giovedì 15 maggio 2014

Qualche interessante approfondimento sul Canone Rai

Grazie a Santa Cecilia, Renzi si prende il canone Rai

di Carlo Rognoni, 15 mag 2014

C'è uno 0,01 percento del canone, cioè dell'imposta per "la detenzione di apparecchi atti alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive", che va all'Accademia nazionale di Santa Cecilia

Ebbene questa piccolissima e davvero modesta percentuale potrebbe rappresentare un precedente importante, potrebbe diventare infatti la chiave per giustificare dal punto di vista formale e giuridico il prelievo di una cifra ben più consistente, quella di 150 milioni che il governo - in base al decreto Irpef - pretende dalla Rai per il 2014. Eh si! Perché dimostrerebbe che non è vero che tutto il canone deve obbligatoriamente servire a finanziare il servizio pubblico della Rai. E basta.

Ora è vero che la legge Gasparri all'articolo 6 dice: "il contributo pubblico percepito dalla società concessionaria del servizio pubblico generale radiotelevisivo, risultante dal canone di abbonamento, è utilizzabile esclusivamente ai fini dell'adempimento dei compiti di servizio pubblico generale affidati alla stessa ...". Insomma quella imposta di scopo che è il canone io cittadino la pago sapendo che serve a finanziare programmi di servizio pubblico e non serve a pagare altri servizi, non importa quanto dignitosi e socialmente significativi, come quello di dare 80 euro a più di 10 milioni di italiani. Così almeno è stata prevalentemente interpretata finora da parte dei sindacati la legge sul canone, arrivando a minacciare di impugnare il provvedimento e di portare il Tesoro davanti alla Corte costituzionale.

Già ma le cose non stanno proprio così. Il canone è un obbligo di legge (per altro evaso da almeno 5 milioni di italiani su 21) che deriva esclusivamente dal possesso di un televisore e non dalla fruizione dei servizi erogati dalla Rai. E in pochi sanno che dei 113 euro del canone il 7,83 per cento già oggi resta nelle casse dello Stato tra Iva e tassa di concessione e appunto lo 0.01 per cento è utilizzato per finanziare l'Accademia Santa Cecilia. Insomma non c'è un legame diretto tra chi paga quella imposta e la società Rai.

In altre parole, non è il Tesoro ad essere obbligato a riversare nel servizio pubblico tutto quello che l'Agenzia delle Entrate raccoglie da questa imposta di scopo. È invece la Rai - questa è la giusta interpretazione della legge - obbligata a investire la cifra che le arriva dal canone esclusivamente in programmi di servizio pubblico.

Chiarito questo aspetto restano sul tavolo gli altri punti - per altro anche questi molto contestati dai sindacati - del decreto Irpef: dall'invito a prendere in considerazione la vendita di quote di minoranza di società controllate; alla cancellazione dell'obbligo di legge di mantenere sedi regionali a prescindere da ogni tipo di considerazione manageriale.

Ora ricordiamo che il decreto mette in campo "misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale". Non si preoccupa di individuare una strategia per il domani - anche se questa è una delle critiche più aspre rivolte al governo - di quelle aziende che vengono toccate dal decreto. Questo spetta alle aziende coinvolte. Insomma è probabilmente ingiusto immaginare che il decreto debba entrare nel merito del che fare, ad esempio, per il futuro del servizio pubblico. Adesso tocca invece al gruppo dirigente dell'azienda di viale Mazzini misurarsi con le nuove sfide. Tocca ad altri ministeri - sicuramente quello delle Comunicazioni che fa capo allo Sviluppo Economico - battere un colpo: una volta approvato il nuovo Contratto di servizio deve essere subito lanciata l'idea di una grande campagna di ascolto di tutti i soggetti in vista del rinnovo della concessione che formalmente scade nel maggio del 2016.

Insomma subito dopo le elezioni europee il governo Renzi ha un'occasione concreta per aprire il dossier Rai: far capire che l'obiettivo non è punire il servizio pubblico ma semmai stimolarlo a rifondarsi nell'epoca della rivoluzione digitale. E sarebbe davvero un primo segnale in grado di ridare fiducia al mondo dell'audiovisivo quello di anticipare - magari di un anno - il rinnovo della concessione per la Rai.

mercoledì 14 maggio 2014

Quanto conta l'aspetto esteriore...



di Eleonora Giovinazzo, 9 mag 2014



Quanto conta l'apparenza? 


Se lo chiede NorniTube che pubblica sul suo canale Youtube un esperimento sociale. 

Nel primo caso il giovane, in abiti non eleganti, simula un malore. Viene 'riconosciuto' dai passanti come un senzatetto e, nonostante chieda più volte di essere aiutato, riceve solo indifferenza. 

Successivamente il ragazzo si accascia a terra in smoking: la situazione è la stessa ma questa volta più persone si avvicinano per prestargli soccorso



Ritrovata la "Santa Maria" di Cristoforo Colombo?



13 mag 2014

Un'equipe di esploratori americani ha annunciato di aver ritrovato il relitto della Santa Maria, la più grande delle tre navi con le quali Cristoforo Colombo attraversò l'Atlantico per prima volta, nel 1492, a poco più di 5 secoli dal suo naufragio al largo della costa settentrionale di Haiti. Barry Clifford, considerato uno dei più importanti esploratori subacquei del mondo, ha detto al quotidiano britannico The Independent che «tutta la geografia, la topografia marina e le prove archeologiche suggeriscono fortemente che il relitto ritrovato corrisponde a quello della famosa caravella di Colombo, la Santa Maria».

L'ammiraglia del navigatore genovese in realtà non era tecnicamente una caravella, come tramanda la tradizione, bensì una caracca, lunga 21 metri e con un ponte a tre alberi: partì dal porto di Palos, in Andalusia, il 3 agosto 1492 - insieme con la Pinta e la Nina - e s'incagliò su una barriera corallina al largo di Haiti il 25 dicembre dello stesso anno.

Finora, Clifford e i suoi collaboratori avevano analizzato in dettaglio una zona individuata nel 2003 da un altro gruppo di esploratori, misurando e fotografando i fondali prima di andare oltre. «Il governo haitiano ci ha aiutato molto, e ora dobbiamo organizzare con loro uno scavo archeologico del relitto», ha detto l'esperto americano.

Usando magnetometri marini, dispositivi di radar e sonar e esplorazioni di sommozzatori, Clifford ha studiato le anomalie della piattaforma marittima, comparato i risultati con informazioni tratte dai diari di navigazione di Colombo e da materiale cartografico dell'epoca e misurato l'impatto delle correnti per stabilire i movimenti del relitto dopo il naufragio.

