure all’Expo». 
«Io all’Expo sono andato, a recuperare gli scarti e cucinarli. Un’esperienza bellissima. Ho voluto ripeterla a Rio, durante i Giochi. Sono venuti sia Alexa sia Charlie, che la sera girava a offrire hamburger ai bambini di strada. Abbiamo aperto un gigantesco ristorante per i poveri di Lapa, un quartiere dove i ragazzi girano con la pistola alla cintola. Volevamo fare cultura, non carità. Non regalare gli avanzi, ma insegnare ai giovani volontari brasiliani a recuperarli. Ho dovuto trovare la forza di violentarmi e mettermi a loro disposizione, non il contrario. Il giorno dell’inaugurazione non avevamo né acqua né luce né gas. Sono scappato e sono andato a farmi un tatuaggio sulla spalla destra. Eccolo qui: “No more excuses”; basta scuse. Al mio ritorno abbiamo trovato l’acqua tastando il muro con lo stetoscopio, è arrivato un camion con il generatore di corrente, abbiamo acceso i fornelli con le bombole a gas».

Il metodo

«Dovevo fare una carbonara per duemila persone, ma avevo bacon per due porzioni. L’ho tagliato a fettine sottilissime e le ho stese sulla teglia. Poi ho preso delle bucce di banana. Le ho sbollentate, grigliate, tostate in forno. Alla fine erano affumicate, croccanti. Le ho fatte a cubetti, ricoperte di un altro strato di bacon e rimesse in forno: il bacon si è sciolto; le bucce di banana parevano guanciale». 

Diranno che lei rifila ai poveri le bucce. 
«Applico la stessa idea qui nel mio ristorante: uno strato sottilissimo di porcini, e poi tuberi, radici, zucca, castagne: il ceviche d’autunno. E le lenticchie possono avere lo stesso sapore del caviale, anzi migliore, se cotte nel brodo d’anguilla». 

Il metodo Bottura è sintetizzato dall’opera di Joseph Beuys all’ingresso del ristorante: un limone, una spina, una lampadina. 
«Natura, tecnologia, poesia. La materia prima, la tecnica, la creatività. Come diceva Beuys: la rivoluzione siamo noi. Musica, arte, letteratura, filtrate da un cervello contemporaneo. I quadri possono diventare piatti, anche le combustioni di Burri, che traduco in cucina bruciando l’acqua di mare disidratata». 

La ricetta che la rappresenta meglio? 
«Forse le cinque consistenze di parmigiano. Un paesaggio masticabile. All’inizio le consistenze erano solo tre. Le ho inventate per Umberto Panini, il re delle figurine che aveva aperto una fattoria biologica, ora in mano ai figli. Mi disse: “Il piatto è ottimo, ma stai pensando a te stesso, non al parmigiano”. Così l’ho rifatto. Aveva ragione: la tecnica deve essere al servizio della materia prima, non del cuoco. Ora le consistenze sono cinque. Il parmigiano di 24 mesi diventa un demi-soufflé, quello di 30 una spuma, quello di 36 una salsa, quello di 40 una galletta croccante, quello di 50 una nebbia. È un piatto che restituisce il lento scorrere del tempo in Emilia. Come l’aceto balsamico, che abbiamo messo da parte nel 1981, e ora ha vinto la medaglia d’oro».

I cuochi in tv

«Il dolce che preferisco si chiama “Ops! Mi è caduta la crostata al limone”. Una crostata rotta è diventata un’icona della cucina internazionale. La ricostruzione perfetta dell’imperfezione. Come il nostro Sud: che è l’imperfezione assoluta, eppure è il posto più bello del mondo; perché un posto bello come la Valle dei Templi o come Capri non esiste in nessun altro Paese. Anche se tendiamo a dimenticarcelo». 

MasterChef? Hell’s Kitchen? 
«Non mi piacciono i talent. La cucina è un atto d’amore, è un lavoro intellettuale; non è una gara. In tv non vado volentieri. Troppo superficiale. Al limite la tv viene da me. Così Cracco ha portato i suoi concorrenti all’Ambrosiana di Milano, dove abbiamo un altro progetto sociale. Sono molto amico di Carlo». 

Anche se ha fatto la pubblicità alle patatine nei pacchetti? 
«Ha capito di aver sbagliato. Del resto, così ha salvato il ristorante. Non è facile per noi far quadrare i conti. Qui alla Francescana ho 45 dipendenti per 28 coperti. Ma non è un’azienda. È un laboratorio di idee, che genera conoscenza, quindi coscienza, quindi senso di responsabilità». 

Bottura, lo sa cosa dicono di lei, vero? 
«Certo. Dicono che sono pazzo». 

E lei cosa risponde? 
«Che saper maneggiare l’irrazionalità è la più grande dote di noi italiani».

venerdì 29 gennaio 2016

Sul pesto genovese e sul basilico: interessanti ed articolati approfondimenti...

