venerdì 20 aprile 2018

La crisi dei posti di lavoro in Italia...



Tensione per quanto riguardo Piaggio Aerospace con inviate lettere a 114 lavoratori. Scenderemo in piazza dice la Cgil e Sindacati

15 mar 2018

La situazione di Piaggio Aerospace diventa sempre più grave a livello almeno di personale, con 114 lettere di licenziamento inviate e un quadro assolutamente molto delicato. E non è l'unica situazione del genere, anzi sono sempre più e spesso nascoste

Ci sono tante situazioni di tensione ancora, dove si rischia la chiusura di intere aziende o licenziamenti di molte persone. E alcune vengono alla luce, solo quando si è al limite o altre vengono quasi taciute. Ora è la volta di Piaggio Aerospace.

La situazione di Piaggio Aerospace

Le lettere sono state inviate e ricevute. Peccato solo che contenevano solo brutte notizie ovvero il licenziamento dal posto di lavoro. Succede a 114 lavoratori Piaggio Aero. Tutti loro sono adesso in cassa integrazione, ma al termine di questo periodo, usciranno dal libro per ritrovarsi senza occupazione. Succederà nel prossimo mese di luglio.

Si tratta insomma dell'ennesima mazzata - coinvolti 80 lavoratori a Genova e 34 a Villanova d'Albenga - in un periodo non certo brillante dal punto di vista imprenditoria e con il Ministero dello Sviluppo Economico coinvolto a più riprese nel fare da mediatore alle troppe crisi aziendali. La conferma arriva proprio dalle organizzazione sindacali di categorie che hanno pubblicato riferito come Piaggio Aero abbia avviato la procedura di licenziamento collettivo nonostante l'assicurazione (a detta dei sindacati) di esuberi.

Resta da capire se ci sono margini di trattative perché i sindacati hanno chiesto un incontro con l'azienda per capire quali sono le intenzioni. E in caso di porta chiusa ovvero di mancanza di volontà a sedersi attorno a un tavolo, hanno già annunciato l'intenzione di scendere in piazza. Il punto è che la delusione è manifestata non solo nei confronti dell'azienda, ma anche dell'esecutivo che avrebbe dato il via libera alla riorganizzazione di Piaggio Aero con l'approvazione del piano industriale allo scopo di evitarne il fallimento.

La lettera (sempre lei) di richiesta di incontro al Ministero dello Sviluppo Economico a Roma, già fissato per lunedì 19 marzo alle 17. Saranno presenti Ministero, Regione, azienda e organizzazioni sindacali. In quell'occasione sarà scritta, forse, la parola fine. In un senso o nell'altro.

E Trony....

La crisi di Trony si è abbattuta come un fulmine a ciel sereno sulla situazione occupazionale italiana. Se, infatti, i dati divulgati dall’Istat parlano di una ripresa dell’occupazione, seppure non così massiccia come si poteva immaginare, si apprende ora che 800 lavoratori del gruppo Trony stanno vivendo il loro dramma personale legato all’incertezza sul proprio futuro.

Prospettive nere che si trascinano dallo scorso dicembre, infatti, i lavoratori stanno percependo solo un quinto del proprio stipendio a causa della crisi scaturita per alcune scelte sbagliate da parte della dirigenza e anche per il ruolo sempre più ingombrante che l’e-commerce si è ritagliato proprio a danno della grande distribuzione. Gli stabilimenti finiti nell’occhio del ciclone si trovano a Milano, Napoli, Genova e Savona. Una situazione drammatica come dimostra l’ammissione alla procedura del concordato in bianco. Da allora, era il 24 gennaio scorso è alla ricerca di un possibile acquirente.

A Milano il rischio chiusura è molto reale. La Lombardia è una terra fertile per Trony visto che dei quaranta punti vendita presenti in Italia, ben nove sono presenti in Lombardia per un totale di centoquaranta dipendenti degli 800 totali che stanno vivendo ore di ansia per questa vicenda. Che continuano a lavorare quotidianamente ma con un grosso groppo in gola.

Perché la crisi non è per niente passeggera e le incognite maggiori riguardano le prospettive future. C’è grande attesa per capire se la notizia che circola da circa un mese riguardo un misterioso acquirente disposto a sobbarcarsi questa situazione, sia attendibile oppure no. ma non ci sono novità di rilievo né in un senso né nell’altro. Speranze che si affievoliscono sempre di più e che adesso vengono riposte anche nell’incontro, programmato la prossima settimana al Ministero del Lavoro, con l’obiettivo di sbloccare la situazione di una delle controllate.

Ma la situazione è critica anche in Campania e in Liguria dove gli stabilimenti di Napoli, Genova e Savona versano nelle medesime condizioni. Anzi forse in condizioni peggiori si trova senza dubbio il punto vendita di Luca Giordano a Napoli, dove lunedì 19 febbraio scadranno i 75 giorni previsti dalla legge per il licenziamento collettivo. I quarantuno dipendenti vedono ridursi ogni giorno di più le speranze di una risoluzione positiva anche dopo il fallimento dei reiterati incontri al Ministero del Lavoro. Stesso discorso in Liguria. Nel capoluogo il rivenditore Trony ha abbassato definitivamente la saracinesca con i dipendenti che sono subito scesi in strada a protestare sostenendo di essere stati avvisati appena quattro ore prima.

Nel savonese i dipendenti sono pronti a protestare davanti ai punti vendita di Albenga e Vado Ligure. Un incontro decisivo, per scongiurare il fallimento di questi stabilimenti è stato fissato a lunedì 19 febbraio al ministero del Lavoro. Già annunciato il presidio delle filiali di Albenga e Vado ligure da parte dei lavoratori riuniti in assemblea sindacale.

Rinascente, altra crisi

Era successo qualche anno fa anche a Napoli e le reazioni erano state simili se non proprio uguali. A proposito della chiusura della sede di Via Toledo, sgomento ed incredulità la facevano da padroni, come accade oggi. Come è possibile? La domanda più frequente. Non potrebbe essere altrimenti quando la notizia della chiusura non riguarda negozi piccoli e grandi che siano.

Ma il marchio, e che marchio, che per anni, in Italia, ha incarnato il modello unico ed invincibile del grande magazzino, quando i grandi magazzini rappresentavano qualcosa di esotico. Non essendo ancora diffusi in maniera così capillare come sarebbe capitato qualche decennio più tardi, rappresentavano quasi la Mecca dell’acquirente più incallito, quello più furbo e quello che voleva dimostrare di avere orizzonti ampi. Stiamo parlando della Rinascente di Genova che chiude i battenti nel 2018 e apre l’ennesima crisi del lavoro in Italia.

Circa sessanta persone resteranno dall’oggi al domani senza più un’occupazione. Un dramma che non riguarda solo la Rinascente perché basta fare una panoramica anche suk web per capire che poi, tutto sommato, le aziende italiane non godono di ottima salute. E, come spesso accade, queste vicende si circondano di un’aura di beffa visto che alcuni indicatori economici suggerirebbero euforia e la certezza che la crisi è ormai alle spalle. Ma non è così come vedremo nel corso di questo articolo.

Incredulità e rabbia. Questi sono i sentimenti che la chiusura della Rinascente nel centro di Genova lascia in eredità a chi aveva sempre visto questo marchio come invincibile. Una chiusura che avverrà entro il ventotto ottobre del 2018. E d’altra parte la genesi della Rinascente, o meglio le speranze di chi a vario titolo ha contribuito a rendere la Rinascente il mito che è attualmente, voleva essere proprio questo. Alla stregua di altri grandi gruppi internazionali ai quali spesso questo marchio è stato accostato.

Un colpo all’occupazione della città visto che sessanta persone resteranno senza lavoro e alla città stessa che perde un’altra grande azienda presente nel capoluogo ligure dal 1960, a causa della sua scarsa appetibilità commerciale, a quanto pare. Incredibile ma vero. come incredibili ed inutili sono stati anche i sacrifici dei dipendenti che non si sono risparmiati ed hanno provato in tutti i modi a resistere come dimostra il contratto di solidarietà che avevano deciso di adottare negli ultimi cinque anni.

E ancora....