In questo modo, l'esploratore americano è riuscito a ridurre progressivamente la zona in cui era possibile ritrovare la Santa Maria, fino ad arrivare a un perimetro molto più piccolo, dentro al quale ha identificato il relitto dell'ammiraglia di Colombo. Clifford è convinto di aver perfino ritrovato un cannone risalente all'epoca dei primi viaggi di Colombo. «Abbiamo informato il governo haitiano, e vogliamo lavorare con loro per assicurare che questo sia protetto e preservato», ha detto.

«Questa è un'opportunità magnifica per preservare gli artefatti di questa nave, che ha cambiato la storia del mondo», ha aggiunto l'americano, secondo il quale i resti della Santa Maria potrebbero essere conservati ed esposti in un museo locale, il che favorirebbe l'industria turistica ad Haiti.

La scoperta di Clifford arriva nello stesso momento in cui Messico e Spagna hanno annunciato che lavoreranno insieme per riscattare il relitto del Nuestra Senora del Juncal, un galeone affondato nel 1631 davanti alla costa occidentale della penisola dello Yucatan con un importante carico di oro ed argento.

Il Juncal, partito dal porto di Veracruz, naufragò il 31 ottobre del 1631: trasportava un tesoro valutato all'epoca in oltre un milione di pesos - un valore intraducibile in prezzi attuali- che fu definito il carico più prezioso partito dal Nuovo Mondo dall'allora vicerè della Nuova Spagna, il marchese di Cerralbo.

Oltre i BitCoins: Amazon lancia Coins



di Biagio Simonetta, 13 mag 2014 

Era il febbraio scorso quando da Amazon lanciarono un comunicato stampa decisamente inatteso: «Annunciamo – era scritto - l'arrivo di Amazon Coins, la nuova moneta virtuale che gli utenti americani potranno utilizzare per l'acquisto di applicazioni, giochi e contenuti in-app sui dispositivi Kindle Fire. 

Il lancio è previsto per maggio, quando regaleremo Coins per decine di milioni di dollari, da spendere per i download sul nostro store». Il colosso dell'e-commerce si affacciava al mondo delle monete digitali, lanciando una sfida anche a se stesso.


Ora, un anno dopo, da Seattle hanno deciso di allargare il cerchio. Così, dopo Usa, Gran Bretagna e Germania, oggi Coins sbarca anche in Italia. 

Ad annunciarlo, tramite una nota, è stato Jorrit Van der Meulen, di Amazon Kindle: «Ora i clienti in Italia possono acquistare un'ampia gamma di contenuti dell'App-Shop Amazon anche utilizzando Amazon Coins. Lavoriamo continuamente per accrescere i benefici per i clienti e Amazon Coins è un'ottima iniziativa che crediamo apprezzeranno».

Se siete assidui clienti di Amazon, comunque, niente paura. Non è nei progetti di Bezos eliminare la possibilità di pagare con carta di credito. Almeno non nell'immediato. Coins è un'opzione in più. Un segno di rinnovamento importante. E forse anche un po' una sorta di precauzione, in attesa di capire come e quando esploderà Bitcoin.




Come per gli utenti americani, anche in Italia i gettoni di casa Amazon potranno essere utilizzati per fare acquisti, spaziando fra le oltre 170mila applicazioni e i giochi. Tutto tramite l'App-Shop di Amazon. Ma gli acquisti in Coins potranno essere effettuati anche direttamente sui dispositivi Kindle Fire e Android. 

Per munirsi di Coins è necessario visitare la pagina amazon.it/coins, dove è possibile acquistare i gettoni con uno sconto fino al 10%. L'azienda di Bezos, per promuovere l'iniziativa ha inteso festeggiare regalando ai possessori di Kindle Fire un budget di 500 Amazon Coins per un valore di 5 euro. Lo ha annunciato Mike George, vicepresidente di App-Shop Amazon and Games: «Tutti i possessori di Kindle Fire e tutti i clienti di App-Shop Amazon che scaricheranno l'app gratuita del giorno con l'ultima versione Android di App-Shop, riceveranno Amazon Coins per un valore di 5 euro utilizzabili per l'acquisto di nuove applicazioni e giochi come Cut the Rope 2, Minecraft o QuizDuello».

Ora c'è da chiedersi quale sarà il prossimo step: Bezos introdurrà il pagamento in Coins anche per i libri? 
Sarà quella la vera sfida.

I ghiacci dell'Antartide si stanno già sciogliendo



di Leopoldo Benacchio, 13 mag 2014

I ghiacciai della parte Ovest dell'Antartide, sul Mare di Amundsen, si stanno sciogliendo sempre più velocemente e il fenomeno sta già causando l'aumento del livello dei mari. Il fenomeno è più rapido, molto, di quanto previsto finora e sembra essere arrivato al punto di non ritorno, ovvero lo scioglimento continuo non si può fermare.

Non è il solito grido di allarme, eccessivo, con lo sfondo del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. Stiamo invece parlando di misure, numeri, effettuate dal suolo, dall'aereo e dal satellite per un periodo di 40 anni. Due gruppi di ricercatori, Nasa e Università di Washington, sfruttando i dati di satelliti europei e americani così come i dati quarantennali del programma IceBridge Nasa, sono arrivati alla stessa conclusione e hanno pubblicato i loro lavori, quasi una sentenza per la verità, su riviste scientifiche di primo piano. Il tutto è stato illustrato in una densa conferenza stampa ai quartieri generali Nasa lo scorso 12 maggio.

I ricercatori Nasa hanno lavorato soprattutto sugli ultimi 20 anni, più ricchi di dati da satellite, ed hanno passato la mano ai colleghi di Washington per avere delle previsioni per il futuro, grazie a sofisticati modelli matematici. Non sono rosee, anche se il tempo previsto per il completo scioglimento dell'Antartico è di 1000 anni, che dal punto di vista geologico sono però un battito di ciglia. Se non interviene qualche fatto nuovo il mare continuerà ad alzarsi e si arriverà, simulazione di computer, ad avere mari più alti di 4 metri.  Considerazioni molto meccaniche ma realistiche, hanno assicurato i ricercatori, anche se probabilmente a quel punto l'immissione di tanta acqua gelata e la scomparsa di tanta superficie fredda e riflettente avrà ulteriori influssi sul clima, ma su questo non è stato detto nulla di preciso. Un'altra botta notevole alla credibilità del rapporto Ipcc sul cambiamento climatico, comunque, che non ha preso in considerazione i fattori legati allo scioglimento dei ghiacci messo in rilievo ora.