Scienza in Cucina: il Pesto

di Dario Bressanini, giu-lug 2007


pesto.jpg



La salsa italiana più conosciuta al mondo, dopo quella di pomodoro, è sicuramente il pesto genovese. 
È una salsa profumatissima che unisce perfettamente basilico fresco, aglio, pinoli, pecorino e parmigiano, il tutto amalgamato con dell'olio extravergine di oliva. È anche abbastanza semplice da preparare in casa, se si utilizzano alcuni accorgimenti. La tradizione prescrive, come dice il nome stesso, che il basilico venga pestato in un mortaio assieme all'aglio, ai pinoli e a un po' di sale grosso. Viene poi aggiunto il formaggio e infine l'olio. Nelle cucine d'Italia però il frullatore sempre più spesso sostituisce il mortaio. Anche se con una consistenza leggermente diversa viene buono lo stesso, soprattutto se si ha l'accortezza di frullare per poco tempo e a impulsi, in modo da non scaldare la miscela per non ossidarla.Sicuramente l'ingrediente più critico per la riuscita di un buon pesto è il basilico (Ocimum basilicum L.). Utilizzato in tutto il mondo, fresco o secco, i suoi oli aromatici essenziali vengono utilizzati dall'industria alimentare e da quella cosmetica.


Pensate che nel basilico si possono identificare almeno 40 composti che, mescolati, ne caratterizzano l'aroma. L'esatta proporzione di queste molecole odorose dipende, in primo luogo, dalla varietà di basilico. Differenti varietà hanno una diversa composizione degli oli, un diverso componente principale, e quindi un aroma leggermente diverso. Ad esempio il basilico che cresce in Egitto è ricco di linalolo e metilcavicolo. In quello del Madagascar è prevalente il metilcinnamato e cosi' via. Alcune di queste sostanze impartiscono un aroma mentolato, e non sono per nulla adatte per preparare il pesto. Il disciplinare della produzione del basilico genovese DOP stabilisce infatti che non deve essere presente l'odore di menta. Gli oli del basilico della Thailandia, ad esempio, contengono l'85 per cento di metil clavicolo, dall'aroma mentolato.


E in Europa? Il basilico che cresce in Italia e Francia è ricco di linalolo, ma le caratteristiche aromatiche e morfologiche -altezza, forma delle foglie, colore, etc...- sono fortemente influenzate dal clima, dall'esposizione luminosa e dalla metodo di coltivazione.

Quale basilico usare per fare il pesto? Il disciplinare della produzione del pesto genovese, in attesa della DOP, impone l’assenza di odori di menta. Non usate allora il basilico napoletano, perché i suoi oli contengono il 41 per cento di linalolo e il 41 per cento di metilcavicolo, dall’aroma mentolato. E quel bel basilico dalle foglie viola? Contiene principalmente linalolo ma non sono presenti per nulla il metilcavicolo e l'eugenolo. Eugenolo che invece è presente nelle varietà Genovese e Genovese gigante, assieme ad una percentuale ridotta di linalolo, e sono proprio queste varietà a farla da padrona nella produzione del pesto. Basta quindi prendere la varietà giusta e siamo a cavallo? Non proprio.

Nel 2001 alcuni ricercatori del centro di biotecnologie avanzate di Genova hanno studiato la composizione di questa varietà, forse per "carpire" i segreti del pesto perfetto. Secondo il disciplinare di produzione del pesto genovese DOP, si devono utilizzare piante con al massimo quattro coppie di foglie, alte quindi circa 10-12 centimetri. Solo queste piante vengono considerate di qualità adatta per preparare il "Vero" pesto genovese. Il mondo della cucina è pieno di "tradizioni" e dogmi non dimostrati, o addirittura falsi. Non è che anche questo ricade nella categoria? Beh, no. Perché effettivamente quando la pianta è ancora piccola la composizione degli oli aromatici è ben diversa di quella della pianta matura. Il metileugenolo fa la parte del leone con il 59 per cento mentre è praticamente assente nella pianta matura. A posto? Neanche per sogno. I Liguri sono convinti che il basilico di Pra' sia il meglio per fare il pesto. I nostri ricercatori hanno provato a coltivare il basilico Gigante in dieci località diverse, da Pra' ad Albenga, da Ventimiglia sino a Vercelli e Casale Monferrato, in Piemonte, cercando di avere la stessa esposizione al sole. Si è scoperto che piantine coltivate in condizioni diverse mostrano una grande variabilità della concentrazione di eugenolo e metileugenolo. A Pra' dopo 4 settimane si riscontra il 39 per cento di metileugenolo e il 52 per cento di eugenolo. Il metileugenolo scende al 5.5 per cento dopo sei settimane, e l'eugenolo sale al 73. Di contro a Ventimiglia era al dieci per cento dopo sei settimane. Pare esista una correlazione tra l'altezza e la composizione: più la pianta cresce più diminuisce il metileugenolo e aumenta la percentuale di eugenolo. Nelle località a clima temperato dopo sei settimane le piantine erano belle sviluppate e l'eugenolo era la molecola prevalente, mentre piantine cresciute più al nord, in climi più freddi, erano meno sviluppate e più ricche di metileugenolo. La correlazione tuttavia non è sempre consistente: Piantine coltivate a Genova-Granarolo sono rimaste molto piccole, ma contenevano molto meno metileugenolo di una piantina coltivata a Casarza ligure.