A riportare tutti sulla terra e a ricordare che, purtroppo la crisi economica, nonostante un generale ma insufficiente miglioramento degli indici economici dell’Italia, continui a mordere, ci sono tutta una serie di esempi. Anche in questo caso si tratta di aziende storiche che hanno accompagnato intere generazioni nel corso della loro esistenza. Come non citare Melegatti, un secolo di vita e più con un fatturato che lo scorso anno si è chiuso a settanta milioni di euro e che, proprio in questo periodo, iniziava a fare capolino dagli schermi televisivi degli italiani con i suoi spot dolci e rassicuranti. Bene, anche Melegatti oggi è sull’orlo della chiusura come Ericsson he per anni ha fatto la voce grossa nel campo della telefonia della telefonia e non solo e che rischia di lasciare a casa seicento lavoratori italiani.

Solo in Toscana...

Abbiamo fitto degli esempi, nominando alcune realtà specifiche della grande distribuzione (e non solo), ma solo in Toscana, ad esempio, vi sono poco meno di 40 tavoli aperti di crisi tra Regione, Stato e Aziende per cercare di evitare chiusure e licenzienti totali o parziali che dovrebbero coinvolgere circa 9mila persone. E dietro queste 9mila persone ci sono le loro famiglie. E la chiusura di queste aziende, farebbe chiudere o limitare altre aziende sia del settore, sia dell'indotto. E parliamo di una realtà come la Toscana.

Tavoli aperti al Mise...

Sono circa centossesantadue, infatti, i tavoli aperti al Mise, il Ministero dello sviluppo economico tra Sindacati e Governo e dai primi di settembre si riparte con una fitta serie di appuntamenti che vanno dalla Perugina alla delicata situazione di Ilva, dall'ex Antonio Merloni ai supermercati Tuodì. Un tentativo di sciogliere diverse matasse che si sono create intorno a queste aziende. Vicende più complesse del previsto sia perché alcune di queste sono state lasciate a marcire e adesso sono incancrenite, sia perché con un contesto di ammortizzatori sociali meno forte del passato, lo spettro dei licenziamenti sono dietro l’angolo.

I 162 tavoli aperti interessano aziende che impiegano complessivamente circa centocinquanta mila persone. Le vertenze senza dubbio più importanti sul tavolo sono quelle dell’Ilva, dell’Alitalia, dell’la Aferpi di Piombino. E tra i primi faccia a faccia in programma, Perugina , l'ex Antonio Merloni ai supermercati Tuodì. 
E si parla solo di aziende di grandi, medie dimensioni e tutte le altre? 
E i professionisti?

lunedì 16 aprile 2018

Scrivere bene a scuola: un interessante documento di linee guida del Ministero dell'Istruzione...



di Christian Raimo, giornalista e scrittore, 14 mar 2018

Ultimamente quando si parla di scuola è per elencare le cose che non vanno: le basse retribuzioni, le nuove norme della Buona scuola, la cronaca di episodi di dissidi e violenze tra studenti, famiglie e professori. 
Raramente, molto raramente, si affrontano le questioni pedagogiche o anche semplicemente didattiche.

E invece c’è una buona notizia che viene dal ministero dell’istruzione, nonostante siamo alla fine di una legislatura. È uscito il documento orientativo per il compito scritto di italiano alle scuole medie, ed è un testo ottimamente pensato e scritto, utilissimo e bellissimo.

Sono undici pagine di linee guida, redatte da una commissione creata nel luglio 2017 e coordinata da Luca Serianni, a lungo professore – da poco in pensione – di storia della lingua italiana alla Sapienza di Roma, e composta da Massimo Palermo, ordinario di linguistica italiana all’università per stranieri di Siena, e da altri tre esperti: Nicoletta Frontani, docente di lettere in un liceo romano, Antonella Mastrogiovanni, collaboratrice dell’Invalsi, Carmela Palumbo, dirigente tecnica del ministero.

Ad aprile uscirà anche il documento orientativo gemello, sullo scritto d’italiano per le scuole superiori.

L’intervento sull’esame potrebbe modificare a cascata anche il resto della didattica dell’italiano

Anche se il documento si occupa solo dell’esame finale di terza media, chiaramente si propone di ripensare radicalmente il modo in cui insegniamo a scrivere ai nostri studenti. E per questo è così prezioso.

Luca Serianni e Massimo Palermo, intervistati da Internazionale, si sono detti consapevoli di aver provato ad ampliare l’effetto del loro lavoro, immaginando come l’intervento sull’esame possa modificare a cascata anche il resto della didattica dell’italiano.

“Volevamo dare un segno al mondo della scuola, facendo emergere due necessità”, dice Serianni. “Il primo è che accanto all’esercizio di scrittura, c’è l’esercizio di comprensione del testo. Perché spesso i ragazzi non capiscono neppure i testi che dovrebbero aiutarli, come quelli dei manuali scolastici. Il secondo bisogno è quello di accostare a quello che proviamo ancora a chiamare tema, altri tipi di compiti scritti. I ragazzi devono esercitarsi sulla riformulazione di un testo, sulla parafrasi, sulla individuazione dei connettivi. È molto importante sapere usare correttamente infatti o perché o nonostante”.

È vero che il mandato della commissione, fanno notare entrambi, era limitato. E che “come al solito si parte dalla coda e non dalla testa, non si riformulano i programmi”, dice Palermo. “Ma è importante cambiare qualcosa affinché a ritroso si influisca sul modo di fare lezione in classe”.

Il documento è molto chiaro. Non potendo intervenire sul cosa (le norme sul compito scritto sono in un altro decreto del 2015) lo fa sul come. Immagina come reinventare le due tipologie di compito: le tracce narrative descrittive e le tracce argomentative.

Le tracce narrative descrittive
possono essere presentate attraverso un breve testo di carattere letterario (che serva da spunto), una frase chiave, un’immagine – devono contenere indicazioni precise relative alla situazione (contesto), all’argomento (tematica), allo scopo (l’effetto che si intende suscitare), al destinatario (il lettore a cui ci si rivolge). Tali indicazioni non dovranno essere percepite come una limitazione della libertà ideativa quanto piuttosto come strumenti che, insieme alla correttezza linguistica, aiutino ad indirizzare la creatività delle alunne e degli alunni verso una migliore e più efficace forma espressiva.

Per le seconde
lo studente potrà sviluppare un testo argomentativo nel quale, dati un tema in forma di questione o un brano contenente una tematica specifica, esporrà una tesi e la sosterrà con argomenti noti o frutto di convinzioni personali. Il testo dovrà essere costruito secondo elementari procedure tipiche del testo argomentativo, eventualmente con l’esposizione di argomenti a favore o contro. Il lessico dovrà essere appropriato, e lo sviluppo rigoroso e coerente. Nella traccia dovranno essere richiamate caratteristiche e procedimenti propri dell’argomentare”. Del resto, ricordano le indicazioni, “come viene auspicato nei documenti europei , l’educazione all’argomentare prepara all’esercizio di una cittadinanza consapevole.

Ma c’è di più in questo documento del ministero. Viene messo l’accento, nella premessa, sull’importanza di far svolgere agli studenti dei riassunti “da testi letterari, scientifici, divulgativi o anche da articoli di giornale opportunamente selezionati”, come modello di esercizio per comporre un testo scritto di qualunque tipo. E soprattutto ci sono degli esempi sempre molto chiari su cosa vogliano dire le indicazioni.

Eccone uno, per la tipologia narrativa.

‘A volte capita di trovarsi in un ingorgo mostruoso e di sentirsi come criceti tra le spire d’un serpente di metallo: nelle macchine tutti suonano i clacson, inveiscono contro la vecchia che ha perso il tempo del semaforo verde, contro il vicino che stringe, contro l’autobus messo di traverso, contro il mondo intero’ (Marco Lodoli, Isole. Guida vagabonda di Roma, Torino, Einaudi, 2005).
Scrivi un breve racconto i cui personaggi siano inseriti nell’ambiente descritto nel testo. Immagina che il tuo lavoro sarà letto ai tuoi compagni nell’ambito di un progetto scolastico che, attraverso ricerche e narrazioni, voglia far emergere i problemi della città.

Sono anni, possiamo dire anche decenni, che molti linguisti e pedagogisti cercano di innestare una diversa concezione dell’insegnamento dell’italiano nella scuola, specialmente quella dell’obbligo. In Lettera a una professoressa (1968) gli studenti di don Milani potevano scrivere:
A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista. Il tema fu: ‘Parlano le carrozze ferroviarie’. A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo. Così scrivo coi miei compagni questa lettera. Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro. Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato.