Tanto per dare un'idea, alla conferenza stampa è stato fatto notare come il grande ghiacciaio antartico di Pine Island, esteso come il nostro Paese, si sia ritirato nel periodo 1992-2011 di 31 chilometri. Ma l'Antartico, continente ghiacciato, che è il terzo più esteso sul globo con una superficie che è 3 volte circa quella dell'attuale Unione Europea e il doppio di quella dell'Australia, ha un punto molto vulnerabile proprio dalla parte ovest, lo si sapeva da tempo, ed è il ghiacciaio Thwaites, Mare di Amundsen. 
È lì che hanno intensificato rilevazioni e studio, anche perché il ghiacciaio si protende molto sopra il mare e opera come una specie di avamposto, un front end che ripara il resto delle immense e inospitali distese di ghiaccio.


Il ritiro del fronte ghiacciato inizierà lentamente, ha assicurato Ian Joughin , un glaciologo dell'Università di Washington, e il mare si innalzerà di un livello apparentemente trascurabile, 1 millimetro all'anno per un paio di secoli, ma in seguito il fenomeno potrebbe diventare letteralmente esplosivo e, secondo l'illustre accademico, in un paio di secoli ancora la calotta di ghiaccio potrebbe crollare. Che siano 200 o 1.000 gli anni pare dipenda da troppi fattori in campo: la ricetta è complicata, ma quel che è sicuro è che il fenomeno non si potrà arrestare. Il satellite Sentile-1 europeo, appena lanciato, un campione di precisione nello scrutare questi fenomeni e misurarli, ci darà nei prossimi mesi nuovi dati su cui gli scienziati potranno verificare il fenomeno. 

Quelle tasse pagate due volte da Bosch (per questo le aziende straniere non investono in Italia?)

Il caso Bosch: quelle tasse che l’Agenzia delle Entrate non vuole restituire

Il caso Bosch: quelle tasse che l’Agenzia delle Entrate non vuole restituire

La multinazionale tedesca viene accusata di evasione fiscale. Per sottrarsi al contenzioso tributario, paga subito 300 milioni di euro. Poi il Tribunale di Milano la assolve da ogni accusa. Ma quei soldi...

13 mag 2014

La Procura della repubblica di Milano ha deciso di non impugnare la sentenza con cui il giudice dell’udienza preliminare, dottor Gennari, ha prosciolto i vertici della Bosch da un’accusa di evasione fiscale, in cui si contestavano miliardi di euro sottratti al fisco italiano nell’ultimo decennio. 
"Il fatto non sussiste" ha sentenziato il giudice il 12 febbraio scorso, non c’è stata alcuna evasione fiscale, le tasse sono state regolarmente pagate in Germania. 
La sentenza è divenuta irrevocabile.

Due anni prima, nel dicembre 2012, l’Agenzia delle entrate, che ha dato origine al procedimento penale, ha incassato oltre 300 milioni di euro, attraverso un versamento "spontaneo" della multinazionale tedesca, che pur di definire immediatamente la contestazione ha pagato per sottrarsi al contenzioso tributario. Accertata nel procedimento penale milanese l’insussistenza del fatto illecito all’origine della contestazione tributaria, l’Agenzia delle entrate italiana restituirà i 300 milioni di euro versati? No.


Pur avendo un giudice italiano stabilito che la società tedesca ha già nel tempo regolarmente e puntualmente pagato ogni tassa nel proprio paese, e parliamo di centinaia di milioni all’anno, l’autorità fiscale italiana, in omaggio all’Europa unita, non riconosce l’imposta versata in Germania, per cui trattiene i 300 milioni ricevuti a Natale del 2012. Sarà una lunga e costosa procedura arbitrale internazionale a definire la questione. 

Per ora e per molti anni a venire, Bosch ha la certezza di avere pagato due volte le tasse per lo stesso reddito prodotto in Germania (alla medesima aliquota del 44 per cento circa). Una prima volta in Germania anno per anno, e una seconda volta in Italia "spontaneamente", guarda caso a seguito di una contestazione che prospettava scenari apocalittici.



Chiediamoci: la società tedesca che agisce pressoché senza scopo di lucro e che nell’ultimo quinquennio ha devoluto oltre 1 miliardo di euro in opere benefiche in tutto il mondo, avrà ancora la stessa voglia di investire e creare posti di lavoro in Italia? 
Forse l’Agenzia delle entrate all’indomani della sentenza del giudice milanese ha trattenuto a titolo di beneficenza natalizia i 300 milioni ricevuti nel dicembre 2012? 
In quanti sarebbero sopravvissuti a una sciagura economica del genere? Quante tra le piccole e medie imprese nel corso degli anni sono defunte per una pressione fiscale e per vicende analoghe? Non esistono dati e riscontri in proposito, come non esiste un saldo tra il reddito venuto meno per la fine (o migrazione all’estero) di imprese inaridite dal fisco e il gettito coattivamente recuperato dallo Stato italiano. Si corre il miope rischio, come nel caso Bosch, di perdere un valido contribuente, con decine di migliaia di posti di lavoro, nel tentativo di incassare imposte dal dubbio fondamento giuridico e ai limiti della violenza morale.
Perché mai un’impresa capace di fare ricerca e generare migliaia di posti di lavoro dovrebbe produrre e rimanere in Italia, correndo simili rischi, con un cuneo fiscale da record, flessibilità del mercato del lavoro inesistente e pressione fiscale alle stelle?

Le multinazionali osservano la semplice regola del budget, ogni scelta deve sempre essere frutto di una previsione, di comparazioni tra costi e benefici. Una vera e propria religione, verrebbe da dire "quod non est in budget non est in mundo" e in buona sostanza è così. Non si può prevedere solo ciò che non si può conoscere, e dunque non si può operare in mercati che non si conoscono a fondo.
Dunque l’indice italiano di attrazione dell’investimento estero si misura con la capacità per la politica di dare certezze. Rendere certi e conoscibili i criteri decisionali estranei al core business (per esempio giustizia, fisco e sindacati). Tanto più trasparenti e uniformi sono queste decisioni tanto più il mercato diventa valido e appetibile.