In ogni caso, l'aroma caratteristico del basilico Genovese Gigante è dovuto all'eugenolo e al metileugenolo. 


E' ora di preparare il pesto:

Il pesto genovese

Dosi per 6-8 persone:

Basilico: 60-70 grammi in foglie (circa 4 mazzetti)
Pinoli: 30 grammi
Aglio: 1-2 spicchi
Parmigiano e Pecorino sardo: 70 grammi
Olio Extra Vergine di Oliva delicato: quanto basta (circa 1 bicchiere)
Sale


Premesso che se chiedete a tre genovesi la "vera" ricetta del pesto, probabilmente vi daranno quattro risposte differenti, quella che segue e' una possibile ricetta. Le dosi sono sempre indicative: c'è chi preferisce mettere meno aglio, chi meno pinoli, chi più basilico e meno formaggio e cosi' via. E anche la sequenza di lavorazione può variare: c'è chi prima pesta l'aglio e i pinoli, chi aggiunge il basilico sin dall'inizio e cosi' via. E mi raccomando, potete anche non mettere i pinoli, ma l'aglio e' obbligatorio!

Per prima cosa staccate le foglie del basilico e lavatele bene in acqua fredda facendo attenzione a non stropicciarle troppo perché comincerebbero ad annerire. C'è chi sostiene che il lavaggio faccia perdere un po' di aroma, ma a me non pare. Asciugate benissimo le foglie stendendole su un canovaccio e aiutandovi anche con della carta assorbente da cucina. Quando sono asciutte si può cominciare. La tradizione vuole che si usi il mortaio di marmo, anche se io, lo confesso, uso il frullatore. Se avete la pazienza e i muscoli per cimentarvi con il mortaio, cominciate a pestare l'aglio e i pinoli. A me piace tostare leggermente i pinoli, in una padella antiaderente, ma è una variante. Quando siete riusciti ad ottenere una pasta potete aggiungere alcuni grani di sale grosso e le foglie di basilico. Nonostante il nome, non si deve pestare, ma bensì schiacciare con forza, senza dare colpi, ruotando il pestello contro le pareti. Non disperate: vedrete che prima o poi dalle foglie stillerà un liquido verde brillante. A questo punto potete aggiungere il formaggio e in seguito versare a filo l'olio extravergine di oliva. Mi raccomando non siate tirchi con l'olio. Assaggiate e salate a piacere.

Come vi dicevo io per fare il pesto utilizzo un frullatore (e quindi, come sostengono i custodi dell'ortodossia, faccio il frullo). Non credete alle malelingue, viene bene anche con il frullatore, anche se ha una consistenza un poco diversa. Tuttavia è necessario prendere alcuni accorgimenti per evitare che il pesto si scaldi e annerisca. Gli oli essenziali del basilico sono sintetizzati e conservati nelle ghiandole superficiali e nei "pelucchi" (i tricomi ghiandolari), e quindi sono molto sensibili ai trattamenti meccanici e termici poiché volatilizzano molto facilmente. Tutti gli ingredienti devono essere freddi, tenuti in frigorifero, e prima di iniziare a frullare metto per una decina di minuti in freezer le lame del frullatore, la bacinella e i pinoli. Mettete l'aglio schiacciato al momento, i pinoli, un poco di sale, un po' d'olio e il basilico nel frullatore. Frullate non in modo continuo ma ad impulsi di un secondo o due, per evitare di scaldare il basilico e di farlo annerire. Quando la consistenza è quella desiderata travasatelo in un recipiente. Aggiungete il formaggio e il restante olio fino a che ne assorbe. L'olio deve ricoprire completamente la salsa, per evitare che annerisca. Se volete congelarlo aggiungete l'olio ma non il formaggio. Riempite il contenitore per fare i ghiaccioli e mettete nel freezer. Una volta formati i cubetti potete trasferire in un altro contenitore. Il formaggio lo aggiungerete al momento dello scongelamento.

Se volete stemperare il pesto prima di aggiungerlo alla pasta potete usare un poco di acqua di cottura.

Pensate che il basilico è talmente influenzato dalle condizioni ambientali, che il suo contenuto aromatico dipende anche dal colore della luce riflessa! Basilico che riceve della luce riflessa, specialmente dal suolo, di colore giallo o verde o nero è molto più ricco di oli essenziali del basilico che riceve luce blu, bianca o rossa. E' per questo che alcune coltivazioni ricoprono il terreno con dei fogli di resina colorata, con dei buchi dove far crescere la piantina.