Parlano a don Milani ovviamente le tesi sulla linguistica democratica del Gruppo di intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica(Giscel), che sono del 1975, ma già insistevano su come quella della didattica dell’italiano dovesse essere una priorità politica. Senza ripercorrere la storia di questa lunga battaglia, basta rileggere gli interventi degli ultimi anni di Tullio De Mauro sull’analfabetismo funzionale, sul quale la scuola non riusciva a incidere, e gli stessi libri di Luca Serianni che si concentrano proprio sull’analisi dei compiti scritti nella scuola, da L’ora d’italiano o Quale scuola?.

In Scritti sui banchi per esempio – pubblicato con Giuseppe Benedetti, la prima edizione nel 2009 – Serianni scriveva:
Per risalire al ‘mistero’ del tema bisognerebbe forse documentarsi sul modello di intellettuale che è stato coltivato in Italia da una lunga tradizione: se altri paesi individuano l’intellettuale con l’inventore-umanista-politico, come Franklin, o altri con il gentleman alla Locke, o il fisico come Einstein o Russell, in Italia il modello è quello del letterato, da Petrarca a Bevilacqua.

Già, il tema! Con la sua genericità nell’argomentazione, la sua inutile esibizione di falsa erudizione, le sue regole non scritte e sbagliate (evita le ripetizioni, scrivi quale è la morale). Per decenni, se non vogliamo dire un secolo, in Italia è esistita un’educazione linguistica che prescindeva dall’idea di una padronanza della lingua italiana come primaria competenza di cittadinanza. Di fatto: una diseducazione linguistica.

Ha buon gioco oggi un professore d’italianistica come Claudio Giunta a enumerare una quantità esorbitante di esempi di cattiva scrittura (oscura, farraginosa, pseudocolta) nella sua recente raccolta di saggi intitolata Come non scrivere, che sono il frutto di una corposa riflessione sulla didattica della letteratura italiana, svolta da Giunta contestualmente alla scrittura del suo bellissimo nuovo manuale per le superiori, Cuori intelligenti.

L’impressione che si ha nel libro di Giunta, o in quello di Serianni, o nella raccolta di vecchi saggi di De Mauro (anche questa pubblicata qualche settimana fa), L’educazione linguistica democratica, è che ci sia stato per anni il bisogno di liberarela lingua italiana dall’idea di essere uno strumento di un fantomatico prestigio sociale e invece di dargli il suo pieno valore democratico. “La lettera dei seicento docenti uscita lo scorso anno”, ci dice Palermo, “ha costretto tutti a riflettere sull’educazione linguistica oggi” (un ottimo articolo che ne criticava l’impostazione era uscito su Le parole e le cose). “Occorre porre il problema dell’educazione linguistica come faceva il Giscel, cominciando a parlare di trasversalità e dandole una forte connotazione civile, prima ancora che didattica. E oggi lo stesso senso si ritrova nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri”.

Che impatto avrà questo documento? Speriamo forte. La sfida che pone implicitamente è sempre la stessa, quella della formazione degli insegnanti. La cosa migliore che può fare il ministero è promuovere un programma di formazione ai formatori che sia all’altezza di questo documento. Conoscendo le resistenze della scuola italiana – che siano quelle dei politici o degli insegnanti – c’è da temere che non sarà così semplice.

I nuovi disturbi alimentari...



In crescita i disturbi legati all’immagine: l’ossessione per i muscoli e la forma fisica e l’ossessione per il cibo sano, naturale, dietetico con il conteggio delle calorie

di Nicla Panciera, 22 mar 2018

Colpiscono 3 milioni e mezzo di italiani e sono in continua crescita. I disturbi del comportamento alimentare colpiscono giovani, giovanissimi ma anche persone di mezza età e l’impatto è tale che si parla di «epidemia sociale». E mentre si va abbassando l’età di esordio, lo sviluppo di disordini nel rapporto con il cibo e con il corpo costituisce un problema per chi ne soffre, ma anche per la famiglia e la rete degli affetti. Secondo le stime ufficiali, il 95,9% delle persone colpite dai disturbi alimentari sono donne. Per quanto riguarda l’anoressia nervosa, che causa ogni anno tremila decessi, la sua incidenza è di almeno 8 nuovi casi per 100mila persone tra le donne, mentre per gli uomini è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi. 

UN ESORDIO SEMPRE PIÙ PRECOCE 

«Le forme classiche come anoressia e bulimia non sono in crescita, come lo sono invece i disturbi dello spettro del comportamento alimentare in senso lato» ci spiega la psichiatra Sara Bertelli, responsabile ambulatorio DCA dell’ospedale San Paolo di Milano e presidente di Nutrimente Onlus, associazione che si occupa di prevenzione dei disturbi dell’alimentazione.«Nonostante la fase più delicata rimanga l’adolescenza, si osservano esordi sempre più precoci, anche in età prepubere. Infine, non sono rari gli esordi in età adulta quando, in una fase particolarmente cruciale o difficile, il soggetto può iniziare una dieta molto restrittiva che evolve in anoressia e in un iper-controllo sul cibo». 

I NUOVI DISTURBI DELL’IMMAGINE 

Inoltre, viviamo in un’epoca in cui molta attenzione viene posta all’alimentazione, alle pietanze e alla loro preparazione e la richiesta di un corpo prestante contrasta con la costante disponibilità di cibo. Tanto che, nel panorama dei disturbi, sono in crescita quelli dell’immagine, come la bigoressia, che è l’ossessione per i muscoli e la forma fisica, e l’ortoressia, che è l’ossessione per il cibo sano, naturale, dietetico con il conteggio delle calorie. 

Questi problemi coinvolgono non solo le percezione di sé e del proprio corpo, ma anche la sfera sociale dell’individuo. «Come la classica anoressia, anche questi disturbi hanno un forte impatto sulla quotidianità» ci spiega la dottoressa Bertelli «Chi ne soffre mette in atto risposte di evitamento delle situazioni conviviali che possono minacciare le proprie regole alimentari, come ad esempio una cena fuori, e dedica moltissimo tempo a pensare al cibo e all’alimentazione, cui attribuisce un enorme valore». 

PER LA SOCIETÀ, UN’ESIGENZA PRIORITARIA 

«Fino a circa 20 anni fa il rapporto tra l’incidenza dei disordini alimentari negli uomini e nelle donne era pari a 1 a 10, 1 a 15; dati più recenti suggeriscono che questo rapporto sia arrivato almeno ad 1 a 4» ha precisato Massimo Vincenzi, dell’Associazione italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica ADI e coordinatore del gruppo sui disturbi alimentari, in occasione della recente giornata nazionale del Fiocchetto lilla. «Mode culturali pericolose focalizzate sull’aspetto fisico e su modelli alimentari ritenuti salutari costituiscono fattori di rischio rilevanti e spiegano perché alcune categorie, in particolare all’interno di ambienti sportivi agonistici e non, siano terreno fertile per l’insorgenza di disturbi alimentari che esprimono in realtà un malessere identitario profondo. Un attento lavoro multidisciplinare per consentire una diagnosi precoce del disturbo e del suo trattamento, accompagnato da campagne di prevenzione intensive ed estese, particolarmente nel mondo dello sport, costituiscono per la comunità scientifica un’esigenza prioritaria, non più prorogabile». 

L’IMPORTANZA DELLA FIDUCIA 

In quest’ottica, parlarne serve moltissimo. «È importante avere la consapevolezza del proprio problema, accettarlo e rivolgersi il prima possibile allo specialista» spiega la dottoressa Bertelli «Come per le altre patologie, anche in questo caso la diagnosi precoce è fondamentale. Infine, ad parenti e amici vorrei ricordare l’importanza di riconoscere i segnali per aiutare chi ha un problema, fornendo motivazione e fiducia nella possibilità di trovare una via d’uscita».

sabato 14 aprile 2018

Un errore nell'empatia con le difficoltà altrui: il "narcisismo conversazionale"



L'autrice di "We Need To Talk" racconta cosa ha imparato aiutando (e non aiutando) un'amica che aveva subito una perdita

Celeste Headlee, Oprah.com, 9 apr 2018

Questo blog è apparso per la prima volta su HuffPost Usa ed è stato tradotto 
da Milena Sanfilippo


Getty

Qualche anno fa, una cara amica perse suo padre. 
La trovai seduta da sola su una panchina, fuori dal nostro luogo di lavoro, immobile, a fissare l'orizzonte. Era distrutta e io non sapevo cosa dirle. È facile dire la cosa sbagliata a qualcuno che sta soffrendo ed è vulnerabile. Perciò, iniziai a raccontarle di come sono cresciuta senza un padre. Le dissi che mio padre era affogato in un sottomarino quando avevo solo nove mesi e che avevo sempre pianto la sua morte, pur non avendolo mai conosciuto. Volevo farle capire che non era da sola, che anche io ero passata per un'esperienza simile e capivo cosa provava.

