lunedì 21 ottobre 2019

Il computer quantisico: sarà il futuro?

Da Wired


Trapelato un articolo scientifico in cui Google afferma di essere riuscita a conseguire la “supremazia quantistica” con un processore superconduttivo. È l’inizio di una rivoluzione attesa da tempo

di Sandro Iannaccone, 27 set 2019

Notizia bomba nel campo dell’informatica quantistica. 
Trapelata, poi ritirata, ma mai smentita né confermata ufficialmente. La scorsa settimana è apparso su sito della Nasa un paper dal titolo Quantum supremacy using a programmable superconducting processor, ossia Supremazia quantistica usando un processore superconduttivo programmabile. 
L’articolo è rimasto online per poche ore (fortunatamente qualche anima pia ha provveduto a salvarlo) ma tanto è bastato a generare una valanga di commenti, controversie, polemiche, supposizioni e speranze tra la comunità degli addetti ai lavori. Questo il succo: Sycamore, il computer quantistico di Google, sarebbe riuscito a conseguire la cosiddetta supremazia quantistica, ossia a svolgere nel giro di pochi minuti, e per la prima volta al mondo, una serie di operazioni che i computer tradizionali impiegherebbero decine di migliaia di anni a svolgere. Abbiamo cercato di capire, con l’aiuto di un esperto, quanto c’è da fidarsi, perché si tratta di una notizia così importante e cosa potrebbe cambiare nel futuro qualora fosse confermata. 

Recap: cos’è e come funziona un computer quantistico 

Cominciamo dalle basi, anche per sgomberare il campo da ambiguità e incomprensioni. Un computer quantistico sfrutta alcune tra le proprietà più bizzarre e controintuitive della meccanica quantistica per ottenere una potenza di calcolo di gran lunga superiore rispetto a quella di un computer (e di un supercomputer) classico. Come tutti sanno, l’unità minima di informazione di un processore convenzionale è il bit, un’entità binaria che può assumere i valori zero e uno a seconda del passaggio o meno di corrente. Dal canto loro, i processori quantistici usano i qubit, in genere particelle subatomiche come fotoni o elettroni, che invece possono immagazzinare molte più informazioni: “I processori tradizionali”, racconta Tommaso Calarco, direttore del Jara-Institute Quantum Information e presiedente dello European Quantum Flagship Network, “ammettono solo due stati, lo zero e l’uno, legati al passaggio o al non-passaggio di corrente, cioè di un flusso di elettroni. Nei processori quantistici, invece, ogni singolo elettrone trasporta un’informazione, il che amplifica enormemente la potenza di calcolo”. 

Le leggi della meccanica quantistica, infatti, postulano (tra le altre cose) che ogni particella sia soggetta al cosiddetto principio di sovrapposizione, ossia – per dirla rozzamente – si possa trovare contemporaneamente, con probabilità diverse, in più stati differenti. “Il principio di sovrapposizione consente di superare il dualismo acceso/spento e di veicolare molta più informazione: una particella quantistica può rappresentare contemporaneamente più stati”. Il qubit, insomma, permette di parallelizzare i calcoli, cioè di svolgere molte, moltissime operazioni contemporaneamente. 

Non sostituirà i computer tradizionali, per ora 

Attenzione: quanto detto finora, probabilmente, non vuol dire che nel prossimo futuro i processori classici andranno definitivamente in pensione. Per la maggior parte delle operazioni convenzionali saranno ancora l’opzione più efficiente ed economica: usare un computer quantistico per il rendering di un video o per abbattere i mostri di un videogioco sarebbe come sparare a una mosca con un cannone. Diverso è il caso di settori come la scienza dei materiali, o l’industria farmaceutica, o la fisica delle particelle: in questi scenari un processore quantistico potrebbe davvero cambiare completamente – e per sempre – le regole del gioco, rendendo possibili avanzamenti tecnologici di vastissima portata e difficili da prevedere a priori. 

A che punto siamo? 

Questi mesi rappresentano una fase cruciale nella storia dello sviluppo dei computer quantistici. 
Appena pochi giorni prima del leak di Google, Ibm ha annunciato che a ottobre prossimo consentirà a ingegneri, fisici e informatici di accedere da remoto a un computer quantistico a 53 qubit, il più potente mai costruito dall’azienda e il maggiore mai messo a disposizione per uso esterno. La notizia è arrivata a coronamento di sforzi che vanno avanti da anni: nel 2017, come vi avevamo raccontato, gli scienziati di Ibm erano riusciti a simulare con successo un computer quantistico a 56 qubit all’interno di un processore tradizionale con 4.5 terabyte di memoria. 