Il basilico, come ogni altra pianta, è molto sensibile alle condizioni di conservazione dopo il raccolto. Se volete conservare in frigorifero per un po' di giorni le piantine, sappiate che subisce facilmente i "danni del freddo": compaiono delle macchie e delle lesioni scure sulle foglie, che poi avvizziscono. Alcuni studi (ma potete fare l'esperimento voi stessi) mostrano come alla temperatura di 10-12 °C il basilico (a seconda della cultivar) si conserva bene fino a otto giorni mentre a 4 °C dopo soli due giorni e' da buttare. Come dite? Non sapete a che temperatura tenete il frigorifero? Mano al termometro! E ricordatevi che i cassettoni che solitamente si trovano in basso servono per conservare meglio frutta e verdura, perché consentono di mantenere un'umidità maggiore che non nei ripiani aperti.
C'è dell'altro: Se si raccoglie il basilico alla fine della giornata, diciamo tra le 18 e le 22, dura molto di più che non raccolto la mattina o in pieno giorno. Presumibilmente perché verso sera il contenuto di zuccheri nelle cellule è maggiore e quindi mantengono più a lungo il metabolismo cellulare anche dopo la raccolta.

Insomma, fare il pesto è semplice, ma fare un buon pesto è complicato e i Liguri devono andare fieri di aver perfezionato, empiricamente, il procedimento per questa salsa meravigliosa.

Parleremo ancora di basilico e di pesto: del perché annerisce e se davvero, come si è letto qualche tempo fa, il pesto è cancerogeno.

Riferimenti
Flavor characteristic compounds found in the essential oil of Ocimum basilicum L. with sensory evaluation and statistical analysis. LY Sheen, YHT Ou, SJ Tsai
J. Agric. Food Chem., 39, 939 (1991)
Differences in Essential Oil Composition of Basil (Ocimum basilicum L.) Italian Cultivars Related to Morphological Characteristics. M. Marotti, R. Piccaglia, and E. Giovanelli J. Agric. Food Chem., 44 ,3926 (1996)
Light Reflected from Colored Mulches Affects Aroma and Phenol Content of Sweet Basil (Ocimum basilicum L.) Leaves. J.H. Loughrin, and M.J. Kasperbauer. J. Agric. Food Chem. 49, 1331, (2001)
Aroma Content of Fresh Basil (Ocimum basilicum L.) Leaves Is Affected by Light Reflected from Colored Mulches J. Agric. Food Chem. 51, 2272 (2003)
Methyleugenol in Ocimum basilicum L. Cv. Genovese Gigante. M. Miele, R. Dondero, G. Ciarallo, and M. Mazzei J. Agric. Food Chem. 49, 517-521 (2001)
Morphological characterization, essential oil composition and DNA genotyping of Ocimum basilicum L. cultivars.Grassi, F., Labra, M., Sala, F., Mazzei, M., Miele, M., Ledda, B. Plant Science, 167, 725 (2004)
Basil conservation affected by cropping season, harvest time and storage period. F. da Silva; R. H. Silva Santos; N. J. de Andrade; L. C. Almeida Barbosa; V. W. Dias Casali; R. R. de Lima; R. V. de Melo Passarinho. Pesquisa Agropecuária Brasileira 40 no.4 (2005)



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Sei diventato nero, nero, nero...



Avete preparato il pesto la mattina, l'avete messo in una ciotola, ma una telefonata vi ha distratto e l'avete dimenticato sul bancone della cucina. 
È una calda giornata d'estate. Siete usciti di fretta da casa. Tornate alla sera e cosa trovate? Il pesto è diventato scuro, quasi nero. Ancora gustoso ma non molto attraente. Dovete incolpare, oltre che la vostra distrazione, una famiglia di sostanze chiamate polifenoli. 
Sono le stesse molecole responsabili dell'annerimento delle mele, delle melanzane, dei funghi, e di tanti altri alimenti, come i gamberetti o il the. Queste molecole, esposte all'ossigeno dell'aria, si ossidano rapidamente aiutate da un enzima: la polifenolossidasi. Quando preparate il pesto è una lotta contro il tempo, o meglio, contro questo enzima che, inesorabilmente, annerisce i polifenoli di cui il basilico è ricco. Le molecole scure che vengono prodotte sono melanine: le stesse responsabili dell'abbronzatura.

È possibile contrastare l'effetto di questo enzima? In parte si, in vari modi. Il primo è proprio quello utilizzato per preparare il pesto: togliere l'ossigeno di torno ricoprendo il pesto con dell'olio. Non lasciate mai il pesto a secco: annerirà molto più velocemente.