Ma, dopo aver ascoltato quella storia, la mia amica mi guardò e sbottò: "Ok, Celeste, hai vinto tu. Non hai mai avuto un padre, almeno io ho passato trent'anni con lui. A te è andata peggio. Immagino che non dovrei essere tanto turbata se mio padre è appena morto."

Ero sconvolta e mortificata. 
La mia reazione immediata fu quella di perorare la mia causa. "No, no, no", dissi, "non sto dicendo questo. Intendevo solo che so come ti senti". E lei rispose: "No, Celeste, non lo sai. Non hai idea di come mi sento."

Lei andò via e io rimasi là impotente, mentre la guardavo allontanarsi e mi sentivo un'idiota. Avevo deluso la mia amica. Volevo solo consolarla e, invece, l'avevo fatta sentire peggio. All'epoca, credevo ancora che mi avesse frainteso. Pensavo che fosse in un momento fragile e che mi avesse aggredito ingiustamente, quando stavo solo cercando di aiutarla.

Ma la verità è che non mi aveva frainteso affatto. Capiva quello che stava accadendo forse meglio di me. Quando iniziò a condividere le sue emozioni, mi mise a disagio. Non sapevo cosa dire, così mi affidai d'istinto a un argomento che trovavo rassicurante: me stessa.

Magari cercavo d'immedesimarmi, almeno a livello conscio, ma in realtà stavo sottraendo centralità al suo dolore e deviando l'attenzione su di me. Lei voleva parlarmi del padre, raccontarmi dell'uomo che era, perché potessi comprendere a pieno la vastità della sua perdita. Invece, le chiesi di fermarsi per un momento e ascoltare la storia della tragica morte di mio padre.

Da quel giorno, ho iniziato a far caso a tutte le volte in cui reagisco a storie di perdita e di difficoltà altrui raccontando delle mie esperienze. Mio figlio mi raccontava di essersi scontrato con un altro bambino dei Boy Scout, e io gli parlavo di una ragazza con cui avevo litigato al college. Quando una collega fu licenziata, le dissi delle mie difficoltà a trovare un lavoro dopo essere stata licenziata anni prima. Ma quando ho iniziato a notare le reazioni degli altri ai miei tentativi di entrare in empatia, mi sono resa conto che l'effetto della condivisione delle mie esperienze non era mai quello che volevo sortire. Tutto ciò di cui quelle persone avevano bisogno era che le ascoltassi e che prendessi atto di quanto stavano attraversando.

Il sociologo Charles Derber descrive questa tendenza ad inserire se stessi in una conversazione come "narcisismo conversazionale." Si tratta del desiderio d'impadronirsi di una conversazione, di parlare più dell'altro e di spostare il focus dello scambio su stessi. Spesso è sottile e inconscio. Derber scrive che il narcisismo conversazionale è "la manifestazione principale della psicologia di chi ricerca attenzioni". Avviene nelle conversazioni informali tra amici, parenti e colleghi. L'abbondanza di letteratura popolare sull'ascolto e sul galateo da riservare a chi parla costantemente di se stesso lascia intendere quanto ciò sia diffuso nella vita di tutti i giorni". Derber descrive due tipologie di risposta nelle conversazioni: una risposta deviante e una risposta di supporto. Con la prima si sposta l'attenzione verso se stessi, mentre la seconda supporta le osservazioni dell'altra persona. Ecco una semplice illustrazione:

Risposta deviante
  • Mary: Sono così occupata
  • Tim: Anche io. Completamente oberato
Risposta di supporto
  • Mary: Sono così occupata
  • Tim: perché? Cosa devi fare?

Ecco un altro esempio

Risposta deviante:
  • Karen: Mi servono delle scarpe nuove.
  • Mark: Anche a me. Queste qui stanno cadendo a pezzi
Risposta di supporto
  • Karen: Mi servono delle scarpe nuove.
  • Mark: Ah sì? Che modello hai in mente?

Le risposte devianti sono un elemento caratteristico del narcisismo conversazionale. 
Aiutano a riportare continuamente l'attenzione verso se stessi.  Ma una risposta di supporto esorta l'altro a continuare la sua storia. Oggi, io provo ad essere più consapevole del mio istinto di condividere esperienze e parlare di me. Cerco di fare domande che incoraggino l'interlocutore a proseguire. Inoltre, m'impegno in maniera cosciente ad ascoltare di più e parlare di meno.

Di recente, ho avuto una lunga conversazione con un'amica che sta affrontando un divorzio. Abbiamo parlato al telefono per 40 minuti e quasi non ho spiccicato parola. Alla fine della telefonata, lei mi ha detto: "Grazie per il tuo consiglio. Mi hai aiutato a capire un po' di cose". La verità è che non avevo elargito alcun consiglio; le cose che ho detto, perlopiù, suonavano tutte come: "Dev'essere dura. Mi dispiace che stia accadendo a te". Non le servivano consigli o storie. Aveva solo bisogno di qualcuno che l'ascoltasse.

Riflessioni sui docenti e sul sistema dell'istruzione in Italia, prendendo spunto dalla lettera di una sedicenne






«Cari professori, siete la categoria che più mi irrita. 
So già cosa state pensando: “i soliti adolescenti”, “questi giovani di oggi”, “non ci ascoltate mai”. Fermatevi. Capovolgete la situazione. Siamo noi ragazzi a pensare: “i soliti insegnanti”, “questi frustrati di oggi”, “non ci ascoltano mai”. 
La passione che trasmettete è pari a uno schiaffo. Magari alcuni professori vi hanno rovinato la vita. Posso capirlo. Perché allora non agire per contrasto? Trasmetteteci tutta la passione che avreste voluto ricevere. Guardateci negli occhi e scovate le scintille di vita e di talento. Sfidateci. Siate padri e madri. Semplicemente: siate! Cercate di cogliere la nostra individualità e diversità. Gli adolescenti non sono tutti uguali. Non sprecate energie nel tarparci le ali o dirci che non ne vale la pena, perché altrimenti penseremo che VOI non ne valete la pena. Non farò mai l’insegnante: questa è l’unica certezza che mi avete dato. La buona notizia però è che siete in tempo per cambiare e per cambiarci. Se lo farete sarete ricompensati. Noi vi seguiremo. Lo prometto». 

Qualche mese fa ho ricevuto questa impetuosa lettera che, al netto dei toni dettati dall’intransigenza adolescenziale, da un lato mostra il forte desiderio di maestri appassionati e affidabili da seguire senza la pretesa illusoria di poter crescere da soli, dall’altro mette il dito nella piaga della scuola: l’assenza di cura per l’unicità delle persone. Quella stessa cura che noi insegnanti fatichiamo a prestare perché, prima di tutto, non la riceviamo noi. Il fuoco che anima chi comincia con entusiasmo la professione viene puntualmente spento da un sistema che ottiene il contrario di ciò che si propone, come tradisce la sua iper-burocratizzazione, tipica delle strutture umane autoreferenziali e impersonali, in cui il tempo da dedicare alle vite viene sostituito da carte prodotte da chi in classe non entra.

