domenica 25 ottobre 2015

Corruzione e Cultura Digitale

La corruzione? Si combatte con la cultura digitale. Ecco perché

di LUCA ATTIAS - Direttore Generale Sistemi Informativi Corte dei conti


La corruzione, l'inefficienza, la cultura della raccomandazione possono essere combattute anche con l'informatica ma la digitalizzazione è ostacolata proprio da questi 3 fattori. 

È una situazione di stallo ("deadlock" come dicono gli anglosassoni) non è dettata solo dal buon senso ma anche dall'indicatore della correlazione tra il Digital Economy and Society Index (DESI, fonte UE) e la classifica dei Paesi meno corrotti (fonte Transparency International), che risulta essere superiore a 0,9, un valore che fa pensare che i due ranking siano quasi lo stesso ranking. 

Pur non potendo parlare di causalità o di uno studio scientifico, tutto ciò ci porta senza ombra di dubbio ad affermare che se riuscissimo a recuperare posizioni nel DESI (Indice digitale, economico e sociale all'interno dell'UE) sviluppando una corretta politica del digitale in Italia, certamente la corruzione nel nostro Paese subirebbe un significativo ridimensionamento.

La politica deve quindi comprendere che oggi come oggi la civiltà di un Paese si misura anche dal grado di digitalizzazione raggiunto e che nell'attuazione del digitale (e non nella produzione normativa) si trovano le leve per produrre un vero cambiamento. Forse proprio così scopriremo che, come diceva Nelson Mandela, "Sembra sempre impossibile, finché non viene fatto".








giovedì 22 ottobre 2015

La "correlazione spuria" 2: statistiche e strumentalizzazioni...

Da Linkiesta.it


Davvero credi di dimostrarmi qualcosa con un grafico?

Statistiche e strumentalizzazioni

La "correlazione spuria": un problema statistico...


È la correlazione spuria: due fenomeni del tutto slegati che presentano le stesse caratteristiche
27 gen 2015



Ogni volta che il giocatore dell’Arsenal Aaron Ramsey segna, qualcuno di famoso nel mondo muore. 
Il primo maggio 2011 segnò un gol memorabile contro il Manchester, e morì Bin Laden. 
Poi , il 2 ottobre 2011, risegnò, contro il Tottenham. E toccò a Steve Jobs morire. 
Il 19 ottobre, in Champions, andò in rete contro il Marseille. E Gheddafi fu ucciso. 
Nel 2012 fece un gol spettacolare contro il Sunderland e morì Whitney Houston.
Che magia è? Cosa lega le prodezze di Ramsey alle morti di questi personaggi? 
Nulla, proprio nulla. 

È un esempio lampante di correlazione spuria, cioè un classico errore in cui possono cadere le analisi statistiche. Avviene quando due serie storiche che registano due fenomeni diversi presentano caratteristiche identiche. Il problema è che i fenomeni, come nel caso dei gol di Ramsey e le morti dei personaggi famosi, non hanno nessuna correlazione. Di sicuro, non quella di causa-effetto.

Fu descritta per la prima volta da George Udny Yule nel 1926. Aveva notato in un suo studio una correlazione positiva tra tasso di matrimoni religiosi e tasso di mortalità. Se si fosse seguito il principio della correlazione la conclusione da trarre era che un numero maggiore di matrimoni religiosi avrebbe comportato una vita più breve. O anche, si può notare come il numero di matrimoni sia correlato con la presenza di rondini nel cielo. I due fenomeni non sono legati da causa ed effetto, ma dal fatto che avvengono nelle stesse stagioni: la primavera e l’inizio dell’autunno.

Questo sito gioca proprio sulle correlazioni spurie. Mette insieme, in modo voluto e provocatorio, fenomeni del tutto slegati ma con serie storiche simili. Si scopre che la spesa Usa nella tecnologia spaziale segue lo stesso trend dei suicidi avvenuti per strangolamento e impiccagione:




Oppure che il numero di persone che muoiono affogate in piscina segue le traiettorie dei film in cui compare Nicholas Cage (forse hanno voluto provare le sue acrobazie nel giardino di casa?)




Sono solo alcune, ma sono molto divertenti.

mercoledì 21 ottobre 2015

L'intelligenza artificiale per tutti è in arrivo...