Dal canto suo, invece, Google ha a disposizione Sycamore, un computer a 54 qubit (uno dei quali sembra non funzionare come dovrebbe, e pertanto ne vengono utilizzati 53), e un altro sistema a 72 qubit, che al momento si è rivelato però troppo difficile da controllare. Tutto perché i sistemi quantistici sono estremamente delicati, e particolarmente suscettibili anche a impercettibili interferenze esterne (termiche ed elettromagnetiche, per esempio): “Per dare un’idea della difficoltà enorme di gestire e controllare i computer quantistici”, ci spiega ancora Calarco, “si può pensare ai qubit come ai componenti di un’orchestra chiamata a suonare la nona sinfonia di Beethoven. Però ciascun musicista deve riuscire a farlo con guantoni da boxe alle mani e casco sulla testa. E in una stanza tenuta a novanta gradi di temperatura. È un compito veramente molto, molto difficile”. 

Supremazia quantistica vs vantaggio quantistico 

Veniamo a Google. Cosa vuol dire supremazia quantistica? “Di per sé, si tratta di un concetto molto semplice”, dice ancora Calarco. “Vuol dire riuscire a risolvere, con un computer quantistico, un calcolo che un computer tradizionale non riuscirebbe a risolvere, quantomeno in un tempo ragionevole”. Nella fattispecie, Sycamore è riuscita a dimostrare che una sequenza di numeri casuali è realmente casuale (un problema matematicamente molto complesso) in circa tre minuti e venti secondi; Summit, il supercomputer (tradizionale) più potente al mondo, ci impiegherebbe circa 10mila anni. 

“Il problema risolto da Sycamore, in sé, è del tutto inutile, o meglio ha interesse puramente accademico. La sua importanza è legata al fatto che riuscire a risolverlo dimostra una volta per tutte che abbiamo conseguito la supremazia quantistica. È il coronamento di quello che pensavamo fosse solo un sogno, e che ora sappiamo in realtà essere fattibile”. Il prossimo passo, spiega ancora Calarco, sarà passare dalla supremazia quantistica al vantaggio quantistico, cioè all’effettiva progettazione di algoritmi da far svolgere ai computer quantistici del futuro. È come se in questo momento abbiamo mostrato che è possibile costruire una macchina velocissima, ma ci mancano ancora strade, distributori di benzina, infrastrutture. E soprattutto partenze e destinazioni. “È ancora decisamente troppo presto per immaginare tutte le applicazioni. Potrebbero essere davvero sterminate, e strabilianti. I prossimi passi sono anzitutto migliorare ulteriormente l’hardware, arrivando a controllare con precisione sistemi a 100 o più qubit, e poi lavorare allo sviluppo di algoritmi che permettano di arrivare al vantaggio quantistico”. 
Il futuro ci attende.

lunedì 14 ottobre 2019

Una "Terra dei Fuochi" a Roma...


Avviate le operazioni di sgombero nel terreno dove, dal 9 settembre, fuoriescono fumi dal sottosuolo. Seguiranno le bonifiche. Foffo (CdQ): "Ci aspettiamo interventi celeri: le scuole sono a 200 metri"

di Fabio Grilli, 7 ott 2019



Gli insediamenti sorti tra via Castel di Leva e la via Laurentina, una manciata di chilometri a sud del Raccordo Anulare, sono stati rimossi. E' la prima importante iniziativa messa in campo dall'amministazione. Arriva un paio di settimane dopo le segnalazioni raccolte da Romatoday sulla terra dei fuochi di Fonte Laurentina.

Le aree da bonificare

In quel triangolo di verde, un tempo disseminato di pascoli, cave e casali, vanno eseguite varie bonifiche. Una riguarda l'area privata su cui, la Polizia Locale, ha avviato le operazioni di sgombero. Ma ci sono anche altri siti, nella zona, che destano preoccupazione. Uno di questi, lo scorso luglio, è stato posto sotto sequestro. Ed è quello che desta maggiore apprensione perchè si sospetta vi sia stato sepolto un residuo derivante dalla macerazione dei veicoli, il fluff. Dunque un materiale infiammabile, a pochi metri dalle scuole del quartiere.

Le discariche sotterrate

Le segnalazioni dei residenti, raccolte dai media, sono arrivate anche all'orecchio delle istituzioni. Prima la Sindaca Raggi e poi l'ex vicepremier Salvini, si sono recati sul posto. La prima cittadina ha ascoltato chi, da tempo, sta cercando di sollevare il problema. "Abbiamo preparato una relazione di 80 pagine con una mappa dettagliata di 16 discariche abusive" ha fatto notare Maurizio Romano, presidente dell'associazione I Casali della Memoria che domenica 13 ottobre, con la Proloco, ha organizzato "un trekking agro urbano di monitoraggio e bonifica".