Guardate la vita contenuta nella vostra mano: le linee sul palmo e le impronte digitali con le quali il vostro cellulare vi riconosce, sono le stesse che avevate a neanche un mese dal vostro concepimento. Fu osservando al microscopio questi solchi, che a metà del secolo scorso Jerome Lejeune scoprì la causa genetica della sindrome di Down. Lo scienziato amava dire che già nello zigote, la cellula frutto dell’unione di spermatozoo e ovulo, era contenuta la profezia di una vita intera: il genoma, il corredo cromosomico per metà materno e per metà paterno, equivale a un libro inedito di oltre 3 miliardi di lettere scritto nel nucleo di una cellula di 0,1 millimetri. Un messaggio, unico e irripetibile, che si sviluppa e specifica gradualmente in un essere altrettanto unico e irripetibile, la cui vita cresce solo se ne viene curata e rispettata l’originalità. L’alternativa è infatti la morte fisica o spirituale, come mostrano le parole scelte da Vasilij Grossman all’inizio del suo capolavoro, «Vita e destino», per descrivere l’uniformità dei campi di concentramento: «La ferocia disumana dell’enorme lager si esprimeva nella regolarità perfetta. Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene — e non ce ne sono — due perfettamente identiche. Ciò che è vivo è irripetibile. Due uomini, due cespugli di rose selvatiche, non possono essere uguali. E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne».

In modo diverso scienza, letteratura e storia ci mostrano che l’esistenza è posta sotto il segno dell’unicità e qualsiasi struttura umana ignori o annulli tale segno spegne la vita: per questo conformismo e totalitarismo sono gemelli, il primo costringe a fare ciò che gli altri fanno, il secondo ciò che gli altri vogliono. Sono disumani tutti i sistemi che ostacolano la pluralità necessaria per vivere la propria libera e autentica dimensione sociale, in cui ciascuno dà agli altri quello che è e riceve dagli altri quello che non è, come accade in un’orchestra, in una squadra, perché il timbro di ogni singolo strumento o il ruolo occupato in campo sono necessari all’armonia totale. Il nostro sistema scolastico tende a ignorare e persino ostacolare l’unicità, per questo spesso produce insegnanti e alunni frustrati. Che cosa avvelena un mestiere così bello e la naturale predisposizione dell’uomo alla conoscenza? Il fatto che docente e studente vengono inseriti in una catena di montaggio da cui escono sfiniti più che finiti, perché trattati da oggetti anonimi e non da soggetti di possibilità irripetibili.

Basta correggere i compiti degli studenti per scorgere una potenziale orchestra o squadra: la loro grafia in cerca di se stessa, ora illeggibile, ora elegante, è il segno evidente di un rapporto unico con la realtà. Stanno elaborando la loro presa di posizione di fronte al mondo, possibile solo grazie alla scoperta, conoscenza, accettazione della propria unicità. Per essere originali bisogna essere originari, questo vuol dire che nel periodo di formazione è fondamentale che gli educatori per primi siano consapevoli della propria unicità. Noi insegnanti siamo direttori d’orchestra o allenatori, abbiamo a che fare con vite irripetibili a cui affidare la sinfonia o la partita. Eppure nei nostri registri mancano spazi per descrivere i talenti di un ragazzo. I consigli di classe si riducono alla condivisione di voti e fatti spiacevoli di condotta. Se un ragazzo assistesse al momento in cui parliamo di lui durante un consiglio, che cosa scoprirebbe di sé? Si sentirebbe riconosciuto, tra punti forti e deboli, come portatore unico di qualcosa di nuovo? I collegi docenti diventano spesso dibattiti burocratici più che educativi. Negli scorsi anni abbiamo dovuto seguire corsi sulla sicurezza, e mi sembra opportuno, ma io vorrei essere obbligato anche a formarmi su come si scoprono i talenti dei ragazzi, sul mondo del lavoro di oggi e di domani, per orientarli in un presente che sta subendo una trasformazione senza precedenti. Quando sento dire, da chi in classe non entra, che l’uso del cellulare in aula è un toccasana per l’apprendimento ho la conferma dell’assenza di un progetto adeguato alle esigenze reali degli studenti, a cui invece servirebbe imparare come funzionano i linguaggi di programmazione che permettono alle app di funzionare, agli algoritmi di profilarci, proprio grazie a quel cellulare. Un sistema che non valorizza i docenti si merita una scuola che spegne la vita e che, invece di affrontare il mondo, lo ignora o vi si adegua.

Per questo, oggi più che mai, a prescindere dalle forze politiche in gioco è urgente un programma trasversale di riforma dell’istruzione con obiettivi minimi non più procrastinabili, immuni da partigianerie. In Germania, dove hanno impiegato mesi per formare un governo, su una cosa tutti i partiti erano concordi: aumentare i fondi per la ricerca. Abbiamo bisogno di una riforma condivisa e affrancata dall’essere una leva politica. Da dieci anni si aspettava la revisione del contratto di chi lavora nella scuola e l’accordo raggiunto, a pochi giorni dalle recenti elezioni, prevede una quarantina di euro netti in più in busta paga: uno zuccherino elettorale per uno stipendio molto al di sotto della media europea. Dibattiamo invano sul liceo di quattro anni, quando ci sono da rivedere tutti i percorsi, asfissiati dall’impossibilità di costruire un curriculum flessibile e scegliere gli insegnanti, soprattutto in un mondo in cui è imprescindibile una preparazione che metta in comunicazione area umanistica, scientifica, economica e tecnologica. La formazione professionale diventa una giungla se non è frutto di un progetto coerente con le necessità del lavoro e del territorio. I precari sono spesso utilizzati per il sostegno per il quale non sono formati. I vincitori di cattedra sono lanciati lungo la penisola senza rispetto delle vite familiari: ho ascoltato lo sfogo di colleghe che, pur di non perdere il posto, spendevano più dello stipendio per tornare in famiglia nel fine settimana. Perché i docenti, ottenuta l’abilitazione, non possono essere chiamati dalle scuole sulla base del curriculum come accade all’università e muoversi liberamente come in tutti i sistemi europei? I fatti di cronaca recenti mostrano che l’assurda violenza, verbale e fisica, contro i professori è l’esito di una frustrazione che non potendo cambiare un sistema anonimo si scaglia sui suoi rappresentanti.

Il letto da rifare oggi è nelle parole un po’ corsare di una sedicenne contro un sistema, obsoleto e impersonale, che spegne prima i docenti e quindi i ragazzi, trattandoli come oggetti. I discorsi sul rispetto delle diversità restano slogan, se nei fatti la scuola trascura le differenze, perché non cura l’unicità. Riformare l’istruzione è necessario se vogliamo un nuovo Rinascimento italiano, ed è una responsabilità della politica, il cui compito è valorizzare e semplificare l’iniziativa dei cittadini non ingabbiarla fino ad annullarla, come accade nei sistemi totalitari e in quelli conformisti: nei primi è vietato dire che qualcosa non va, nei secondi diventa inutile persino dirlo.

venerdì 13 aprile 2018

Il recente studio dell'OCSE sulle disuguaglianze economiche...



OECD Tax Policy Studies: 



Il rapporto Ocse sulla tassazione della ricchezza nei Paesi Occidentali certifica che l'Italia è uno degli Stati in cui la crisi ha fatto sentire di più i suoi effetti penalizzando la fascia bassa della popolazione. 

In Italia aumentano le disuguaglianze. 
Per questo, per l’Ocse sarebbe bene che il governo pensasse ad imporre una patrimoniale. Secondo il rapporto Ocse sulla tassazione della ricchezza nei Paesi Occidentali, l’Italia è infatti uno degli Stati in cui la crisi ha fatto sentire di più i suoi effetti penalizzando la fascia bassa della popolazione. 



“I dati comparati di sei Paesi Ocse indicano che, sin dall’inizio della crisi, la concentrazione della ricchezza nelle fasce abbienti della popolazione è aumentata in quattro Stati” spiega l’organizzazione internazionale. Fra questi l’Italia, ma anche l’Olanda, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. 

“Contemporaneamente ovunque è aumentata la disuguaglianza fra i più poveri con l’unica eccezione della Gran Bretagna” prosegue il rapporto che sottolinea come il 43% della ricchezza sia in mano al 10% della popolazione. 


Così, secondo gli esperti dell’organizzazione internazionale di Parigi, sarebbe auspicabile una patrimoniale che è uno dei modi più veloci per ridurre più i divari di ricchezza. Non a caso di recente, come evidenzia l’Ocse, “alcuni Paesi hanno mostrato un rinnovato interesse per le imposte sul patrimonio come un modo per aumentare le entrate e affrontare le disuguaglianze” economiche nella popolazione. 



