Visualizzazione post con etichetta psicologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psicologia. Mostra tutti i post

domenica 8 luglio 2018

Iniziare ad amare se stessi, prima di tutto...




di Daria Sessa, 10 ago 2015
“Se non credi in te stesso, chi ci crederà?”
Kobe Bryant
A questo mondo esiste una ed un’unica persona con cui avrai sempre a che fare 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ogni singolo momento della tua vita.
È la prima persona di cui hai percezione ogni mattina quando ti svegli, e l’ultima che ti accompagna la sera prima che ti addormenti.
Hai già capito a chi mi stia riferendo, vero?
Proprio così, sto parlando di te.
Molte persone andranno e verranno nella tua vita, ma quella che vedi ogni giorno riflessa nello specchio ci sarà per sempre.
Quanto veramente ti adoperi per avere cura di lei sostenendola ed apprezzandola in ogni aspetto della sua essenza?
In che misura la relazione con te stesso è appagante e libera da sofferenze e dolori emotivi?
Immagina per un momento di rivolgere al tuo migliore amico le medesime parole che abitualmente usi per riferirti a te stesso: credi ne sarebbe orgoglioso ed appagato?
La relazione con te è la base che definisce ed origina la tipologia di qualsiasi altro rapporto.
Ti riporto alcuni esempi per meglio comprendere:
Come puoi educare i tuoi figli al rispetto di sé, se tu per primo manchi di fare altrettanto nei tuoi riguardi?
Che tipo di rapporto potrai mai offrire al tuo partner, se non sei in grado di alimentare una relazione virtuosa in primis con te?
Quanto è coerente aspettarsi che gli altri si interessino della tua opinione, se tu per primo non ti esprimi e mostri di svilire il tuo contributo?
Proprio come nella nostra vita impariamo a camminare, correre e parlare, abbiamo bisogno anche di imparare ad amarci e volerci bene.
Amare se stessi è un’abilità che si costruisce nel tempo, un traguardo frutto di una serie di comportamenti coerenti con il desiderio di dare valore a sé ed alla propria vita.
Per te, ho identificato 5 comportamenti comuni da evitare per imparare ad amare se stessi e portare valore e luce alla tua essenza.
Vediamoli subito insieme!

#1. Smetti di criticarti continuamente

“Non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano. Preoccupati se tu non apprezzi te stesso.“
Confucio
Potrai mai costruire una relazione d’amore e pace con te stesso, se non perdi occasione per criticarti e svilirti?
Una volta soddisfatte le necessità primarie di protezione, sopravvivenza e sostentamento, ogni essere umano nutre il bisogno fondamentale di sentirsi amato, accettato, desiderato, compreso e valorizzato.
Ognuno di noi è nutrito dalla possibilità di essere costantemente supportato e sostenuto, e una dose massiccia di critiche non assolve certamente a questa funzione.
Le critiche creano chiusura, protezione e difesa…esattamente l’opposto dell’espansione, apertura e fioritura necessari, all’apprezzamento di sé.
Smetti di puntare il dito verso te stesso, ed inizia piuttosto a porgerti il braccio.
Chiediti: come e cosa posso fare di meglio la prossima volta?
E ricorda che il tuo intento è la costruzione di solide basi al tuo interno, e non una loro demolizione.

#2. Smetti di voler essere perfetto
“Accettati come sei in questo momento; una persona imperfetta, mutevole, in crescita e rispettabile.“
Denis Waitley
Indovina un po’: tu (sì, anche tu!) sei un essere umano. Il che significa che non sei né perfetto né invincibile.
Commetterai degli errori, ti capiterà di inciampare e cadere, e soprattutto comprenderai come l’unica virtù sia imparare ogni giorno tanto dai tuoi pregi quanto e soprattutto dai tuoi limiti.
Accettarti per quello che sei indipendentemente dai tuoi vizi e virtù, è il primo esercizio d’amore che puoi praticare nei tuoi riguardi.
Amare, amare veramente, significa volere bene prescindendo da alcuna condizione.
L’amore è un’energia che tutto dona e nulla chiede.
Frasi come “ti voglio bene a patto che…” sono richieste e certamente non offerte.
Comincia da te e con te.
Nel momento in cui ti accetti incondizionatamente, liberandoti di qualsiasi pressione ed aspettativa, ti aprirai alla vita vera (che sappiamo bene essere fatta di successi come di sbagli).
E sai che va bene, tutto va bene: sei nel tuo percorso di crescita, evoluzione e cambiamento, forte del sostegno di qualcuno (te stesso) orgogliosamente sempre al tuo fianco.