Il fluff ed il rimpallo di competenze

Alla Sindaca, il presidente del Municipio IX Dario D'innocenti, ha ricordato che si sta lavorando per definire qual è l'istituzione che deve procedere alla bonifica dell'area sequestrata. Era di Roma Metropolitane ma, dall'ex Provincia, dovrebbe essere stata ceduta a Roma Capitale nel 2018. "Noi aspettiamo che vengano eseguite al più presto le bonifiche delle due discariche abusive presenti nella zona" ha intanto dichiarato Domenico Foffo, presidente del Comitato di Quartere. Bisogna infatti procedere nell'area privata in cui è, il 7 ottobre, è stato avviato lo sgombero che in quella pubblica, disseminata di fluff. "Ci aspettiamo interventi di bonifica celeri da eseguire nel rispetto di tutte le prescrizioni a tutela della salute pubblica anche perchè – ha sottolineato il presidente del Comitato di Quartiere – a circa 200 metri ci sono le nostre scuole".

A difesa del territorio

In attesa che le istituzioni ed il privato disinneschino, nelle rispettive aree, la terra dei fuochi romana, i cittadini hanno deciso di fare la propria parte. "Domenica 13 abbiamo organizzato una passeggiata" ha annunciato Maurizio Romano. Si svilupperà lungo un antico sentiero adiacente all'area andata a fuoco la scosa estate. "Passeremo tra i casali della Tenuta di Tor Pagnotta, una chiesa diruta del 1200, una torre mediovale, un antico mulino ed una cava - ha spiegato il cittadino. Con l'occasione, l'associazione I Casali della Memoria e la Pro Loco pianteranno anche 50 alberelli. Un modo per sensibilizzare cittadini ed istituzioni a difendere un territorio da chi, impunemente, lo sta trasformando nella nuova "terra dei fuochi".“

sabato 10 agosto 2019

L'antica Roma dei tempi di Rea Silvia e di Romolo e Remo ancora sepolta...



Nell'area di 11 ettari che il Comitato della Caffarella chiede sia annessa al Parco, sono presenti importantissimi reperti archeologici. Dubbini:"Secondo la leggenda lì vennero concepiti Romolo e Remo"

Fabio Grilli, 22 nov 2016



Negli undici ettari di parco della Caffarella che il Comune sta lasciando in mano ai privati, c’è un tesoro. Non si tratta infatti di aree pregevoli solo sul piano naturalistico. In quelle porzioni di verde, già acquisite al patrimonio capitolino ma lasciate in detenzione agli ex proprietari, si racchiude la storia di Roma.

LE ORIGINI - Secondo l’archeologa Rachele Dubbini,sotto ilprimo miglio dell’Appia Antica “a fianco al Domine Quo Vadis, si trova il Santuario di Marte Gradivo”. Un complesso legato alle origini della Città Eterna. 
“Dal punto di vista scientifico, la notizia è una bomba – premette l’archeologa – infatti è dal Cinquecento che i filologi stanno cercando d’individuare questo sito. Si tratta dell’area dove, secondo la leggenda, Marte ha incontrato Rea Silvia . E’ lì quindi che vennero concepiti Romolo e Remo”. 
Il complesso però, non è mai stato portato alla luce.

LA SCOPERTA - “Nel 1970 in occasione della realizzazione di un collettore, vennero effettuati degli scavi dalla Sovrintendenza, ma purtroppo furono rapidamente interrati. Tuttavia ci sono indizi che lasciano pensare che qualcuno avesse intuito la portata della scoperta. I rilievi approfonditi e le fotografie a colori, sono tra questi – spiega la dottoressa Dubbini – la zona era situata lungo il primo miglio dell’Appia Antica, ovvero in quello che rappresentava il confine del territorio romano”. 
Parliamo di un'epoca antecedente alla realizzazione delle Mura. Dunque la presenza del complesso e del relativo tempio, aveva anche la funzione di demarcare e proteggere la città.

LA PICCOLA POMPEI - La scoperta ha un valore enorme sul piano archeologico. 
“Sotto terra c’è una 'piccola Pompei' . Parliamo infatti di un’area, ricca di mosaici, affreschi e con mura importanti, che venne abbandonata, sigillata. E quindi che non ha subito le classiche espoliazioni avvenute nel medioevo”. Della scoperta, realizzata dalla stessa Dubbini attraverso un accurato lavoro d'archivio, “si è scritto di recente su una rivista scientifica americana”. Ed a breve il risultato di questo lavoro d’archivio, sarà presentato anche al pubblico. “Il 2 dicembre a Palazzo Massimo – conclude l’archeologa – verrà presentato un volume sulle ricerca fatte in tutta la valle dell’Almone”. 
A ridosso del fiume sacro, batteva quindi il cuore della Roma Antica. 
Un motivo in più per ascoltare i cittadini quando chiedono che sia interamente riconquistato ad una fruizione pubblica.

venerdì 2 agosto 2019

L'intelligenza artificiale per creare opere d'arte con i selfie...