Il tema però non piace affatto a Confindustria. “Noi viviamo in un Paese in cui le patrimoniali le hanno già messe sui fattori di produzione – ha evidenziato il numero uno dell’associazione degli industriali, Vincenzo Boccia – Ci sono tasse come l’Irap e l’Imu che pesano sui capannoni industriali di chi dovrebbe fare impresa”. Per il presidente di Confindustria meglio sarebbe che il futuro esecutivo si concentrasse invece su “una riforma fiscale che aiuta chi produce, il mondo del lavoro, i lavoratori e le imprese, non sui patrimoni delle persone”. Sul tema patrimoniale, secondo Boccia “dobbiamo fare molta attenzione per evitare che, siccome le imprese non votano, qualcuno pensi di mettere altre tasse sulle aziende rendendole meno competitive. Faremmo un capolavoro a favore degli altri”.

A fare da eco al presidente di Confindustria anche Confedilizia secondo cui “nel nostro Paese una patrimoniale c’è già: si chiama Imu-Tasi, vale 21 miliardi di euro l’anno e ha già provveduto ad annientare il settore immobiliare, favorendo la chiusura di imprese, la perdita di posti di lavoro e la contrazione dei consumi”. 
Inoltre, secondo Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica, una patrimoniale che pure “non si può escludere in una situazione di emergenza (…) creerebbe problemi di liquidità”. Detta in altri termini, se la patrimoniale si configurasse come una nuova generalizzata stangata sul mattone o sulla successione, potrebbe mettere in difficoltà gli italiani che hanno investito in immobili. Non a caso anche l’Ocse nel suo rapporto precisa che le ragioni di una patrimoniale “non possono essere valutate in maniera isolata, ma dipendono dal sistema fiscale e dallo scenario complessivo economico e sociale del Paese”


Di seguito la pubblicazione Ocse integrale:



giovedì 12 aprile 2018

Anche la CGIL licenzia senza giusta causa?




di Franco Genzale, 30 mar 2018
Provate a mettervi nei panni di tre persone, tre irpini, tre dirigenti storici della Cgil della provincia di Avellino, tre padri di famiglia con mogli e figli a carico, che un bel giorno, all’improvviso, a quanto pare senza una benchè minima motivazione d’una qualsiasi consumata o consumabile indegnità, si vedono recapitare la lettera di licenziamento - non dal solito datore di lavoro brutto, sporco e cattivo – ma da un “padrone” atipico dal quale mai e poi mai ti saresti aspettato una cosa dal genere: un “padrone” che ha le sembianze del segretario generale della Cigl irpina, Franco Fiordellisi


Buongiorno, amici e lettori di Orticalab. 
Secondo voi, le cose virgolettate che leggerete da qui a due righe potrebbe mai averle dette – chessò – un Sergio Marchionne (Fiat Chrysler), un Vincenzo Boccia (Confindustria nazionale), oppure, per restare dalle nostre umili parti, un Pino Bruno (Confindustria irpina)?

Leggiamo insieme.
  1. “Sono ben consapevole che oggi per voi e per le vostre famiglie non è un giorno felice come invece dovrebbe essere (è il Primo Maggio 2017, ndr)….La scelta della K -Flex di chiudere la procedura e mandare lettere di licenziamento è una dimostrazione di arroganza ma anche di impotenza da parte del Governo e del Mise…Saremo con voi domani e dopodomani e finché ci sarà da lottare per trovare una soluzione. Rinsaldiamo questo legame e questa promessa”. (Primo Maggio 2017).
  2. “Le crisi aziendali sono tante e sono di aziende importanti….Qualunque caso prendiamo, sono le prime crisi in cui misuriamo gli effetti della legge delega sul lavoro, che avendo tolto gli ammortizzatori determina che questi processi partano direttamente con i licenziamenti collettivi senza la possibilità di costruire tempi e processi, organizzazione, riconversione per i lavoratori senza dargli prospettive”. (14 ottobre 2014).
  3. “Non abbiamo mai fatto mistero di voler abolire il Jobs Act, però io credo che il tema sia la prospettiva. Noi abbiamo presentato una proposta che è la carta universale dei diritti del lavoro e crediamo che quella sia la direzione. Avere dei diritti in capo alle persone che lavorano, qualunque sia il loro contratto e la loro condizione di dipendenza. Più le divaricazioni sono nel lavoro e più la distanza tra i cittadini e la politica diventerà esplicita”. (24 marzo 2018).

No, no, amici e lettori di Orticalab. 
Quelle tre cose non possono averle dette né Marchionne, né Boccia, né Bruno. Quelle tre cose le ha dette, con tanto di motivazioni ideologiche e ideali annesse, una Signora di Sindacalista che si chiama Susanna Camusso, leader della Cigl. La quale può piacere o meno, può essere con divisibile o non, ma di sicuro è una che fermamente crede in ciò che dice.

Tanto premesso, provate a mettervi nei panni di tre persone, tre irpini, tre dirigenti storici della Cgil della provincia di Avellino, tre padri di famiglia con mogli e figli a carico, che un bel giorno, all’improvviso, a quanto pare senza una benchè minima motivazione d’una qualsiasi consumata o consumabile indegnità, si vedono recapitare la lettera di licenziamento - non dal solito datore di lavoro brutto, sporco e cattivo – ma da un “padrone” atipico dal quale mai e poi mai ti saresti aspettato una cosa dal genere: un “padrone” che ha le sembianze del segretario generale della Cigl irpina, Franco Fiordellisi.

Non era mai accaduto prima in Italia. Di provvedimenti disciplinari estremi ce ne sono stati anche in casa Cgil. Ma quando si è verificato, si è certamente trattato di sanzioni inevitabili per la gravità dei fatti accertati. Mai a causa della “necessità di riorganizzazione interna” dovuta alle “mutate condizioni del mercato del lavoro nonché della conseguente riduzione dei tesserati e quindi delle entrate”.

Per carità: se i conti non tornano, qualche provvedimento bisogna pure assumerlo. Ma perché – viene spontaneo chiedersi – quando in questo stato di necessità si trovano i “padroni” propriamente detti” si alzano le barricate, si grida allo scandalo, si sfoglia con la puzza sotto il naso il Capitale d’un tal Karl Marx, e invece tutto diventa burocraticamente normale, politicamente corretto, quando il sindacato, la Cgil in particolare, è “parte” e non “controparte”?

La lettera di “licenziamento per giustificato motivo oggettivo” reca la data del 7 marzo 2018. E’ un preavviso: 90 giorni prima come da norma. Tutt’e tre i licenziati, veterani della Cgil, fanno parte dell’”Area Politica non Elettiva”. Mai nessuna ombra – vale sottolinearlo – sulla estrema correttezza e dedizione del loro impegno lavorativo. Tre dirigenti storici, con famiglie a carico, due dei quali monoreddito.

Per di più, tutt’e tre in età “critica”: non più giovani per aspirare ad inserirsi con qualche seria probabilità di successo nel mondo del lavoro, non anziani abbastanza per potersi traghettare verso il pensionamento con il supporto di validi ammortizzatori sociali. Un dramma nel dramma, insomma, che molto probabilmente avrà come epilogo una dura vertenza sindacale all’interno del sindacato.

Fa specie leggere, nel preavviso di licenziamento, espressioni come questa: “...Dunque l’impossibilità per la scrivente di potere far fronte alla sensibile riduzione dell’entrate, ha determinato la necessità di dover procedere in via definitiva alla soppressione della Sua figura, aal solo fine di evitare ulteriori disagi nella organizzazione del lavoro, non potendola collocare in mansioni diverse”.

“Soppressione della Sua figura...”. Fa un certo effetto, bisogna convenire, leggere un’espressione del genere in una lettera firmata da un sindacalista. Certo, lo impone il burocratese. Ma quanta durezza in quel sostantivo così lontano da una pur labile concessione di speranza: soppressione, un colpo alla tempia, qui e subito. Tre famiglie sul lastrico sono roba da poco. O no?

E tutti i discorsi della buona tradizione culturale cigiellina, che fine hanno fatto. E quelle parole di Susanna Camusso agli operai della K – Flex il Primo Maggio 2017: “Saremo con voi domani e dopodomani e finché ci sarà da lottare per trovare una soluzione”?

Fa specie anche l’ultimo passaggio di quella lettera di preavviso: “...Si ricorda che la soppressione delle mansioni quale presupposto del licenziamento rientra nelle prerogative datoriali in merito alla gestione dell’organizzazione aziendale. Nel caso specifico, peraltro, si ribadisce che la riorganizzazione è stata determinata dall’andamento negativo del mercato del lavoro e del tesseramento...La ringraziano della Sua collaborazione...”.

