martedì 12 novembre 2013

L'estero non è colonizzazione

Da Il Sole 24 Ore

«L'estero non è colonizzazione»

«Guardi, chi come me ama una corretta competizione, sia nello sport che negli affari, non può che essere preoccupato: se in Italia non si cambia regime, si rischia di finire tutti per terra». Antonio Bulgheroni, presidente di Lindt Italia e consigliere di amministrazione della holding dolciaria svizzera Lindt & Sprüngli (nonché, tra le molte cariche, anche consigliere del Gruppo Sole 24 Ore) il grido d'allarme l'aveva già lanciato da tempo.

Da almeno dieci anni Bulgheroni, uno dei pochi esempi di manager-imprenditore-sportivo che ha segnato trent'anni di storia del basket varesino e italiano, va dicendo che il "giocattolo" si sta rompendo, che la situazione è esplosiva, che il rischio è di «finire tutti per terra». Tanti segnali gli hanno dato ragione sia nello sport (ultimo, la sparizione della Benetton, per non parlare della crisi del calcio), sia nella situazione del sistema Paese, con la drammatica perdita di competitività del settore industriale. E le bufere di questi giorni non fanno che avvalorare i suoi timori.

«Purtroppo - spiega Bulgheroni, classe 1943, cavaliere del lavoro e già console onorario svizzero in Italia per la provincia di Varese e Como - il Paese rischia di avvitarsi su se stesso. E non parlo solo della politica. Pochi giorni fa ho letto sui giornali delle società calcistiche scomparse negli ultimi tempi, che sono tantissime. E se lo sport che ha gli introiti maggiori è in crisi, allora che sorte aspetta gli altri? Questa situazione non è solo il risultato della "congiuntura": lo sport, come le imprese italiane, paga il prezzo di una gestione fallimentare della governance di sistema».




Su questo terreno, cioè sull'urgenza di un cambiamento radicale nella mentalità e nelle scelte del sistema Italia, Bulgheroni conta su tanti supporter: «Bisogna cambiare atteggiamento su tanti fronti - spiega l'imprenditore varesino -. In Italia abbiamo imprese di altissimo valore che competono e vincono sui mercati internazionali. Ma abbiamo anche tante aziende che perdono competitività per le inefficienze del Paese, i suoi ritardi nelle riforme e nelle infrastrutture, la burocrazia e le incertezze nella governabilità. Infine, ma questo punto potrebbe anche essere il primo, è ora di considerare gli investimenti esteri in Italia sotto la giusta prospettiva, cioè quella del lavoro che creano e della fiducia internazionale che ne deriva nei confronti del Paese». E a questo punto Bulgheroni lancia il sasso nello stagno: «Vede, io non sono uno che si arrende facilmente e oggi sto lottando per convincere la Lindt a effettuare un importante investimento nel nostro stabilimento di Induno Olona, in provincia di Varese. È un investimento importante per la Lindt, per l'occupazione nella provincia di Varese e, in generale, per l'Italia, vista la crescente diffidenza delle multinazionali. Ebbene, il nodo principale non riguarda l'Italia come mercato, ma come sistema: in Svizzera temono sempre di più gli effetti dell'instabilità politica, la lentezza delle riforme, l'incertezza delle regole, il peso della burocrazia.

Oggi più che da me, è dai segnali che darà il Paese che dipenderanno gli investimenti della Lindt in Italia. E poi c'è anche una ragione di mercato: non tutti sanno che le vendite di cioccolato seguono la crescita del Pil: ovunque cresca il Pil si sviluppano i consumi di cioccolato».
Qui è necessario fare un passo indietro. Per capire meglio il profilo di Bulgheroni e il ruolo che riveste non solo per un colosso mondiale del cioccolato come Lindt ma in generale per la cultura imprenditoriale italiana bisogna partire dai primi del '900, quando il nonno decise di offrire alle famiglie svizzere Lindt e Sprüngli l'opportunità di sbarcare in Italia attraverso un'alleanza con la sua azienda di caramelle e confetti in provincia di Varese.
«Mi emoziono sempre quando devo raccontare del mondo del cioccolato - spiega Bulgheroni, che dal 1972 al 2011 ha guidato e gestito il ramo italiano della Lindt prima di passare le deleghe operative a un amministratore delegato, Fabrizio Parini -. Credo che sia una grande fortuna, nella vita, poter parlare di questo prodotto. Lindt fu fondata nel 1845 dalla famiglia Sprüngli ed è la casa del cioccolato da più di centosessant'anni. Oggi è presente in tutto il mondo ed è leader del cioccolato premium mondiale. Nel 1890, i fondatori si associarono con Rudolph Lindt, un farmacista di Berna, il quale ebbe il merito di ideare il metodo del concaggio, che rappresenta oggi una delle fasi fondamentali nella lavorazione del cioccolato di qualità. Nel 1899 Lindt adottò la forma di società per azioni e, da allora in poi, cominciò la sua espansione in Europa, soprattutto attraverso le licenze di fabbricazione, modalità attraverso la quale venne in seguito creata la nostra azienda in Italia».


Può raccontarci meglio la genesi dell'azienda italiana?
«L'azienda fu fondata come Bulgheroni spa nel 1909 da mio nonno, che non ho avuto la fortuna di conoscere. Era una fabbrica di caramelle, confetti e pastigliaggi. Durante la guerra, a causa delle restrizioni imposte sullo zucchero e il glucosio, aveva subito una dura contrazione. Così, nel 1946 mio papà, che credo sia la persona che mi ha trasmesso il gene dell'imprenditorialità, pensò di svilupparla producendo cioccolato. Si era accorto che in Italia non era presente la quarta grande azienda di cioccolato svizzero: a Varese c'era Suchard; a Intra, sul Lago Maggiore, c'era Nestlé; a Torino c'era Tobler. Fu così che, come facevano una volta gli imprenditori, prese la macchina e si recò a Zurigo. Il presidente di Lindt allora era il dottor Sprüngli, che aveva sposato una signora di Roma, e conosceva bene la mentalità italiana. Era il 10 luglio 1946. Nel 1947 iniziavamo a fabbricare il cioccolato svizzero nei pressi di Varese. Questa è stata la nostra storia. Così Lindt, che prima era assente dal nostro mercato, ha cominciato a svilupparsi in Italia».

Questo racconto non è certamente autocelebrativo. Anzi, come lo stesso Bulgheroni tiene a precisare, è solo un modo per lanciare almeno due messaggi al Paese: il primo è che la forza dell'impresa italiana è sempre stata la capacità di individuare gli spazi liberi dei mercati per entrarci con «qualità, tradizione, origine e passione»; il secondo è che le grandi imprese, le multinazionali, non vengono in Italia per colonizzare, ma per crescere e far crescere le imprese in cui investono. «L'esempio della mia famiglia - aggiunge Bulgheroni - può aiutare a capire meglio l'importanza di quanto dico. Cominciai a lavorare in azienda il 6 novembre 1968. Allora, mentre frequentavo ancora l'università, mio padre non si sentì bene e mi chiese di aiutarlo in azienda. La verità l'ho capita dopo: mio papà aveva solo paura che io me ne andassi da un'altra parte e non proseguissi il lavoro nell'azienda di famiglia. Ho continuato a giocare a pallacanestro, la mia passione, fino al '70, quando sono andato da mio papà per dirgli che se avesse voluto tenermi a lavorare nell'azienda di famiglia avrei smesso di giocare a pallacanestro, la cosa che mi piaceva di più al mondo, ma avrebbe dovuto offrirmi la possibilità di "misurarmi". Penso che questa volontà di "misurarmi" nelle sfide mi derivi dallo sport. Devo ammettere che mio padre fu eccezionale. Mi valutò immediatamente, senza farmelo capire, e nel 1972 mi affidò la carica di amministratore delegato. Lui mantenne la carica di presidente, ma senza recarsi più in azienda».