“Quando sei contento di essere semplicemente te stesso e non fai confronti e non competi, tutti ti rispetteranno.“
Lao Tzu
Non esiste nessuno a questo mondo che sia paragonabile a te.
Siamo a nostro modo tutti unici e diversi, ciascuno con il proprio bagaglio di esperienze, conoscenze, emozioni e pensieri.
Osservare il prossimo toglierà energia da te e dai tuoi obiettivi, distraendoti dall’unica persona con cui ha senso entrare in competizione: te stesso.
Non hai bisogno di confrontarti con dei perfetti sconosciuti, sarebbe inutile, pretestuoso e poco saggio.
L’unica persona rispetto cui è bene tu sia ogni giorno migliore, sei e sarai sempre solo tu.
E quanto più dedicherai attenzione al tuo percorso, tanto più massimizzerai le risorse personali per ciò che vuoi ed è importante per te.
Quanto più mostrerai di apprezzare il valore della tua unicità, tanto più offrirai stimoli agli altri affinché facciano altrettanto nei tuoi confronti.

#4. Smetti di identificarti con le tue capacità
“Avere quel senso del proprio valore intrinseco che costituisce il rispetto di sé significa avere potenzialmente tutto.“
Joan Didion
Molte persone identificano se stesse ed il proprio valore a partire dai personali meriti e capacità.
Ovvero: faccio un lavoro di prestigio, dunque sono una persona di prestigio. Come anche (al contrario): faccio un lavoro di poco conto, sono una persona di poco conto.
In realtà chi sei è ben altra cosa rispetto ciò che fai; meritare un’insufficienza in una prova, non significa essere insufficienti. Significa avere delle abilità insufficienti in quel determinato compito, E NON essere delle persone insufficienti.
Sei molto di più di ciò che fai: quello che fai esprime le tue capacità (contingenti e migliorabili) e solo una minima parte della tua essenza umana e spirituale.
C’era una volta un uomo che picchiava la moglie e rubava per soddisfare il suo vizio del fumo.
Cosa mai ti aspetteresti da una persona del genere?
Certamente mai e poi mai che sia stato portavoce di un movimento di pace e non violenza (l’Ahimsa), certamente mai e poi mai che quell’uomo si chiami Gandhi.
Ricorda bene: un conto è ciò che sei, un conto ciò che fai.
Evita di apprezzarti o svilirti misurandoti attraverso le tue capacità: la tua natura è divina, e il pregio della tua essenza connaturato al semplice fatto che tu esista.

#5. Smetti di dire sempre di SÌ

In altri termini, impara a dire NO evitando di cadere nella tentazione di compiacere gli altri a tutti i costi.
Il messaggio che più o meno consapevolmente stai comunicando accondiscendendo sempre a tutto e tutti, è qualcosa del tipo: “Io non valgo abbastanza, e ho bisogno della tua approvazione per sentirmi finalmente considerato e amato.“
È questo quello che vuoi?
Ricorda che non hai bisogno del permesso di nessuno per sentirti bene e avere successo nella vita. Appartieni a te, ed a nessun altro prima di te.
Smetti di tradire la tua volontà, onora la tua autenticità, e datti la possibilità di circondarti di persone che ti apprezzino per quello che sei veramente.
La tua vita deve prima di tutto avere senso per te stesso ancor più che per gli “altri”.
Sì…o No?
E tu?
Quale comportamento scegli di sacrificare oggi stesso per iniziare finalmente ad amarti un po’ di più?