Da Wired

di Gabriele Porro, 23 lug 2019 


Ai Portraits offre su internet la possibilità di ottenere un proprio ritratto nello stile dei grandi maestri del passato partendo da un selfie

Passato il trend di invecchiare grazie a FaceApp è giunto il momento di concedersi il lusso di un dipinto classico realizzato, partendo da un proprio selfie, dall’intelligenza artificiale di un sito internet. Per ottenere un ritratto pittorico nello stile che più vi aggrada è necessario andare sul sito AI Portraits Art.


A questo punto basterà selezionare un selfie, anche brutto e sfocato va bene, per caricarlo sul sito e lasciar agire l’intelligenza artificiale che farà comparire in men che non si dica il ritratto da lei creato.

Gli stili del database di Ai Portraits si ispirano ad alcuni dei più grandi maestri della pittura, da Rembrant a Tiziano o Van Gogh.
Ai Portraits Ars è stato creato utilizzando i Gan model, ossia reti neurali generative avversarie, una tipologia molto diffusa nell’ambito dell’intelligenza artificiale basata su reti neurali addestrate a generare nuovi contenuti. 

“Dopo aver visto per milioni di volte una collezione di circa 45mila dipinti accuratamente selezionati, il modello genera uno spazio Z, chiamato spazio latente, che contiene in sé la descrizione di tutti i possibili ritratti che i grandi maestri avrebbero potuto dipingere. Ai Portraits Ars spinge ad esplorare lo spazio Z e il volto diventa il modo per pilotare questa navigazione“, spiega a Repubblica Mauro Martino, uno dei tre italiani del team di sviluppo dietro all’intelligenza artificiale del sito. 

Ai Portraits Ars permette a chiunque di utilizzare i Gan model per generare un dipinto, in cui le linee del viso sono completamente ridisegnate. L’algoritmo decide autonomamente quale stile utilizzare, sfruttando i dettagli del viso e dello sfondo che contribuiscono a indirizzarlo. Nel trasferimento dello stile, di solito c’è una forte alterazione dei colori, mentre le caratteristiche della foto rimangono invariate. 

Per quanto riguarda la privacy legata al caricamento e all’utilizzo delle foto, il sito specifica che il materiale caricato viene caricato dagli utenti sarà utilizzato solo per la creazione del dipinto assicurandone l’immediataa eliminazione dai server del sito. 

Il sito internet, vista l’improvvisa popolarità, sta subendo delle interruzioni dovute all’enorme traffico di utenti che lo visitano contemporaneamente.

mercoledì 31 luglio 2019

Lo scorrere del tempo avanti ed indietro...




di Simone Caporali, 21 lug 2019



Il tempo va in una sola direzione: avanti. Lo sappiamo, lo abbiamo sempre sperimentato. Ci ricordiamo cosa abbiamo mangiato (solitamente) a pranzo ieri, ma non possiamo ricordare il pranzo del giorno successivo. Oppure sì? 

Fisici americani e russi hanno collaborato per provare a rompere, mettere alla prova, scalfire una delle leggi fisiche riguardanti l'energia: la seconda legge della termodinamica. 

Che legge sarebbe? Ha molte formulazioni, ma in poche parole dice che le cose calde diventano fredde nel tempo mentre l'energia si diffonde dalle aree dove è maggiormente intensa. Ci dice che se vi preparate un thè, esso non rimarrà caldo per sempre all'interno di una stanza più fredda. 

"Questa legge è strettamente correlata alla nozione di freccia del tempo che postula la direzione del tempo a senso unico, dal passato al futuro", afferma il fisico quantistico Gordey Lesovik dell'Istituto di fisica e tecnologia di Mosca. In un certo senso, con alcune accortezze, infrangerla sarebbe come affermare di poter viaggiare nel tempo. 

Se immaginiamo un tavolo da biliardo e zummando guardiamo una singola collisione tra due palle, anche se vista al contrario non noteremmo nulla di strano. Tuttavia, se vedessimo le palle uscire dalle loro buche e riformare la piramide da cui le avevamo fatte partire, questo si che sarebbe stupefacente. 

Ora pensiamo agli elettroni. Questi sono come minuscole palle da biliardo, ma anche qualcosa di più. Sono informazioni che occupano uno spazio. I loro parametri sono definiti dalla famosa equazione di Schrödinger, grazie alla quale si determina l'evoluzione temporale dello stato di un sistema (in questo caso, appunto, di un elettrone). 