Proviamo a comprendere lo stato d’animo di un industriale straniero di fronte alla giustizia italiana, alla possibilità di subire forti perdite per lungaggini giudiziarie, o finire in galera per una interpretazione fiscale nuova e non condivisa (per esempio Bosch, Google, Apple), o essere condannati per omicidio senza avere mai messo piede sulla scena del crimine (caso Thyssen). Esistono purtroppo leggi italiane che consentono queste illogiche conseguenze e magistrati che applicano quelle leggi non curandosi delle ricadute.
Provi infine il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi, che è già giustamente intervenuto per annunciare una radicale semplificazione della legislazione fiscale e la prossima abolizione dell’abuso di diritto, ad attirare i capitali stranieri.

Il presidente Renzi potrà in questo contesto raccontare, per esempio agli amici investitori tedeschi, che ove mai avessero un problema tributario in Italia, anche solo interpretativo, saranno giudicati esattamente come i cittadini italiani: da giudici che dipendono dallo stesso datore di lavoro dei colleghi dell’Agenzia delle entrate, cioè dal ministero dell’Economia, che per definizione incassa le tasse e quindi ha interesse a incassarne sempre di più. L’arbitro veste la stessa maglia di una delle due squadre.

I giudici tributari italiani, specie veramente peculiare, che non trova eguali in altri stati moderni: "volontari per concorso", pagati a cottimo ben 20 euro per sentenza, anche quando decidono su milioni di euro di tasse, e dunque costretti ad avere un secondo o terzo lavoro, non sempre nel campo del diritto o nelle professioni giuridiche.
Anche questo aspetto della nostra giustizia andrebbe urgentemente rivisto e di certo non incentiva e rassicura avventori e creatori di posti di lavoro.Ma per favore.... tutto ciò non lo diciamo in Europa.

martedì 13 maggio 2014

Confronto tra i migliori aspirapolveri "robot"

I migliori aspirapolvere robot

A rulli o a spazzole? Con vaschetta o a panno? Ecco una rapida carrellata sui migliori mangiapolvere automatici presenti sul mercato

13 mag 2014

In origine fu il Roomba. 
Poi, anche il resto dell’elettronica di consumo capì che dalla polvere che nessuno aveva voglia di rimuovere poteva nascere un mercato dalle potenzialità molto interessanti: quello degli aspirapolvere-robot

Così, a distanza di 12 anni da quel primordiale domestico automatizzato, il Pianeta Terra è stato letteralmente invaso da un esercito di robottini sempre più sofisticati pronti a bussare alle porte delle casalinghe e dei casalinghi disperati. 

Necessaria, a questo punto, una piccola guida all’acquisto.



1. iROBOT ROOMBA SERIE 800
Passano gli anni ma il Roomba resta ancora il prodotto da battere. Soprattutto dopo che l’ultimo aggiornamento (Roomba Serie 800) ha portato in dote due rulli in gomma controrotanti decisamente più efficaci (e puliti) del precedente sistema a spazzole. Il risultato è un’efficacia di pulizia migliorata del 50%. Migliorata anche l’autonomia (50% in più rispetto al precedente modello), la silenziosità (circa 3-4 dB in meno rispetto al 780) e la capacità della vaschetta di raccoglimento (60%). Piuttosto elevato il prezzo che va dai 649 euro del Roomba 870 ai 749 euro del Roomba 880 (con barriere virtuali). [Per saperne di più]

Roomba-880-1




2. LG HOMEBOT SQUARE
Già dal nome (letteralmente “robot casalingo quadrato”) si intuisce qual è la caratteristica principale di questo modello che promette di infilarsi perentoriamente negli angoli della casa. Dal punto di vista tecnico, l’aspirapolvere robot di Lg si affida a due telecamere - una superiore per mappare il soffitto e una inferiore per il pavimento - e a una serie di sensori a ultrasuoni per riconoscere gli ostacoli frontali ed evitare gli urti. Fra i plus la silenziosità (60 dB con la possibilità di disattivare le notifiche sonore) e la presenza di una modalità turbo che garantisce una potenza aspirante supplementare laddove serve (ad esempio sui tappeti). Prezzi da 499 a 649 euro.

Lg-HomeBot




3. WORVERK FOLLETTO VR100
Dici Folletto e pensi subito a uno degli aspirapolvere più aristocratici della storia degli elettrodomestici. E invece poi scopri che la casa tedesca ha da poco messo a catalogo un originale aspirapolvere-robot che, grazie alla sua caratteristica forma a “D”, punta ad adattarsi a tutti gli angoli della casa. Si chiama Folletto VR100 e si distingue da tutta la mandria di robot impertinenti nati sotto il segno del Roomba per un sistema di navigazione che promette di mappare in continuo gli ambienti di casa suddividendoli in quadrati 4x4 metri. Prezzo 649 euro.

Folletto-VR100




4. SAMSUNG NAVIBOT S
Da fuori è senza dubbio il modelli più avveniristico fra quelli del lotto: merito di un display Led touch che sembra tirato fuori da un film di fantascienza e di tutta una serie di diavolerie tecniche che fanno la felicità degli utenti più hi-tech. Samsung Navibot S può contare su un sistema di mappatura degli ambienti (Visionary Mapping Plus) che sfrutta un obiettivo e due microprocessori integrati per catturare fino a 30 immagini al secondo. Ma la vera peculiarità del robot sta nella sua capacità di auto-svuotarsi grazie a una stazione di ricarica aspirante che può contenere fino a 2 litri di polvere. Quando è pieno, in pratica, Navibot S viene richiamato alla base e qui viene svuotato automaticamente grazie a un sistema di aspirazione integrato (per poi riprendere le operazioni dal punto in cui si era interrotto). L’autonomia è di circa 90 minuti. Prezzo: 749 euro.

Samsung-NaviBoat-S




5. iROBOT BRAAVA 380
Se Roomba è l’aspirapolvere robot per antonomasia, Braava rappresenta l’alternativa che mancava, sia sul piano economico che su quello funzionale. Il marchio è lo stesso (iRobot) ma cambia il concetto di pulizia: Braava non è infatti un vero e proprio aspirapolvere ma un “cattura-polvere” che funziona grazie a un sistema che utilizza i panni riutilizzabili in dotazione o, in alternativa, anche i classici panni usa e getta (tipo Swiffer). Ciò consente al robot di comportarsi anche da lavapavimenti: nella versione 380, infatti, Braava può essere dotato di una vaschetta porta-detergente in grado di inumidire il panno in microfibra. Prezzo 319 euro.

iRobot-Braava-380




6. NEATO BOTVAC 85
In Italia non è ancora arrivato, ma negli Stati Uniti si è già messo in mostra per alcune qualità che lo differenziano dal Roomba e da tutti i suoi fratelli. Una su tutti: la presenza di una serie di sensori laser che effettuano la scansione completa dell’area da pulire. Apprezzabile anche la scelta di utilizzare come confini virtuali alcune strip magnetiche al posto dei classici “muri virtuali” a batteria . Da rivedere, invece, design (la forma del robot ricorda uno dei fantasmi della serie di videogame Pac-Man) e la meccanica: rispetto ai modelli più affermati sul mercato il BotVac di Neato lamenta una certa difficoltà a superare gli ostacoli più impegnativi. Prezzo: 600 dollari.