P.S. Se vuoi cominciare da ora a concederti il diritto di accogliere nella tua vita tutto l’Amore che meriti, scopri lo straordinario Corso L’Amore e Oltre in esclusiva per la tribù Omnama <3

Forse non lo sai, ma l’amore vibra a delle frequenze molto alte e per sintonizzarti su quelle frequenze e riuscire ad attrarre tutto l’amore che meriti devi innalzare le tue frequenze vibrazionali.
Fuori e dentro di te.
Il primo passo è amare se stessi.
Sei pronto a partire per questo viaggio?

________
Daria Sessa
Daria ha conseguito il Diploma Internazionale ISNS di Master in Programmazione Neurolinguistica e Neuro-semantica presso l’Istituto Italiano di Neuro-semantica, è accreditata come Licensed Practitioner del metodo Insights Discovery®, è Facilitatrice del metodo Tutta Un’altra Vita® di Lucia Giovannini ed è facilitatrice e coach di Breathwork“Life Breath”. 
Da sempre interessata alla valorizzazione e alla crescita del potenziale umano, per oltre 4 anni ha collaborato come coach team leader accanto a Lucia Giovannini e Nicola Riva in programmi di formazione specifici nel campo del coaching e dello sviluppo personale. 
Lavora come Life Coach e Breath Coach in sessioni orientate alla valorizzazione e crescita delle risorse e potenzialità umane, offrendo strumenti strategici alla creazione di una vita colma di realizzazione, passione ed equilibrio. 
Tiene seminari e training nell’ambito della comunicazione, gestione emozionale, relazione interpersonale, efficacia individuale. 
Dinamica, positiva e affermativa, Daria fa del lavoro la propria passione, arricchendo di significato e alte intenzioni le sue personali competenze e capacità. 
Guarda alla vita come occasione di continua crescita, evoluzione e miglioramento, valorizzando i meriti dell’eccellenza al di sopra dei limiti del perfezionismo. 
Ha due figli, sua eterna fonte di insegnamento e ispirazione in ogni ambito della vita. 
Visita il suo blog Dariablog.me.

lunedì 2 maggio 2016

Vivere bene in coppia...





Passione e innamoramento passano ma si continua a rimanere in due . E il matrimonio può diventare la tomba dell'amore fra frustrazione e depressioni. Però si può imparare a superare il conflitto. Almeno così sostengono due sessuologi e psicoterapeuti, Giuliana Proietti e Walter La Gatta, che hanno scritto un manuale a beneficio della stabilità


di Silvana Mazzocchi, 27 apr 2016


L'INNAMORAMENTO e la passione passano, mentre la coppia resta. E si può vivere insieme in pacata e serena armonia, oppure… rassegnati, frustrati e depressi. In breve, infelici, perfino per sempre.

E allora, come far sì che una coppia rimanga "serenamente" stabile, come fare per superare i conflitti quotidiani insiti in ogni relazione anche d'amore: dalla sessualità, alla gelosia, all'educazione dei figli, dai compiti da svolgere in casa ai problemi di soldi, fino all'incomprensione totale? O almeno come tentare al meglio di tenere in piedi un matrimonio o una convivenza, prima di gettare la spugna e separarsi, ipotesi sempre possibile e spesso inevitabile? Risponde un manuale pratico, Come vivere bene, anche se in coppia (Franco Angeli editore), con cui due sessuologi e psicoterapeuti, Giuliana Proietti e Walter La Gatta suggeriscono, attraverso la conoscenza teorica e clinica, soluzioni efficaci per risolvere le tensioni più comuni fra le coppie: come gestire i litigi? Come superare il tradimento, come far rinascere se non la passione almeno un po' di erotismo, come gestire le diverse abitudini quotidiane, sovente terreno privilegiato di scontro, come amministrare il denaro senza risentimenti o riserve, come appianare le tensioni?