Il nuovo terreno di conquista dell'intelligenza artificiale è il mondo giornalistico. La compagnia Automated Insights lancia Wordsmith Beta, il software che autogenera articoli. È la fine dei cronisti? Vediamo

di Martina Nasso, 20 ott 2015


L'uomo rischia di essere sostituito da una macchina? 
Fino ad oggi, questo timore è stato relegato a film e romanzi di fantascienza. 
Isaac Asimov nel suo capolavoro Io, Robot  previde che gi automi si sarebbero occupati non solo di compiti legati alla produzione industriale, come ormai accade già da tempo, ma anche di affiancare gli uomini nella loro vita familiare, sociale e anche politica. Da allora l'intelligenza artificiale ha fatto molti passi avanti: recentemente Paul Allen, il co-fondatore di Microsoft insieme a Bill Gates ha investito un'ingente somma di denaro per creare il robot-cervello perfetto, in grado di passare persino l'esame di maturità. Ora, la nuova frontiera robotica, investe anche il mondo giornalistico, portandosi dietro conseguenze che spaventano molti cronisti.

La compagnia Automated Insights ha lanciato Wordsmith Beta, una versione aperta al pubblico del software che genera automaticamente contenuti scritti, e personalizzabili, a partire dai dati. La tecnologia non è una novità, infatti, è utilizzata da tempo da testate giornalistiche come Associated Press (dalla metà del 2014) e da Yahoo! per autogenerare Report finanziari e articoli di sport, ma le applicazioni di questa nuova tecnologia sono potenzialmente infinite. Attraverso l'analisi dei dati, che devono essere caricati dall'utente sul sito, il software sviluppa un resoconto dettagliato o un articolo completo. In un secondo momento si possono personalizzare i contenuti, in modo da rendere unico il testo. È sufficiente richiedere l'accesso alla piattaforma per sperimentarne l'autogenerazione. Per ora si tratta solo di un test: la versione definitiva del sito, infatti, verrà lanciata a gennaio e sarà completamente libera (senza richiesta di accesso).



Per comprendere il successo del software è sufficiente fare l'esempio di come è stato utilizzato da Associated Press. Wordsmith ha generato per l'agenzia americana più di 3000 report finanziari in un solo trimestre. Negli ultimi due anni, Wordsmith ha prodotto più contenuti di qualsiasi altra azienda al mondo: solo lo scorso anno ha creato oltre un miliardo di pezzi con una squadra di meno di 50 dipendenti. 

Secondo uno studio di Christer Clerwall (Pdf), che ha sottoposto ad alcune persone sia articoli scritti da robot che da giornalisti in carne e ossa, "non c’è significativa differenza tra un contenuto prodotto da un software e uno scritto da un umano”. Le critiche mosse allo studio, però, sono quelle di aver selezionato un numero di notizie e un campione d'intervistati troppo ristretto per essere davvero significativo. 

È la fine del lavoro giornalistico? No, perchè, a differenza di chi scrive, il robot non pensa, o perlomeno, non lo fa "fuori dagli schemi". Per produrre contenuti di qualità il software richiede un alto grado di personalizzazione che non può prescindere dall'apporto umano. Per questo motivo è considerato più adatto a essere utilizzato per report finanziari, sul traffico, sul meteo e in generale per lavori di Data journalism. Di certo non è valido per la redazione di articoli di fantasia. La tecnologia, infatti, si basa su numeri, tempi e dati e non può sostituire la parte creativa del lavoro giornalistico. 
 


martedì 20 ottobre 2015

"Ci sono così tanti dati là fuori che aspettano di essere analizzati"...


Un algoritmo può prevedere il comportamento di una persona meglio di un essere umano