Neato-BotVac




7. HOOVER ROBOCOM 2
La seconda generazione di aspirapolvere robot di Hoover fa della potenza di aspirazione e dell’autonomia (fino a 2 ore) il suo punto di forza. Il sistema RoboCom può operare sia in manuale (attraverso un telecomando in dotazione) sia attraverso una sere di programmi predefiniti, ma è possibile anche utilizzare una modalità intelligente (AAi) che sfrutta un calcolo algoritmo che seleziona e alterna automaticamente fino a 4 differenti programmi di pulizia. Prezzi: 299 euro per il modello RBC003, 329 euro per RBC006 e 399 euro per il top di gamma (RBC009).

Hoover-Robocom



8. PHILIPS HOMERUN
Desing gradevole e attenzione per i particolari sono le caratteristiche più evidenti di questo aspirapolvere-robot che, dal punto di vista tecnico, può contare su un sistema a tre “occhi” composto da una videocamera integrata, sensori e software. Da sottolineare la potenza di aspirazione (65 Watt) e la presenza di una presa Usb grazie alla quale è possibile aggiornare il software del robot e in particolare i programmi di pulizia. Prezzo: 599 euro.
Philips HomeRun




9. ARIETE BRICIOLA
Nel settore degli elettrodomestici il marchio Ariete si è sempre distinto per la capacità di combinare prestazioni, prezzo, consumi energetici e design. Non fa eccezione Briciola, il primo aspirapolvere-robot della casa, in vendita da qualche mese al prezzo di 200 euro. Si tratta di un disco dalle dimensioni piuttosto contenute capace di orientarsi grazie alla presenza di una serie di sensori anticaduta. Il robot è stato programmato per lavorare secondo sei differenti programmi di pulizia.

Ariete-Briciola


10. VILEDA CLEANING ROBOT 
Poteva uno specialista delle pulizie come Vileda rimanere indifferente al fascino degli aspirapolvere-robot? No, non poteva. Ecco quindi Cleaning Spot, che non è solo il primo vero robot della casa del Gruppo Freudenberg ma anche una delle soluzioni più economiche del mercato (119 euro il prezzo consigliato). Dal punto di vista tecnico, dispone di un sistema aspirante a spazzole rotanti ed angolari e su un sensore di vuoto che facilita l’orientamento nei punti più difficili, ad esempio in presenza di scalini. Purtroppo non è programmabile.
Vileda-Cleaning

Eurovision Song Contest 2014: il successo di Conchita Wurst (prima classificata)

Conchita Wurst, bisogna sapere chi è?

9 mag 2014

Conchita Wurst è una cantante austriaca di 25 anni: in questi giorni sta rappresentando il suo paese all’Eurovision Song Contest, o Eurofestival, l’annuale gara di canzoni per i paesi membri dell’Unione Europea di Radiodiffusione, un’organizzazione che raccoglie alcune delle principali emittenti nazionali d’Europa (aggiornamento: Conchita Wurst ha vinto la gara). 
Wurst è in gara con la canzone “Rise like a phoenix”. 
Il motivo per cui in questi giorni si parla molto di lei è il suo aspetto fisico: ha la barba

Denmark Eurovison Song Contest

Conchita Wurst è il nome d’arte di Thomas “Tom” Neuwirth. Neuwirth è un uomo – non è transessuale, dice di non voler diventare una donna, si definisce gender-neutral – ma preferisce per sé i pronomi femminili, e sembra alimentare volutamente una certa confusione e incertezza riguardo la sua identità di genere. Sul suo sito spiega come mai abbia deciso di creare il personaggio di Conchita Wurst, che definisce «semplicemente una cantante in un abito formidabile, capelli perfetti e una bella barba».


A causa delle discriminazioni che subiva quando era adolescente, Tom ha creato Conchita, la donna con la barba. È stata una dichiarazione di tolleranza e comprensione: non voglio parlare delle apparenze ma dell’essere umano. Tutti dovrebbero potere vivere la loro vita come la vogliono fin tanto che nessun altro viene ferito o limitato nella sua vita.

In un’intervista al Wall Street Journal – che è anche il video più visto negli ultimi giorni sul sito del giornale – Conchita ha spiegato il significato del suo nome d’arte. 
In Germania e Austria «la parola “wurst” viene usata per dire “non me ne importa niente”, “non è importante”. E questo è quello che voglio comunicare: non importa da dove vieni o quale sia il tuo aspetto». 
Il primo nome, invece, le è stato suggerito da un’amica cubana alla quale aveva chiesto il tipico nome della ragazza sexy con cui tutti vorrebbero uscire: Conchita. Il suo nome, spiega Conchita nel video, ha anche un secondo significato al quale non aveva inizialmente pensato: la parola “Wurst” viene usata anche per indicare il pene, la parola “Conchita” viene usata anche per indicare la vagina.
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La partecipazione di Conchita Wurst all’Eurofestival ha generato alcune proteste di tipo sessista. Il parlamentare russo Vitaly Milonov, uno dei politici che avevano più sostenuto la nuova contestata legge russa contro l’omosessualità, ha scritto una lettera al comitato nazionale che si occupa della partecipazione della Russia all’Eurofestival per chiedere di ritirare la loro partecipazione. In una recente intervista ha detto che «una pervertita come Wurst insulterebbe milioni di russi» se dovesse partecipare all’Eurofestival, che ha definito «una parata gay europea».
Lo scorso ottobre, quando l’Austria aveva scelto Conchita Wurst per l’Eurofestival, il comitato della Bielorussia aveva chiesto che le dirette del festival venissero montate in modo tale da non “costringere” i telespettatori ad assistere all’esibizione di Conchita Wurst. Lei si è comunque detta determinata a restare in gara per il concorso: questo è il video della canzone con cui è in gara.