"Il segreto di base", rispondono i due esperti "sta tutto nella comunicazione: le coppie che sanno comunicare in modo costruttivo nei conflitti e nei disaccordi hanno probabilità significativamente maggiori, rispetto ad altre coppie, di poter godere di un rapporto di coppia sano e duraturo". Ma soprattutto, prima di ogni altra cosa, è necessario conoscere se stessi, perché solo così ci si potrà relazionare positivamente con l'altra/o. E ancora, è importante imparare l'arte della mediazione, cercare un compromesso tra le diverse esigenze senza cadere nella trappola della competizione reciproca. Indispensabile è insomma sentirsi una squadra e cercare soluzioni originali ai problemi, "che possano soddisfare entrambi". Infine, è il consiglio principe, è necessario imparare a gestire emozioni come l'ansia e la rabbia e "sviluppare le capacità empatiche, per comprendere meglio i bisogni dell’altro".

Esercitazioni e test psicologici arricchiscono il libro, insieme a esempi pratici mirati a promuovere quei cambiamenti individuali capaci di predisporre al cammino dell’auspicato miglioramento della coppia. Sembra facile, ma si sa che non lo è. A volte (sempre più spesso a stare alle statistiche), non resta che lasciarsi, con la speranza che l'esperienza vissuta possa servire in futuro. Del resto, non mancano i manuali per trasformarsi in single felici.

I conflitti di coppia sono evitabili, oppure si possono soltanto superare?

I conflitti sono insiti in qualsiasi relazione, perché non è nella natura umana relazionarsi con persone con le quali si vada sempre e totalmente d'accordo. Inoltre, anche il nostro stesso modo di comportarci e di vedere le cose cambia a seconda dello stress vissuto e del tono dell'umore, per cui è possibile che i contrasti interpersonali possano essere dovuti non tanto a ragioni profonde, insite nella relazione, ma a semplici nervosismi e intolleranze dovuti a problematiche personali. Anche in una coppia stabile dunque, dove c'è piena armonia e dove regna l'amore, possono talvolta insorgere dei conflitti. La ricerca scientifica ci dice che essi sono dovuti specialmente a ragioni che riguardano la gelosia, la divisione dei compiti domestici, il modo di spendere i soldi, la sessualità e l'educazione dei figli. Il segreto sta tutto nella comunicazione: le coppie che sanno comunicare in modo costruttivo nei conflitti e nei disaccordi hanno probabilità significativamente maggiori, rispetto ad altre coppie, di poter godere di un rapporto di coppia sano e duraturo. Un'altra competenza relazionale molto importante quando ci si trova ad affrontare un conflitto di coppia è quella del saper mediare fra le diverse esigenze, cercando un compromesso che possa soddisfare entrambe le parti: i due partner non dovrebbero ingaggiare una competizione per vedere chi dei due riesce ad avere la meglio sull’altro, ma sentirsi una squadra che vince insieme e che vince quando riesce a trovare soluzioni originali, che possano soddisfare entrambi. Infine, è necessario sviluppare le capacità empatiche, per comprendere meglio i bisogni dell'altro, e una buona dose di tolleranza nei confronti delle frustrazioni, sapendo gestire emozioni come l'ansia e la rabbia. Come si vede, saper gestire i conflitti è un'arte e la concordia non piove dal cielo…

Convivenza o matrimonio. Cambia qualcosa rispetto alla solidità potenziale della coppia?

In passato vi erano maggiori differenze fra gli sposati e i conviventi, perché i conviventi rappresentavano una categoria di persone che trasgredivano la norma del matrimonio e dunque erano delle coppie anticonvenzionali, con una visione della vita e del rapporto di coppia diversa da quella degli sposati. Essi infatti rinunciavano alla promessa d'amore a tempo indeterminato, vivevano maggiormente nel presente, non sentivano il bisogno di avere certificazioni o riconoscimenti esterni del proprio legame, né di leggi o norme che li tutelassero da se stessi. Oggi il calo dei matrimoni è talmente vistoso che non si può pensare che le coppie scelgano questa via in quanto si sentono tutti degli outsider rispetto ai propri coetanei che scelgono il matrimonio... Le ragioni che portano verso la convivenza sono più di tipo economico (il matrimonio costa), legali (i separati non si possono sposare perché non hanno ancora ottenuto il divorzio), sociali (convivere non è più un tabù e dopo una convivenza andata male si può tranquillamente tornare a vivere da soli o con i genitori, senza che questo causi problemi, come avveniva fino a qualche decennio fa). Non c'è più dunque una grandissima differenza fra sposati e conviventi, ma solo aspetti pratici della vita che hanno portato verso una scelta anziché verso un'altra. In entrambi i casi i partner sono più individualisti rispetto al passato: investono più su se stessi che sulla propria coppia e non desiderano impegnarsi a vivere insieme se non vanno più d'accordo e se è venuta meno l'unica ragione che li ha portati a convivere o a sposarsi: l'amore. Ma l'amore, quello dell'innamoramento e della passione, dura solo pochi mesi o, al massimo pochi anni... E poi?