Si potrebbe pensare, o almeno sperare, che gli esseri umani siano capaci di capire i propri simili meglio di quanto farebbero delle macchine. Ma uno studio del Massachusetts institute of technology (Mit) suggerisce che un algoritmo è in grado di prevedere il comportamento di una persona più velocemente e in modo più affidabile degli esseri umani.
Max Kanter, uno studente iscritto al master in informatica all’Mit, e il suo tutor, Kalyan Veeramachaneni, ricercatore presso il laboratorio di informatica e intelligenza artificiale dell’Mit, hanno creato la Data science machine per cercare dei modelli e capire quali siano le variabili più significative.
Il loro articolo sui risultati del progetto sarà presentato alla Conferenza sulla scienza e l’analisi avanzata dei dati dell’Ieee (Istituto degli ingegneri elettrici ed elettronici) a Parigi questa settimana.
È un fatto abbastanza comune che le macchine analizzino dei dati, ma di solito spetta all’essere umano scegliere quali sono quelli utili per l’analisi. In tre gare scientifiche in cui partecipavano delle squadre di esseri umani, la macchina ha fatto previsioni più precise di 615 di questi 906 team umani. E mentre gli esseri umani hanno lavorato per mesi ai loro algoritmi di previsione, alla macchina sono bastate dalle due alle dodici ore per riuscirci.
Per esempio, in una delle gare hanno chiesto alle squadre di prevedere se uno studente si sarebbe ritirato nei dieci giorni successivi, basandosi sulle interazioni dello studente con le risorse di un corso online, e i fattori da tenere in considerazione erano molti.
Le squadre avrebbero potuto osservare a che punto del corso gli studenti consegnano i loro esercizi o se abbiano trascorso del tempo a rivedere gli appunti delle lezioni. Invece, secondo Mit News, gli indicatori più rilevanti erano due: con quanto anticipo, rispetto alla data di consegna, lo studente ha cominciato a lavorare agli esercizi, e il tempo che ha trascorso sul sito web del corso.
Queste statistiche non sono state direttamente raccolte dalla piattaforma di apprendimento online dell’Mit, ma è stato possibile desumerle dai dati disponibili.
In questa sfida la Data science machine si è comportata egregiamente, e lo stesso è successo nelle altre due gare. In una i partecipanti dovevano prevedere se un progetto finanziato con il crowdfunding sarebbe stato considerato “appassionante”. Nell’altra, infine, se un acquirente sarebbe diventato un cliente abituale.
Kanter ha dichiarato a Mit News che esistono molti usi possibili per la sua Data science machine. 
“Ci sono così tanti dati là fuori che aspettano di essere analizzati”, ha affermato. “Mentre adesso se ne stanno lì fermi a non fare niente”.
(Traduzione di Federico Ferrone)

lunedì 19 ottobre 2015

L'olio di palma è dannoso?

Da Linkiesta

«Nessun complottismo, l’olio di palma è dannoso per l’ambiente»


Il deputato Cinque Stelle Mirko Busto si occupa di sostenibilità alimentare: «Abbiamo chiesto di escludere i prodotti che contengono questo ingrediente da tutte le scuole»

di Marco Sarti, 16 ott 2015
«Qui non si tratta di demonizzare l’olio di palma. Dobbiamo solo capire se vogliamo tutelare l’interesse di tutti o solo di poche aziende». 

Mirko Busto è un deputato del Movimento Cinque Stelle. Esponente della commissione Ambiente di Montecitorio e vicepresidente del gruppo interparlamentare sui cambiamenti climatici, ha legato il suo impegno parlamentare al tema dell’educazione e della sostenibilità alimentare. Un argomento di cui si occupava anche prima di entrare in politica. 

«Sono laureato in ingegneria ambientale - racconta - Ho lavorato con il gruppo di ricerca sull’analisi del Ciclo della Vita del Politecnico di Torino, poi ho conseguito un dottorato di ricerca all’Istituto per l’ambiente e la sostenibilità del Centro di ricerca europeo (JRS-IES) di Ispra. In particolare mi sono sempre occupato di valutare l’impatto ambientale dell’agricoltura».























Onorevole Busto, perché tanti dubbi sull’olio di palma?
Come Cinque Stelle abbiamo presentato una risoluzione alla Camera dei deputati per escludere dagli istituti scolastici e dai distributori automatici presenti nelle scuole tutti i prodotti che contengono questo elemento. È una questione di educazione alimentare, prima di tutto. Senza considerare che le ricadute di questo ingrediente, in termini di ambiente, economia e salute, sono a dir poco discutibili.

«Come Cinque Stelle abbiamo presentato una risoluzione alla Camera dei deputati per escludere dagli istituti scolastici e dai distributori automatici presenti nelle scuole tutti i prodotti che contengono olio di palma. È una questione di educazione alimentare, prima di tutto»

Partiamo dall’inizio. L’olio di palma è l’olio vegetale più consumato al mondo.
È vero, si usa in tutto il mondo. E allora? Questa considerazione è sufficiente per non interrogarci sulla provenienza e sull’impatto dei prodotti che usiamo?