Per semplicità immaginiamo nuovamente il tavolo da biliardo, l'elettrone come una palla e spegniamo la luce. Se lanciamo la palla, dopo un certo tempo, potrà essere in qualsiasi posto del tavolo e avrà una certa velocità che non conosciamo. Tuttavia ci sono alcune zone dove sarà più probabile trovarla.

Se vogliamo sapere dov'è la nostra palla, dovremo afferrarla con la mano, perdendo in questo modo, però, tutta l'informazione sulla sua velocità. Se invece proviamo a sfiorarla cercando di capire a che velocità stia andando, non saremo in grado di determinarne la posizione esatta. Tuttavia se ci concentriamo sul momento in cui la lanciamo la prima volta, qualche istante dopo, siamo sicuri di due cose: si trova ancora vicino a noi e ha una velocità considerevole.

In un certo senso, l'equazione di Schrödinger predice la stessa cosa per le particelle quantistiche. Nel tempo, le possibilità delle posizioni e delle velocità di una particella si espandono.

"Tuttavia, l'equazione di Schrödinger è reversibile", dice lo scienziato dei materiali Valerii Vinokur dell'Argonne National Laboratory negli Stati Uniti. "Matematicamente, significa che sotto una certa trasformazione chiamata coniugazione complessa, l'equazione descriverà un elettrone 'spalmato' che si localizza nuovamente in una piccola regione dello spazio nello stesso periodo di tempo."

Come se la palla da biliardo, invece di perdersi chissà dove al buio sul tavolo, tornasse nella nostra mano.

In teoria, non c'è nulla che impedisca che si verifichi spontaneamente. Però servirebbe fissare 10 miliardi di tavoli da biliardo elettronici ogni secondo e la vita del nostro Universo per vederlo accadere una volta. Diciamo che è improbabile.

Piuttosto che aspettare pazientemente, il team ha usato gli stati indeterminati delle particelle in un computer quantistico (ormai sempre più vicini) come palla da biliardo, e alcune manipolazioni intelligenti del computer come loro 'macchina del tempo'.

Ciascuno di questi stati, o qubit, era organizzato in uno stato semplice che corrispondeva a una mano che teneva la palla. Una volta che il computer quantistico è stato messo in azione, questi stati si sono diffusi in una gamma di possibilità. Modificando certe condizioni nel setup del computer, quelle possibilità erano in realtà limitate, in modo da riavvolgere deliberatamente l'equazione di Schrödinger.

Per testare questo il team ha lanciato di nuovo il set-up, come se prendendo a calci un tavolo da biliardo si vedessero le palline riarrangiarsi nella forma iniziale, la piramide. In circa l'85% delle prove basate su due soli qubit, questo è esattamente quello che è successo.

A livello pratico, gli algoritmi utilizzati per manipolare l'equazione di Schrödinger in 'riavvolgimento' in questo modo potrebbero contribuire a migliorare l'accuratezza dei computer quantistici.

martedì 30 luglio 2019

La legge di Neven: quanto migliorano i computer quantistici su quelli tradizionali...