In pillole , il manuale pratico per rimanere insieme.( quando non resta che lasciarsi?)

In pillole, il nostro manuale parte da questo concetto: per stare bene insieme occorre stare bene anche da soli. Se la persona non ha un suo equilibrio personale, non riesce ad apprezzare ciò che ha intorno a sé, non è riuscita a dare un significato alla propria esistenza, non riesce neanche a dare vita ad una relazione di coppia soddisfacente. Il lavoro va dunque fatto in primis su se stessi (ecco perché nel libro vi sono numerosi esercizi, spunti di riflessione, test) per acquisire consapevolezza su che cosa si desidera essere e fare nella propria vita. Quando la persona è riuscita a migliorarsi sotto questi aspetti, è pronta per cercare l'armonia con l’altro. Questo è il significato del titolo che abbiamo dato al libro: si può vivere bene, anche se si è in coppia. La coppia non è una prigione, né la tomba dell'amore, la coppia è un completamento, una ricerca di armonia, un impegno e talvolta anche un sacrificio, in vista dei vantaggi che permette la vita a due. E' la ricerca scientifica infatti, e non un prete o qualche sciamano, che ci conferma che vivere insieme in armonia allunga la durata della vita, permette di ammalarsi di meno, consente una più soddisfacente vita sociale e una maggiore sensazione di benessere. Tutto questo è vero, naturalmente, solo se la vita di coppia è serena, sana e soddisfacente. Se non si riesce a mettere in pratica alcuni essenziali principi di salute e di saggezza, non resta che lasciarsi, nella speranza che l'esperienza vissuta possa essere servita nel miglioramento del proprio sé e del proprio stile di vita, evitando, nelle relazioni future, di incorrere di nuovo negli stessi errori o nelle stesse false aspettative. Il nostro manuale è un viatico verso una relazione di coppia che dura, ma per motivi tutt'altro che magici: dura perché i due partner sono persone mature e consapevoli, hanno imparato a prevenire e a evitare gli errori, sono perfettamente informati su quello che li attende e non partono con dei pre-giudizi errati sulla relazione di coppia.



Giuliana Proietti, Walter La Gatta
Come vivere bene, anche in coppia
Franco Angeli
Pagg.182, euro 19

lunedì 2 febbraio 2015

Sulla terminologia del femminicidio

Dal Blog di Lameduck [Barbara Tampieri]