Altro accorgimento: non scaldate mai il pesto, e se lo fate con un frullatore –cosa che i custodi dell'ortodossia aborrono chiamando spregiativamente "frullo" il risultato invece che "pesto" – abbiate l'accortezza di frullare a piccoli impulsi, per evitare di scaldare troppo il basilico e gli altri ingredienti, meglio se tenuti in precedenza in frigorifero. Questo perché il calore moderato attiva l'enzima che comincia a lavorare alacremente.
Gli enzimi non sopportano le alte temperature, e vengono disattivati scaldandoli tra gli 80 e i 95 gradi. Immergendo rapidamente –diciamo tre secondi– le foglie di basilico in acqua bollente e raffreddando immediatamente in acqua ghiacciata, l'enzima viene disattivato, ed il colore si mantiene più a lungo (sia surgelandolo che usandolo fresco). Sappiate però che questo ha un prezzo: l'acqua bollente estrae una parte degli oli essenziali, e quindi il sapore ne risente.

Ora vi mostro l'effetto degli enzimi. Ho preso quattro foglie medie di basilico dal mio giardino. Una serve da controllo e le altre tre le ho immerse in acqua bollente per, rispettivamente, uno, tre e cinque secondi. Dopo la sbollentata le ho immediatamente immerse in acqua e ghiaccio e poi messe su carta assorbente da cucina per asciugarle. Dopo cinque minuti le ho fotografate.


Da sinistra a destra: la foglia non trattata e poi quelle sbollentate per uno, tre e cinque secondi.

Vedete come la seconda foglia è diventata più scura? Scaldando per un solo secondo abbiamo attivato l'enzima polifenolossidasi ma il trattamento non è stato sufficiente per distruggerlo e quindi la foglia ha cominciato ad annerirsi. Con un trattamento di tre secondi invece (terza foglia da sinistra) abbiamo distrutto quasi completamente l'enzima e la foglia è rimasta verde. Se volete provare anche voi tenete presente che il tempo necessario a disattivare l'enzima dipende anche dal grado di maturazione della piantina e dalla varietà.

Osservate ora cosa succede lasciando seccare per due settimane una foglia sbollentata (a sinistra) e una non sbollentata (a destra)


Potete osservare come il colore della foglia di sinistra sia rimasto più intenso poiché abbiamo disattivato sia la polifenolossidasi che la clorofillasi, enzima che degrada la clorofilla. Nella foglia a destra invece gli enzimi hanno avuto modo di agire.

Inutile dire che in entrambi i casi l'aroma non è neppure paragonabile a quello fresco. però qualcuno utilizza questo procedimento per surgelare le foglie di basilico intere, al fine di mantenerne il colore verde.

Per inciso, questo è uno dei motivi per cui quando si surgelano le verdure fresche, anche in casa, (piselli, fagiolini, broccoletti, etc...) vanno sempre sbianchiti (cioè immersi in acqua bollente) per qualche secondo: in questo modo, oltre ad eliminare batteri indesiderati distruggiamo anche gli enzimi che degradano colore e sapore. La credenza popolare vuole che sia il sale a "fissare" il colore, ma non è vero: è la temperatura.

Etichette

"Ma il pesto che compero al supermercato è bello verde!?!". "E' il mercato Bellezza", avete mai letto l'etichetta degli ingredienti?

Guardate questo (consiglio ai Genovesi deboli di cuore di non leggere) :


(mica l'ho comperato eh, è che mi porto spesso la macchina digitale al supermercato)

Vedete la scritta "conservante: acido sorbico; antiossidante: acido ascorbico" ? e poi "correttore di acidità: acido citrico" ? L'Acidità serve per ritardare l'azione degli enzimi, che lavorano male in ambiente acido. L'acido ascorbico è la normale vitamina C, che in più è anche un potente antiossidante. FERMI, prima che vi venga in mente di aggiungere del succo di limone o della vitamina C grattata dalle tavolette da farmacia al vostro pesto! Le esigenze dell'industria alimentare sono altre rispetto a quelle di un cuoco casalingo. Se possibile, preparate il pesto fresco e consumatelo il prima possibile. Il succo di limone meglio aggiungerlo invece alle fette di mela per la macedonia, che cosi' non anneriranno.
Già che ci siamo, parliamo un poco di etichette

Il "Pesto Genovese" dovrebbe essere fatto secondo la ricetta depositata. Se sono presenti degli ingredienti non canonici ecco che l'etichetta diventa, nel caso migliore "Pesto alla Genovese", o nel caso peggiore, semplicemente "Pesto". E ricordate che nelle etichette gli ingredienti vengono indicati in ordine decrescente di percentuale in peso di composizione. Per cui nel pesto mostrato sopra ci sono più anacardi che formaggio

La sua conservazione

Chiarito, semmai ce ne fosse stato bisogno, che il basilico fresco è da preferire, si pone il problema di come conservarlo per i mesi invernali. Il metodo casalingo tradizionale, prima dell'avvento dei freezer domestici, era quello dell'essiccazione. Per mantenere il più possibile sia gli aromi che il colore verde è preferibile seccare il basilico ad una temperatura di 60 °C. Sappiate però che rimarrà più o meno un quarto dell'aroma iniziale. E sarà visibilmente ossidato. Se lo volete più verde potete "sbianchirlo", cioè immergerlo per pochissimi secondi (3-5) in acqua bollente. Il colore si manterrà di più, ma l'aroma risulterà ulteriormente ridotto.