Proprio così: arrivederci e grazie. Fosse una lettera firmata da Marchionne, da Boccia o da Bruno, nessuna meraviglia: il cinismo è la “valuta” del capitale. Ma scritta dalla Cgil, diciamolo, fa un certo effetto.

lunedì 2 aprile 2018

Il futuro degli smartphone...



di Luca Salvioli, 6 mar 2018

Secondo Richard Yu, il ceo di Huawei, in futuro sopravviveranno solo 3-4 produttori di smartphone, una premonizione che ricorda quella di Sergio Marchionne, che nel 2008 disse che presto ci sarebbe stato spazio soltanto per sei gruppi automobilistici. Il 2008 fu un anno rivoluzionario per la telefonia: iPhone e poi Android spazzarono i leader di allora, tolsero le tastiere dai telefoni, invasero gli homescreen di applicazioni. Che si realizzi o no lo scenario tinteggiato da Yu ai cronisti, a margine del Mobile world congress conclusosi a Barcellona, le similitudini tra auto e smartphone oggi sono più d’una. Alla fiera della tecnologia mobile ciò che occupava i pensieri di produttori di hardware, chip e pezzi di software erano soprattutto i dati di Gartner che certificano il primo calo delle vendite nella storia degli smartphone (-5,6%): 408 milioni di pezzi nel quarto trimestre 2017 contro i 432 milioni dello stesso periodo del 2016.

È difficile sostenere che quello smartphone di cui non riusciamo a fare a meno sia in crisi. Succede altro: «Gli smartphone - ha spiegato al Wall Street Journal Sean Cleland, direttore mobile di B-Stock Solutions, società di aste americana - oggi ricordano da vicino l’industria dell’auto. Voglio ancora guidare una Mercedes, ma posso aspettare un paio di anni e comprare il modello precedente». È un pezzo di spiegazione della ricerca: «Si assiste - spiega Roberta Cozza, analista di Gartner - all’effetto combinato di due fenomeni. Nella parte alta del mercato i consumatori faticano a capire le ragioni per cui devono spendere per un telefono da 800-1.000 euro, e oltre. Ritengono l’innovazione non percepibile. Mentre nella fascia bassa gli smartphone con sistema operativo Android non li tentano. E così comprano un feature phone». Ovvero quella categoria di telefoni che possono fare molte cose pur senza potersi definire smartphone, con un sistema operativo proprietario.

IN CALO
L'andamento delle vendite degli smartphone nel quarto trimestre 2016 e 2017. In milioni di unità
(Fonte: Gartner; AboveAvalon.com - Company Reports)


In molti, a Barcellona, hanno ascoltato con sorpresa annunciare da Florian Seiche, ceo di Hdm Global, il marchio finlandese che ha ottenuto le licenze per vendere telefoni con marchio Nokia «oggi siamo i numeri uno nei feature phone». Vuol dire che l’ex leader Nokia oggi per far parlare di sé deve puntare sull’operazione nostalgia di rimettere sul mercato modelli celebri, come il 3310 e l’8810, riaggiornandoli. E andando a favorire la sua presenza sulla fascia più “povera” del mercato.

I MELAFONINI
Le vendite degli iPhone dal 2008 a oggi. In TTM, Trailing Twelve Month
(Fonte: Gartner; AboveAvalon.com - Company Reports)


Il parallelo con il mondo dell’auto si traduce anche nella fortissima crescita del mercato dei cellulari usati e ricondizionati, ovvero messi sostanzialmente a nuovo. Sul sito di Apple non si fa in tempo a cercare un’offerta che già è andata esaurita, mentre è più facile con l’iPad. Quella dei ricondizionati è la fetta di mercato che sta crescendo più in fretta nel mondo smartphone, conta circa il 10% dei nuovi telefoni venduti secondo i numeri di Counterpoint Technology. Per non parlare delle offerte commerciali. Negli Usa il modello di abbonamento pluriennale con l’operatore è un fenomeno ormai consolidato, ma adesso sta prendendo le forme del leasing, sul modello auto. Infine, i produttori per spingere la sostituzione dei vecchi terminali varano politiche commerciali piuttosto spinte. Samsung ha appena lanciato il Galaxy S9, uno dei prodotti al top del mercato. In Italia fino al 15 marzo c’è un programma di supervalutazione dell’usato: se in buone condizioni si può restituire il proprio smartphone usato ottenendo fino a 450 euro di contributo. E non si parla solo di modelli della casa coreana: si può rendere anche un iPhone, Huawei, Lg e così via.

Enrico Pappolla, senior director endpoint solution mobile di Techdata, uno dei principali distributori di elettronica di consumo nel mondo, resta ottimista: «Il ciclo di vita si è allungato soprattutto per la crescita del prezzo dei telefoni, anche in Italia. Il discorso è evidente per Apple, che con iPhone X ha superato la soglia psicologica dei 1.000 euro con il modello base, ma anche Samsung e Huawei lo hanno fatto. Queste tre aziende hanno in mano l’85% del mercato italiano in termini di valore, circa il 75% come volumi. I telefoni costano di più e si cambiano meno spesso. Prima uno smartphone si teneva per 12-14 mesi, ora almeno 20 mesi. Detto questo, in Italia nel 2017 si sono venduti 18 milioni di smartphone, sono un pochino scesi ma venivano da anni di corsa senza sosta e persino difficile da spiegare. E comunque i prezzi medi sono saliti». Secondo i dati di Comscore la fascia tra i 170 e i 250 euro è la più rappresentata, con un complessivo 19,7% di utenti, seguita dalla fascia oltre i 400 euro (al 16,4%) riservata agli smartphone top di gamma.


L’ANDAMENTO, BRAND PER BRAND
Dati in milioni di smartphone venduti
(Fonte: Idc, Gartner, Creative Strategies, Inc, Vendor Data)


La crescita dei prezzi non è casuale. 
I produttori hanno bisogno di essere profittevoli nel momento in cui per distinguere uno smartphone dall’altro bisogna spendere molto in ricerca. L’iPhone X ha un una serie di sensori che con la fotocamera frontale permette di sbloccare il telefono con il volto. È una tecnologia costosissima, così come lo è la ricerca sull’intelligenza artificiale. 
Dall’ultima trimestrale di Apple si è visto come il nuovo modello non abbia favorito la crescita di vendita come volumi, in calo e sotto le attese degli analisti, ma abbia avuto il vantaggio di alzare di 100 dollari il prezzo medio dell’iPhone (Asp) a 796 dollari. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, chi costruisce telefoni ha margini piuttosto scarsi, a eccezione di Apple che oltre a riuscire a tenere i prezzi medi elevati monetizza i servizi. Ovvero la vendita di app, di spazio di archiviazione cloud, film. Gli altri produttori si affidano a Google per il sistema operativo. Per questo Samsung fa i soldi soprattutto vendendo chip. Mentre Huawei ha fatto una cavalcata poderosa, che però è stata favorita dal potente business pre-esistente delle reti. Negli ultimi trimestri ha avuto margini sottili anche per la spesa in marketing. Richard Yu sostiene che resterà solo chi ha una buona quota di mercato, anche se alcuni outsider si sono distinti negli ultimi anni, come i cinesi OnePlus e Xiaomi, che a breve arriverà nel mercato italiano. Il prossimo grosso salto tecnologico è il 5G, tra un paio di anni. I primi telefoni con il modulo 5G arriveranno l’anno prossimo. Ma non ci sarà una corsa alla sostituzione: le nuovi reti avranno bisogno di tempo e avranno applicazioni nel mondo della sanità, nell’industria e nell’internet delle cose. Lo smartphone è però destinato a rimanere a lungo come luogo privilegiato delle interazioni digitali e con le macchine: quello che è più difficile capire è su quali modelli di business potrà reggersi, e chi saranno i protagonisti.

domenica 1 aprile 2018

Il calcolo delle probabilità statistiche in un caso reale: la caduta di un satellite artificiale...