Sesso e possesso


6 mag 2012


Stamattina leggevo questo appello per l'adozione di un codice etico per la stampa che deve riportare i casi di "femminicidio". Al di là della definizione di "femminicidio" che non mi convince affatto:
"Femminicidio è quel tipo di violenza con la quale viene colpita una donna per il solo fatto di essere donna; si tratta di violenza sessuata, fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa, che impedisce alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale." 
rimango perplessa anche sui punti di questo codice. Ne riporto qui solo due, invitandovi comunque alla lettura completa dell'articolo.
1. I giornalisti e le giornaliste devono mettere in evidenza la motivazione di genere (svalorizzazione simbolica, discriminazione economica e sociale) come causa profonda della violenza contro le donne. Essi devono fare buon uso delle informazioni di casi studio e statistiche disponibili, sia quando segnalano casi di violenza contro le donne sia quando danno notizia di casi di sfruttamento sessuale e della prostituzione, collocando le notizie in un contesto più ampio che riveli la motivazione di diseguaglianza a cui sono sottoposte le donne che ne soffrono e tutte le vittime che sono femminilizzate (discriminate come se fossero donne – ad esempio omosessuali, transessuali).
4. I giornalisti e le giornaliste devono in ogni modo evitare di usare l’equazione “odio uguale amore” e mai utilizzare frasi che possano giustificare in qualche maniera simbolicamente la violenza come gesto sconsiderato o addirittura “folle” e quindi non del tutto legato alla responsabilità individuale. Da evitare in senso assoluto anche il presentare la violenza sessuale, domestica, e il femminicidio come amore passionale incontrollato con frasi dal vago sapore romanzato e romantico (follia d’amore, pazzia d’amore, amore e sangue) – La violenza e l’omicidio sono i più gravi crimini che si possono compiere contro un altro essere umano donna o uomo.
Ciò che mi spaventa di questo codice presunto etico, oltre alla sua ignoranza della psicologia e psicopatologia umane, è il suo voler ridurre un fenomeno complesso ad un semplice fatto di definizione, il suo voler inquadrare l'omicidio delle donne in uno schema di ortodossia politica dove bisogna usare le chiavi di lettura approvate dal comitato centrale.
Per dare la "libertà alle donne" infatti, se non ho capito male, bisogna limitare la libertà di espressione, imbavagliando la stampa o costringendola a scrivere secondo l'ortodossia del politically correct. Qualcosa di sempre mostruoso. Perché oltretutto, secondo questo pensiero magico, il definire il femminicidio in maniera ortodossa da parte dei giornali contribuirebbe addirittura a limitarlo.
Occorre inoltre, secondo il codice, cancellare per decreto l'intera gamma delle passioni umane che comprendono, mi dispiace per le madri costituzionaliste, anche l'odio; rendere queste passioni irrilevanti e punire un reato per se, senza prendersi la briga di indagarne le motivazioni. Un abominio giuridico.
Si dovrebbe negare, pur parlando di esseri umani, l'esistenza di relazioni affettive problematiche tra individui - e spiego alle leguleie che il termine affettività include anche sentimenti negativi come il possesso, l'invidia, la gelosia; negare la valenza patogena di tali relazioni per ridurre tutto ad un fatto politico, di principio.
La libertà delle donne, infine, passerebbe attraverso la loro definitiva separazione dall'uomo, deresponsabilizzazione e clausura in un recinto di protezionismo a tutti i costi dove, ovviamente, le donne non possono essere mai a loro volta colpevoli perché se no crolla tutta la baracca abusiva già pericolante.
Quando chiesi tempo fa ad alcune femministe se riuscissero ad inquadrare nel concetto di "femminicidio" il delitto di Sarah Scazzi, ovverosia un delitto maturato in un contesto familiare dove le donne sono la parte dominante e  tutta una serie di sentimenti ad alto tasso di estrogeni aveva provocato la morte di una ragazzina, non ho mai avuto risposta. 
Non ho avuto risposta perché un "femminicidio" probabilmente commesso da altre femmine in concorso è, a quanto pare, qualcosa che non rientra nello schema del "femminicidio" come "delitto di genere" dove la donna viene uccisa "solo in quanto donna"  e da un uomo che agisce non in quanto assassino ma in quanto uomo. Questo almeno è il concetto che si vorrebbe incidere nella pietra, chiudendo ogni ulteriore discussione su quella che è una piaga della società e che richiede quindi un approccio sociologico un tantino più approfondito.
Dispiace che un movimento potente ed importante come quello femminista si sia fatto alla fine intrappolare nell'atteggiamento piagnone e nel modus operandi tipico delle minoranze prepotenti, quelle che se sbagli le parole quando parli di loro o fai notare i loro difetti, sei un  bestemmiatore da schiacciare. In questo caso sarei, credo, una donna che odia sé stessa.
Se la morte di una donna viene ridotta sempre ad un fatto binario uomo-donna, ad un atto di guerra tra i sessi, avulso dalle sue motivazioni macrosociali insomma, si otterrà una dichiarazione di belligeranza continua uomo vs. donna che, basandosi su questioni di ortodossia, difficilmente potrà mai arrivare al ristabilimento della pace. Insomma una situazione tipo Coloni vs. Palestinesi dove i coloni, in questo frangente, non sono sempre e prevedibilmente gli uomini.
E' una politica che crea divisione tra i soggetti che, uniti, potrebbero fare molto male al sistema e quindi il potere ha interesse che restino divisi da qualcosa di infinito come la guerra trentennale al terrorismo oppure, in questo caso, la guerra dei generi. Divide et impera. Strano che le ragazze non se ne siano ancora accorte.
Considero quindi i termini "femminicidio" e "delitto di genere"  forzature ideologiche che nascondono il vero cuore del problema della violenza in aumento non solo sulle donne ma sui bambini, sugli omosessuali - che non vengono colpiti in quanto femminilizzati (che sciocchezza) ma in quanto omosessuali - sui diversi per razza e religione, su tutti quelli che portavano un triangolo colorato nei lager, sui poveri e soprattutto sui lavoratori. Le vittime di "lavoratoricidio" dall'inizio dell'anno sono già 170, per inciso. 