Come è maturata la decisione di vendere alla Lindt?
«Nel 1992, due anni dopo la scomparsa di mio padre, l'allora dottor Sprüngli, figlio del fondatore che aveva stretto l'accordo con mio padre, mi chiese di acquistare l'azienda, perché volevano costituire una holding. Sul piano personale quel momento è stato forse il più difficile della mia vita. Io sono figlio unico e i miei figli avevano circa vent'anni e ovviamente il valore dell'azienda era abbastanza consistente. Decisi allora di andare dal dottor Sprüngli e gli dissi che non volevo dei soldi. Non avrei mai pensato di monetizzare quello che era stato il lavoro di mio padre per una vita e il mio per vent'anni. Inoltre mi resi conto che uno come me, che è nato nel cioccolato, non può fare il manager da qualche altra parte. Da queste riflessioni scaturì la decisione di accordare un cambio di azioni. La famiglia Sprüngli mi chiese di rimanere continuando a ricoprire la carica di presidente e amministratore delegato per dieci anni. In realtà ho proseguito per diciotto anni. Due anni fa, e questa è una regola per me molto importante, prima che qualcuno mi battesse la mano sulla spalla dicendomi che era giunto il momento di andarsene, me ne sono andato io».


Per modo di dire è andato via...
«Mettiamola così: il salto familiare da imprenditori a manager e infine ad azionisti del gruppo Lindt ha trasformato una piccola azienda italiana nel fulcro industriale di un colosso multinazionale. E la mia famiglia è oggi azionista di una realtà dove il padrone non sono più le famiglie Lindt e Sprüngli, che hanno venduto le loro azioni, ma addirittura il fondo pensioni del gruppo che oggi detiene il 25% del capitale. Io faccio parte del board e come membro del comitato esecutivo del gruppo partecipo alla definizione di piani e strategie».


Come ha reagito la sua famiglia a questa trasformazione di ruolo? Siete piccoli azionisti di un colosso ma non avete più un'azienda di famiglia... «Il salto di qualità ha riguardato tutti e sono orgoglioso delle scelte fatte dai miei figli. Edoardo, nato nel 1970, ha lavorato 6 anni nella holding Lindt e oggi è artefice dell'espansione dei negozi monomarca del gruppo; Gianantonio, nato nel 1971, si occupa delle altre attività di famiglia dopo aver lavorato come banchiere del Santander; Anna, nata nel 1977, è dirigente del colosso delle bevande InBev e lavora a Brema. Sotto un certo profilo, visto che la famiglia Lindt ha venduto, gli eredi del nucleo industriale storico del gruppo oggi siamo noi».

Dopo la decisione di vendere, quale è stato l'evento più significativo nel rapporto con la Lindt?
«C'è soprattutto un'impresa della quale vado molto orgoglioso. Prima di dimettermi dalla carica di amministratore, sono riuscito a convincere il gruppo a investire in Italia per sviluppare gli impianti di fabbricazione delle Boule Lindor per tutto il gruppo Lindt. La soddisfazione più grande è che, pur nel contesto del nostro Paese, siamo l'azienda che riesce a produrre le Boule Lindor al minor costo. Non è dunque completamente vero che in Italia non si possano fare le cose: se le fai bene, pur in assenza di alcun aiuto, puoi arrivare lo stesso a ottenere dei buoni risultati. Oggi produciamo nello stabilimento di Induno Olona circa 28mila tonnellate di cioccolato, di cui più del 70% per cento per il gruppo Lindt; quando sono entrato in azienda erano appena duecento».

lunedì 11 novembre 2013

Risarcimento dello Stato per l'omicidio Zacconi


La Repubblica

Omicidio Zacconi: sarà lo Stato a risarcire la famiglia

11 novembre 2013

Il giudice civile di Roma condanna la Presidenza del Consiglio a pagare gli 80mila euro che il colpevole dell'omicidio non poteva versare. Il caso di Jennifer Zacconi, 22enne uccisa dall'uomo con cui aveva avuto una relazione clandestina e di cui era rimasta incinta. La condanna è per la mancata applicazione di una direttiva europea



ROMA - Lo Stato è responsabile dei risarcimenti per i reati violenti - come l'omicidio - se il colpevole non può pagare. Così oggi Palazzo Chigi è stato condannato versare 80mila euro alla famiglia di Jennifer Zacconi, la ragazza incinta uccisa e sotterrata dall'uomo con cui aveva avuto una relazione clandestina, nel 2006 in provincia di Venezia.

Lo ha stabilito il giudice civile di Roma perché l'Italia non ha recepito la direttiva comunitaria 80 del 2004 che riconosce "alle singole vittime di reati intenzionali violenti, alle quali non sia stato possibile conseguire il risarcimento del danno del reo, il diritto a percepire dallo Stato membro di residenza l'indennizzo equo e adeguato".

La presidenza del Consiglio dovrà, dunque, versare la somma, decisa in sede di condanna, ad Anna Maria Giannone, madre della ragazza.  Lucio Niero, colpevole di quell'atroce delitto, è ancora in carcere, condannato a 30 anni di reclusione, ma la famiglia della giovane da quel giorno ha visto negarsi qualsiasi forma di risarcimento. Eppure, nella sentenza, l'entità del risarcimento era stata stabilita: 80mila euro, appunto. Peccato che Niero, chiedendo il gratuito patrocinio, ammise subito di non poter versare alcuna cifra alla famiglia di Jennifer, costituitasi parte civile nel processo.

Da qui la richiesta della madre e del nonno di Jennifer di condannare la Presidenza del Consiglio e il Ministero della Giustizia per la mancata attuazione della direttiva europea. Il risarcimento è stato concesso solo alla madre di Jennifer, non al nonno, mentre la Presidenza del Consiglio è stata ritenuta responsabile del risarcimento perché derivante "dagli impegni assunti nell'ambito dell'Unione europea".

L'omicidio di Jennifer Zacconi risale al maggio 2006. Lei, 22 anni, era al nono mese di gravidanza e avrebbe partorito dopo pochi giorni. Un bimbo concepito assieme Lucio Niero, piccolo imprenditore 34enne, sposato e con figli, con cui Jennifer aveva avuto una breve storia. Lui, così, per paura che lo scandalo facesse saltare il suo matrimonio e ne compromettesse la reputazione in paese, decise di uccidere la ragazza e occultarne il cadavere, sotterrandolo in un campo di Maerne, vicino Venezia.