E' possibile utilizzare il forno a microonde per seccare il basilico, e questa procedura ha il vantaggio, essendo molto più veloce, di mantenere meglio l'aroma (ma non tanto di più: circa un terzo di quello iniziale). Il trucco è di alzare gradualmente la potenza del vostro microonde per permettere all'acqua di uscire dalla foglia in maniera non troppo violenta. La procedura suggerita da alcuni ricercatori, con un forno a microonde di 1100 Watt è la seguente: posizionate le foglie nel forno, in un piatto. Per un minuto scaldate a potenza 270 (25% della potenza totale), per due minuti a potenza 440 (40%) per un minuto a 650 (60%) e per un ulteriore minuto a potenza 1100 (il massimo)

Io ho solamente un forno a 650W, quindi per poter fare l'esperimento ho dovuto adattare tempi e potenza. Comunque a me l’aroma del basilico secco non piace, e quindi preferisco surgelarlo. E per avere il pesto, ooops il frullo, tutto l’anno dopo aver frullato insieme pinoli, basilico, aglio, e sale, aggiungo l’olio e surgelo nelle formine per i ghiaccioli. Il formaggio lo aggiungo direttamente al momento di utilizzarlo.

Riferimenti:
Changes in the Chemical Composition of Basil Caused by Different Drying Procedures
Luigi Francesco Di Cesare, Elisabetta Forni, Daniela Viscardi, and Renato Carlo Nani
Agric. Food Chem., 51 (12), 3575 -3581, 2003.



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Pesto cancerogeno?


Dopo aver parlato di ricette, enzimi e quant'altro volevo affrontare un argomento più delicato.


Nel primo articolo dedicato al basilico e al pesto ho spiegato come i suoi aromi dipendano dalla composizione degli oli essenziali contenuti. La varietà basilico napoletano contiene metilcavicolo, dicevamo, mentre il basilico genovese, quando le piantine sono piccole, contiene principalmente eugenolo e metileugenolo.

La cattiva notizia è che esperimenti di laboratorio sui topi hanno mostrato che il metileugenolo è cancerogeno, mentre l'eugenolo non lo è. Perlomeno sui topi. Poiché il pesto solitamente si prepara con piantine piccole, i ricercatori stimano in 250 microgrammi per kilo di peso corporeo, per pasto (e 500 nei bambini) la quantità di metileugenolo assunto con il pesto mentre l'assunzione media stimata è normalmente solo di qualche microgrammo per kilo al giorno per i non consumatori di pesto. Un microgrammo è la millesima parte di un milligrammo o, se preferite, la milionesima parte di un grammo. Stiamo parlando di quantità che possono apparire molto piccole, ma che possono sicuramente avere effetti sugli organismi viventi.

Lungi dallo scatenare allarmismo, i ricercatori concludono che "Ulteriori studi sono necessari per valutare se esista un rischio reale associato con il consumo di basilico ricco in metileugenolo" e "per ora suggeriamo di preparare il pesto con piantine di basilico alte almeno 16 centimetri, dove la quantità di metileugenolo è molto ridotta"

L'articolo è del 2001, ed è stato più o meno ignorato dai media italiani fino a quando non ne hanno accennato Francesco Sala e Umberto Veronesi in una conferenza stampa nel 2004.

Ecco uno stralcio:
"Nel pesto tradizionale ligure, per esempio, quello che si ottiene utilizzando piantine di basilico al di sotto dei dieci centimetri, - denuncia Francesco Sala, ordinario di Botanica all'Università Statale di Milano - c'è una sostanza cancerogena, il metileugenolo, presente in dosi 600 volte superiori ai valori ammessi dalle normative sanitarie"

e ancora:

Il basilico cancerogeno è stata una scoperta casuale. «E' avvenuta nel Centro di biotecnologie di Genova nel 1999 - spiega Sala -. L' obiettivo era spiegare perché il pesto doc è più buono degli altri. La sostanza individuata, in realtà, fa la differenza. In un piatto di spaghetti al pesto doc vi è una concentrazione di metileugenolo 600 volte superiore ai limiti considerati sicuri». Il che non vuol dire sviluppare un tumore, vuol dire che aumentano le probabilità di averlo. Usando basilico adulto il rischio si azzera. Perché? «Il metileugenolo protegge la pianta giovane da insetti e batteri - continua Sala - poi, crescendo, la molecola perde il metile e diventa innocua.