In Argentina hanno di recente  inserito nel codice penale un'aggravante per i delitti commessi da persone che erano legate alla vittima da vincoli di parentela o sentimentali. Mi pare giusto e ragionevole. Nello stesso decreto è stata inserita una definizione di "violenza di genere" che è più discutibile perché ideologica e compiacente verso il femminismo politico ma comunque l'impianto complessivo del provvedimento sottolinea correttamente il focus che dovrebbe essere studiato al fine di comprendere il fenomeno dell'aumento delle morti violente a danno delle donne: si uccide perché si considera la vittima una PROPRIETA'. Il senso di possesso tra amanti, tra coniugi, tra famigliari, tra dipendente e datore di lavoro, perfino tra amici. E' quello stesso senso di possesso e di potere di vita e di morte sui deboli che ha fondato per secoli l'istituzione famigliare. In quel caso erano i figli ad essere vittime di "bambinicidio". I figli li si poteva violentare in ogni modo, fisicamente e psicologicamente, da parte delle madri e dei padri, e perfino ucciderli.  Quel "t'ho fatto, ti disfo" che quelli della mia età ancora si sono sentiti dire tante volte da mamme esasperate alle quali si era improvvisamente sturato l'inconscio. 

Nessuno nega che vi sia un allarme violenza. L'aumento statistico delle morti femminili - che sono solo la punta dell'iceberg di violenze e soprusi quotidiani più nascosti - ha però più probabilmente una motivazione sociologica che di genere e potrebbe non essere affatto legata ad una presunta e congenita malvagità maschile ma essere correlata direttamente ad un disagio esistenziale più generale.
Azzardo che, in tempi di incertezza su ciò che è veramente nostro e di nostra proprietà, visto che siamo costantemente depredati del lavoro, della capacità di sostentarci e infine della libertà, seppure in modo molto subdolo, il disporre della vita di qualcuno che riteniamo una cosa di nostra proprietà dando ad esso la morte, potrebbe essere una reazione patologica, un modo per alleviare la frustrazione di chi ha paura un domani di non essere più possessore di nulla. Gli uomini potrebbero essere maggiormente sensibili a questa frustrazione, essendo stati per secoli indiscussi proprietari dei membri delle loro famiglie e non solo, anche di schiavi, lavoratori e altri sottomessi.
L'emancipazione femminile ha contribuito a mettere in discussione questo principio di predominio maschile nella proprietà degli altri esseri umani - diversi per razza o sesso - andando a scardinare le fondamenta dell'istituzione familiare e delle relazioni interpersonali e per qualche anno si è pensato di aver rifondato la società in modo più giusto, suddividendo i compiti e le responsabilità tra maschi e femmine, anche nel mondo del lavoro.
L'ultraviolenza del capitalismo neoliberista che ha reintrodotto lo schiavismo come modo di produzione, l'utilizzo dello shock and awe come arma psicologica di dominio sulle masse e le ricorrenti crisi economiche che minano le ultime certezze dell'individuo, gettandolo nella disperazione, nell'angoscia da retrocessione sociale e nel nichilismo, sono in grado di cancellare decenni di conquiste e di provocare questo aumento di violenza, di cui le donne sono ormai troppo spesso le vittime d'elezione. La macelleria femminile è solo un reparto della macelleria sociale globale, insomma.