I QUATTRO PARADOSSI DELLE ORGANIZZAZIONI AZIENDALI

  1. Paradosso dell’informazione:più informazioni creano un vantaggio competitivo, ma possono anche travolgere, ed ostacolare il processo decisionale.
  2. Paradosso dell’interdipendenza:L'interdipendenza oggi è fondamentale, ma riducono la leadership.
  3. Paradosso della tecnologia:le nuove tecnologie creano nuove opportunità di successo, ma mettono a rischio più di prima lo stesso successo.
  4. Paradosso della disuguaglianza:i leader devono gestire contemporaneamente il business per la crescita e stagnazione, spesso con le stesse risorse limitate.
(da CEB Corporate LeadershipCouncil)

Le generazioni dal 1945: Baby Boomer, Gen X, Gen Y

Nati tra il 1945 ed il 1964: "Baby Boomer"
Nati tra il 1964 ed il 1980: "Generazione X"
Nati tra il 1980 ed il 2000: "Generazione Y"

(Da Wikipedia)
"Baby boomer" è una persona nata tra il 1945 ed il 1964 in nordamerica, contribuendo a quello che fu un sensibile aumento demografico avvenuto negli Stati Uniti in quegli anni conosciuto come baby boom.
Superata da poco la seconda guerra mondiale la generazione del baby-boom contribuì notevolmente all'aumento di domanda per beni di consumo, stimolando la crescita economica registrata in quel periodo.[1]
I termini "baby boomer" e "baby boomers", accanto ad altri quali “boomies” o “boomers”, sono anche usati in paesi con indici demografici che non rispecchiano la crescita riscontrata nelle famiglie americane dello stesso periodo.
"Generazione X" è una locuzione diffusa nel mondo occidentale per descrivere tutti coloro che sono nati approssimativamente tra il 1960 e il 1980 Generations ChartGen-X: The Ignored Generation? - TIME, e segue alla generazione del baby boom. Comunque i confini demografici esatti della Generazione X non sono ben definiti, e dipendono di volta in volta da chi usa questa parola, dove e quando. Il termine è utilizzato nella demografia, nelle scienze sociali, e nel marketing, sebbene sia più comune nella cultura popolare. L'influenza di questa generazione sulla cultura pop iniziò negli anni ottanta e ha avuto il suo culmine negli anni novanta.
Storicamente la Generazione X è inquadrata nel periodo di transizione tra il declino del colonialismo, la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Un'altra caratteristica prevalente nell'individuare gli appartenenti a questa generazione è la riduzione delle nascite tra il 1964 e il 1979, conseguente al Baby Boom tra il 1946 e il 1963. Una "generazione invisibile", piccola, inserita nella ricostruzione attuata dai figli del Baby Boom, che gli valse il titolo di "X", a rappresentare la mancanza di un'identità sociale definita.
Una volta giovani adulti, la Generazione X raccolse l'attenzione dei media tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta, guadagnando la reputazione stereotipata di apatici, cinici, senza valori o affetti.
In aggiunta, la Generazione X è conosciuta come una delle generazioni più intraprendenti e tecnologiche della storia americana ed europea, e a loro si deve in gran parte l'espansione di Internet. Amazon, Google, Yahoo, MySpace, Dell, e infinite altre aziende tecnologiche miliardarie furono fondate da coetanei appartenenti alla Generazione X.
"Generazione Y", (conosciuta anche come Millennial Generation, Generation Next o Net Generation) si definisce il seguito demografico della Generazione X. Gli appartenenti ad essa, chiamati Millennials o Echo Boomers, sono le persone nate tra gli anni ottanta e i primianni duemila nel mondo occidentale (o primo mondo). Questa generazione fa seguito all'aumento delle nascite degli anni 1960 e '70, non a causa di un aumento significativo dei tassi di natalità, ma perché l'ampio seguito degli appartenenti alla generazione dei baby boomer ha cominciato ad avere figli e la tendenza è continuata nelle famiglie più piccole dei paesi sviluppati. Il nome "Echo Boomers" riguarda le dimensioni della generazione e la sua relazione con la generazione baby boomers. Tuttavia l'impatto relativo del "baby boom echo" fu generalmente meno significativo rispetto al boom iniziale.
Questa generazione è stata la prima a crescere senza la minaccia della guerra fredda; generalmente è caratterizzata da un maggiore utilizzo e familiarità con la comunicazione, i media e le tecnologie digitali. In molte parti del mondo, l'infanzia della generazione Y è stata segnata da un approccio educativo neo-liberale, derivato dalle profonde trasformazioni del costume degli anni sessanta.

In blu, la generazione dei "Baby Boomer"
File:U.S.BirthRate.1909.2003.png

Camera butta un milione e mezzo per i telefoni.

Giornale: “Laura Boldrini se ne frega…”

da blitz quotidiano

ROMA – Alla Camera i 630 onorevoli si vedono riconosce­re ogni anno 3.098 euro e 74 cent come rimborso per le spese telefoniche, 258,22 al mese.

Adriana Santacroce, giornalista di Telenova, ha twittato la sua propo­sta per risparmiare: se Montecitorio azzerasse quella voce forfettaria e stipulas­se per ogni suo deputato un con­tratto all inclusive di 40 euro al mese – quanto paga la stessa giornalista – spenderebbe 480 euro all’anno
Con un risparmio di 2.618,74 euro all’anno per deputato e per un totale di 1.649.806,20 ma la “Boldrini se ne frega” 
scrive il Giornale:


La giornalista dell’emittente milanese non si è fermata a fare i conti. Ha scritto alla presidente della Camera Laura Boldrini, proponendo la sua semplice so­luzione per un risparmio di un bel po’ di soldi pubblici. «La mail è stata spedita il 29 ottobre e non ho ancora ricevuto nessu­na risposta», racconta la Santa­croce. Fossimo in lei non ci pre­occuperemmo: probabilmente la Boldrini sta confrontando le offerte su www.tariffe.it.

LEGGI ANCHE: L’Espresso: “Laura Boldrini fa aspettare persino Aung San Suu Kyi” (video)

Slow Down

Da Wikipedia

Slow Down è un suono registrato il 19 maggio 1997 nell'Oceano Pacifico equatoriale dal National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti d'America. La sorgente del suono è rimasta sconosciuta.

Il nome è dovuto al fatto che il suono decresce lentamente in frequenza in circa 7 minuti; si generò in un punto dell'oceano alle coordinate 5°S 115°W, ed è stato registrato usando un idrofono. 

Fu sufficientemente forte da poter essere captato anche da altri tre sensori, localizzati alla longitudine 95°W e posizionati alle latitudini 8°N, 0° e 8°S, in un raggio di circa 2000 km dal luogo d'origine.