Eurovision Song Contest 2014: l'insuccesso di Emma Marrone (21esima classificata)





Perché Emma è stata sconfitta all'Eurovision 2014?

Alcune considerazioni a caldo sulla partecipazione della cantante salentina al grande evento di Copenhagen per capire cosa ha funzionato e cosa invece no

di Alessandro Alicandri, 12 mag 2014

Emma Marrone all'Eurovision 2014: diamo i numeri!

"Quest'anno Emma parte alla conquista dell'Europa". 

Con queste parole lo spot Rai annunciava la partecipazione dell'artista all'Eurovision Song Contest 2014 di Copenaghen che si è concluso il 10 maggio con un 21esimo posto che ha fatto storcere il naso a molti.

"Il peggior risultato di sempre", hanno scritto. Oggi quella sconfitta (che c'è e non va negata) è nelle mani di Emma, una cantante bersagliata dalla critica e sbeffeggiata volentieri da chi non la ama. 
Dovrebbe vincere il premio "Sono un bersaglio umano", ma non bisogna nemmeno nascondersi dietro un dito. Non ci sono solo gli invidiosi e i maligni, ma anche chi la pensa diversamente e potrebbe non avere torto.

Per questo abbiamo deciso di analizzare qual è il motivo per cui Emma Marrone non è arrivata in Top 10, come di solito accade quasi di diritto ai cantanti italiani che partecipano all'Eurovision. 
Dalle sconfitte c'è molto più da imparare rispetto alle vittorie. Sono quelle le esperienze in cui non bisogna mistificare, bisogna accettare le cose come stanno per poi tornare in gioco ancora più forti di prima.

Ci siamo fatti aiutare da un patrimonio enorme nato con questa gara, la cui ultima edizione ha ricevuto moltissima attenzione da parte della stampa: l'opinione del pubblico straniero nei confronti di Emma sul web e sui social network. Ci siamo presi alcune ore per leggere tutti i commenti. Su una cosa c'è comune accordo: "La mia città" era assolutamente una traccia perfetta per la gara.

È piaciuta, è piaciuta moltissimo, abbiamo visto poche perplessità di fronte al pezzo: energico, rock, con un sound europeo e vicino a quegli Anni 90 che in qualche modo l'Eurovision celebra con i suoi artisti. Unico neo, ha un testo che offre pochi "ami" per un pubblico che non conosce l'italiano.

Per alcuni critici musicali vicini all'Eurovision, l'utilizzo di parole come "treno", "egocentrismo", "parcheggiare" non ha restituito il senso di musicalità come di solito la nostra lingua parlata e cantata è in grado di fare. Poi c'è chi pensa che il rappresentante italiano avrebbe dovuto portare un brano in inglese, ma questo è un discorso più lungo e complesso. La decisione di inserire solo un triplo "I Want You" ha perso molto significato perché l'inserto era solo sul finale. 

Secondo la maggior parte dei commentatori, il problema è stato la performance. Vi scrive una di quelle persone che di esibizioni dal vivo di Emma ne ha viste davvero tante. È stata la volta in cui forse l'ho sentita cantare peggio. E questa mia sensazione sul brano era condivisa da molti commentatori sul campo.

Era molto stanca, provata dalla gara e la sua performance finale non è stata degna del suo nome. Tra l'altro chi la segue la conosce come una ragazza che non ha una voce fragile; lei stessa in più occasioni si è definita "muscolosa" e "resistente alle pressioni". Forse questa pressione è stata più grande di lei. I suoi occhi spaventati dicevano esattamente questo.
Ma parliamo del look e dell'atmosfera che la circondava. Di certo non è questo il luogo dove discutere su come era vestita, ma i codici comunicativi che trasparivano dalla performance erano chiari: dinamismo e sensualità. "Ho portato sul palco quello che sono, riassunto in tre minuti", ha raccontato in molte interviste. Eppure Emma rispecchia un modello di femminilità che non è quello di Jennifer Lopez o, per fare un esempio europeo, Alexandra Stan.
Emma non nasce come artista che piace agli uomini per motivi estetici, ma come donna che piace alle donne e che con esse ha un viscerale meccanismo di identificazione. Non è la prima volta che la vediamo in minigonna, ma è certo che il suo dna rock e il suo essere caratterialmente sportiva, ha reso (per esempio nel suo ultimo tour) molto più sensuale il suo esordio in "tutina aderente" e anfibi, piuttosto che con un abito prezioso e sexy.

Non ci sembrava totalmente a suo agio sul palco danese, anche perché la sua natura provocatrice non è gratuita come quella di Miley Cyrus, ma si esprime attraverso le parole e l'atteggiamento ruvido sul palco. L'organizzazione dello show ha reso tutta la parte "visiva" troppo poco naturale. Emma, chi la conosce bene lo sa, è sinonimo di spontaneità e quei tacchi, l'abito, i movimenti non le erano del tutto affini.

Al di là delle ragioni che possono essere più o meno soggettive, è abbastanza evidente che l'esibizione ha penalizzato il brano e le condizioni di salute di Emma hanno affievolito gli entusiasmi negli addetti ai lavori e in gran parte del pubblico. Se si vuole osare, bisogna divertirsi. Ed Emma non sembrava affatto divertita. Un peccato, perché alle prove, la sensazione era abbastanza diversa.

Anche nella conferenza stampa che ha anticipato la finale, nei pochi minuti a disposizione, Emma ha ribadito la sua stanchezza, mostrando il fianco ai critici. La pressione della stampa sugli artisti che arrivano in finale è uguale per tutti ma c'è chi si fa schiacciare e chi riesce a dominarla. Tutto il contorno ha probabilmente avuto conseguenze sulla performance, che ha portato solo 31 punti a suo favore, quasi 7 volte in meno rispetto alla vincitrice. E poi c'è l'inglese.

In queste ore molti stanno usando parole, video e immagini ironiche, virali e molto dure verso la sua conoscenza della lingua straniera. D'altronde anche Marco Mengoni nel 2013 non era un asso dell'inglese, anche se ha preso con molta più serenità la sua "mancanza", mentre Raphael Gualazzi aveva ottime capacità di comprensione e ha risposto seppur a modo suo alle domande dei giornalisti. Nina Zilli in questo senso era davvero più che pronta, presentandosi in sala stampa molto preparata e coinvolgente.
Non c'è scritto da nessuna parte che bisogna conoscere perfettamente la lingua per vincere, visto che è sul palco che si misura la bravura di un artista. Ma quando la stampa di mezza Europa ha gli occhi puntati su di te, non farsi trovare impreparati è fondamentale e essere brillanti ti pone in una condizione di forte vantaggio. Conchita Wurst, austriaca con un ottimo inglese, ne è stata la dimostrazione più evidente.