di Simone Caporali, 20 Lug 2019


"Sembra che non stia accadendo niente, ancora niente e poi ops, improvvisamente sei in un mondo diverso, questo è quello che stiamo sperimentando."
Con queste parole Hartmut Neven, direttore del Quantum Artifical Inteligence Lab, prova a descrivere quello che sta accadendo nell’ambito della corsa ai computer quantistici, nel descrivere la legge che ormai, nel gergo, porta il suo nome: la legge di Neven. Una legge che descrive quanto velocemente i computer quantistici guadagnino potenza di calcolo in confronto ai computer a cui tutti siamo abituati.
Ma prima un passo indietro.
Nel dicembre 2018, i ricercatori alla Google AI hanno operato un calcolo sul più potente processore quantistico di Google dell’epoca e sono poi stati in grado di simulare tale calcolo su un laptop. A gennaio di quest’anno hanno riprodotto lo stesso test con un processore migliorato e, per simulare il risultato, sono dovuti ricorrere ad un potente desktop. A febbraio non c’erano più computer nell’edificio in grado di simulare il miglior processore quantistico che erano riusciti ad ottenere e hanno dovuto chiedere la disponibilità dell’enorme network di server di Google per un po' di tempo.
Questa rapidità nel surclassare la potenza dei normali computer è stata quantificata da Neven, affermando che la potenza di un computer quantistico cresca in modo doppiamente esponenziale rispetto alla controparte classica. Una normale crescita esponenziale è già alquanto veloce e significa che una certa quantità cresce con la potenza di 2. 21 22 23 24 ecc... I primi termini possono essere piccoli e la crescita non così rapida ma, dopo pochi salti, questa diventa estremamente importante.
Una doppia crescita esponenziale è estremamente più veloce. Posto a=2i con i=1,2,3 ecc... si ha 2a. A cosa è dovuta questa velocità? A due fattori combinati, secondo Neven. Il primo è che i computer quantistici hanno un intrinseco vantaggio esponenziale rispetto ai computer classici. Per esempio, se un circuito quantistico ha 4 bit quantistici, serve un circuito classico con 16 bit normali per raggiungere la stessa potenza di calcolo. Questo primo vantaggio in particolare rimarrebbe vero anche se i computer quantistici non migliorassero mai.
Il secondo fattore deriva dalla velocità con cui i processori quantistici stanno migliorando. Neven afferma infatti che gli ultimi processori quantistici sviluppati da Google migliorano con un andamento esponenziale. Quindi, se i computer classici hanno bisogno di una potenza di calcolo esponenziale per eguagliare la loro controparte quantistica e questa cresce di potenza esponenzialmente nel tempo, si ottiene la doppia crescita esponenziale osservata da Neven.
I computer quantistici sono un sogno per molti amanti della tecnologia; hanno simulato le proprietà di un materiale e sono riusciti, in un esperimento, a prevedere 16 futuri diversi. Chissà che non siano presenti anche in uno dei nostri, di futuri.

sabato 27 luglio 2019

Le future connessioni del cervello umano con l'IA...


“Collegheremo il cervello umano all’intelligenza artificiale”: Elon Musk svela Neuralink



La tecnologia attualmente è stata testata solo sui topi e non ci sono certezze che possa funzionare con gli umani, ma Musk è stato chiaro: l'obiettivo è raggiungere una simbiosi con l'intelligenza artificiale. 


di Giuseppe Tripodi, 17 lug 2019

Dopo quasi due anni di silenzio, Elon Musk ha finalmente acceso i riflettori su Neuralink, la società fondata dal famosissimo imprenditore statunitense che punta a sviluppare interfacce neurali per collegare il cervello alle macchine. Durante la conferenza tenutasi nella giornata di ieri, 16 luglio, Musk ha svelato i traguardi raggiunti con le sperimentazioni sui topi, ha annunciato quali saranno i futuri passi della società e comunicato di essere alla ricerca di personale qualificato.

La prima cosa che c’è da sapere su Neuralink, è che finora tutti gli esperimenti sono stati condotti con animali, principalmente topi, e che non c’è nessuna garanzia che lo stesso sistema possa funzionare anche con gli esseri umani. Tuttavia, alla fine della conferenza stampa, Musk si è lasciato scappare un traguardo importante, che i suoi collaboratori non sapevano avrebbe condiviso con la stampa: una scimmia è riuscita a controllare un computer col cervello.

Secondo quanto dichiarato, le sperimentazioni con gli umani potrebbero iniziare a metà del 2020: i primi test saranno condotti con persone paralizzate, con l’obiettivo di permettere loro di controllare smartphone e computer. A tal proposito, vale la pena dare un’occhiata all’interfaccia dell’app per iPhone. Come si può leggere dagli screenshot qui sotto, per addestrarsi a muovere il cursore si dovrà provare a muovere la mano nella direzione desiderata.



Ma come avverrà tutto questo? Per collegare il cervello alle macchine, Neuralink utilizzerà dei sottilissimi fili flessibili, più sottili di un capello (immmagine in basso a sinistra). Secondo quanto riferito, il sistema può includere fino a 3.072 elettrodi per matrice, distrubiti su 96 fili.

Questi fili verranno posizionti vicino ai neuroni, in modo da ricevere e trasmettere le informazioni raccolte dai picchi di segnale neuronale: questi dati verranno trasmessi a dei sensori, posizionati sulla superficie del cranio, sotto la pelle, che invieranno poi le informazioni ad un Pod removibile posizionato appena dietro l’orecchio. Attualmente, quest’ultimo passaggio viene effettuato con connessioni cablate, ma Musk sostiene che in futuro tali dati verranno trasmessi via wireless. Il Pod invierà poi gli input allo smartphone o al computer.

A sinistra: i fili connettori e il sensore che verrà posizionato sul cranio.
Al centro e a destra: una rappresentazione di come saranno i collegamenti.
Per posizionare i sensori in questione, Neuralink ha sviluppato un apposito macchinario che pratica un foro di 8 mm sul cranio; tuttavia in futuro Musk spera che l’operazione possa essere eseguita con un laser, per evitare le spiacevoli vibrazioni della perforazione.