Da Wired


Vediamo insieme come farsi un’idea di quanto sia difficile essere colpiti da una stazione spaziale che precipita. Spoiler: è molto difficile

di Massimo Sandal, 30 mar 2018

Un palazzo celeste (questa la traduzione del nome cinese della stazione spaziale Tiangong-1) cadrà sulla Terra intorno a Pasqua. Di prassi, il rientro di satelliti e stazioni spaziali è controllato da Terra affinché cadano in pieno oceano, senza danneggiare nessuno. 
In questo modo si gestiscono centinaia di rientri l’anno.



In questo caso non è possibile: nel 2016 la Cina ha confermato di aver perso ogni contatto con Tiangong-1, e non ha quindi modo di controllarne la traiettoria.
Come accade per tutti gli oggetti in orbita bassa, l’orbita della stazione spaziale quindi si è lentamente abbassata, frenando contro gli strati più alti dell’atmosfera che, per quanto rarefatta, fa sentire il suo effetto anche a 300 chilometri di altitudine. Quando infine scenderà sotto i 78 chilometri, l’aria è abbastanza densa da surriscaldare e frantumare il relitto in una sorta di spettacolare pioggia di stelle cadenti, sparpagliando detriti lungo un’ellisse lunga anche centinaia o migliaia di chilometri.



Lo spettacolare rientro del veicolo spaziale Atv-1 sopra il Pacifico, che serviva a portare rifornimenti alla Stazione spaziale internazionale.


Quanto è probabile che ci caschi addosso un pezzo di Tiangong-1, allora? 
È notoriamente difficile prevedere esattamente dove cadrà un satellite in decadimento orbitale non controllato. Pochi minuti di errore, a quella velocità, possono voler dire migliaia di chilometri di incertezza.  (Qui vi raccontiamo come seguire in tempo reale dove si trova Tiangong-1)

Per farci un’idea del rischio però basta prendere carta e matita – e avere qualche dato elementare a disposizione.
Fermo restando che quanto segue è tutto tranne che un calcolo esatto.

Tiangong-1 innanzitutto non è un palazzo, è grande circa come uno scuolabus: è un cilindro di 10,4 metri di lunghezza per 3,35 di diametro. In più ci sono i pannelli solari. Ne viene una superficie di circa 150 metri quadrati. Assumendo che si rompa in pezzi piccoli, in media, 10×10 centimetri, abbiamo 15mila frammenti. 15mila proiettili spaziali.

Schema di Tiangong-1 (Wikimedia Commons)

Ma quanto è facile che ci colpiscano? Per valutare quanto è grande il bersaglio, un essere umano in piedi in media espone un’area di circa 0,1 metri quadri. La Terra ha una superficie di circa 510.000.000.000.000 metri quadri. L’area a rischio – che fino a pochi giorni fa, nel caso di Tiangong, era circa l’intera fascia tra il 43esimo parallelo Nord e il 43esimo paralleo Sud (ovvero, in Italia Tiangong-1 non può cadere più a Nord di Piombino o San Benedetto del Tronto. Se abitate al Centro-Sud, e se questo articolo proprio non vi convince, organizzate una gita pasquale nella Pianura Padana). Si tratta comunque di circa due terzi del pianeta.

Dobbiamo ora calcolare la probabilità che, in questa enorme fascia, proprio una ben precisa area di soli 0,1 metri quadri – quella occupata dal sottoscritto a passeggio, per esempio – venga colpita da un frammento. Per avere un’idea delle proporzioni, è circa come un granello di polvere che deve colpire un altro specifico granello di polvere, in un’area grande più o meno il doppio di Parigi. 
Calcolatrice alla mano viene 15.000 / ( 2/3 · 510.000.000.000.000 / 0,1) · 100 = 0,00000000044 % – una probabilità di 1 su 230 miliardi.

Ovviamente si tratta di una stima del tutto rudimentale. 
Ma il vantaggio delle stime di questo tipo (dette stime di Fermi, dal fisico italiano che era assai capace in tali esercizi) è che spesso gli errori tendono (grosso modo!) a cancellarsi. Per esempio abbiamo preso in considerazione solo la superficie esterna di Tiangong-1, mentre c’è da considerare tutto l’interno, quindi i frammenti possono essere di più. Viceversa però una buona parte dei frammenti della stazione spaziale brucerà nell’atmosfera: di norma dal 10 al 40% del satellite raggiunge la superficie. Vedremo fra poco di quanto abbiamo sbagliato.

Naturalmente si possono fare stime serie, ma allora diventa molto più complesso da calcolare, come mostrano i metodi di analisi della Nasa. Chi fa modelli di questo tipo tiene conto della densità di popolazione nell’area coinvolta e come varia (un conto è cadere nell’oceano o nel Sahara, un altro in piena Europa o Cina). Va valutata la dimensione dei detriti che arriveranno a terra, la loro forma, e il materiale che li compone, il che dipende dall’oggetto e dalla sua composizione (qui un esempio di modelli sul tema). Infine quante persone sono a rischio in un determinato momento: quanti sono in un edificio? Quanti in automobile (che possono subire gli effetti di frammenti grandi ma non di frammenti piccoli)? Quanti sono seduti o in piedi (cambia l’area esposta, e quindi la probabilità)? Infine, c’è da tenere conto del possibile rimbalzo dei frammenti.

Calcoli di questo tipo confermano che la probabilità di trovarsi un frammento di Tiangong-1 sul collo sia veramente minuscola – e secondo l’Agenzia spaziale europea, ancora più piccola di quella che abbiamo provato a stimare a spanne all’inizio: 10 milioni di volte più improbabile di essere colpiti da un fulmine durante l’anno, il che significa circa una su 7mila miliardi (abbiamo sbagliato di un fattore 30: non troppo male visto quanto era grezza la valutazione!). 


Un altro rischio di cui non abbiamo parlato ma che i modelli tengono in considerazione è quello che un frammento colpisca un aereo in volo: il rischio annuale è di circa 1 impatto ogni 3.300 anni– anche qui, possiamo stare tranquilli.

     Il bidone di propellente di un razzo Delta II dopo essere precipitato sulla Terra. Fonte: Nasa


Ovviamente il fatto che qualcosa sia estremamente improbabile non significa che prima o poi non accada. 
Esiste a oggi una singola persona che può raccontare di essere stata colpita da un frammento di spazzatura spaziale: Lottie Williams di Tulsa, Oklahoma. Il 22 gennaio 1997, la signora Williams venne colpita da un frammento di metallo, grosso circa come un dvd, probabilmente detrito di un razzo Delta II. Nessuna ferita, neanche un graffio. Arrivò a Terra talmente piano che Williams avvertì giusto un piccolo colpetto, come qualcuno che le toccasse la spalla. Secondo l’Aerospace Corporation, il rischio totale di morti e feriti da rientro di detriti spaziali è circa di una vittima ogni secolo: per intenderci, è dieci volte il rischio medio da impatto di meteoriti…

Se un domani Tiangong-1 si dovesse frantumare proprio sul Sud Italia, quasi certamente nessuno si farà male. Qualcuno però potrebbe incocciare tempo dopo in un rottame passeggiando per la campagna. E questo potrebbe essere il vero rischio (sebbene comunque molto remoto), come fa notare anche la Protezione civile. I resti della stazione spaziale cinese infatti possono contenere idrazina – un propellente chimico infiammabile e estremamente tossico: può danneggiare praticamente tutti gli organi: fegato, reni, sistema nervoso centrale, polmoni, milza, tiroide, pelle ecc. Una curiosità: l’idrazina è anche coinvolta nella tossicità di alcuni funghi velenosi come le false spugnole. Se quindi avete l’eccezionale occasione di incocciare in un rottame spaziale, resistete alla tentazione di avvicinarvi e toccarlo, ma avvertite la Protezione civile.

Ma se il rischio è così piccolo, perché siamo qui a discuterne? La risposta è che noi esseri umani siamo scarsi nel valutare oggettivamente i rischi. Un problema che diventa serio quando si vuole parlare di salute. È il motivo per cui, per esempio, alcuni temono più i vaccini delle malattie da cui proteggono, benché sia l’esatto contrario. O per cui abbiamo più facilmente paura dell’aereo che di salire su un’automobile, benché il rischio sia maggiore in auto. Tutto ciò che è incerto, su cui non abbiamo alcun controllo e di origine artificiale, tende a essere percepito come più rischioso di quanto non sia in realtà. Lo spettacolare schianto di una stazione spaziale tocca tutti questi punti. Viviamo quindi il nostro brivido, serenamente.