Cambiamo punto di vista allora. Le aziende alimentari che usano olio di palma dicono che al momento non ci sono valide alternative.
Forse possiamo dire che per l’industria alimentare non ci sono valide alternative a pari convenienza economica. Secondo lei se si smettesse di usare l’olio di palma moriremmo tutti di fame? E prima dell'importazione massiva di questo prodotto straniero come si faceva? È vero, è un ingrediente largamente usato per confezionare snack e merendine. Ma forse gli italiani non hanno tutto questo bisogno di merendine. Magari a scuola si potrebbe mangiare più frutta. Parliamo tanto di made in Italy, e allora perché la nostra industria alimentare non promuove materie prime italiane? Grazie all’Unione Europea, oggi è obbligatorio specificare la presenza di olio di palma nelle etichette degli alimenti. In questo modo i cittadini possono informarsi ed eliminare i prodotti che non gradiscono. Non capisco perché dà tanto fastidio lasciare questa libertà di scelta al consumatore.


Le critiche a questo ingrediente si basano, spesso, sul timore di conseguenze negative per la salute. Eppure non esiste alcuna evidenza scientifica.
Esistono testi di letteratura scientifica che dicono il contrario. Nell’olio di palma si trova una concentrazione molto alta di olio palmitico, circa il 44 per cento, a cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) attribuisce effetti aterogeni. E cioè la capacità dei singoli cibi di promuovere la crescita delle placche aterosclerotiche all'interno delle arterie. Ma si parla anche di effetti ipercolesterolemizzanti che aumentano il rischio cardiovascolare. Premetto, io non sono un medico, non è il mio campo. Ma mi informo da fonti svincolate economicamente dalla materia che voglio approfondire, leggo.


«Secondo lei se si smettesse di usare l’olio di palma moriremmo tutti di fame? E prima dell'importazione massiva di questo prodotto straniero come si faceva? È vero, è un ingrediente largamente usato per confezionare snack e merendine. Ma forse gli italiani non hanno tutto questo bisogno di merendine. Magari a scuola si potrebbe mangiare più frutta»


In realtà sembra dimostrato che questo prodotto non fa più male del normale burro.
Certo, anche il burro ha effetti negativi. Il problema è la presenza pervasiva dell’olio di palma. È ovunque. Ormai è difficile persino quantificare quanto se ne assume. Secondo me, però, il problema principale dell’olio di palma non è legato alla salute, ma all’aspetto ambientale.


Cioè?
Parliamo di cambiamenti climatici. Tra poco più di un mese si terrà a Parigi la Cop 21, (la Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ndr) in cui si definiranno le riduzioni di gas serra per limitare l’aumento della temperatura globale. Da questo punto di vista le foreste tropicali giocano un ruolo fondamentale. Vede, se l’uomo fosse improvvisamente in grado di fermare l’abbattimento di alberi, le foreste tropicali potrebbero assorbire da sole il 25-35 per cento di tutte le emissioni di carbonio. Non a caso un quarto delle emissioni globali di carbonio sono dovute proprio alla deforestazione.


Che c’entra l’olio di palma?
Oggi l’80 per cento della deforestazione nel mondo è legata all’impatto del sistema agricolo. E solo in Malesia e Indonesia, i principali paesi di produzione, il 90 per cento delle coltivazioni sono riservate all’olio di palma. C’è una chiara correlazione. Non solo. In Malesia ed Indonesia esistono tipologie di foreste che ospitano una quantità di specie viventi, tra flora e fauna, che non esistono in nessun’altra parte del mondo. Distruggere quegli ecosistemi significa eliminare centinaia di specie per un ricavo fittizio in quanto limitato anche nel tempo. Eppure, chissà perché, della biodiversità non frega niente a nessuno. Ma in un’epoca che sarà caratterizzata da un incremento di almeno 4 gradi della temperatura globale, avere sistemi maggiormente biodiversi, e quindi più resilienti, farà la differenza tra sopravvivere o meno.


«Oggi l’80 per cento della deforestazione nel mondo è legata all’impatto del sistema agricolo. E solo in Malesia e Indonesia, i principali paesi di produzione, il 90 per cento delle coltivazioni sono riservate all’olio di palma. C’è una chiara correlazione»


Da qui a chiamare in causa le aziende dolciarie italiane ce ne passa...
Guardi, va benissimo tutelare gli interessi della nostra produzione dolciaria. Ma non quando distrugge l’ambiente. Anche per questo oggi presenterò un esposto al garante della pubblicità contro i messaggi dell’Aidepi (l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, ndr) recentemente pubblicati su alcuni giornali italiani. Veri e propri slogan pubblicitari, mascherati da informazioni scientifiche. Il mio esposto, pur avendo principalmente altri intenti, va anche al favore degli oli made in Italy.