Attualmente, il robot in questione, che operererà con la supervisione di un neurochirurgo, riesce ad inserire sei fili (192 elettrodi) al minuto evitando i vasi sanguigni. È doveroso specificare che, attualmente, Neuralink non ha ancora i permessi della FDA per operare su pazienti umani.

Il robot di Neuralink che posiziona gli elettrodi nel cervello
Se gli esperimenti con pazienti paralizzati andassero bene, l’obiettivo finale di Musk è collegare il cervello con una macchina, al fine di migliorare le potenzialità dell’uomo. Ovviamente ci saranno moltissimi problemi da affrontare, pratici ed etici.

Ma Musk non si è trattenuto: a suo dire, l’obiettivo è raggiungere la simbiosi con l’intelligenza artificiale. 
Per saperne di più, potete guardare la conferenza completa di Neuralink qui sotto.

giovedì 25 luglio 2019

Fotosintesi "rinforzata": una soluzione al problema della CO2?

Lotta al climate change


di Elena Comelli, 10 giu 2019




Gli alberi sono molto efficienti ad assorbire la CO2, catturata dalla fotosintesi e immagazzinata in tronchi, rami e radici, oltre che nel terreno. Ma ce ne vogliono molti. 

Per sequestrare tra 100 e 1.000 miliardi di tonnellate di CO2, come indica l’Ipcc, con un bosco di fascia temperata, bisognerebbe riforestare una superficie equivalente fino a cinquanta vole l’Italia. Una foresta di tipo tropicale, che può immagazzinare più carbonio, richiederebbe un territorio grande da 3 a 30 volte lo stivale. 
Considerando i quasi 4 miliardi di ettari attualmente dedicati a foresta globalmente, bisognerebbe ampliarli di una quota compresa tra il 3,5% e il 35%. Un obiettivo molto difficile da raggiungere, per non dire impossibile, visto che al momento si sta andando nella direzione opposta: tra il 1990 e il 2015, le foreste hanno perso 130 milioni di ettari secondo la Fao.

La soluzione alternativa è quella delle bioenergie: si tratta di coprire vasti territori con alberi come il salice e il pioppo o di piante erbacee a crescita rapida, come il miscanto o il panico. 
Queste biomasse vengono bruciate per produrre elettricità o calore e l'anidride carbonica da combustione viene recuperata e stoccata in formazioni geologiche profonde a terra o in mare. 
Anche qui, gli ordini di grandezza fanno venire le vertigini. Secondo l’Ipcc, per contenere il riscaldamento globale a 1,5°C, bisognerebbe piantumare più di 700 milioni di ettari con queste colture tra il 2050 e il 2100. In entrambi i casi, tutti questi territori verrebbero sottratti ad altri usi, compresa la produzione di cibo, con impatti potenzialmente negativi sugli ecosistemi, sulla biodiversità e sulle risorse idriche. 
Malgrado ciò, gli esperti dell’Ipcc preferiscono l’idea di uno stoccaggio “naturale” della CO2 rispetto agli altri progetti di cattura artificiale.

Nasce da qui l’idea di creare una “super-pianta”, in grado di fissare nel terreno molta più anidride carbonica di quanta ne avrebbe fissata naturalmente. 
Un’equipe di scienziati californiani del Salk Institute for Biological Studies, guidati dalla biologa Joanne Chory, è impegnata in questo progetto, chiamato Ideal Plant Initiative. Le piante, spiegano i ricercatori, sono la scelta migliore perché attraverso la fotosintesi clorofilliana sono già in grado di assorbire l’anidride carbonica. Basterebbe trovare il modo di mettere il turbo a questo processo, rendendo i nuovi esemplari resistenti alla decomposizione (come succede ad esempio nel sughero), che è il momento in cui le piante rilasciano nell’atmosfera la CO2 assorbita. In questo modo si potrebbero trasformare tutti i campi di grano o di soia del mondo in immensi depositi di CO2.

Gli studi sulla Ideal Plant sono già molto avanzati e ora si tratta di trasferire queste caratteristiche, sperimentate sull’Arabidopsis, tipico organismo modello per lo studio della biologia vegetale, alle coltivazioni più diffuse, come il grano, il mais, la soia o il cotone. Inserendo la suberina, componente essenziale del sughero, nel genoma di queste piante, in modo che sviluppino radici più lunghe e resistenti alla decomposizione, i ricercatori del Salk sperano di poter aumentare in maniera significativa la quota di CO2 assorbita che rimane nel terreno. Il bello dell’esperimento, che sta per cominciare la fase in campo aperto, è che i campi di grano o di mais già coprono buona parte dei terreni disponibili sulla Terra, quindi non ci sarebbe nemmeno bisogno di far concorrenza alle colture alimentari o di cambiare la destinazione del suolo per trasformarlo in un deposito di CO2.