Attendiamo le sue prossime mosse, a partire dal suo "Schiena Limited Edition Tour" di luglio, per ritrovarla in forma, con l'entusiamo e il sorriso che non l'hanno mai abbandonata nemmeno nei momenti più bui. Come dicevano il 99 per cento delle persone che scrivevano sotto i video che la riguardavano all'Eurovision (detrattori e nuovi fan europei, perché noi italiani dobbiamo sempre dividere e mai unire): "Good Luck, Emma". 

Una nuova teoria sulla causa dello sbadiglio



di Federico Mereta, 12 mag 2014

Ricordate le vecchie auto che nelle più calde giornate estive iniziavano a "fumare" per l'eccessiva temperatura dell'acqua? Qualcosa di simile capiterebbe anche al cervello umano. Solo che per la fonte del nostro pensiero la contromisura non è l'aggiunta di liquido refrigerante, quanto piuttosto una salva interminabile di sbadigli.

A lanciare questa originale teoria sull'origine dello sbadiglio e sulla sua provata contagiosità è una ricerca condotta all'Università di Vienna, dagli scienziati guidati da Jorg Massen, apparsa su Physiology & Behavior. Secondo gli studiosi, sbadigliando non si fa altro che "refrigerare" il cervello che ha raggiunto una temperatura troppo elevata attraverso l'immissione di ossigeno che avviene proprio attraverso questa respirazione forzata.

Ovviamente, la temperatura ambientale sarebbe una sorta di "misuratore" per il rischio di sbadigli irrefrenabili: in estate, soprattutto dalle nostre parti, si genera un clima ideale per questo atto. Attenzione però: il troppo caldo diverrebbe una sorta di controllo autonomo, con una riduzione del numero di sbadigli quando la temperatura esterna raggiunge o supera quella del corpo umano.

Per spiegare l'originalissima ipotesi di lavoro, gli scienziati austriaci hanno seguito una popolazione viennese, confrontando poi i risultati con quelli di un test simile condotto dall'altra parte dell'Oceano, in Arizona. Alle persone che camminavano tranquillamente per la strada è stato proposto di osservare foto di persone che sbadigliavano, contando sull'innegabile effetto contagio, sia in estate che in inverno. Studiando le risposte dei partecipanti all'indagine, i ricercatori hanno visto che gli sbadigli a Vienna erano più frequenti in estate rispetto all'inverno.

Mentre in Arizona accadeva l'esatto contrario. A quel punto si è addirittura arrivati a definire la temperatura esterna maggiormente a rischio: più o meno intorno ai 21 gradi, resistere allo sbadiglio contagioso è quasi impossibile. 
La necessità di "raffreddare" il cervello appare molto più limitata quando invece si arriva oltre i 36 gradi, quindi in linea con la temperatura corporea, o quando la temperatura nella capitale austriaca si avvicinava allo zero. Il motivo? 
Secondo gli studiosi questa apparente incongruenza si spiegherebbe con l'elevata temperatura corporea da un lato e con la mancanza di una "correzione" al microclima interno del cranio in presenza di temperature particolarmente rigide. 

La teoria "made in Austria" è sicuramente affascinante, ma ci vorranno ancora ulteriori studi per provarne la veridicità scientifica. Certo è che per ora non esistono prove certe che dimostrino con test sull'ossigenazione del sangue il modo in cui sbadigliando si accresce la disponibilità del prezioso nutrimento che viaggia all'interno dei globuli rossi.


Probabilmente, però, "raffreddando" il cervello si migliorano le prestazioni cognitive: in questo senso, l'invincibile tentazione di sbadigliare di fronte a chi apre la bocca allo stesso scopo potrebbe essere un meccanismo per aumentare il livello di attenzione delle persone che vivono assieme. 
Una sorta di allarme naturale che, con l'evoluzione, avrebbe perso molta della sua utilità lasciandoci solo una tremenda sensazione si stanchezza e assopimento quando il cervello è surriscaldato! 

Il "selfie" perfetto

Come fare un selfie perfetto? La popolarità svelata da un algoritmo

di , 13 mag 2014

     Selfie: A selfie is a picture that includes the person taking the picture; 
                   i.e. a photo of a person taken by that person


Dalla notte degli oscar e da quel selfie retwittato da più di 2 milioni di persone ne è passato di tempo. Da quel momento il fenomeno dell’autoscatto ha subito una forte crescita.

Non tutti i selfie riscuotono il successo sperato e a volte i like sono davvero pochi. Come si può fare un selfie perfetto? Qual è il segreto della popolarità? Aditya Khosla, dottorando di ricerca al MIT Computer Science and Artificial Intelligence Lab di Cambridge, ha sviluppato un algoritmo che ci aiuta a scoprirlo.

Secondo Khosla ci sono molti segnali all’interno dell’immagine che possono prevedere la sua popolarità. Ha analizzato 2,3 milioni di foto caricate su Flickr e ha sviluppato un software che analizza il colore, la trama, il gradiente e numerosi altri fattori. Ovviamente sarà più facile conquistare la popolarità nel giusto contesto, ovvero un social network dove si hanno numerosi amici.

Grazie a questo software che analizza gli oggetti presenti nelle foto, Khosla ha evidenziato che le foto di maggiore successo sono quelle con reggiseni, minigonne e bikini ma anche profumi, tazze.

Inoltre i colori come rosso, giallo e rosa attirano maggiormente l’attenzione.

Attualmente il software di Khosla permette di prevedere il gradimento di una foto ma il dottorando spera per il futuro di poter modificare automaticamente un’immagine per incrementare la sua popolarità.

I film in uscita questa settimana, in attesa del Festival di Cannes



di Boris Sollazzo, 12 mag 2014

Ci si prepara per il Festival di Cannes e nel frattempo si dà un'occhiata alle sale cinematografiche che ora cominciano a proporre molti titoli, ma raramente interessanti. Forse perché maggio apre alla bassa stagione del grande schermo - con felici eccezioni: ricordiamo che uscirono in questo mese, qualche anno fa, Il Divo e Gomorra -, forse perché ci si affretta a proporre al pubblico opere più o meno deboli prima che arrivi l'estate, momento difficilissimo, in Italia, se non sei un blockbuster.