Apriti cielo. La Coldiretti di Savona replica definendo "terroristico" l'allarme. Carlo Petrini, presidente di Slow Food, riferendosi a Veronesi e Sala dice ""La loro è una campagna mediatica a metà tra disinformazione e antiscientificità"" e giudica "l'accusa" fatta al basilico di contenere una sostanza cancerogena "infondata e al limite del ridicolo". A peggiorare la situazione la circostanza che l'accenno al basilico è stato fatto durante una conferenza stampa di presentazione di un documento sulla Sicurezza alimentare e gli OGM. Il senso dell'intervento era di mettere nella giusta prospettiva i rischi possibili degli OGM con i rischi reali dell'alimentazione quotidiana.

Esiste un pregiudizio diffuso, ben radicato, che crede i prodotti "naturali" sempre buoni e sani, proprio in virtù della loro "naturalita'". E invece i prodotti "artificiali", o "industriali", per non parlare degli OGM, per il motivo opposto cattivi e poco salubri. Questa è ovviamente una sciocchezza. Vi piacciono i funghi? Contengono idrazine, cancerogene. La senape? L'allil isotiocianato. Cancerogeno. Cuocete la carne alla griglia? Vi piace la crosta abbrustolita del pane? le patatine fritte ben dorate? I cetrioli sottaceto?Contengono tutti sostanze classificate come cancerogene dalla IARC, l'agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Assumiamo, giornalmente, migliaia di sostanze tossiche o potenzialmente tossiche, e il nostro corpo ha un bel daffare a limitare i danni. Sostanze, ci tengo a sottolinearlo, che sono naturalmente presenti negli alimenti. La questione, come ben argomentava Paracelso, è in quale dose assumiamo queste sostanze. E questo anche mangiando i proverbiali manicaretti della nonna preparati con prodotti coltivati nel proprio orto e con animali allevati nella fattoria di Nonna Papera.

Ma insomma, è vero o meno che il pesto contiene una sostanza cancerogena? Beh, si. Sicuramente sui topi. Un report del settembre 2001 del comitato scientifico sui cibi della Commissione Europea si esprime sulla tossicità del metileugenolo (presente, ricorda il report, ad esempio nel basilico, nel pimento, nell'anice stellato e nel finocchio). Dopo aver passato in rassegna i dati e gli esperimenti riportati in letteratura, concludeva


Il metileugenolo è stato dimostrato essere genotossico e cancerogeno. Quindi l'esistenza di un livello di soglia non può essere assunto, e il comitato non ha stabilito nessun livello di esposizione di sicurezza. Quindi suggeriamo una riduzione dell'esposizione e una restrizione nell'uso.

Non troverete citato il rapporto nelle cronache dell'epoca. Nessun giornalista si è preso la briga di controllare. E non troverete citato neanche il secondo rapporto, sull'Estragolo. Sostanza che il comitato tratta alla stessa maniera del metileugenolo: genotossico e cancerogeno. E sapete qual'è il nome alternativo dell'estragolo? Metilcavicolo! Esatto, il componente di altre varietà di basilico, come quello napoletano. E in quel caso la sostanza non scompare con la crescita della pianta. L'avete letto questo nelle polemiche dell'epoca? Non credo.

Però, però, quando si parla di cancerogenicità di un cibo bisogna sempre andarci con i piedi di piombo: prima di tutto perché un cibo contiene molte sostanze che nel nostro corpo possono interagire in modo diverso, e poi perché non bastano dei test sulle cavie ma servono degli approfonditi studi epidemiologici, su un campione significativo di persone.
Per quel che riguarda il pesto probabilmente (la scienza non da mai certezze) possiamo stare tranquilli: uno studio del 2002 relativo alla tossicità del metileugenolo nei cibi osservava che le dosi a cui la sostanza è cancerogena nei topi è comunque 100-1000 volte superiore alla dose tipicamente assunta dagli esseri umani e quindi "non pone rischi di cancro significativi", anche perché la cancerogenicità nei topi era collegata a danni subiti dal fegato causati da dosi cosi' massicce. Danni che non sono presenti in dosi molto più basse. Un articolo più recente, del 2006, sempre sul metileugenolo nei cibi (a proposito, vi ho detto che è presente anche nelle banane e, in altissima concentrazione, nella noce moscata?) è rassicurante. Traduco "La dose più bassa somministrata ai ratti era di 37.000 microgrammi per kg corporeo per giorno." Se anche uno mangiasse pesto due volte al giorno sarebbe esposto ad una dose 150 volte più bassa. E concludono, rassicurando, che "non vi sono effetti conosciuti che risultano dall'esposizione al metileugenolo nella dieta"

La certezza non è di questa terra, ma in tutta sincerità io continuerò a consumare pesto. Non perché io sia "sicuro" che sia innocuo, ma semplicemente perché sono ragionevolmente convinto che non sia più pericoloso di altre cose che assumo quotidianamente.