(vedi Noaa)

venerdì 8 novembre 2013

La famiglia imperiale del Giappone

Da Il Fatto Quotidiano

Giappone, ecco la famiglia reale: persone senza documenti, cognome e diritto di voto

Un senatore in una lettera all'imperatore: "Dopo Fukushima, tanti malati di cancro. Faccia qualcosa". Ma scrivere ad Akihito gli ha procurato l'accusa di attentatore della Costituzione. I membri della Corona, infatti, non sono comuni "cittadini"

di , 8 nov 2013


Giappone, ecco la famiglia reale: persone senza documenti, cognome e diritto di voto


Qualche giorno fa – e le polemiche sono tutt’altro che sopite – un senatore di primo pelo ha avvicinato Sua Maestà Akihito – che la vigente Costituzione definisce “simbolo dell’unione del popolo giapponese” e all’articolo 4 indica dettagliatamente gli atti che deve compiere – durante un ricevimento e anziché limitarsi agli inchini e alle frasette di circostanza l’ha letteralmente bloccato intrattenendolo sulla gravità della situazione a Fukushima. “Maestà, non so se lei se ne rende conto, ma avremo migliaia di bambini malati di cancro nei prossimi anni e la situazione alla centrale è drammatica. La prego, faccia qualcosa”, pare gli abbia detto, facendosi sentire da altri, il senatore. Non solo: per essere sicuro che dell’evento restasse traccia, Taro Yamamoto, così si chiama il giovane senatore, gli ha anche consegnato una lettera di 4 pagine, vergata a mano.

Al povero senatore – che tuttavia per ora si rifiuta sia di chiedere scusa sia di dimettersi – gliene hanno dette di tutti i colori: arrogante, esibizionista, provocatore. Attentatore della Costituzione. Addirittura. Tra tutte, questa mi sembra francamente la più grossa corbelleria, e offre l’occasione per cercare di capire chi siano i “reali” del Giappone e che razza di vita siano costretti a condurre, solo perché alla fine della guerra, anziché porre fine ad un sistema imperiale che tranne brevi periodi era stato più cerimoniale che istituzionale, gli americani decisero, per tutta una serie di ragioni, di mantenerlo in piedi, pur imponendo la rinuncia ad ogni pretesa divina e a qualsiasi ruolo politico. Anche quello di ricevere, e magari rispondere, ad una lettera? E che ci sarebbe mai di male?

Sia il Papa che il Dalai Lama, le altre due figure “teocratiche” in qualche modo (mi aspetto qui una valanga di improperi dagli yamatologi di rango) istituzionalmente paragonabili, come sosteneva Fosco Maraini nel suo meraviglioso saggio “L’Agape Celeste”, dedicato alle cerimonie di insediamento e ai riti di iniziazione del nuovo imperatore, hanno una intensa corrispondenza privata, che a volte, ma non sempre, viene resa pubblica. Ma non è certo un problema di poter leggere o scrivere, liberamente, una lettera. Nei confronti della famiglia imperiale “ristretta” (composta attualmente da 5 persone: l’Imperatore e la sua consorte Michiko, il principe ereditario Naruhito, la moglie Masako e la figlia Aiko) si pone, sin dal momento in cui è stata approvata la Costituzione (scritta e anche tradotta dagli americani) un vero e proprio problema di “status” giuridico, di ruolo (formale, percepito, imposto). Ricordiamo, a proposito, le recenti vicende della “povera” Masako, la principessa “triste” precipitata in una lunga depressione per l’incapacità (o, come qualcuno sostiene, il tentativo di opporsi) di sottostare ai ritmi impressionanti del cerimoniale, di veri e propri diritti umani.

I membri della famiglia imperiale, tanto per cominciare, non sono cittadini comuni. Non hanno un cognome, non sono registrati in alcun koseki (stato di famiglia), non possiedono documenti personali, non hanno diritto di voto né attivo né passivo. Da dèi ad apolidi, insomma, visto che giuridicamente parlando, non sono “cittadini”. La cosa è particolarmente complicata – e immaginiamo fastidiosa – per chi, come l’attuale imperatrice Michiko e l’attuale principessa ereditaria Masako un cognome, ed i relativi documenti ce li avevano. Hanno dovuto formalmente rinunciarvi, consegnandoli ai funzionari del Kunaicho, la potente, arcigna e decisamente poco trasparente “Agenzia Imperiale”. Un migliaio di persone, solo 212 “statali” (quasi tutti di provenienza dal ministero della Giustizia, degli Esteri e della polizia), gli altri più meno “precari”, anche se alcuni lavorano come custodi, giardinieri, camerieri da oltre trent’anni.

Lavorare per l’Agenzia Imperiale è un privilegio sociale (molti lo fanno ancora oggi gratis) non certo economico. Niente di paragonabile alle condizioni contrattuali, tanto per fare un esempio, dei dipendenti del Quirinale. Per curiosità abbiamo guardato i costi: l’Impero, che consta di 19 residenze, costa ai contribuenti giapponesi 222 milioni di euro, dieci milioni meno del Quirinale. Ho avuto occasione più di una volta di entrare nel Palazzo Imperiale (una volta, nel 1986, in occasione della visita del presidente Pertini mi ci perdei, finendo nelle cucine, stupendomi del livello francamente inadeguato) e di avvicinare, sia pure per pochi minuti, sia l’attuale imperatore Akihito che il principe ereditario Naruhito. Con l’Imperatore, quando era ancora principe della Corona, ci giocai anche a tennis, nel lontano 1984, venne ad inaugurare l’annuale torneo della stampa estera. Lo battemmo 6-3, assieme al suo Gran Ciambellano.

E se sulla figura del nonno/padre Hirohito continuo ad avere enormi dubbi sull’operazione di “purificazione” compiuta dagli americani (in altre parole: andava giustiziato, tanto per essere chiari) sui suoi discendenti non si può che dire un gran bene. Persone gradevolissime, colte, attente. Sensibili. Ma esprimono una grande tristezza, una gran sofferenza. Per carità, la vita di corte può essere a volte pesante, ovunque, ma in genere ci si diverte pure. Se solo una parte degli episodi che racconta Ben Mills nel suo super censurato (dall’editore locale) libro su Masako “La prigioniera del trono del Crisantemo” sono veri (come il ripetuto “sequestro” del cellulare, il divieto di ricevere chiamate e visite e addirittura, quando si parlava di possible divorzio, il divieto di aver libero accesso al marito) la vita, nel Palazzo del Crisantemo, deve essere davvero dura. 
Chissà – ma sono pure speculazioni – quante volte i due avranno pensato di svignarsela, nottetempo, e riemergere in qualche atollo. Forse è per questo che non gli danno un passaporto.

giovedì 7 novembre 2013

Il «rosso» italo-americano Bill de Blasio, sindaco di New York

Il «gigante rosso», Bill de Blasio, ha appena conquistato la Grande Mela, New York, salutando in italiano la famiglia d’origine a Benevento.

di Giampaolo Pioli, New York, 7 nov 2013




La notte del trionfo è terminata. Barack Obama lo ha chiamato subito per congratularsi. Si apre una pagina nuova. Il «gigante rosso» che ha appena conquistato la Grande Mela, salutando in italiano la famiglia d’origine a Benevento è già al lavoro. Bill de Blasio, con uno straordinario e storico 73% dei voti, diventa il nuovo padrone di New York e cancella la lunga era di Bloomberg e Giuliani, durata 20 anni. Con lui Manhattan torna ai democratici e la città dice «diventerà una sola New York, dove nessuno dovrà più rimanere indietro». La festa alla Park Slope Armory di Brooklyn è travolgente. Bill con la moglie e coi figli Dante e Chiara balla sul palco. I 400.000 miliardari di Manhattan non sono preoccupati della svolta e tanti hanno votato per lui. Wall Street reagisce bene e scatta in alto di oltre 100 punti.