Tra scienza e tecnologia: scenari futuri... Google Brain?

Da CorriereComunicazioni

Ma cosa c’entra Google-Alphabet con le psicopatologie?


di Marco Magrini, 17 ott 2015


Il gruppo californiano ha assunto un luminare per "affrontare la sfida delle malattie mentali". È la convergenza di scienza e tecnologia


Dopo 13 anni, Thomas Insel, direttore del National Institute of Mental Health americano, abbandona il servizio pubblico per passare all’industria privata. 
La notizia, di qualche settimana fa, sarebbe passata inosservata se Insel fosse andato a lavorare per qualche gigante farmaceutico, come Pfizer e Novartis, oppure per qualche astro della biotecnologia, come Amgen o Genzyme. 
Invece la notizia ha fatto rumore perché il neurologo, esperto di malattie mentali, è andato a lavorare per Google. Anzi, per Google Life Sciences, che è parte di  Alphabet, la nuova holding del gruppo di Mountain View.
Ma che c’entra Google con le psicopatologie? 
Una possibile risposta, l’ha data lo stesso Insel nella sua lettera di addio all’Institute of Mental Health: «La filosofia di Google è stata quella di affrontare problemi difficili con un impatto di dieci volte [rispetto al normale]. Io punto a colpire, dieci volte più intensamente, il problema della salute mentale». 
Così come Larry Page e Sergey Brin, hanno trasformato il web con il loro celebrato algoritmo, così la nuova Alphabet vuole trasformare il trasformabile. Cervello umano incluso.
La narrativa di «cambiare il mondo» è stata inaugurata molti anni fa da Steve Jobs, che attribuiva il pomposo obbiettivo già alle sue prime creature tecnologiche. Senonché, con la sequenza Mac-iPod-iPhone-iPad, c’è riuscito per davvero. Google, come dicevamo, ha bissato il successo. 
Al punto che quella narrativa è diventata parte della cultura internazionale dell’innovazione. La professano un po’ tutti, dalla cinese Xiaomi – l’astro nascente della telefonia cellulare – al business plan dell’ultima startup. Nel ventunesimo secolo però, il concetto – una volta epurato dalle esasperazioni (e dal marketing) – ha un senso. 
La contemporanea esplosione della tecnologia applicata alla scienza e della scienza applicata alla tecnologia, può oggettivamente moltiplicare le chance di impatti epocali sulla civiltà umana. 
Le frontiere della microelettronica, di big data, della genetica, della biologia sintetica, o delle neuroscienze a cui Google Life Sciences vuole dedicarsi, si stanno allargando e intrecciando così rapidamente che l’idea di moltiplicare per dieci l’impatto finale su prodotti e servizi non è poi così peregrina. Dopo Google News, i Google Glass e la futura Google Car, possiamo attenderci Google Brain?

sabato 3 ottobre 2015

Cross selling: il caso delle farmacie.

Da Pharmaretail.it


Cross selling, la tecnica per fidelizzare

15 ott 2013
Dal consumatore arriva la richiesta di esperienze di acquisto sempre più stimolanti e il cross selling è uno degli strumenti con cui la farmacia può soddisfare e fidelizzare la propria clientela
Il punto vendita è cambiato. Lo chiedeva il consumatore, ormai spinto a ricercare una shopping experience caratterizzata da nuovi stimoli, nuove offerte e nuovi servizi. Non bastava più comprare un buon libro e uscire dalla libreria, sarebbe stato bello leggerne qualche pagina, magari bevendo un caffè. Ed ecco le librerie con servizio caffetteria o con angolo lettura per i più piccoli, ecco i servizi moltiplicarsi e differenziarsi, copiarsi e distinguersi in una corsa all’ultimo cliente fidelizzato. 
Tra i modelli innovativi proposti dai nuovi format della distribuzione un ruolo importante è rivestito dai centri commerciali, dove gli spazi permettono una crescita esponenziale dei servizi offerti e quindi un proliferare delle occasioni d’acquisto. La farmacia non è immune a questo percorso di crescita e sviluppo, tutt’altro: se vuole restare un interlocutore ricercato e affidabile per i suoi pazienti deve posizionarsi correttamente sul mercato e curare i clienti e le loro esigenze.