Il dialogo con gli scienziati

Scagionato, almeno per il momento, il pesto, questo episodio ci permette di mettere in luce il diverso modo che hanno gli scienziati e "gli altri" di discutere, quando si trattano argomenti che hanno un effetto sulla società e sulla politica, soprattutto quando si parla di possibili rischi per la salute.

Se provate a cercare sul web le varie reazioni negative seguite alla famosa conferenza stampa di Sala e Veronesi, vi accorgerete che nessuna di quelle cercava di confutare, dati alla mano, la presenza di metileugenolo. E nessuno dei critici si è neppure preso la briga di andarsi a leggere l'articolo originale. Invece, c'è chi cita lo zio che si è sempre cibato di pesto senza nessun problema, chi semplicemente non crede che il basilico possa contenere sostanze tossiche ("Ma è naturale! come è possibile?"), tralasciando poi le svariate offese e ingiurie giunte ai due malcapitati, come minimo "venduti alle multinazionali".

Questo modo di dibattere, vi confesso, è sconcertante per uno scienziato. Tanta dialettica ma solitamente niente numeri su cui discutere. Come si dice "tanto fumo e niente arrosto".
Facciamo un esempio: il Prof. Sala dichiara che nelle piantine di basilico giovani, sotto i 10 cm, è presente un potente cancerogeno. Ora, nelle normali (da scienziati) discussioni e litigi, se uno fa un'affermazione che io non condivido, cerco di dimostrare che ha torto. Come? Semplice, nel caso del basilico ad esempio posso riprovare a fare l'analisi, o cercare nella letteratura scientifica delle ricerche che confutino quel lavoro. La logica vale sempre: o il cancerogeno è presente nella quantità indicata, o non lo è. Punto. Cosa si legge invece? C'è chi dichiara che sono "affermazioni terroristiche, perché potrebbero danneggiare il pesto ligure". È forse questo un argomento che controbatte l'affermazione di Sala? No di certo. Può danneggiare davvero economicamente? Forse si, ma ancora una volta, cosa ci dice questo sulla presunta verità o falsità dell'affermazione originaria?

La senatrice De Petris, dei Verdi, dice che "Sala e Veronesi dicono un cumulo di sciocchezze". È un controargomento questo? Certo che no. Dove sono i dati?
SlowFood organizza cene a base di pesto e polenta. Serve forse a dimostrare che Sala e Veronesi hanno torto? 
Ancora una volta no, ma per carità, alle mangiate si aderisce sempre, e vai col barolo!
Forse che qualcuno ha detto l'UNICA cosa che per uno scienziato ha senso: "rifacciamo l'analisi, ampliamo lo studio e vediamo" ? nessuno.

Questo sconcerta assai gli scienziati. E sconcerta ancora di più vedere che "non sconcerta" i non scienziati, se mi perdonate la confusione linguistica. Questo pare essere il modo comune per discutere, sui media in Italia, di molti argomenti, ma non è un modo razionale quando si parla di fatti in linea di principio misurabili.

C'è una tendenza, per me incomprensibile, a giudicare i fatti in termini di "chi ci guadagna o ci perde". Se una frase danneggia o favorisce X, allora per alcuni è sicuramente falsa, per altri sicuramente vera. Buffo vero?

Il principio di precauzione

Vi faccio notare una cosa curiosa: molte delle critiche a Veronesi e Sala sono arrivate da persone o organizzazioni che spesso citano il cosiddetto "Principio di precauzione". Ad esempio per opporsi agli OGM. Ed infatti è citato nel pezzo che ho linkato. Non trovate strano che non lo si sia voluto invocare per il pesto? Dopo tutto, non possiamo essere sicuri al 100% che il pesto non faccia male. Nessuno può offrire questa certezza. Se domani un'azienda cercasse di far approvare un nuovo prodotto contenente una sostanza dimostrata cancerogena sui topi "ma solo in alte dosi", pensate che non si opporrebbe nessuno in nome del "principio di precauzione" ?

Il mio parere è che quel principio è scientificamente sballato e in una discussione scientifica dovrebbe valere come il due di picche quando briscola è fiori. E io il pesto continuo a mangiarlo


Riferimenti
Methyleugenol in Ocimum basilicum L. cv. Genovese Gigante -M Miele, R Dondero, G Ciarallo, M MazzeiJ. Agric. Food Chem., Vol. 49, No. 1, (2001) 519
Safety assessment of allylalkoxybenzene derivatives used as flavouring substances - methyl eugenol and estragole.Smith RL, Adams TB, Doull J, Feron VJ, Goodman JI, Marnett LJ, Portoghese PS, Waddell WJ, Wagner BM, Rogers AE, Caldwell J, Sipes IG.Food Chem Toxicol. 2002 Jul;40(7):851-70.
Use of Biomonitoring Data to Evaluate Methyl Eugenol ExposureSteven H. Robison1 and Dana B. Barr2Environ Health Perspect. 2006 November; 114(11): 1797–1801.

Dario Bressanini