mercoledì 24 luglio 2019

Il mistero del leonardesco "Salvador Mundi"...



di John Burger, 18 lug 2019 

Venduto due anni fa per 450 milioni di dollari, da allora non se ne è più saputo niente




L’ultima volta che il dipinto di Leonardo da Vinci noto come Salvator Mundi è stato visto in pubblico è stata nel novembre 2017, quando è stato venduto all’asta per 450 milioni di dollari. L’acquirente è stato identificato come il principe Bader bin Abdullah bin Farhan Al Saud dell’Arabia Saudita, 32 anni, e in seguito è stato rivelato che aveva agito a nome del principe ereditario Mohammed bin Salman. 
Il dipinto è stato apparentemente acquistato per conto del museo Louvre di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti.

Il museo ha detto che progettava di esporre il dipinto nel settembre 2018, ma poi ha rimandato tutto senza fornire spiegazioni, e non ha rivelato dove si trovi l’opera o i progetti per il futuro. Gli esperti credono che il dipinto sia custodito a Ginevra, in un magazzino segreto esente da imposte. 
Alcuni sostengono anche che si trovi sullo yacht privato di Muhammad bin Salman. 

Nessuno sembra sapere perché il nuovo proprietario non offra spiegazioni. 
Il Salvator Mundi è circondato da un alone di mistero, come la più famosa Gioconda. 

Prosegue poi il dibattito sul fatto che l’opera sia stata davvero realizzata da Leonardo, e se è così perché sia stata restaurata e se il restauro nasconda qualcosa di significativo sul lavoro del genio. 

Del Salvator Mundi, che si ritiene sia stato dipinto per il re Luigi XII di Francia ed è stato posseduto dai re Carlo I e Carlo II, si sono perse le tracce per anni. 
Quando è ricomparso era gravemente danneggiato. Il quotidiano Guardian ha pubblicato un’immagine ad alta definizione di quando è stato restaurato dall’artista Dianne Dwyer Modestini. 

La CNN ha sottolineato che buona parte delle speculazioni sul motivo per cui il dipinto è rimasto nascosto si concentra sulla sua attribuzione. 
Per secoli, afferma la CNN, si è pensato che il Salvator Mundi fosse un’opera di uno degli assistenti di Leonardo o una copia. 
Quando i commercianti d’arte Robert Simon e Alexander Parrish, che lo hanno acquistato nel 2005 per meno di 10.000 dollari, lo hanno portato alla Modestini, era fortemente ritoccato. Nel 2011 la National Gallery lo ha incluso in un’esposizione dei dipinti di Leonardo, ma solo dopo che un nucleo di esperti l’aveva attribuito con sicurezza al genio. 
C’erano buone argomentazioni per farlo, ha sottolineato la CNN:
 - l’abile rappresentazione della mano di Cristo, sollevata in atto benedicente;
 - la tecnica pittorica sfumata usata sul volto;
 - l’uso di pigmenti e pannelli coerenti con l’opera del grande maestro. 

E poi c’è stato il “pentimento”, termine usato dagli storici dell’arte che indica un ripensamento. In questo caso ha riguardato il pollice della mano destra di Cristo. 
La Modestini aveva scoperto due pollici in uno. Apparentemente, l’artista l’aveva dipinta nuovamente in modo diverso. 
Per alcuni esperti è la conferma che si tratti di un lavoro originale di Leonardo, perché non c’è motivo per cui una persona che l’aveva copiata dovesse avere un ripensamento. 

Il dipinto è stato rivenduto nel 2013 per 80 milioni di dollari, e tre anni dopo per 400 milioni più 50 milioni di tasse – il prezzo più alto mai pagato per un’opera d’arte. 

Vari esperti teorizzano che Leonardo abbia lavorato al dipinto ma poco, e che per la maggior parte sia opera dei suoi assistenti. 
Se fosse così, il suo valore potrebbe essere di appena 1,5 milioni di dollari, secondo il critico Ben Lewis, autore del libro The Last Leonardo, uscito da poco e in cui specula che i proprietari attuali possano tenere l’opera lontana dal pubblico per evitare un ulteriore esame. 

Per Lewis, il Salvator Mundi è “il più bel punto interrogativo che sia mai stato dipinto”.

domenica 21 luglio 2019

La misteriosa storia del dipinto leonardesco "Salvator Mundi"



di Federico Varese, 29 apr 2019


Il Salvator mundi prima di essere messo all’asta da Christie’s a New York, ott 2017 (Carl Court, Getty Images)