Una delle modalità per coccolarli è consigliare loro la migliore soluzione possibile alle esigenze espresse. Tecnicamente, in questo modo, si realizza il cosiddetto cross selling, letteralmente “vendita incrociata”, vale a dire la vendita di un prodotto aggiuntivo rispetto a quello richiesto o già venduto. Nel cross selling il focus non è sul prodotto, ma sul cliente: la chiave del suo successo quindi, è concentrare gli sforzi per soddisfare le esigenze complessive del cliente. Attraverso il cross selling la farmacia – dove si parla più sovente di vendita complementare – può accrescere la fidelizzazione in un’ottica di lungo periodo, offrendo una “consulenza” e un insieme di prodotti che lo aiutino a risolvere o prevenire un problema, riducendo le opportunità di business dei concorrenti. Ricordate infatti che ciò che il cliente non acquista nel vostro punto vendita lo acquisterà in un altro.

Ma come si può mettere mettere in atto un buon cross selling? Di norma, in farmacia la casistica di vendita si può riassumere in tre situazioni: il cliente si presenta con una ricetta, il cliente richiede un prodotto specifico, il cliente esprime un’esigenza. Soprattutto negli ultimi due casi, è imprescindibile porre qualche domanda allo scopo di verificare che i bisogni siano stati correttamente identificati e il prodotto che si sta per dispensare sia il più adatto. Una volta soddisfatta la richiesta diretta, ci si può dedicare al consiglio di un prodotto complementare. Al riguardo, è utile che il farmacista si liberi dell’idea di essere invasivo e che il cliente non sia interessato o non possa sostenere la spesa. E’ il cliente che decide.
Quindi, il cross selling è prima di tutto una buona tecnica di consiglio per fidelizzare il cliente. E’ necessario sapere fare le domande corrette, informare e proporre il servizio/prodotto complementare che integra, completa e migliora quello principale. Sta al farmacista cogliere le occasioni per fare cross.
La ricetta, per esempio, è un ottimo generatore di traffico. In ogni caso, quando un cliente arriva al banco con una ricetta o richiede un marchio specifico, oppure espone un problema, al farmacista spetta il compito di porre le domande corrette sulla base dell’antica regola “chi domanda comanda”. Consiglio ai titolari: spingete tutta la squadra a consigliare un prodotto in più. Potete creare delle schede consiglio sulle quali, per ogni problema di salute legato alla stagionalità, siano abbinati i prodotti complementari da proporre.
Così, utilizzandole, tutta la squadra potrà lavorare sul consiglio. Un esempio: il cliente si presenta con un raffreddore. Per gestirlo al meglio, il collaboratore dovrà rispondere all’esigenza con un prodotto antinfluenzale (il titolare è bene che indichi quale prodotto spingere) e potrà proporre in accostamento un prodotto complementare come un integratore di vitamina C e/o della propoli.
Consiglio ai collaboratori: proponete il secondo e/o terzo prodotto solo quando il cliente ha mentalmente acquistato il primo prodotto. E se un cliente risponde negativamente al consiglio del prodotto complementare, non scoraggiatevi: avanti con il consiglio complementare al prossimo cliente.

giovedì 1 ottobre 2015

John Lennon dal palco derise i dsabili...

Da Leggo


22 set 2015


In queste ore non si parla d’altro se non del video che è spuntato sul web questo fine settimana e che ha come protagonista il compianto John Lennon.

Nelle immagini, riprese dal canale Usa Channel 4 durante un programma intitolato “Andava bene negli anni ’60”, si vede chiaramente il cantante e musicista ridere di una persona con difficoltà motorie. 
Un atteggiamento che ha lasciato sconvolti i più ed ha portato moltissime associazioni di disabili a condannare il gesto del baronetto, ucciso nel 1980.
Nel video visibile anche su YouTube si sente chiaramente Lennon rivolgersi al pubblico dicendo “Battete le mani, battete i piedi sul pavimento” mentre lui stesso si muove goffamente.
Tanti sono rimasti stupiti ed hanno espresso il proprio disappunto, condannando il comportamento come “vergognoso”.
Mencap, associazione di disabili britannica, ha espresso il suo disappunto attraverso le dichiarazioni riportate da un portavoce: “I tempi sono cambiati, ma trovo comunque difficile capire il comportamento delle celebrità e come possano avere un’idea del genere di persone reali… Tante cose sono cambiate ma la strada da percorrere è ancora lunga prima che il pubblico capisca che le persone con difficoltà di apprendimento hanno sogni, speranze e sentimenti come tutte le altre. Non dobbiamo essere derisi. Voglio sperare che le celebrities di oggi non prendano mai in considerazione la possibilità di comportarsi così”.