Le sue prime parole sono chiarissime: «È stata una notte straordinaria, ma è ora di metterci al lavoro per attuare il nostro programma. La nostre missione è quella di dare a tutti le stesse opportunità e di combattere le ineguaglianze ogni ora, ogni giorno, in ogni quartiere, in ogni angolo della città». 
Lui e Bloomberg si sono già incontrati ieri mattina per il passaggio delle consegne che scatteranno ufficialmente il primo gennaio, forse addirittura la notte di Capodanno. Una comitato di transizione è già al lavoro, per utilizzare le 8 settimane di tempo nella stesura dell’ambizioso programma operativo e alla scelta completa della squadra, che potrebbe includere anche qualche professionista italiano.

De Blasio punta ad aumentare le scuole pubbliche e gli asili nido, incrementare i salari e forzare i costruttori a riservare in ogni nuovo palazzo di Manhattan una quota di appartamenti a prezzi calmierati per permettere alla gente normale, con un salario normale e non da super ricchi, di tornare a vivere nella Grande Mela, vicino ai teatri e al lavoro, dalla quale si è sentita «espulsa» negli anni scorsi per colpa della crisi e dei costi troppo alti. Per pagare i nuovi progetti la ricetta di «Bill il rosso» è semplice: «Chi ha di più dovrà dare un poco di più» e sta preparando una sorta di «patrimoniale» che interesserà residenti e newyorchesi che guadagnano oltre i 500.000 dollari l’anno.

Accusato di essere un «Robin Hood postmoderno» de Blasio ripete: «Non ci devono essere due o tre New York, io sarò il sindaco di un’unica New York, che non vuole dimenticare nessuno». Alle sue spalle sul palco dell’incoronazione a Park Slope non c’erano solo americani ma spagnoli, cinesi, russi e italiani. Fino a ora sono soltanto abbracci e applausi, anche se de Blasio è già incappato nella prima gaffe, escludendo i corrispondenti dei giornali italiani dalla prima conferenza stampa. Adesso, in ogni caso, inizieranno i problemi veri. 
Il suo margine di vittoria è talmente vasto che gli permetterà di agire nei primi cento giorni come un piccolo zar. Ma 100 giorni passano in fretta.

mercoledì 6 novembre 2013

Microsoft: quell'immagine è un malware

da Punto Informatico

Microsoft: quell'immagine è un malware

di Alfonso Marucciamercoledì 6 novembre 2013

Redmond lancia l'allarme su una nuova falla zero day scoperta all'interno dei propri prodotti software, una vulnerabilità potenzialmente pericolosa mitigata da una pezza temporanea. La vera patch dovrebbe arrivare presto

Roma - Microsoft ha rilasciato il security advisor 2896666 su una falla zero day recentemente scoperta su sistemi Windows, un problema che potrebbe portare all'esecuzione di codice malevolo da remoto con tanto di aggiramento dei meccanismi di sicurezza avanzati (DEP, ASLR) presenti sulla piattaforma informatica più popolare.

La falla è stata individuata nel Microsoft Graphics Component incluso in Windows (tutte le versioni da XP a 7, sostiene McAfee, mentre Microsft restringe il campo), Office (2003, 2007, 2010) e Lync, e più precisamente all'interno del codice deputato alla visualizzazione delle immagini in formato TIFF: opportunamente camuffato all'interno di un file grafico infetto, il codice malevolo è in grado di dirottare le routine del software di Redmond per mandare in esecuzione le proprie routine - per di più con gli stessi privilegi di accesso dell'account utente attualmente connesso al sistema.

Microsoft evidenzia alcuni fattori esterni in grado di attenuare la pericolosità della nuova falla zero day: un utente connesso con privilegi di accesso limitati - al di sotto del classico livello di amministratore, insomma - potrebbe limitare i danni potenziali al sistema, così come farebbe la prudenza nell'accesso ai contenuti web sconosciuti da parte dell'utente.

Redmond dice di essere al lavoro per la realizzazione di una patch, ed è lecito aspettarsi un aggiornamento in tempo per il tradizionale Patch Tuesday di novembre in arrivo entro la prossima settimana.

In attesa di un update, Microsoft consiglia di mettere in atto una pezza temporanea per eliminare o ridurre il rischio al minimo: il security advisor 2896666 include un fix per disabilitare temporaneamente la funzionalità di rendering delle immagini TIFF. Sempre valido, infine, il consiglio di installare il tool Enhanced Mitigation Experience Toolkit per prevenire l'esecuzione di exploit sui sistemi vulnerabili.

Call of Duty Ghosts: Il Finale

Call of Duty Ghosts | Il Finale


Ecco il finale di Call of Duty Ghosts, ultimo prodotto di Infinity Ward:

“Cancellieri salvata per ragioni di governo, doveva dimettersi”

Massimo Giannini, su Repubblica del 6 novembre:
"Cancellieri salvata per ragioni di governo, doveva dimettersi"

(da blitz quotidiano)


ROMA – “Anna Maria Cancellieri è stata salvata per ragioni di governo, ma doveva dimettersi“. Massimo Giannini su Repubblica del 6 novembre scrive che la Cancellieri esce “indenne dal Parlamento”. Il ministro della Giustizia “non si pente e non si dimette”, anzi da una “strana maggioranza” la Cancellieri ottiene nuovamente la fiducia, quella “dolorosa” del Pd e quella “velenosa” del Pdl.