Di sicuro il migliore è Alabama Monroe, lungometraggio belga che ha conteso l'Oscar a Paolo Sorrentino quest'anno, storia d'amore e lutto di grande impatto. 
Solita lezione di regia di Atom Egoyan in Devil's Knot- Fino a prova contraria, che con un thriller ci regala anche un apologo morale-legale di alto livello. 
Gustoso e originale Marina, interessante ma poco riuscito The German Doctor dell'ottima cineasta argentina Lucia Puenzo, discontinuo e poco omogeneo Parker, un'occasione persa Lovelace
Ce ne sarebbero almeno un'altra decina da citare – ben 17 i film all'esordio questa settimana -, ma abbiamo deciso di fare una selezione.

Partiamo, dunque, con Alabama Monroe-Una storia d'amore
Difficile resistere alla potenza semplice e disarmante di un'opera che pone i sentimenti davanti allo spettatore in tutta la loro dirompente fragilità: da quell'amore tra una attuatrice e un suonatore di banjo, outsider di un Belgio ben più conformista di loro, qualcosa di apparentemente sbagliato ma inevitabile e irresistibile, a un lutto inaccettabile. Di quelli che lacerano chiunque, figuriamoci una coppia. Felix Van Groeningen ci fa entrare nella vita e nelle emozioni di Elise e Didier in modo che non possiamo lasciarli più, sa muovere la macchina e l'empatia come pochi altri, fuori dalla retorica e dalle scorciatoie narrative ed emotive. Ad aiutarlo, va detto, c'è un'attrice con i fiocchi, Veerle Baetens, che porta sulle spalle il peso di un lungometraggio che ti disorienta e coinvolge, per la sua capacità di raccontarti una coppia meravigliosamente imperfetta, la sua gioia nello stare insieme e il dolore per qualcosa che ti viene strappato via ingiustamente.

Non stupisce Atom Egoyan in Devil's Knot- Fino a prova contraria
Che sia un cineasta di grande spessore, soprattutto in quell'occhio e in quei movimenti di macchina che risultano semplici solo grazie alla sua perizia, lo sapevamo da tempo, così come della sua attitudine al noir. Spesso, però, il suo talento visivo gli faceva trascurare (troppo) l'aspetto del racconto in senso stretto. Qui non accade: in sceneggiatura rende esemplare e persino fluida una vicenda complessa, non perdendo il suo tocco. Si concede, poi, come spesso gli accade, anche un messaggio morale, visto che un ottimo Colin Firth qui è un avvocato che cerca la verità su un delitto insopportabile, contro l'infanzia, battendosi, gratuitamente, per difendere tre ragazzi dalla pena di morte.


Va promosso anche Marina, una "favola" classica su un protagonista originale, il fisarmonicista Rocco Granata. Storia di emigrazione, in Belgio, e di integrazione, perché la musica è un linguaggio universale, come l'amore. Rocco ci fa diventare persino patriottici quando, in barba al padre e a un paese ostile, segue il suo sogno e cerca di conquistare tutti, a partire dalla sua Marina, una fiamminga che va matta per l'Italia e la musica melodica. La storia è vera, il melodramma è di quelli strappalacrime, Luigi Lo Cascio è in una veste inconsueta, sopra le righe, e Donatella Finocchiaro, malinconica e profonda, invece, fa da contrappeso alla sua esuberanza. La prova del regista Stijn Coninx sembra uscita da un cinema di quarant'anni fa, e forse più. Ma è proprio questo il suo grande fascino, la capacità di trascinarti con leggerezza ed emozioni semplici proprio come faceva la "hit" a cui il film ruba il titolo. 

Poco riuscito, invece, The German Doctor
Eppure il tema era interessante – il nazismo che si nasconde in Sud America, con tutte le ambiguità di un "demonio" fuori dal suo inferno - e la regista è tra i più brillanti talenti della sua generazione. Lucia Puenzo, per chi lo ricorda, è colei che ha diretto il bellissimo XXY, che passò per Cannes e arrivò vicino agli Oscar. Qui si produce in una performance altalenante: raccontare Mengele e soci, senza disegnare il mostro, rischia sempre di essere un'impresa impossibile. E così se alcune intuizioni fanno centro, il complesso del film non decolla mai, troppo intimorito da ciò che racconta e troppo poco incisivo nei momenti cruciali.

Chiudiamo con due opere che potevano essere decisamente migliori. Parliamo di Parker, che doveva mixare lo stile dei romanzi di Westlake a quello del proprio protagonista, Jason Statham. 
Per chi conosce entrambi, sa che ne sarebbe uscito un film di genere delizioso. Peccato, però, che si prenda il peggio di entrambi e quindi si intraveda solo l'intenzione di ciò che doveva essere. Detto questo, l'ambiziosa storia di vendetta e l'abilità di incassatore di Parker, insieme a una Jennifer Lopez di nuovo brava (che sorpresa), ci regalano qualche scena riuscita. 

Al contrario di Lovelace, dove l'unico momento davvero bello, è il finale. Là si capisce cosa il film doveva e poteva essere. Prima, invece, è indeciso se essere la parodia di un porno molto soft o il melodramma d'amore di un'attrice fallita. Linda, diva del porno per il cult Gola profonda, simbolo di una rivoluzione culturale e pruriginosa prima e femminista poi – pur essendo rimasto nel mondo della celluloide per soli 17 giorni - meritava di meglio. 

Inquinamento dello spazio: una soluzione?

Detriti spaziali arriva il braccio spazzino

Di Marco D., 13 mag 2014

La maggior parte dei rifiuti in orbita attorno al nostro pianeta sono prodotti dall’uomo, sono detriti di satelliti ormai morti che continuano a girare attorno alla Terra.

Per questo dall’Università di Losanna è arrivato un progetto molto interessante per ripulire il nostro spazio, un progetto nato in collaborazione con L’agenzia spaziale europea.

Si tratta in realtà di un braccio robotico che riesce a recuperare al volo i detriti che ruotano intorno al pianeta, il braccio robotico oltre ad essere molto forte è anche molto rapido e in grado di avvicinare un detrito spaziale e recuperare l’oggetto in cinque centesimi di secondo.

Un riflesso enormemente pronto sviluppato appositamente per cogliere al volo qualsiasi tipo di residuo nello spazio, sono stati effettuati alcuni test e il braccio robotico ha risposto alla grande riuscendo ad intercettare, attraverso apposite telecamere, tutti gli oggetti lanciati verso di esso.

Potrebbe arrivare dunque il primo spazzino spaziale.