Non occorre quindi misurare le parole con il nonio ai giornalisti per paura di offendere le donne. Non dobbiamo farci condizionare dalle trappole ideologiche che oggi sono solo strumenti di distrazione di massa dal cuore del problema: viviamo in tempiprerivoluzionari e occorre svegliarci per agire. Occorre smetterla con la guerra di genere, avere la forza di urlare, uomini e donne assieme, che la società che provoca la violenza che ci fa ammazzare tra di noi e questa crescente insostenibile diseguaglianza che ci fa regredire culturalmente e socialmente al medioevo, noi non la accetteremo più. 

martedì 5 agosto 2014

Giocare ai videogame porta benefici? Pare di sì, con moderazione...



di Chiara Di Cristofaro, 4 ago 2014



Dalla demonizzazione alla beatificazione. 
È questo è quello che è successo ai videogame per il mondo della ricerca psicologica? 

Purtroppo pare di sì, almeno in parte. Sperando che questo porti a un maggiore equilibrio nelle valutazioni. Se infatti per decenni non abbiamo fatto che leggere dell'impatto negativo che i videogiochi potevano avere sulla crescita, sullo sviluppo, sulla concentrazione, sulla propensione alla violenza dei bambini, da un po' di tempo non è difficile trovare studi e ricerche sui benefici e sui vantaggi che possono offrire. 

L'ultima, in ordine di tempo , è della Oxford University e sostiene che giocare ai videogiochi ogni giorno per un tempo limitato (meno di un'ora) può avere un impatto positivo sullo sviluppo. Le cose cambiano, però se si va oltre le tre ore: in questo caso il livello di soddisfazione generale è decisamente inferiore. La ricerca è stata condotta su 5mila ragazzi tra i 10 e i 15 anni. Tra di loro,il 75% ha dichiarato di giocare ogni giorno. I risultati hanno mostrato, in particolare, che chi gioca ogni giorno per un'ora al massimo registra livelli di soddisfazione complessiva maggiore rispetto alla propria vita, i migliori livelli di interazioni sociali positive, ha meno problemi di tipo e motivo e di iperattività. Il malessere maggiore, invece, si registra nel gruppo che ha dichiarato di giocare oltre tre ore al giorno. Videogiochi sì, quindi, ma con qualche regola.

Di recente, era stato un'articolo pubblicato sul sito dell'Apa, l'American Psychological Association, che aveva riportato una ricerca molto interessante e innovativa condotta dalla Radboud Univeristy: giocare ai videogame, inclusi gli "sparattutto", secondo gli studiosi può favorire l'apprendimento e lo sviluppo di capacità sociali. Senza negare l'esistenza di possibili effetti negativi che possono emergere dall'utilizzo dei videogiochi, inclusa la dipendenza, gli autori sottolineano la necessità di una "prospettiva più bilanciata". Secondo recenti studi, infatti, i videogiochi contribuiscono allo sviluppo di una serie di capacità cognitive importanti come la navigazione spaziale, il ragionamento, la memoria, la percezione e il problem-solving

Ma non sono solo le capacità cognitive a trarne beneficio: un gioco semplice e poco impegnativo come Angry Birds, per esempio, può migliorare l'umore, favorire il rilassamento e avere effetti positivi sull'ansia. In più, gli autori suggeriscono che giocare potrebbe essere utile per aumentare la resilienza personale: imparando a gestire la frustrazione dei cointnui fallimenti in cui in qualsiasi videogioco si va incontro, i ragazzi possono apprendere strategie di reazione che useranno poi nella vita quotidiana. 

La ricerca si chiude con un appello: continuare a condurre studi, senza pregiudizi e preconcetti, che vadano aldilà del "fanno bene" o "fanno male" ma che diano davvero un contributo alla ricerca sugli effetti di un fenomeno che, tanto per dire, riguarda il 97% degli adolescenti americani.