Su Repubblica Giannini scrive:
“IL PD considera esaustivo il chiarimento per ragioni di coscienza istituzionale. Non rinuncia a ribadire «l’inopportunità» di quella conversazione con la compagna di Don Salvatore e la necessità di non distinguere mai più «tra cittadini di serie A e cittadini di serie B». Ma alla fine assolve il Guardasigilli, ancora una volta in nome di quella «responsabilità» che ieri gli ha imposto di sostenere il governo Monti e oggi gli impone di non far naufragare il governo Letta”.
Diversa la situazione del Pdl, per cui dare la fiducia a Cancellieri è un fatto di “convenienza”:
“Il Pdl, viceversa, fa quadrato sulla Cancellieri per ragioni di convenienza strumentale. La difende la perché vuole dimostrare che la sua telefonata alla signora Ligresti per «mettersi a disposizione» è legittima almeno quanto la telefonata di Berlusconi alla Questura di Milano per far liberare Ruby «nipote di Mubarak». Un’equivalenza impossibile e inaccettabile. Ma è solo in nome di questo ennesimo illusionismo politico, e non certo di un presunto «garantismo» giuridico, che oggi il partito del Cavaliere si schiera a fianco del Guardasigilli”.
Se in Parlamento la Cancellieri ha parlato, scrive ancora Giannini, sono molte le domande a cui non ha dato risposta, come quel “non è giusto” riferendosi all’arresto dei Ligresti:
“Perché quel 17 luglio, nel giorno dell’arresto di Ligresti e delle sue figlie, sentì il bisogno di telefonare a Gabriella Fragni, e di dirle: «Senti, non è giusto, non è giusto, lo so, povero figlio… Comunque guarda, qualunque cosa io possa fare, conta su di me… Appena riesco ti vengo subito a trovare, però qualsiasi cosa, veramente, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda, non è giusto, non è giusto…»”.
Un “non è giusto” che, sottolinea Giannini, il ministro della Giustizia ripete ben 4 volte:
“Cosa «non è giusto» (ripetuto per ben quattro volte) nell’iniziativa dei magistrati che fanno scattare le manette ai polsi di una dinastia responsabile di un buco da 1 miliardo di euro, succhiato ai bilanci della Fonsai per soddisfare gli interessi personali del clan? E cosa vuol dire quel «qualsiasi cosa adesso serva» che il Guardasigilli si dichiara disposto a fare, per rimediare a quella «ingiustizia»? Infine, ed è il nodo cruciale della vicenda: può un ministro della Giustizia, pur animato dall’amicizia, esprimersi così di fronte a un’iniziativa disposta dall’autorità giudiziaria, di cui dovrebbe essere invece garante?”.
Questi i dubbi a cui il ministro non ha dato risposta, rivendicando semplicemente il carattere “umanitario” della telefonata ai Ligresti, una telefonata che va oltre, per Giannini, l’umana solidarietà e l’empatia:
“C’è invece un preciso giudizio di merito su quanto accaduto (cioè gli arresti dei Ligresti), che si traduce nella solidarietà alla famiglia e nella delegittimazione dei magistrati”.
Se la Cancellieri si è detta rammaricata per le parole usate nella telefonata, il mancato distacco che il ruolo le imponeva, scrive ancora Giannini, rende più grave l’errore:

“Purtroppo il «rammarico» non basta. Anche perché a inficiarne l’autenticità c’è un «forse» di troppo, riferito al «doveroso distacco» che il ruolo di ministro le imponeva. Aggiungere quell’avverbio equivale a non capire (o a fingere di non aver capito) l’enormità dell’errore commesso”.

Aci-Istat, il Gra più sicuro ma continuano le stragi del sabato notte (da "Il Messaggero")


6 novembre 2013

Migliora notevolmente la situazione incidenti sul Gra. A segnalarlo è il Rapporto annuale Aci-Istat sulla localizzazione degli incidenti stradali. Nel resto della città sempre più ciclisti e pedoni coinvolti. Per il Grande Raccordo Anulare di Roma, il miglioramento dell'infortunistica stradale è netto rispetto agli ultimi due anni: nel 2010 gli incidenti erano stati 1.071 e nel 2012 sono scesi a 637. Il dato rappresenta un 40,5% in meno di sinistri.
Per quanto riguarda le strade urbane di Roma, nel 2012, gli incidenti totali sono stati 13.943 con 118 morti con un conseguente tasso di mortalità dello 0,8 per cento e indice percentuale di 4,5 morti per 100mila abitanti.
Nelle strade extraurbane della Capitale, invece, gli incidenti totali sono stati 1.893 con 36 morti. Sul totale degli incidenti avvenuti nella capitale nel 2012 i conducenti morti sono 79 (68 uomini e 11 donne), i passeggeri deceduti 19 (15 maschi e 4 femmine) e i pedoni vittime dei sinistri sono 56 (34 uomini e 22 donne). I feriti, sempre a Roma nel 2012, invece, sono 14.189 conducenti (10.327 uomini e 3.862 donne), 4.345 passeggeri (1.178 uomini e 2.567 donne) e 2.136 pedoni (1.016 uomini e 1.120 donne). Gli incidenti avvenuti nella Capitale l'anno scorso hanno riguardato 18.807 autovetture, 1.413 tra autocarri e motocarri, 246 biciclette, 784 ciclomotori, 7.363 motocicli, 126 quadricicli e 1.297 altri veicoli per un totale di 30.036 veicoli.
La percentuale di pedoni deceduti coinvolti in investimento stradale, sul totale dei morti, è molto elevata: gli investimenti nel 2012 hanno causato la morte di 56 persone, pari al 36,4% del totale decessi.
Sono 10 i morti e 339 i ciclisti rimasti feriti nei 371 investimenti di biciclette. Rispetto all'anno precedente Rispetto al 2011, aumentano del 2,5% i conducenti di biciclette vittime di incidenti stradali e del 2,7% i feriti. I centauri deceduti nei sinistri che hanno visto coinvolti moto e ciclomori sono stati 67 e quelli rimasti feriti 9.068.
Riguardo al periodo più pericoloso per la circolazione stradale, si conferma al vertice della lista nera il sabato notte: tra le 22,00 e le 6,00 del mattino a Roma si sono registrati 1.011 incidenti (su 3.874) con 19 morti (su 64).

martedì 5 novembre 2013

Debutta Mafialeaks, la piattaforma che aiuta a smascherare il crimine


È online da oggi MafiaLeaks, una piattaforma di whistleblowing creata da anonimi sviluppatori italiani per consentire a vittime, collaboratori (pentiti) di organizzazioni mafiose e semplici cittadini a conoscenza di qualche dettaglio utile alle indagini, di inviare le proprie segnalazioni in maniera sicura a forze dell’ordine, giornalisti e associazioni antimafia. 

Potenzialmente, un progetto ad alto impatto, che potrebbe aiutare a rompere il muro dell’omertà grazie all’uso sapiente della tecnologia. La piattaforma si basa, per la gestione del flusso di informazioni fra segnalatore e ricevente, sul software Open Source italiano GlobaLeaks, sviluppato dal Centro per la Trasparenza e i Diritti Umani Digitali Hermes di Milano. Per la parte relativa all’anonimato delle fonti, il sistema usato, invece, è quello tradizionalmente preferito da whistleblower, attivisti e cittadini di nazioni non democratiche per inviare le proprie segnalazioni all’esterno: Tor, il programma che nemmeno la National Security Agency americana (http://www.theguardian.com/world/2013/oct/04/nsa-gchq-attack-tor-network-encryption) è stato in grado di bypassare totalmente (sebbene alcune tecniche messe a punto dalla Nsa consentano di aggirarne in taluni casi la protezione).  

MafiaLeaks (http://www.mafialeaks.org) è online da oggi. Il sito ufficiale è una semplice vetrina dove vengono spiegate caratteristiche e obiettivi del progetto: per accedere alle funzioni di segnalazione bisogna scaricare Tor e collegarsi a una speciale indirizzo. In alternativa, è possibile visualizzare la piattaforma anche da browser, tramite un programma chiamato Tor2Web (http://tor2web.org), cliccando sul seguente Url: https://pliqhphjyny4yglg.onion.to/

Un Wikileaks della lotta alla mafia, verrebbe da dire. Definizione che però rischia di non piacere a tutti. Su Twitter, a questo proposito, è partito un botta e risposta fra Carola Frediani, autrice dell’articolo su Wired.it che per primo ha rivelato il lancio di MafiaLeaks e la collaboratrice dell’Espresso Stefania Maurizi, che si è occupata spesso per il settimanale del sito lanciato da Assange e delle problematiche collegate al whisteblowing. “Chiunque voglia costruire piattaforma x leaks criminalità organizzata deve fornire livello protezione pari sicurezza nazionale – ha twittato Maurizi”, che ha aggiunto “o tu hai veramente certezze e sei in grado di offrire davvero una sicurezza che fa la differenza, oppure non fai passare il messaggio che una soluzione è sicura e le fonti possono fidarsi”.  

Dubbi che sono sembrati fuori luogo sia a Frediani (che comunque tiene a sottolineare di aver semplicemente dato una notizia e di non essere in alcun modo associata a MafiaLeaks) che ha replicato “nessuno è al 100 per cento sicuro mai passato qs messaggio ma mancano critiche circostanziate” che a Fabio Pietrosanti, uno degli sviluppatori del software GlobaLeaks, usato dalla piattaforma anti-mafia (anche in questo caso non c’è nessun rapporto fra Pietrosanti e MafiaLeaks, GlobaLeaks è scaricabile da chiunque, in maniera indipendente e anonima, come infatti è avvenuto). Pietrosanti ha fatto rimarcare, fra l’altro, come la gestione dell’anonimato sia affidata a Tor, usato anche da Wikileaks all’epoca di Manning.  

“Il mio non è un attacco a MafiaLeaks – chiarisce Maurizi a La Stampa.it – ce ne fossero cento, mille di queste iniziative. Ritengo cruciale sottolineare che quando si parla di mafia, entrano in gioco soggetti che possono comprare chi fa le leggi, chi le deve far rispettare, gli apparati dello Stato, come i servizi. E quindi il livello di sicurezza richiesto per proteggere le fonti è altissimo, perché di fatto le fonti corrono rischi gravissimi”. “Sono tre anni che il team di Wikileaks– continua Maurizi – non ha ancora ricreato la piattaforma di invio dei documenti, perché è ben conscio di essere nel mirino di tutte le intelligence del mondo”. Insomma, nessuna stroncatura a priori di MafiaLeaks, ma un invito a considerare bene i rischi e tutelare al massimo i whistleblower”  

Va detto, comunque che per lo sviluppo di GlobaLeaks, progetto sostenuto dall’Open Technology Fund, sono occorsi due anni, e che il software è stato sottoposto con successo a due serie di test anti-intrusione da parte di esperti di altissimo livello. In questo periodo è in corso una terza valutazione. Attualmente GlobaLeaks è adottato da una trentina di testate in varie nazioni, dall’Olanda alla Bulgaria alla Serbia. 


venerdì 1 novembre 2013

Saper porre confini certi ai figli

Da Il Faro
Genitori e figli: l’utilità del saper dire “no”

di Antonella Tommasini, 1 nov 2012


Mi auguro che tanti potranno essere i genitori  interessati al problema di stabilire dei confini e di fissare dei limiti al comportamento dei propri figli…L'aumento di libri e programmi televisivi, che parlano di modalità educative,  lascerebbe ipotizzare il fatto che si stia perdendo la fiducia nella capacità genitoriale di crescere ed educare i figli. Diffuse sono, oramai, le famiglie in cui ci sono ragazzi che giacciono a lungo di fronte alla televisione, che dedicano un numero spropositato di ore al computer, che manifestano abitudini alimentari scombinate… e che dire della difficoltà di mandarli a letto la sera e, soprattutto, di riattivarli al mattino…Capita spesso che ci si trovi in situazioni in cui bisognerebbe dire di “no”, eppure la consuetudine educativa porta a dire di “sì”. Ma dire sì non sempre è un’occasione di libertà...a volte alimenta la confusione e l’insicurezza…ed espone i figli ad essere travolti da disagi di cui essi, spesso, non sono coscienti. Io stessa sono consapevole di quanto sia complicato essere immune da questa consuetudine che porta con sé venature di gentilezza ed echi compassionevoli. Ma il rischio di dire “sì” quando è il momento di dire “no”, consiste nel privare noi stessi ed i nostri figli di occasioni per poter attingere a risorse interne utili per la crescita personale. Si perderebbe una opportunità preziosa  per esercitare quei “muscoli emotivi” richiesti per fronteggiare le frustrazioni della vita. Ad ogni modo l’intento di questo articolo non è quello di appesantire l’animo di tante mamme e tanti papà, di alimentare il loro sentimento di inadeguatezza educativa. E tanto meno quello di fornire un decalogo di precetti su come si possa arrivare a porre dei limiti ai comportamenti dei  propri figli. spero, invece, che i lettori possano percepire la spinta a riflettere su se stessi e sulla propria realtà familiare partendo dalla capacità, appunto, di dire “ no”, ricordandosi che ogni possibile gap non rappresenta un punto di “arrivo” ma un punto di partenza…per reinventarsi con creatività ed ottimismo

domenica 13 ottobre 2013

"Ageplay": una nuova pratica erotica...



Famolo strano
E che sarà mai… fruste, lacci, stanze delle torture. Ormai, siamo abituate a tutto questo, la perversione noi ce la mangiamo a colazione, con i cereali. Ma tra le pratiche erotiche del Bdsm ce n’è una che ha messo a dura prova la ‘candy candy’ dentro di me: l’ageplay

È la forma di perversione che piano piano sta sostituendo il ‘vecchio’ sadomaso e lo ‘spirituale’ sesso tantrico. Avete presente lui che si veste da superman e scende dall’armadio? Lei che si veste da infermiera sexy e si prende cura del suo organo? Ecco, niente di tutto questo. 
L’ageplay prevede la simulazione dei ruoli parentali, mamma e figlio o, meglio ancora, babysitter e bambino. E ciò, secondo Wikipedia, ‘comporta anche pratiche come lo spanking (sculacciate), il diapering, ovvero l’uso di pannoloni e la rinuncia temporanea al controllo degli sfinteri’. Se siete di stomaco delicato o dei moralisti imperterriti, vi consiglio di non andare oltre 

Vabbè, io vi avevo avvisato.

Ai fini dell’umiliazione erotica, si possono fare anche pratiche di tipo medical, come l’uso di clisteri, misurazione della temperatura ‘lì’ e l’inserimento di supposte (ovviamente, sempre lì). E lasciamo perdere le simulazioni degli atti incestuosi e di quelli che rientrano nell’ambito della pedofilia. Ce n’è già abbastanza per essere scomunicati anche dal buon Papa Francesco. 
Fermiamoci ai pannolini, anzi pannoloni. Non so voi, ma io mi immagino una lei, giovane 30enne straniera, e lui, professionista quarantenne, rispettato e stimato dai colleghi ma…nell’intimità indossa il pannolone. Si mette buono buono nel lettone e aspetta la pappa. Arriva lei con il biberon; dopo un po’ c’è lo scambio: al ‘biberon’ di lui ci si attacca lei e il pupo piange perché non ha più la pappa. Manco Tinto Brass arriverebbe a tanto, forse. 

Certo, un vantaggio per le donne potrebbe anche esserci: a furia di sculacciate, possiamo dare sfogo a qualche repressione che abbiamo (ogni riferimento alla suocera è puramente casuale). Se, invece, facciamo noi il ruolo della bambina, possiamo sempre rispolverare quella gonna che ci entrava a 16 anni, masticare chewingum, fare i capricci per avere la louis vuitton che non ci vuole regalare. Se no, sai che sculacciate…

sabato 28 settembre 2013

Le spese del CSM

Da Libero Quotidiano
SPENDING DI PIÙ

Le spese pazze del Csm, 350 mila euro solo per i pasti, e 6,8 milioni per "studiare"

Il Consiglio nel 2012 ci è costato 34,5 milioni. Due milioni solo per le indennità di presenza. I togati portano a casa pure la doppia busta paga...

di I.S., 28 set 2013

Spese pazze al Csm. Il Consiglio Superiore della Magistratura non bada a spese. Il tribunale dei pm ci è costato 34,5 milionisolo nel 2012. Dieci milioni sono stati spesi solo per le indennità di presenza, altri 6,8 per l'aggiornamento professionale. Ma guardando il bilancio dell'ultimo anno pubblicato in Gazzetta Ufficiale, l'ultimo rendiconto è lievitato a 40 milioni includendo anche i 5 milioni "risparmiati" nell'esercizio del 2011. 

Tutti a tavola - Su una cosa al Csm non si risparmia: la buona cucina. I buoni pasto per i magistrati e per il personale amministrativo sono costati 350 mila euro, mentre per viaggi e missioni sono stati spesi 1 milione e 200 mila euro. Cifre da capogiro, ovvimente tutte a carico dei contribuenti. Poi c'è il nodo formazione. I nostri magistrati hanno sempre bisogno di aggiornarsi e allora per "studiare" e "ripassare" il codice hanno speso ben 6 milioni e 800 mila euro

Stipendi da capogiro - Ma a pesare sul bilancio sono soprattutto gli stipendi. Gli assegni destinati ai componenti del Csm ammontano a 5 milioni e 530mila euro. Il vicepresidente Michele Vietti si porta a casa 140,904mila euro mentre i membri laici hanno guadagnato 111mila euro a testa. Totale: un milione e 272mila euro. L'istituzione conta circa 243 dipendenti che costano allo Stato 11 milioni di euro. 

Doppia paga - Poi c'è chi gode pure della doppia paga. I 16 membri togati guadagnano circa 75mila euro l'anno per la loro presenza nel consiglio. Ma contemporaneamente percepiscono la retribuzione da magistrato. Anche qui il conto è salato: un milione e 990mila euro. Il tutto per sole 3 settimane di lavoro. Infine nell'era di internet le toghe continuano a usare la carta. Nel 2012 il noleggio delle fotocopiatrici è costato 409mila euro e altri 200 mila euro sono stati spesi per l'acquisto della carta. La spending review tra le toghe non è mai arrivata.

martedì 24 settembre 2013

La People Strategy (del 2003)





di Benedetta de Falco, 24 set 2003


La People strategy è il nuovo modello culturale nel ciclo della vita del business aziendale, è la gestione efficace delle persone in grado di creare un solco tra la normalità e l'eccellenza in un'impresa. 
Con il volume "People strategy - La nuova sfida per il management di successo" (Guerini e associati, pagine 195, euro 19,50) scritto da Roberto Protasoni, fondatore e amministratore di Tesi - società di Consulenza di direzione e di organizzazione, molti quesiti relativi alla competitività aziendale e all'organizzazione d'impresa trovano risposta.
Soluzioni sperimentate sul campo in un anno e mezzo di lavoro che la Tesi ha dedicato alla gestione del patrimonio umano aziendale, ricercando le nuove frontiere del moderno management.
Il volume, quindi, analizza e descrive i profili di "People strategy" nei relativi sistemi, processi, strumenti e comportamenti di successo individuando i possibili scenari e i temi di frontiera, per giungere ad un nuovo modello culturale: la strada che l'azienda dovrà percorrere per ottimizzare le risorse umane, riorganizzando la struttura, guidando l'impresa verso la sfida del "valore" attraverso le persone.
Il libro raccoglie testimonianze dirette di People strategy vincenti, di protagonisti di aziende nazionali e internazionali - sono state trentadue le grandi imprese del mercato italiano che hanno partecipato ai lavori di ricerca (Enel, Ras, Pirelli, Fiat, Starwood, Bnl,, Autogrill). Completano l'opera i contributi di autorevoli economisti, osservatori e scenaristi della società italiana - quali Anna Maria Artoni, Pierluigi Bersani, Giuliano Cazzola, Giuseppe De Rita - che si interrogano sulla rilevanza assunta dalla politica delle risorse umane nell'impresa italiana e su quali fattori frenano le imprese nello sviluppare compiutamente adeguate politiche del personale.
Ciò che si dovrà attuare, sostengono gli esperti, è la promozione della partecipazione delle persone alla vita dell'azienda, per raggiungere la condivisione degli obbiettivi aziendali da parte dei lavoratori.
Una condivisione necessaria al successo di qualsiasi impresa, raggiungibile attraverso una politica del personale che dovrà prevedere: legare le retribuzioni ai risultati, forme di premio laddove si realizzino punte d'eccellenza, una trasparenza interna, basata sulla comunicazione chiara di risultati e dei processi impiegati per conseguirli.
Secondo l'autore sono quattro le chiavi che aprono la strada al successo di un'impresa "quotidianità, orizzontalità, permeabilità e competenze; esse sono i quattro venti che dominano lo scenario e che richiedono precise scelte di leadership e di sistemi di funzionamento coerenti: la quotidianità chiede vision e azioni forti, l'orizzontalità pretende integrazione, la permeabilità al contesto esige identificazione, le competenze impongono focalizzazione".
In sintesi, la risposta a queste esigenze, secondo gli studi svolti da Tesi, può venire solo dalla leadership diffusa accompagnata dalla consapevolezza del nuovo ruolo strategico della funzione del personale.

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Indice
Parte prima - La competitività del sistema paese
Capitolo 1 - "Dove sei" politiche delle Risorse Umane?
Parte seconda - People Strategy
Capitolo 2 - People Strategy: una potente "business idea"
Capitolo 3 - Il Contesto
Strategico
Capitolo 4 - Il Contesto della Specificità
Capitolo 5 - I profili di People Strategy
Parte terza - Trend di scenario
Capitolo 6 - Gli scenari socio-culturali rilevanti
Capitolo 7 - I temi di frontiera
Parte quarta — Il funzionamento della People Strategy
Capitolo 8 - Il "funzionamento virtuoso": Governance e Leadership
Capitolo 9 - People Strategy e ruolo dell'Hr Department
Parte quinta - La costellazione del valore
Capitolo 10 - La costellazione del valore
Capitolo 11 - Le coordinate della rotta
Parte sesta - La People Strategy alla prova della realtà
Capitolo 12 - I casi aziendali


(Sulla People Strategy, vedi anche qui)